Marzo 17th, 2017 — Nucleare
da L’Espresso
Tokyo, primo corteo no nuke
di Diana Alice Santini da Tokyo
Per mezzo secolo nel Paese nessuno aveva osato mettere in discussione il dogma nucleare. Adesso arrivano le prime proteste
(21 marzo 2011)
Erano un migliaio, o giù di lì. Pochi, per i nostri parametri, ma in Giappone le manifestazioni di piazza sono rarissime, lontane da una cultura che ha come primo valore la coesione sociale. Ancora più “inedito” il fatto che si sia sfilato contro l’energia nucleare, quasi un dogma in questo paese dagli anni ’50 fino a oggi.
O fino a ieri, appunto: bandiere e tamburi hanno invaso la centralissima Shibuya, a Tokyo, per chiedere la chiusura di tutte le centrali atomiche, in una domenica pomeriggio di shopping rarefatto e di sole tiepido, con i manifestanti stretti tra i pesanti cordoni di polizia da un lato e gli sguardi sospettosi dei passanti dai marciapiedi.
Tra gli striscioni rossi e gialli fitti di ideogrammi, spunta qua e là anche qualche carattere latino: no nuke, no al nucleare. A organizzare la manifestazione è un piccolo sindacato di sinistra. Ma tra i partecipanti ci sono anche tanti cittadini comuni, alcuni venuti da molto lontano: Hiroshima, Osaka, Shimonoseki.
«Siamo pochi», spiega una delle organizzatrici, «perché molti credono che in questo momento la priorità sia occuparsi dell’aiuto ai profughi, anche sopperendo alle eventuali mancanze del governo nell’organizzazione degli aiuti. Ma finita l’emergenza, cambierà». Secondo un altro manifestante, figlio di un sopravvissuto alla bomba di Hiroshima, c’è anche un fattore disinformazione: «La televisione non fa che ripetere che il nucleare non è pericoloso, che le radiazioni non fanno male. Noi siamo qui per aprire gli occhi alla gente, per gridare la verità, costi quel che costi».
Insomma, il migliaio in piazza potrebbe rappresentare molti: non ho parlato con una sola persona da quando sono arrivata qui che non mi abbia spiegato come, in modo o nell’altro, col nucleare il Giappone debba decidersi a farla finita. E i sondaggi, anche prima dell’incidente di Fukushima, rivelano che all’atomo è contraria la maggioranza della popolazione.
Tokio intanto si va svuotando. Anche lunedì qui è vacanza, è l’equinozio di primavera, e molti ne hanno approfittato per scappare dalla città. Piazza Hachiko, tradizionale luogo di socializzazione durante i week end, era quasi deserta. Molti centri commerciali sono rimasti chiusi, anche se i negozi più colpiti sono quelli di frutta e verdura: la gente non si fida ad acquistare prodotti freschi, non si sa dove vengono e se sono radioattivi. Tutti gli appuntamenti internazionali previsti nella capitale sono stati cancellati, dalla celebre fiera del fumetto (il Tokyo Anime Fair che doveva iniziare il 24 marzo) ai campionati mondiali di pattinaggio che invece dovevano iniziare oggi. La Svizzera ha spostato la sua ambasciata dalla capitale a Osaka, per far star tranquilli i suoi diplomatici. Tutto esaurito negli alberghi del sud, il più lontano possibile dalla centrale in panne.
Chi è rimasto nella città, s’inventa dei piccoli rituali per esorcizzare a paura: un cucchiaino di alghe nori al giorno, si dice, protegge la tiroide, due docce al giorno lavano via potenziali contaminazioni. Anche la dimensione religiosa, da molti anni messa da parte in un paese fortemente secolarizzando, sta ritrovando il suo spazio nei tempi shintoisti, spesso nascosti dietro i grattacieli.
Ma a Tokyo il sentimento prevalente, in tutti, è l’attesa, unita a un certo fatalismo. E’ la filosofia del «shikata ga nai», del ‘non ci si può fare niente’, perché ci sono eventi a cui la volontà umana non può opporsi. Anche per questo, forse, mille persone in corteo a Shibuia, in forndo, non erano poi così poche.
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager
Questo è quanto successo anche a tre curdi del CARA di Gradisca. E pare che entro la prossima settimana vogliano vuotare tutto il CARA.
