Marzo 17th, 2017 — Circolo Libertario E. Zapata, General
Questi i link ai comunicati integrali dei compagni/e sotto gli articoli dei giornali.
http://zapatapn.wordpress.com/2010/05/06/loperfido-insiste-fa-il-dotto-e-accumula-figuracce/
http://zapatapn.wordpress.com/2010/05/06/loperfido-di-an-attacca-il-circolo-zapata-la-vecchia-smania-fascista-di-chiudere-le-sedi-ai-dissidenti/
Dal Messaggero Veneto del 05/04/10
Il Circolo Zapata a Loperfido: «Illiberale volerci sfrattare per le idee che professiamo»
La polemica Un atteggiamento illiberale e intollerante. In questo modo il circolo Zapata giudica la richiesta al Comune, formalizzata con una interrogazione da Emanuele Loperfido (An), di revocare la concessione in uso dei locali in via Pirandello all’organizzazione dopo i fatti del 25 aprile. Precisando che circolo Zapata e Iniziativa libertaria non sono sovrapponibili, il primo rimarca che «al contrario di altre associazioni vicine alla destra che ricevono tutti gli anni decine di migliaia di euro, noi non prendiamo un becco di un quattrino da 30 anni e paghiamo regolarmente l’affitto aprendo una biblioteca di oltre 2 mila volumi al quartiere, svolgendo innumerevoli conferenze, dibattiti, attività artistiche e culturali sul pensiero libertario ed in modo autogestito. Inoltre da anni viene data ospitalità ad almeno altre quattro associazioni che, altrimenti, non avrebbero un posto dove riunirsi». Considerando legittima la contestazione al vice presidente della Provincia, Eligio Grizzo, il circolo nega di aver contestato l’inno di Mameli nel 2004 «bensì coloro che equiparavano nazifascisti e partigiani. Prendiamo atto – aggiunge il circolo Zapata – del fatto che al novello pidiellino l’alleanza delle poltrone con la Lega che in questi anni ha accumulato numerose denunce per vilipendio della bandiera non dispiace poi molto. Evidentemente meglio prendersela con gli anarchici che avere il coraggio delle proprie idee: i soldi e il potere fanno gola a tutti ma non a noi e questa è la vera offesa che Loperfido non riesce a digerire. Nel ventennio la chiusura delle sedi dei dissidenti, spesso incendiate e devastate, era pratica diffusa dal regime fascista: cambiano i tempi ma quest’attitudine illiberale e intollerante non riescono a togliersela»
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Dal Messaggero Veneto del 06/05/10
Loperfido: anarchici imborghesiti se vogliono la sede del Comune
«Quelli del circolo Zapata sono ormai anarchici imborghesiti dato che, in dissonanza con il loro primo principio, ovvero il disconoscimento di ogni forma di autorità e dello Stato, non hanno alcuna remora ad accettare la sede data loro in gestione dal “nemico”». Il consigliere comunale di An, Emanuele Loperfido, ribadisce la richiesta al Comune di togliere all’organismo lo stabile di via Pirandello e conferma le accuse, ovvero che «da diversi anni impediscono il regolare svolgimento delle cerimonie del 25 aprile. Nel 2004, oltre a fischiare l’inno, come dimostrano gli archivi dei quotidiani locali, in seguito ai tafferugli da loro provocati ci furono anche delle condanne emesse dai giudici nei loro confronti, per resistenza a pubblico ufficiale. Ennesimo episodio che palesa quale sia il loro rispetto nei confronti delle istituzioni». Da qui l’appello al sindaco affinché intervenga, «altrimenti verrebbe da pensare che forse qualcuno all’interno del Comune è più che concorde con i toni e i modi con i quali usano esprimersi gli anarchici».
