DUMBLES / 8marzo

8MARZO – Donne, non accettate mimose dai politici!
Potrebbero averle pagate con i vostri soldi!!

Già…; se vi sono arrivate da  Kocijancic, capogruppo di Sel in regione, sicuramente sì perchè esso stesso si è dichiarato colpevole di aver commesso peculato con il fiore simbolo della festa della donna.
Altri consiglieri, –Les miserables-,qui in regione si sono fatti rimborsare anche l’acquisto delle scarpe, sicchè chi è a corto di argomenti si fa la campagna elettorale tutta di rimblazo sulla trasparenza; Debora docet, e le scarpe tentano di farle a noi con il TAV ecc. che,  -pecula o specula-, la politica, quella lì, è proprio una presa per il culo…per dirla alla Grillo.
Ma sì, possiamo anche fare a meno delle mimose, e, già che ci siamo, anche di Grillo, del governo e del papa!
Beh, del papa sicuramente; potessimo starne senza saremmo più contente, non ne possiamo più di
contumelie sulla sacralità della vita cellulare, degli anatemi sull’aborto, dei dogmi sui costumi sessuali, della retorica sulla madre santa che se viene l’angelo a proporci la trasmutazione in utero contenitore vorremmo anche potergli dire di no, insomma non ne possiamo più di intromissioni indebite sulla vita -e sulla morte- terreno di propaganda di ogni papa…. vorremmo governarci da sole.
E sul lavoro e sull’economia? Sull’istruzione e la sanità? Sull’ambiente e il territorio, sui servizi ed i beni comuni? Che ci facciamo di governi che: aiutoooo!!!! Ci hanno spellate un po’ alla volta come fossimo cipolle e senza versare una lacrima, a parte quelle a costo zero della Fornero?
Che ci facciamo di governi che non ci hanno fatto che del male?
E se potessero continuerebbero; già ci riprovano con il ricatto dello spred che va su e: ahinoi l’ingovernabilità e il default, e il precipizio… come se nel precipizio non ci avessero già gettat∞ tutt∞ quant∞ nel momento in cui il capitale ha preso la strada della speculazione finanziaria globale.
Solo che adesso c’è Grillo che li ha spazzolati ben bene e non sanno cosa fare,  e metterlo con le spalle al muro non sarà proprio una passeggiata; mentre il cri cri ingenuo ed ignorante dei suoi seguaci non lascia ben sperare considerati i pensierini che si leggono sul fascismo come quelli della capogruppo alla Camera che ha definito Casapund erede della parte folcloristica razzista e sprangaiola del fascismo, tutto sommato, testimonial del fascismo buono, quello che aveva un “altissimo senso dello stato e della tutela della famiglia”… Aarghhh!
Toh, ecco un’altra con l’enfasi sulla famiglia… ne avevamo proprio bisogno, e dopo Berlusconi che chiede all’operatrice GreenPower quante volte viene, avevamo proprio bisogno di un’altro che non riesce a dibattere con una donna (la Salsi, insubordinata perchè passata per la televisione) senza apostrofarla con cafonerie sessiste?
Ma non è ora di finirla? Suvvia…. gli atteggiamenti sessisti, machisti e misogini non rappresentano niente di nuovo.
Ci sono commentatori che ritengono la grande avanzata di Grillo l’apposizione della parola fine sulla vecchia politica dei partiti. Alleluiha! Sarebbe sempre ora; adesso vedremo se “il nuovo che avanza” è l’avanzo di un pastrocchio patriarcale messo a nuovo negli abiti della rete o che altro.
Oggi hastag #ottomarzo abbiamo il piacere di leggere ancora le manfrine di cui Kocijancic si fa interprete e poi come di rito i media si soffermeranno a ricordare i soprusi, le discriminazioni, le violenze che le donne ancora subiscono; a proposito, esattamente una settimana fa, ad Attimis, è stata uccisa Denise, dal proprio marito geloso e bevuto, ma è molto probabile che al 9 marzo ce se ne sia già dimenticat∞, fino al prossimo femminicidio.
Poi magari qualcuno ricorderà anche l’origine dell’8 marzo ed il riferimento a quell’incendio del 1911 in cui morirono in 146 in maggioranza donne, in trappola nella fabbrica tessile in fiamme senza vie di uscita perchè le porte erano chiuse che chi lavorava non doveva perdere tempo; a proposito, è successo ripetutamente anche nell’anno da poco finito (ma quasi nessuno ne ha parlato) a Dacca: 7 operaie morte e, in Bangladesh: 112 mort∞ comprese donne e bambin∞; si producevano abiti, quelli per quelle marche tanto fashion che vediamo nei nostri negozi….come in quel 1911 a New York.
Così la vita di molte donne è ancora lì incastrata fra violenza, sfruttamento, patriarcato e fascismi vari.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole e, fatte le dovute proporzioni e concessioni, pare, nemmeno sotto le (cinque) stelle.
Ma chi vivrà vedrà; in ogni caso ci sembra importante vivere senza perdere tempo ad annusar mimose, a farsi omaggiare un giorno all’anno e menare per le tube ad ogni tornata elettorale.
Restiamo ingovernabili; è meglio.
E’ una forza e una risorsa che non dà deleghe non dà incassi a nessun∞ se non a noi stesse e nessun∞ ci può fare del peculato.
Non diamo un voto di protesta, facciamo voto di rivolta.