MOBILITIAMOCI!!!!!
da La Repubblica
L’ODISSEA DEI RIFUGIATI
Portati a Mineo i richiedenti asilo di tutta Italia
Risposta all’ondata migratoria su Lampedusa
Per trovare nuovi spazi agli immigrati approdati nell’isola, il ministero dell’Interno sta svuotando tutti i CARA (i Centri di Accoglienza per Richiedentti Asilo). Concentrando però tutti in Sicilia si esautorano di fatto le Commissioni territoriali dislocate nelle regioni che svolgono le indagini sulle richieste d’asilo
di CARLO CIAVONI

ROMA – “Tutti in Sicilia. Tutti nel villaggio della solidarietà, a Mineo”. Provincia di Catania. L’operazione-svuotamento dei CARA (i centri di accoglienza per richiedenti asilo) è cominciato stamattina in tutta Italia. La speranza – annunciata – del ministro Maroni è creare così nuovi spazi per fronteggiate l’ondata di sbarchi a Lampedusa. La decisione di sistemare nel luogo che, fino al 31 dicembre scorso, era occupato dai militari della base NATO, riguarda le persone che nel corso del tempo sono sbarcate in Italia e che hanno chiesto asilo, in fuga da paesi in guerra, oppure da luoghi dove non esistono le garanzie minime nel rispetto degli elementari diritti umani. Gente ancora in attesa della risposta delle Commissioni territoriali, incaricate di assegnare ad ogni richiedente lo status di protezione internazionale.
Gli arrivi nel Villaggio degli aranci. Con l’arrivo oggi dei primi 200 migranti nel “Villaggio della Solidarietà” Mineo da tutta Italia ha preso il via l’attività del centro, all’interno del quale la Croce Rossa Italiana è presente con 80 persone per garantire assistenza. Nel “Residence degli aranci”, per un decennio hanno vissuto le famiglie dei marines in servizio nella base di Sigonella. “L’accoglienza – spiega Gabriella Salvioni, responsabile del team CRI a Mineo – sarà incentrata sulle necessità delle persone ospiti del villaggio. Mettiamo a loro disposizione beni di prima necessità, un ambulatorio attrezzato, un servizio di lavanderia e aree giochi per bambini, se ce ne saranno”. Ci sono 101 case per un totale di 404 unità abitative e una capienza complessiva di circa 2.000 persone, dicono a Palermo, negli uffici del Prefetto Giuseppe Caruso, commissario straordinario per l’immigrazione. Le case, che ospitavano famiglie con 4-5 persone, sono state riallestite con un maggior numero di letti, per ospitare gli immigrati.
Che fine fanno le Commissioni territoriali? La scelta del governo pone però subito diversi problemi. Prima di tutto solleva la questione del ruolo che dovranno svolgere le Commissioni territoriali, da ora in poi esautorate, per ragioni evidenti. Se infatti tutti i richiedenti asilo verranno sistemati in un unico luogo, spetterà soltanto alla Commissione territoriale di Siracusa (non di Catania, nella provincia della quale Mineo fa parte) gestire le inchieste che riguardano i richiedenti asilo. Questo, inevitabilmente, finirà per complicare le cose. Intanto, ritarderà i tempi di accertamento e inoltre, i casi di ricorso andranno ad aggravare il lavoro dei Tribunali della zona.
L’obiezione dell’UNHCR. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – ha già sollevato il problema con il ministro Maroni. “Un elemento positivo della legge Bossi-Fini che istituiva le Commissioni territoriali – dice Laura Boldrini, portavoce dell’UNHCR – era appunto il loro decentramento, sia nell’intento di ridurre i tempi di attesa che nell’avere un minore impatto sul territorio. Il sistema decentrato, dunque è stato una conquista, che adesso rischia di vanificarsi. Far convergere tutto a Mineo – ha aggiunto la portavoce dell’UNHCR rimette in discussione l’assetto del sistema di asilo. Ribadiamo, dunque, anche sulla base della nostra esperienza, la certezza che il miglior approccio sia quello di avere centri più piccoli, capaci di consentire una migliore gestione delle pratiche. La soluzione di Mineo, dunque, ancorché luogo gradevole, rivelerà grossi limiti anche rispetto alla procedura d’asilo”.
Il Consiglio Italiano Rifugiati. “Si tratta di una decisione presa in condizioni di assoluta urgenza e senza alcuna pianificazione con le autorità locali – si legge in un comunicato del CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati)- oltre tutto, la Croce Rosa Italiana, ente gestore dei CARA, ha saputo solo ieri nel pomeriggio del trasferimento e il Prefetto di Roma, alle 18 di ieri sera, non aveva avuto alcuna comunicazione ufficiale. Ricordiamo – si legge ancora – che è la Prefettura legalmente responsabile per l’accoglienza dei richiedenti asilo e i loro trasferimenti”.