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Marzo 17th, 2017 — Eolico, General
Corriere 5 maggio
POLITICA

18:35 CRONACA Il coordinatore Pdl accusato di corruzione nell’inchiesta riguardante in particolare i progetti sull’eolico nell’isola. Nei giorni scorsi la perquisizione alla sede del Credito cooperativo fiorentino, di cui il politico è presidente. Lui: «Totale estraneità»
L’inchiesta dell’Espresso
attualità
Tangenti nel vento
Denis Verdini, uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, è indagato dalla procura di Roma per corruzione nell’ambito dell’inchiesta riguardante un presunto comitato d’affari che si sarebbe occupato, in maniera illecita, di appalti pubblici, in particolare i progetti sull’eolico in Sardegna
Il business dell’eolico nell’isola è da tempo al centro di indagini giudiziarie e pochi giorni fa la questione era stata sollevata da L’espresso (nel numero ancora in edicola) grazie a un’inchiesta di Fabrizio Gatti che riproponiamo qui di seguito
Vento di mafia, di Fabrizio Gatti, “L’espresso” del 6 maggio 2010
di Fabrizio Gatti
Ci siamo giocati anche la Sardegna. Stanno cadendo uno dopo l’altro gli ultimi territori liberi dalla mafia. Gli interessi di imprenditori in contatto con gli uomini di Cosa nostra sono arrivati fin qui, nel cuore più antico dell’autonomismo.
Da queste parti gli amici degli amici non sparano. Vengono armati di mappe meteorologiche, anemometri e soldi. Montagne di calcare e granito rosso, di pascoli e sughereti sono state sventrate per innalzare eliche e torri. Ovunque. L’entroterra incontaminato dell’isola non sarà più lo stesso che abbiamo visto o sentito raccontare. L’energia eolica regala elettricità pulita in tutto il mondo. Non nell’Italia del malaffare certificato. Bastano 10 mila euro per conquistare il diritto a demolire il paesaggio. È il capitale necessario per costituire una piccola srl. E per accaparrarsi poi le concessioni e i milioni di finanziamento pubblico.
Si possono vedere all’opera a Cagliari amministratori di società che a Napoli si occupano di noleggio di pedalò: in fondo si tratta sempre di fonti alternative. Oppure capita di inciampare nelle aziende del capitalismo nazionale. E scoprire che l’ex socio che ha aperto la via del vento ai fratelli Gianmarco e Massimo Moratti è stato condannato il 9 marzo a Palermo per corruzione. Con l’aggravante di avere favorito proprio Cosa nostra. Si chiama Luigi Franzinelli, 66 anni: ha disseminato l’Italia di pale e piloni.
Bisogna percorrere le coste e i crinali esposti al maestrale. Dalla provincia di Cagliari a quella di Sassari. Non si incontrano soltanto burattinai che portano in Sicilia. Si finisce in mezzo all’ultimissima inchiesta avviata dalla Procura di Roma su affari e politica.
Al centro degli accertamenti per corruzione ci sono le attività di
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Ignazio Farris, direttore generale dell’Agenzia regionale sarda per la protezione dell’ambiente, nominato il 6 agosto 2009 dalla giunta di centrodestra di Ugo Cappellacci. E c’è il lavoro dell’ex assessore ai Servizi sociali della provincia di Cagliari, Pinello Cossu (Udc). L’indagine porta al progetto per un parco eolico nella zona industriale di Cagliari e coinvolge pure l’ex assessore socialista al Comune di Napoli, Arcangelo Martino, l’imprenditore che ha raccontato al ‘Corriere della Sera’ di avere presentato Silvio Berlusconi a Benedetto Letizia, padre di Noemi, l’amica allora minorenne del presidente del Consiglio.
E ancora altri nomi: il magistrato Pasquale Lombardi e Flavio Carboni, 78 anni, il famoso faccendiere che in Sardegna ha venduto Villa Certosa a Berlusconi. E che da decenni si muove nelle ombre italiane, fuori e dentro i processi: dalla bancarotta del Banco Ambrosiano all’omicidio di Roberto Calvi, ai legami con i boss della banda della Magliana. Secondo le notizie trapelate, Lombardi e Carboni parlano più volte al telefono dei loro interessi sardi, dei contatti con il senatore Marcello Dell’Utri, sotto processo per mafia a Palermo, e del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, già sotto inchiesta a Firenze per gli appalti della Protezione civile. La corsa italiana alle energie alternative al petrolio è soltanto all’inizio. Ed è facile immaginare cosa si rischia con i progetti per il nucleare. Perché proprio in Sardegna, per la sua tranquillità sismica, si prevede la costruzione di una o più centrali.