NO TAV/ 14 marzo Conferenza-Dibattito a Muzzana del Turgnano

Un centinaio di persone ha partecipato all’iniziativa: ottime relazioni, dibattito vivace  e gente molto attenta.

FERROVIE: indagati gli addetti alle pulizie per il blocco dei treni

Da Il piccolo del 14/12/11

Bloccarono i treni per protesta Indagati gli addetti alle pulizie

I 30 operai da mesi senza paga occuparono per 4 ore i binari. Uno di loro poco prima tentò il suicidio Ora rischiano il carcere, per gli organizzatori della manifestazione possibile una pena dai 3 ai 7 anni

di Claudio Erné Identificati, denunciati, indagati e a breve scadenza con buona probabilità anche processati per interruzione di pubblico servizio. Ai trenta e più operai addetti alle pulizie dei treni che nell’agosto scorso avevano occupato durante le ore centrali della giornata i binari della Stazione centrale, la Procura della Repubblica sta per presentare il conto della loro disperata azione diretta a ottenere in un verso il pagamento degli stipendi arretrati e nell’altro la salvaguardia del posto di lavoro. Sono tutti difesi dall’avvocato Deborah Berton. Ora rischiano da sei mesi a un anno di carcere, mentre per i capi, i promotori e gli organizzatori del blocco la pena prevista dal legislatore è molto più pesante e va dai tre a sette anni di carcere. Certo è che la loro azione sindacale, protrattasi per quattro ore, aveva provocato il caos: sulla linea Trieste – Monfalcone 21 convogli erano stati soppressi lasciando a terra i viaggiatori. Trenitalia aveva organizzato un servizio di bus-navetta per ridurre al minimo i disagi di centinaia di persone sconcertate per l’imprevisto arresto del treno a Monfalcone o arrabbiate per non poter raggiungere da Trieste la meta prestabilita negli orari previsti. Nella stessa giornata, tre dipendenti della ditta “Carma” che aveva perso l’appalto per la pulizia dei treni a favore della Cooperativa facchini erano saliti sulla torre-faro della Stazione centrale, a una quarantina di metri di altezza. L’azione sindacale mirava a ottenere precise garanzie: se la cooperativa “Carma” avesse continuato a non mettere mano al portafoglio per versare gli stipendi di giugno e luglio, questa incombenza avrebbe dovuto ricadere su Trenitalia, in nome della quale la cooperativa aveva operato. La protesta era stata interrotta alle 16, quando la Prefettura ha redatto un documento con cui Trenitalia garantiva il pagamento dei due stipendi mancanti oltreché della quattordicesima. In effetti la situazione economica dei trenta pulitori rimasti senza stipendio era terribile: due o tre delle loro famiglie erano ridotte alla fame, tanto che è emerso pubblicamente che mogli e figli ricorrevano da tempo alla mensa allestita dalla Caritas diocesana. Ma non basta. Uno degli operai della “Carma” poche ore prima che il traffico dei treni fosse bloccato dai colleghi si era gettato dalla finestra della sua abitazione posta tra via Pirano e via Baiamonti. Aveva lasciato una lettera d’addio indirizzata alla figlia, senza specificare i motivi del suo gesto. Il suo volo era stato frenato prima da uno stenditoio per il bucato, poi da una tettoia. Un collega che lo aveva incontrato qualche giorno prima aveva riferito che l’amico «non gli aveva nascosto la sua preoccupazione per il futuro, sempre più difficile»