“Fuori dalla legge”. Il CIR aggiunge inoltre che questi trasferimenti avvengono “al di fuori del quadro normativo in vigore. Come possono le persone opporsi contro un trasferimento se non hanno neanche in mano un pezzo di carta che lo inquadra? In che modo possono invocare i propri diritti se neanche capiscono cosa sta succedendo?”, si domanda Christopher Hein direttore del CIR. “Inoltre dobbiamo essere chiari su un punto: oggi da Roma non abbiamo assistito a trasferimenti volontari. Su tutti i richiedenti asilo pesava infatti la minaccia della revoca delle misure di accoglienza che inficia in maniera sostanziale il concetto di volontarietà.” conclude Hein.
“Sospendete i trasferimenti”. Il CIR chiede che vengano immediatamente sospesi i trasferimenti di richiedenti asilo verso Mineo. “I rifugiati non sono pacchi postali: non si possono spostare persone che hanno contatti col territorio o procedure di asilo avviate. Abbiamo saputo di casi a Crotone di persone che avrebbero avuto l’audizione in Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato a distanza di due giorni e che sono dovuti partire. Che succederà della loro domanda? Quanto dovranno ancora aspettare? E quanto costerà, in termini anche di risorse economiche, questo inutile e dannoso trasferimento di persone?”, domanda Chirstopher Hein.
Le proteste a Roma. Dal CARA di Roma, a Castelnuovo di Porto, sono partire 29 persone. La lista arrivata ieri dal Ministero dell’Interno contava 55 persone ma, dopo la segnalazione di “casi vulnerabili” da parte di alcune associazioni, la lista definitiva si è ridotta a 43 richiedenti asilo. Stamane solo in 29 hanno deciso di accettare il trasferimento, gli altri non si sono presentati alla chiamata ed altri “casi vulnerabili” sono stati ulteriormente individuati. Nella mattinata, dopo lo sgombero di Castelnuovo di Porto, i militanti di numerose associazioni che difendono i diritti degli immigrati in fuga da guerre e calamità (Yonigro, Epson, Laboratorio 53, Senza Confine….) hanno animato una manifestazione davanti alla Prefettura della capitale. Una delegazione è stata ricevuta dal capo di gabinetto del Prefetto, al quale è stato chiesto di interrompere i trasferimenti. Un nuovo incontro, ma con il Prefetto, è previsto per domani.
Intanto a Lampedusa… L’isola è allo stremo delle forze. Sono letteralmente stipati circa oltre 5mila immigrati. Mancano acqua potabile e cibo. Le persone venute dal mare dormono per terra, all’aperto, spesso in mezzo alla spazzatura, che aumenta a vista d’occhio e che i sistemi di raccolta dell’isola non riescono più a smaltire, per la popolazione che è letteralmente e improvvisamente raddoppiata. Racconda il sindaco Dino De Rubeis: “Il rischio di un’epidemia non è poi un’ipotesi remota: non hanno acqua per lavarsi, né vestiti per cambiarsi. Trascorrono la giornata all’aperto e di notte dormono all’addiaccio”. Un allarme che invece Pietro Bartolo, direttore del Poliambulatorio dell’isola e nominato coordinatore delle attività sanitarie per l’emergenza, precisa. “Da un punto di vista prettamente sanitario – spiega – la situazione è sotto controllo. Nelle persone esaminate abbiamo riscontrato solo casi di ipotermia, disidratazione, assiderazione, ma non patologie importanti. Occorre tuttavia procedere al più presto ai trasferimenti”.
La denuncia di Lega Ambiente. “L’isola non diventi un carcere a cielo aperto. Continuare a trattenere oltre 5.000 persone su uno scoglio di venti chilometri quadrati, completamente dipendente dalla terraferma per ogni forma di approvvigionamento, non può essere frutto di superficialità o incompetenza. Questa scelta appare, piuttosto, come una strategia precisa, volta a scaricare sull’isola e sui suoi abitanti, che finora hanno resistito con dignità e solidarietà, le situazioni di disagio, calpestando la dignità e i diritti dei migranti”. Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, commenta la situazione in corso a Lampedusa.