L’ex socio del gruppo Moratti in contatto con la mafia verde ha combattuto anni per trasformare lo splendido altopiano che separa Ulassai da Perdasdefogu, nella provincia dell’Ogliastra. Il risultato del lavoro di Luigi Franzinelli sono le gigantesche eliche piazzate dappertutto lungo la strada provinciale 13. E altre sorgeranno ancora. È il più grande parco eolico con 48 generatori su un totale previsto di 96. Quando la nebbia primaverile si dirada, da qui si vede il mare che bagna Arbatax, sulla costa orientale. Ulassai è un paese di 1.500 abitanti appeso alle nuvole. Una meta che grazie a Internet richiama speleologi e arrampicatori dal Nord Europa per le grotte e le pareti di calcare a picco sulle case. Perdasdefogu, 2.300 abitanti, è invece famosa per il vicino poligono sperimentale interforze di Salto di Quirra e per gli allarmi dopo l’esplosione di bombe e missili con uranio impoverito. Tra i due paesi, 27 chilometri di pascoli. Prima dell’arrivo da queste parti di Franzinelli c’erano soltanto secoli di pastorizia e giornate di vento impetuoso.
(29 aprile 2010)
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Dal piccolo del 06/05/10
Ospite del Cie minaccia e punta una lametta alla gola a un operatore
di STEFANO BIZZI GRADISCA Atti di autolesionismo grave, minacce, aggressioni. Dietro al muro del Cie il clima è sempre più teso e la situazione è sempre più delicata. La sensazione è che all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di via Udine la pressione sia ormai al limite. Il prolungamento del periodo di trattenimento da due a sei mesi deciso lo scorso anno dal Governo, non sembra aver portato risultati tangibili in senso positivo. Gli immigrati oltre a ferirsi per attirare l’attenzione, farsi portare in ospedale e scappare o solo per ottenere i farmaci che chiedono e non riescono a farsi dare, sono anche divisi in fazioni e non rispettano più l’autorità degli operatori. Nei giorni scorsi un nordafricano si è gravemente ferito al ventre dopo aver assunto una forte dose di tranquillanti. Con una lametta da barba sottratta nella barberia si è provocato un taglio molto profondo con il quale voleva dimostrare a tutti, ospiti e dipendenti del consorzio gestore Connecting people, il proprio coraggio e di non temere nulla e nessuno. Con le bende inzuppate di sangue si è fatto ben vedere dai compagni e passeggiando come se nulla fosse successo in uno dei tre cortili interni della struttura avrebbe detto: «Se non ho paura di fare questo a me, immaginate cosa potrei fare a voi». Non basta. La mattina del primo maggio un operatore è stato messo in un angolo e minacciato fisicamente. Ancora una volta l’arma utilizzata è stata una lametta da barba. Questa volta puntata al collo. Il lavoratore è stato salvato dagli immigrati della fazione opposta a quella dell’aggressore. Di fronte a questi episodi passano quasi in secondo piano i continui tentativi di fuga, le provocazioni e il pugno al viso sferrato a un altro lavoratore dell’ente gestore. Se il direttore del centro gradiscano, Luigi De Ciello, non conferma e mantiene un profilo basso limitandosi a dire di non avere riscontri in merito ai fatti citati, ma che effettivamente in passato sono avvenuti degli episodi negativi, qualche elemento in più arriva dalla prefettura di Gorizia. Dall’ufficio di gabinetto assicurano che sui due episodi di violenza le forze dell’ordine stanno cercando di fare luce. «Sono cose che sicuramente ci preoccupano – spiega il dottor Massimo Mauro -, ma sono riconducibili alla convivenza forzata all’interno della struttura. Non è certo una situazione di anarchia. Si tratta di fatti gravi, ma comunque episodici. Siamo certi di poter venire a capo dei problemi attuali risolvendoli in breve tempo»
Marzo 17th, 2017 — General, Nucleare
Repubblica 5 maggio
La denuncia di Greenpeace: cosa succede nelle aree minerarie dello Stato africano. Acque contaminate, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia e cancro. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali in Italia / FOTO
LA DENUNCIA
Niger, il paese radioattivo
l’altra faccia del nucleare
Uranio, rapporto di Greenpeace sulle aree minerarie dello Stato africano. Acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali in Italia
di ANTONIO CIANCIULLO
LA FALDA acquifera contaminata per milioni di anni. Livelli di radioattività nelle strade di Akokan, in Niger, 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio. La denuncia è contenuta in un rapporto di . Nel novembre scorso l’associazione ambientalista, in collaborazione con il laboratorio indipendente Criirad e la rete di ong Rotab, ha effettuato uno studio del territorio attorno alle città minerarie di Arlit e Akokan, in Niger, per misurare la radioattività di acqua, aria e terra intorno. E’ qui che opera Areva, l’azienda francese leader mondiale nel campo dell’energia nucleare, la stessa società con la quale il governo Berlusconi e il ministro Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali atomiche in Italia.