 

 

MORTI SUL LAVORO: schiacciato operaio di 20 anni a Trieste

Dal Piccolo del 15/12/11

 

Crollo, una prima lista sotto la lente del pm  In attesa delle relazioni tecniche, la Procura sta esaminando la posizione di una decina di persone che si sono occupate dell’allestimento del palco    Il primo scoglio è la perizia, da condurre in un luogo pericolante Affidato l’incarico dell’autopsia al medico legale Costantinides


di Corrado Barbacini

Presto una decina di persone potrebbero essere ritenute responsabili a vario titolo nel crollo al PalaTrieste che è costato la vita a Francesco Pinna. Aveva 20 anni e lavorava come precario per la cooperativa incaricata di facchinaggio nel trasporto delle attrezzature per il concerto di Jovanotti. Al momento non è stato inviato dalla cancelleria del pm Matteo Tripani, il magistrato titolare delle indagini, alcun avviso di garanzia e nessun nome è stato iscritto nel registro degli indagati. Tant’è che ufficialmente in procura si parla prudenzialmente di “responsabilità astratta”. Ma nessuno nasconde che in queste ore la lente dei poliziotti della Squadra mobile e degli ispettori del servizio di prevenzione è puntata direttamente su chi aveva un ruolo nell’organizzazione del concerto di Jovanotti, ma soprattutto nella progettazione, nella costruzione e nel montaggio del mostro di alluminio che l’altro giorno è crollato come fosse un castello di carte. Ieri mattina è stata trasmessa la relazione completa relativa agli accertamenti eseguiti dai poliziotti della quinta sezione della Squadra mobile. Da questa relazione emergono i nomi delle società e dei legali rappresentanti che al momento non sono accusati di nulla. Si parte da Giorgio Joan, titolare della Lemon & Pepper Srl azienda che aveva l’incarico occuparsi dell’intera logistica del tour del cantante. Poi a scendere c’è la Trident Management di Maurizio Salvadori che si è occupata della produzione dell’evento. E scendendo si arriva al progettista della struttura che è l’ingegner Franco Faggiotto. Poi vengono indicati anche i riferimenti di chi ha progettato e realizzato il cosiddetto “ground support” e cioè la maxi struttura sospesa che era stata montata per sostenere fari e luci. E dalla quale – secondo la prima ricostruzuione – è iniziato il crollo. Si fa il nome dell’ingegnere Angelo Guglielmi di Como ma anche della società Stage Sistem proprietaria delle strutture stesse. E qui emerge anche il ruolo di Oratio Margenau, cittadino rumeno, titolare di una ditta artigiana con sede a Seregno che si è occupata del montaggio della struttura metallica. In coda alla lista c’è Ermenegildo Corazza, coordinatore della sicurezza. Ma il suo ruolo, secondo la polizia, era riferito all’applicazione degli standard di prevenzione ordinari dei lavoratori come, per esempio, il caschetto o le scarpe di sicurezza. Ma manca, nella lista, il vero responsabile del cantiere. Il motivo è semplice: non esiste. «Dobbiamo concludere presto e bene», così il procuratore Dalla Costa. Non ha nascosto il primo grosso scoglio in un’indagine tutta in salita: la perizia, che sarà determinante. Ma il collegio di esperti, ancora non individuato, dovrà operare cercando elementi di prova in una struttura pericolante. «Non possiamo rischiare il crollo nel crollo», dicono in procura. Il rebus è quello di contemperare la messa in sicurezza con la possibilità di esaminare ogni dettaglio del groviglio metallico. «È come se si volesse intervenire sui bastoncini di uno Shanghai», spiega Dalla Costa, facendo capire quanto sia tecnicamente complesso l’accertamento. Ieri intanto si è consumato un altro atto di questa vicenda. Il pm Tripani ha conferito l’incarico al medico legale Fulvio Costantinides di effettuare l’autopsia sul corpo di Pinna. Il quesito è relativo alle cause di morte ma indirettamente, per quanto possibile, vengono richiesti elementi utili alla ricostruzione della tragedia. Alla breve udienza erano presenti, sgomenti, i genitori e la sorella della vittima, un fatto inusuale. Per più di 20 minuti sono rimasti in corridoio al secondo piano del palazzo di giustizia. Fissavano il vuoto e i loro occhi non avevano più lacrime. Poi, dopo le 11, sono entrati nell’ufficio di Tripani per essere testimoni di un atto formalmente necessario ma terribile. L’autopsia al figlio.