(22 marzo 2011)
Dal Messaggero Veneto del 23/03/11
Gradisca, restano in carcere gli 8 arrestati nella rivolta di domenica sera al Cie
Restano in carcere gli 8 immigrati clandestini arrestati domenica sera nel corso della rivolta scoppiata nel Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d’Isonzo. Per tutti, infatti, ieri mattina è stata disposta la custodia cautelare in attesa del processo. Ieri, intanto, giornata di relativa calma nel Cie isontino, dove già la prossima settimana dovrebbe essere ripristinata la “zona verde” che, attualmente oggetto di lavori di adeguamento, consentirà di recuperare 5 stanze, per complessivi 44 posti. Al momento restano due le camere agibili, con una capacità di 16 posti a fronte di una presenza di circa 80 immigrati, gran parte dei quali ancora sistemati nei corridoi. Un aumento della capienza che, tuttavia, non renderà la struttura idonea all’accoglimento di altri immigrati. Prime partenze, invece, dal Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo), da dove ieri pomeriggio sono stati trasferiti i primi tre immigrati con destinazione il villaggio di Mineo (Catania). (ma.ce.)
Marzo 17th, 2017 — Internazionale
L’Anti Undici Settembre
di Serge Quadruppani
Non condivido l’interpretazione dietrologica delle rivoluzioni arabe. Quella tunisina e quella egiziana non sono rivoluzioni controllate dagli Stati Uniti. Della Tunisia gli americani se ne infischiano, e se fossero stati in grado di controllare una rivoluzione in Egitto, per affidare il potere all’esercito avrebbero potuto molto più semplicemente far deporre direttamente Mubarak dall’esercito, senza passare da piazza Tahir.
Mi pare un grosso sbaglio non riconoscere l’irruzione della novità nella Storia, e vedere sempre complotti dietro i movimenti popolari, vedere sempre la mano dell’America e dell’Occidente dietro tutti gli eventi. L’America non è più il Grande Satana di una volta, ha un sacco di guai, ci sono altre potenze in ascesa – tra cui Cina e Russia – mentre l’America è irrimediabilmente in discesa, coi freni rotti fin dalla crisi dei fondi Subprimes.
Con le rivoluzioni arabe (che non sono finite) stiamo vivendo un “anti 11 settembre”, cioè un momento di apertura all’iniziativa dal basso. Che l’Occidente e tutte le potenze del mondo stiano cercando di controllare questo momento è ovvio (benché non significhi che ci stiano riuscendo). Che questo momento adesso sia minacciato dall’intervento delle potenze occidentali (col buffone Sarkozy sciabola in mano) è altrettanto ovvio.
L’intervento internazionale è una sconfitta della rivoluzione libica, perché gli insorti hanno dovuto chiedere protezione (cosa che non avevano fatto le prime settimane) a quegli stessi poteri internazionali che fino a ieri con Gheddafi avevano trafficato petrolio e contenimento dei migranti.
Di certo non è bello, come non sarebbe bello per me, che odio la polizia in generale e i poliziotti in particolare, chiedere aiuto ai poliziotti se fossi aggredito per strada da un pazzo armato, ma lo farei lo stesso.
In questo momento cosi complesso però, limitarsi a vedere soltanto la mano dei potenti, sempre e dappertutto, sarebbe vetero antimperialismo anni 70 che si rifiuta di cogliere i cambiamenti in corso ormai da decenni, tra cui il tramonto lento ma sicuro dell’America.
Pubblicato Marzo 22, 2011 01:21 AM | TrackBack
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Marzo 17th, 2017 — Tracciati FVG
Comunicato veloce
Le indicazioni di voto dei No Tav sono affermazioni arbitrarie di Pastorutti sostenuto più o meno dall’area di Rifondazione e Comunisti Uniti
Tutti i libertari presenti nei Comitati continueranno a praticare l’astensionismo in qualsiasi occasione
Paolo De Toni – San Giorgio di Nogaro

Messaggero Veneto del 23/03/11
Alta velocità, Gorizia rischia l’isolamento
In consiglio provinciale Gherghetta contro Romoli sul raccordo di Ronchi «Bisogna cancellarlo, assomiglia a una mulatteria tra due autostrade