“In quattro su cinque campioni di acqua che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit, la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall’Oms per l’acqua potabile”, si legge nel rapporto. “In 40 anni di attività sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua contaminando la falda acquifera: saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale”. Anche nelle polveri sottili, che entrano in profondità nell’apparato respiratorio, la concentrazione di radioattività risulta aumentata di due o tre volte.
Areva sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni e materiali di risulta di provenienza mineraria al mercato locale a Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case. “Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono quasi 500 volte superiori al fondo naturale”, continua lo studio. “Basta passare meno di un’ora al giorno in quel luogo per essere esposti nell’arco dell’anno a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito”.
L’esposizione alla radioattività può causare problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro. Nella regione i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Niger. Areva sostiene che nessun caso di cancro sia attribuibile al settore minerario.
Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguita da una completa bonifica e decontaminazione. I controlli devono essere messi in atto per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni circostanti.
“Nella situazione attuale comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger”, commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace.
(05 maggio 2010)
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
E’ uscito il numero 112 di Germinal, giornale anarchico e libertario di Trieste, Friuli,Veneto e…

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Marzo 17th, 2017 — General, Gruppo Anarchico Germinal
E’ uscito il numero 112 di Germinal, giornale anarchico e libertario di Trieste, Friuli, Veneto e…

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Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Piccolo del 07/05/10
Riescono a fuggire in nove dal Centro immigrati scavalcando la recinzione
di LUIGI MURCIANO GRADISCA Al Cie di Gradisca ritorna prepotente l’incubo delle evasioni di massa. Nove immigrati di etnia maghrebina sono riusciti a fuggire dal centro di identificazione ed espulsione attorno alle 23 di mercoledì riuscendo tranquillamente a far disperdere le proprie tracce. Forzando una grata sita fuori dalle camere, in un corridoio della “zona blu” della struttura – quella destinata agli ospiti di recente arrivo in attesa di identificazione – una trentina di clandestini è riuscita ad accedere senza difficoltà al tetto del centro. Erano da poco passate le 22. Il gruppo ha inscenato una protesta che è riuscita a distogliere l’attenzione del personale di sorveglianza, dal momento che nove di loro sono riusciti a raggiungere le barriere e sparire, inghiottiti ben presto dall’oscurità e dalla campagna sul retro del Cie, in borgo Trevisan. Le ricerche sono proseguite senza esito per tutta la giornata di ieri. A quanto si è appreso, i nove fuggitivi non erano ancora stati identificati e avevano dichiarato di essere di nazionalità algerina e tunisina, più un cittadino libico. Per un decimo immigrato la fuga non ha avuto buon esito: è caduto pesantemente a terra nel tentativo di scavalcare la barriera, riportando la frattura di un piede e rimediando un ricovero al nosocomio di Gorizia. Quello che è certo è che nel Cie isontino la situazione è ormai prossima all’anarchia. Le stanze sono di fatto in mano agli immigrati e gli operatori della Connecting People lavorano completamente sotto scacco. La fuga dell’altra notte segue gli episodi di violenza, minacce e autolesionismo accaduti nelle ultime ore. Fra questi, un operatore che si è visto puntare una lametta alla gola, un altro dipendente che ha incassato un pugno al volto, un’infermiera presa a schiaffi. E, in ospedale, un agente di polizia colpito dall’asta di una flebo da un immigrato ricoverato. Emerge anche un dettaglio inquietante: fra i fuggitivi, vi sarebbe pure un ospite che avrebbe denunciato qualche tempo prima un operatore della Connecting People per aver introdotto dello stupefacente all’interno del Cie. Una vendetta, pare, per un debito non saldato. Insomma, la ”Polonio” è terra di nessuno e con la bella