 

LA TESTIMONIANZA

«Pochi ragazzi portavano l’elmetto sotto il palco»

TRIESTE «In pochi portavano l’elmetto di protezione, nessuno si è preoccupato di farcelo mettere». Le testimonianze di chi lunedì scorso ha lavorato a fianco di Francesco Pinna all’interno del PalaTrieste non sono delle più confortanti. «Io avevo le scarpe antinfortunistiche ma non l’elmetto, lo ammetto – sostiene Massimiliano che accanto a Francesco scaricava cavi, casse acustiche e aiutava a montare il palco – e nessuno ha avuto da ridire. Come me non avevano la protezione alla testa molti altri ragazzi. Gli unici – sostiene – a indossare l’elmetto erano tutti gli operai che lavoravano sulla parte sospesa della struttura». Il giorno dell’ingaggio – stando ai racconti dei giovani operai – ai ragazzi è stato comunicato il compenso, l’orario di inizio del lavoro e l’obbligatorietà di indossare scarpe antinfortunistiche. Secondo le testimonianze, nei minuti successivi alla tragedia i capi-squadra delle varie ditte impegnate nell’allestimento del palco per Jovanotti si sono preoccupati di verificare che tutti i ragazzi indossassero le calzature previste dalla legge 626 per la sicurezza sul lavoro. Precauzioni che probabilmente non avrebbero evitato la morte del giovanissimo Francesco ma che sono obbligatorie per legge e in altre circostanze possono salvare la vita. «Quello che ha infastidito molti dei ragazzi presenti al momento della disgrazia – confessa Massimiliano – è il fatto che ieri, il giorno dopo il crollo, malgrado molti di noi si siano feriti, abbiano preso dei colpi o comunque abbiano subito uno choc, nessuno della OnStage ci ha chiamato per informarsi delle nostre condizioni di salute, per sapere se avevamo avuto problemi. Anzi, al telefono del loro ufficio non rispondeva nessuno». Alcuni ragazzi hanno subìto degli strappi muscolari e si sono procurati delle contusioni aiutando i colleghi a uscire da sotto il groviglio di tubi crollati in quei drammatici momenti. (l.t.)

 

 

«Niente sicurezza, niente più eventi»

Cosolini ha proposto un protocollo per le iniziative su aree pubbliche, da applicare pena la non concessione degli spazi

di Corrado Barbacini TRIESTE Il ragazzo morto al PalaTrieste e altri quattro infortuni in poche settimane in città sono un prezzo troppo alto. Ora basta. La stretta arriva dalle parole del prefetto Alessandro Giacchetti. «Questi episodi – ha detto davanti al sindaco Roberto Cosolini, all’assessore regionale Angela Brandi, ai sindacalisti e ai responsabili delle Aziende sanitarie – non possono passare inosservati». Ha parlato riferendosi anche alle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che aveva detto: «Gli infortuni sono una disuguaglianza da combattere». Così, dalla rabbia delle vite spezzate sono saltate fuori le proposte. Cosolini ha annunciato: «Farò un protocollo sulla sicurezza che riguarderà tutti gli appalti del Comune e anche le esternalizzazioni. Dovremo pensare anche agli eventi, grandi e piccoli. L’unico modo – ancora parole di Cosolini – è quello di subordinare la concessione degli spazi pubblici al rispetto del protocollo. Chiederemo sempre la nomina di un direttore dei lavori che certifichi la sicurezza e il processo lavorativo». Il sindaco ha poi parlato indirettamente di quanto accaduto al PalaTrieste. «L’allestimento di un evento è un vero e proprio cantiere, per questo ci vuole un responsabile. Il lavoro non può prescindere dalla sicurezza di chi è lì». Poi la proposta: il Comune diventerà garante indiretto di chi lavora anche in occasione di eventi e manifestazioni pubbliche. Concederà spazi, firmerà convenzioni, solo dopo i controlli documentali da parte dei tecnici delegati i quali – per conto dello stesso Comune – accerteranno l’applicazione delle misure di sicurezza. Insomma più controlli, sia a monte che a valle. L’assessore Angela Brandi nel suo intervento ha sottolineato la necessità di riportare il tema della sicurezza fra le priorità di azione delle istituzioni, delle forze sociali e delle stesse imprese, dopo che in questi anni il problema è passato in secondo piano a seguito delle emergenze dovute alla crisi occupazionale e alle strade per fronteggiarla. «Gli effetti della contrazione economica – ha sottolineato Brandi – si sono rivelati un fattore importante di riduzione del fenomeno infortunistico nel triennio 2008/2010, a causa del calo della produttività e dei ritmi di lavoro. La crisi però se da un lato ha migliorato il tema della sicurezza tra i settori tradizionali del manifatturiero e dei servizi, dall’altro sembra avere spostato il rischio sui segmenti di produzione e servizi meno tradizionali come gli appalti, specie in presenza di tempi ristretti di realizzazione, la portualità ed i trasporti, i contratti flessibili e di breve durata, dove inoltre il continuo cambiamento di mansioni impedisce una adeguata e reale formazione alla sicurezza». Ma i sindacati non hanno nascosto le loro perplessità. Enzo Timeo della Uil parlando a nome delle tre sigle confederali è stato esplicito: «I controlli spesso non sono sufficienti. Chi è delegato, come l’Azienda sanitaria, non ha personale. La coperta è troppo corta». Se ne parlerà in Prefettura a gennaio ma anche nel tavolo regionale di concertazione, allo scopo di fare il punto sull’Accordo in tema di sicurezza sottoscritto a suo tempo con le parti sociali.