stagione è facile pensare che – l’esperienza lo insegna – i tentativi di evasione aumenteranno a dismisura. Estremamente critica la posizione del Sap, il sindacato autonomo di Polizia che, attraverso una nota diffusa dal referente provinciale Angelo Obit, denuncia senza mezze misure la drammaticità della situazione e la mancanza di interventi volti a migliorare la sicurezza della struttura. «Le barriere vengono scavalcate in meno di sette secondi – afferma – eppure in altri Cie, Cagliari docet, hanno risolto la problematica elevando in altezza le barriere per poi ricoprirle internamente di plexiglas così da eliminare ogni possibile appiglio. Nessuna genialità ma unicamente studio e rimozione dei punti deboli. Un soluzione semplice ma evidente non adottabile a Gradisca. Il fatto poi che le camere siano della vere e proprie zone franche dove soggetti diversi dalle Forze dell’ordine dovrebbero esercitare un controllo segnalando le novità, consente agli immigrati di “lavorare” al loro interno, evidentemente con cannucce e forchette di plastica (visto che non dovrebbero disporre di utensili) per forzare, danneggiandola una grata in ferro oppure togliendo le plafoniere». «Il fatto poi che ancora non funzioni il sistema antiintrusione – sostiene il Sap -, idoneo a segnalare per tempo un tentativo di fuga certamente aiuta l’attuazione di azioni come quella messa in atto nella serata di mercoledi». Non si ha alcuna notizia dei lavori di messa in sicurezza del Cie gradiscano, che riguardano il ripristino della rete a infrarossi, il potenziamento del circuito di vidosorveglianza interna, ma anche il riposizionamento degli ”offendicula”, ovvero la sezione ricurva in ferro inizialmente posizionata in cima alle recinzioni e fatta rimuovere per “ragioni umanitarie” dalla commissione parlamentare de Mistura. Quello che rimaneva dei sistemi di sorveglianza, come telecamere e infrarossi, era stato invece danneggiato nel corso delle pesanti rivolte di dicembre 2008 e agosto 2009
Messaggero del 07/05/10
Fuga dal Cie, riescono a dileguarsi in nove
GRADISCA. Nove immigrati clandestini dileguati e uno ricoverato all’ospedale di Gorizia per una frattura al piede. È il bilancio della fuga di gruppo messa in atto mercoledì sera da alcuni ospiti del Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di via Udine mentre per una decina di loro il piano è stato sventato dall’immediato intervento delle forze dell’ordine adibite alla sorveglianza della struttura. La prima fuga di massa del 2010, stando a quanto si è potuto apprendere, sarebbe stata inscenata poco dopo le 22 di mercoledì da una ventina di immigrati clandestini, ma non certo improvvisata. Nel corso delle perquisizioni, scattate subito dopo l’accaduto, infatti, le forze dell’ordine hanno scoperto come il gruppetto sia riuscito a raggiungere il tetto della struttura forzando una grata di ferro posizionata sul soffitto, in coincidenza dell’atrio di una delle stanze della zona notte. Da lì una quarantina di metri prima di raggiungere le recinzioni perimetrali. In nove, come detto, sono riusciti a scavalcarle dileguandosi nei campi retrostanti la struttura di via Udine mentre per un decimo fuggiasco il sogno della libertà è rimasto tale a causa della rovinosa caduta dalla barriera in ferro. Recuperato dagli agenti di polizia, l’uomo è stato subito trasportato nell’infermeria del Cie, dove il personale medico ha immediatamente disposto il ricovero in ospedale. Frattura composta del piede destro il responso delle radiografie che hanno convinto i sanitari del nosocomio goriziano a determinare il ricovero, con una prognosi di 35 giorni. Dei nove immigrati riusciti a far perdere le loro tracce, invece, sono uno è già stato identificato e anche se dalla lista identificativa del personale del Cie risulta che i componenti della fuga siano tunisini e algerini, oltre a un libico. Quanto accaduto mercoledì sera non è l’unico indizio di una tensione in crescita nel centro di identificazione ed espulsione di via Udine, dove nei giorni scorsi si sono registrate due distinte aggressioni da parte di immigrati ai danni di altrettanti operatori del consorzio cooperativistico Connecting Peole di Trapani, dal 2008 ente gestore dei servizi interni del Cie gradiscano. Recentemente, inoltre, un poliziotto è stato aggredito con l’asta di una flebo mentre stava sorvegliando, in ospedale, un immigrato ricoverato nel nosocomio goriziano. (ma.ce.)