 

Rassegna Stampa Dal Piccolo del 14/12/11

 

PalaTrieste, la tragedia di Francesco Pinna
Jovanotti: “E’ morto costruendo una festa”

Francesco Pinna, vent’anni, studente-operaio, addetto al montaggio del palco per il concerto di Jovanotti, è morto  all’interno del PalaTrieste, investito dal crollo dell’impalcatura. Otto i feriti. Il presidente della Cooperativa sociale OnStage: “Lavorava per 6,50 euro all’ora, in regola sia dal punto di vista della sicurezza che da quello del contratto di lavoro”.  Jovanotti: “E’ morto costruendo una festa”

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VALSUSA/ Iniziata la costruzione del “muro della vergogna”

murovalsusino

 

VENERDI’ 16 DICEMBRE ORE 20.30 GIAGLIONE CAMPO SPORTIVO FIACCOLATA NO TAV

 

 

15 dicembre

il muro rappresenta la loro sconfitta

 

14 dicembre 2011

Le reti non bastano più, inizia l’operazione “muro”

Submitted by on 14 dicembre 2011 – 13:37 No Comment

Giunge ora la notizia, da chi è presente in baita, che stanno cominciando  a costruire il famoso muro di cui si parlava al posto delle recinzioni.
Stanno piantando nel terreno delle grosse putrelle ad H in cui infilano pannelli di cemento prefabbricati.
Hanno cominciato proprio nella zona dove si sono concentrati i maggiori “tagli” l’8 e il 10 ovvero di fronte al nostro terreno dove è posizionata la baracca di lamiera.

CIE DI GRADISCA: ancora porte chiuse anche ai giornalisti

Da Il Piccolo del 15/12/11

Stampa al Cie sì del Viminale ma il prefetto esclude Gradisca

 

GORIZIA I Cie e Cara vengono riaperti alla stampa, ma quello di Gradisca d’Isonzo rimane off-limits. Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha firmato martedì pomeriggio una direttiva sulla sospensione dello stop alle visite dei giornalisti ai Cie e ai Cara imposto lo scorso primo aprile dal suo predecessore, l’allora ministro Roberto Maroni. Il provvedimento era stato giustificato «in considerazione del massiccio afflusso di immigrati provenienti dal Nord Africa e al fine di non intralciare le attività loro rivolte». La decisione aveva sollevato diverse proteste e gli appelli, affinché venisse concesso ai media l’accesso all’interno delle strutture per immigrati, si erano ripetuti. Nei giorni scorsi la Federazione nazionale della stampa e l’Ordine dei giornalisti avevano inviato al neo-ministro una lettera per chiedere la revoca del provvedimento e martedì un’analoga richiesta è stata avanzata con un’interrogazione parlamentare da Livia Turco, responsabile Immigrazione del Pd, e da Gianclaudio Bressa, capogruppo Pd nella commissione Affari costituzionali. Il ministro Cancellieri ha quindi accolto le richieste e inviato la direttiva di sospensione ai prefetti. L’iniziativa, salutata con favore dal presidente Fnsi, Roberto Natale, non è stata però allargata a tutti i Cie e Cara. I cancelli dei centri di Gradisca d’Isonzo rimangono infatti chiusi. Fonti della prefettura di Gorizia hanno spiegato che il protrarsi degli interventi di ripristino delle condizioni di sicurezza dopo i danneggiamenti inflitti dagli ospiti alla struttura non consentono visite. Dal Viminale hanno confermato che la direttiva è a carattere generale, ma spetta ai prefetti valutare le singole situazioni. (s.b.)

MORTI SUL LAVORO: comunicato sulla morte di Francesco Pinna

Comunicato stampa sulla morte di Francesco Pinna.

 

Si continua a morire sui luoghi di lavoro, a Trieste come ovunque. La tragica morte di Francesco Pinna si va ad aggiungere al lungo elenco dei morti e dei feriti di questo ultimo mese (neanche un mese fa era morto schiacciato da un masso un operaio nella cava di Duino Aurisina mentre nello stesso giorno giorno della morte di Francesco tre operai sono rimasti gravemente feriti nel cantiere in Stazione Marittima).

I morti sul lavoro fanno poca notizia, tranne che in casi eclatanti come questo dove la vittima era giovane e lavorava al palco per il concerto di Jovanotti.

Ora inizierà il solito ipocrita coro di cordoglio da parte delle istituzioni, degli imprenditori e dei sindacati di Stato, ossia i maggiori responsabili di questa situazione intollerabile.

Quello su cui vogliamo far riflettere è che questa morte, come tutte le morti sul lavoro, non è dovuta alla negligenza criminale della singola ditta o cooperativa di turno (vi sono spessissimo anche queste ovviamente), ma all’intero sistema di lavoro e produzione. Si lavora sempre più veloci, sempre più malpagati, sempre più precari, sempre più vessati dal capetto di turno. E questo perché nella nostra società il profitto a qualsiasi costo è l’unico vero motore dell’economia. Chiedere “più sicurezza” e “nuove leggi” non serve a nulla quando i ritmi di lavoro continuano ad aumentare, quando si chiede di fare sempre di più in sempre meno tempo. La sicurezza è prevista solo quando è compatibile con i bilanci: se il costo è inferiore a quello che le aziende dovrebbero sostenere per danni in caso di incidenti, se i morti costano meno degli investimenti sulla sicurezza allora meglio i morti.

Sono anni che ci dicono che le “morti bianche” e i feriti sono in diminuzione ma sappiamo che è una menzogna. Gli ambiti sempre più ampi di lavoro precario, in nero, sottopagato, nonché quelli in cui è praticato un vero e proprio sfruttamento schiavistico, in particolar modo nei confronti degli immigrati, fanno sì che tantissimi morti e feriti non rientrino in nessuna casistica ufficiale.

Questa morte ci ha colpito particolarmente perché sotto quel groviglio di tubi poteva esserci anche qualcuno di noi o nostri amici e compagni che in quel settore hanno lavorato, come centinaia di ragazzi in città.

Siamo vicini e solidali con tutti coloro che hanno amato e apprezzato Francesco Pinna, ai familiari, agli amici e colleghi, così come con quelli di tutti i morti sul lavoro perché, anche se non li conosciamo personalmente, le loro morti non possono che toccare i cuori di tutte e tutti coloro che lottano contro questa società assassina basata sullo sfruttamento e sul disprezzo per la vita umana.

Le donne e gli uomini che muoiono e soffrono di lavoro, non li dimentichiamo mai!

 

 

Gruppo Anarchico Germinal

 

germinalts.noblogs.org

gruppoanarchicogerminal@hotmail.com

 

OCCUPYTRIESTE: articolo del Piccolo sullo sgombero

Dal Piccolo del 16/12/11

Blitz della Digos nella sede di Era

 