Marzo 17th, 2017 — General, Nucleare
NO ALL’ELETTRODOTTO, NO AL NUCLEARE
ed infatti… la Confindustria rilancia!
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Marzo 17th, 2017 — Bollette, General
Il Piccolo 7 maggio 2010
CERVIGNANO
Bollette del ”Tubone” ancora nella bufera.
Ieri il Comitato di difesa ambientale della Bassa friulana ha reso noto che gli abitanti di Cervignano e di San Giorgio di Nogaro non avrebbero ricevuto le bollette relative all’anno 2009. Bollette che, secondo il Comitato, non sarebbero proprio state spedite. Così, a pochi passi dalla sua fusione con il Cafc, il ”Tubone” ripiomba nel caos. E per ridiscutere delle bollette non pervenute, dei rimborsi e del regolamento di fognatura, il Comitato di difesa ambientale della Bassa friulana ha indetto un’assemblea che si terrà a venerdì 14 maggio a San Giorgio di Nogaro, nel salone di Villa Dora, con inizio alle 21. Lo ha reso noto ieri il portavoce del Comitato, Paolo De Toni, che ha rilevato come «le bollette del Consorzio Depurazione Laguna Spa (Tubone) relative all’anno 2009 siano già da tempo arrivate in vari comuni, fra cui Porpetto e Terzo di Aquileia, ma non sarebbero ancora state spedite in altri comuni, tra cui quelli di Cervignano e San Giorgio».
Secondo il Comitato, la mancata spedizione delle bollette sarebbe da imputarsi al contenzioso in corso sulla legittimità del concetto di ”allacciabile” e di quello di ”sfioratore”. «Gli ultimi mesi sono stati febbrili – continua De Toni – e hanno visto lo sviluppo dell’indagine della Procura di Udine sulle denunce da parte dei cittadini di San Giorgio e Cervignano. Le perizie condotte dall’Arpa, dai Noe e dalla Guardia Costiera avrebbero verificato l’assoluta illegittimità dello sfioratore di San Giorgio e la mancata effettuazione della grigliatura negli scarichi delle fognature comunali. Il 12 maggio, davanti al Tribunale di Udine, ci sarà l’udienza davanti al Gip Paolo Alessio Vernì per la nomina del perito per l’incidente probatorio, un altro filone dell’inchiesta relativo agli appalti».
Il portavoce del Comitato ha inoltre fatto sapere di aver incontrato, il 7 aprile scorso, il presidente dell’Ato, Andrea Zuliani: «Stiamo ancora aspettando – chiosa De Toni – che l’Ato risponda ai nostri quesiti relativi alla legittimità delle bollette e al problema dei rimborsi. Sono preoccupato, perché ho avuto l’impressione che l’Ato sia sottomesso al ”pensiero unico” imposto dai gestori. Se nel frattempo le bollette non arriveranno, probabilmente non sarà possibile dare avvio immediato alla seconda ondata di autoriduzioni, e l’assemblea del 14 maggio è molto importante per fare il punto della situazione che è giunta ad un punto di svolta». ( el.pl.)