Il blitz è scattato alle 6. E ieri non si è trattato di un falso allarme come l’altra mattina. Venti tra poliziotti e carabinieri hanno effettuato lo sgombero dell’ex Meccanografico delle ferrovie dove da una settimana si erano sistemati gli aderenti di “Occuppytrieste”. A entrare nell’area dopo aver rotto i lucchetti con le cesoie sono stati gli agenti della Digos. «Ragazzi, dovete uscire». Sono state queste le parole pronunciate dal funzionario che ha coordinato l’operazione. I sedici presenti sono stati subito identificati dai poliziotti. Nei giorni scorsi erano giunte in Questura alcune segnalazioni e denunce. Pare che una di queste sia stata da parte di Globo l’associazione di divulgazione scientifica che fa riferimento a Fulvio Belsasso, capofila del progetto incompiuto di Era, il polo della scienza che si sarebbe dovuto realizzare proprio all’ex Centro meccanografico attualmente in attesa di conoscere il proprio destino penale in quanto sotto inchiesta per truffa e malversazione. L’altra segnalazione sarebbe giunta dalla ditta che ha in corso i lavori edili. Gli occupanti hanno vivacemente protestato. Ma poi hanno dovuto lasciare lo stabile. Nel pomeriggio hanno inviato una nota. Ecco cosa si legge: «Evidentemente, invece che luoghi vivi e autorecuperati pare meglio lasciare per anni disseminati nella città gusci vuoti e tristi, buchi neri di risorse e spazio comune il cui costo economico e sociale è immane. Un bel regalo coordinato e continuativo al partito trasversale della speculazione e del cemento. La scusa ufficiale, questa volta, è che non era un luogo sicuro. A noi pareva di sì. Ci sentivamo sicuri di condividere la costruzione di qualcosa di migliore rispetto a quello che c’è fuori». Poi continua la nota: «Almeno lì di sicuro il problema non era l’albero di Natale in piazza Unità, ma i beni comuni e il fatto che migliaia di persone in questa città sono senza casa, gas, luce e acqua. O che per occupare i binari dopo tre mesi senza stipendio dalle ferrovie si rischiano anni di galera. O che le scuole crollano a pezzi ma tre milioni di euro per uno scheletro di cemento invece saltano magicamente fuori dalle pieghe dei bilanci». Occupy aggiunge: «Almeno lì dentro avrebbero potuto trovare rifugio fratelli e sorelle con la pelle di ogni colore prima che qualche agente volesse portarli in uno di quei lager chiamati Cie. Dicono che qualcuno avrebbe potuto farsi male, ma sarebbe stato bello che il sindaco avesse accettato il nostro invito di venire a visitarlo e vedere tutti i lavori che stavamo facendo, prima di esserne tanto certo». Infine hanno annunciato: «Insieme a tanti in questa città, stavamo invece organizzando un evento per sabato sera che fosse una risposta di vita alle tragedie di questa settimana. E manterremo questo impegno». (c.b.)

Cortei antirazzisti in tutta Italia

No Razzismo,
No Fascismo,  No Casapound

TRIESTE: migranti e antirazzisti in piazza

 

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Circa un centinaio di persone hanno partecipato alla fiaccolata antirazzista di ieri promossa dal Comitato Danilo Dolci e dall’Associazione Penombre per ricordare gli ambulanti senegalesi uccisi a Firenze e per ribadire la ferma condanna contro ogni forma di razzismo. La fiaccolata è partita da Piazza Ponterosso fino a Piazza Unità dove c’è stata una sosta davanti alla Prefettura con interventi. Una seconda sosta è stata fatta davanti al municipio. E’ stata espressa da parte dei partecipanti la preoccupazione della cittadinanza di fronte ad atti di stampo razzista come quelli avvenuti a Firenze e a Torino dove è stato incendiato un campo rom. Alla manifestazione hanno aderito numerose realtà democratiche ed antirazziste oltre alla comunità senegalese di Trieste. La manifestazione si è svolta in concomitanza con altre manifestazioni in diverse città italiane, prima fra tutte Firenze.

 

Da Il Piccolo:

Fiaccolata per dire «no al razzismo»
Una fiaccolata antirazzista da piazza Unità a piazza Ponterosso. Centinaia di persone in corteo a Trieste, come in molte altri città italiane, per ricordare e denunciare «quanto è accaduto a Firenze». La fiaccolata, promossa dal Comitato pace “Danilo Dolci” e dall’Associazione interculturale Penombre, si è svolta in modo pacifico. «Pensiamo che né Firenze, né altre parti d’Italia, possano ritenersi immuni dai rischi del razzismo. È necessario creare le condizioni affinché gli istinti razzisti siano sconfitti» spiegano i promotori. «Esprimiamo la solidarietà ai cittadini senegalesi di Firenze e all’intera comunità senegalese in Italia, ai familiari e parenti delle vittime di questi brutali assassinii». Per questo chiedono «al Consiglio comunale di esprimere una ferma condanna sul fatti accaduti a Firenze e Torino e alla Prefettura di trasmettere al governo la preoccupazione di molti cittadini della Trieste antirazzista».