GORIZIA Il raccordo ferroviario Ronchi nord-Ronchi sud deve essere smantellato. Una scelta tecnica, quella che Rfi ha inserito nel progetto preliminare dell’Alta velocità/alta capacità per il tratto Trieste-Venezia, che trova d’accordo il presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta. Una posizione, quella del capo dell’esecutivo provinciale isontino, in netto contrasto con le rimostranze presentate contro il progetto non solo dal sindaco di Gorizia, Ettore Romoli, ma anche dallo stesso Partito democratico, di cui Gherghetta fa parte. «Per evitare l’isolamento del capoluogo dalla rete ferroviaria regionale è necessario individuare altre soluzioni tecniche – ha spiegato ieri nel corso della seduta del consiglio provinciale convocata proprio con l’obiettivo di sviscerare la questione Tav -. La bretella di Ronchi, inadeguata al traffico passeggeri, insiste peraltro a poche decine di metri dalle abitazioni, con tutti i potenziali rischi del caso per l’incolumità umana», ha specificato Gherghetta, ricordando la strage di Viareggio, che nel 2009 costò la vita a 33 persone. Il progetto di Rfi prevede come primo step un investimento da 175 milioni di euro per rendere più funzionale il bivio di San Polo: «Ed è pertanto impensabile che venga mantenuto un raccordo che avrebbe una funzione assimilabile a quella di una mulattiera che collega due autostrade», ha rimarcato il presidente della giunta provinciale. Critica l’opposizione, che con il consigliere Dario Baresi (Udc), ha ribadito la necessità di mantenere la bretella «per evitare di condannare Gorizia all’isolamento ferroviario». Il tratto in questione si snoda per due chilometri su un unico binario elettrificato ed è stato costruito nel corso della prima guerra mondiale per collegare la linea Cervignano-Aquileia-Grado con la Udine-Trieste. Nel corso della seduta dell’assemblea provinciale, la maggioranza ha presentato un ordine del giorno con cui si chiede «una radicale revisione delle soluzioni tecniche oggi previste per la quadruplicazione della tratta tra Bivio San Polo e Bivio Aurisina, con interventi che non siano impattanti sul territorio del Carso, privilegiando percorsi che si affianchino a quelli esistenti». L’assemblea provinciale, facendo proprie le osservazioni presentate dai sei Comuni toccati dal progetto dell’Alta capacità, ha inoltre richiesto l’istituzione di un tavolo istituzionale permanente, sotto l’egida della Regione, che segua l’iter progettuale e dei lavori. Christian Seu
I comitati: votate le liste contrarie alla Tav
Gli ambientalisti scendono in campo in vista delle amministrative del 15 maggio E criticano Riccardi: «Il coinvolgimento locale si è ridotto a un solo incontro»
ECCO I comuni interessati
In dieci andranno alle urne
Lungo il tracciato della linea della Tav Venezia-Ronchis sono molti i comuni che andranno al voto per il rinnovo del consiglio comunale: la compagine che vincerà la tornata elettorale avrà sul tavolo il “problema” del passaggio sul proprio territorio dell’Alta velocità/Alta capacità, trovandosi ad affrontare tutte le polemiche ad essa correlate. I comuni interessati sono Latisana, Ronchi, Palazzolo dello Stella, Porpetto, Torviscosa, Bagnaria Arsa, Palmanova, Ruda e Villa Vicentina.
PORPETTO I Comitati No Tav della Bassa friulana “affilano le armi” e scendono in campo per le amministrative del 15 maggio, invitando i cittadini dei comuni coinvolti dal tracciato della Tav a votare quelle liste i cui programmi elettorali conterranno una chiara opposizione alla realizzazione della Av/Ac nella Bassa friulana. «In vista delle prossime elezioni amministrative- ribadisce il portavoce dei No Tav, Giancarlo Pastorutti- i Comitati della Bassa friulana daranno indicazioni di voto a favore delle liste i cui programmi elettorali indicheranno una netta contrarietà alla costruzione della linea della Tav. A questa tornata elettorale saranno particolarmente coinvolti dall’appuntamento al voto i comuni di Porpetto, Torviscosa, Bagnaria Arsa, Palmanova, Villa Vicentina e Ruda. Noi, come Comitati, chiediamo prima di tutto il pieno utilizzo delle linee attualmente esistenti sul territorio, il miglioramento della qualità del servizio, il rinnovamento del materiale rotabile, l’incremento dell’offerta di collegamenti regionali, nazionali e internazionali. Una particolare attenzione deve anche essere dedicata alla manutenzione quale garanzia di sicurezza». Pastorutti ricorda inoltre, che il 30 dicembre scorso è stato presentato ai comuni il Progetto preliminare riguardante la linea Tav Venezia- Ronchi e che lo Studio di Impatto ambientale (Sia) è stato consegnato agli stessi soltanto un mese e mezzo dopo, pertanto non è stato possibile visionarlo con l’attenzione che una simile opera merita. «Il coinvolgimento della popolazione tanto inneggiato dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Riccardo Riccardi, si è ridotto a un unico incontro a Bagnaria Arsa due giorni prima della scadenza dei termini per la presentazione delle osservazioni e solo in alcuni consigli comunali sono state discusse le osservazioni al Progetto. Gli attuali amministratori hanno dimostrato interesse solo nei riguardi delle compensazioni, omettendo ai cittadini la consistente devastazione del territorio, l’impattante cantierizzazione e i costi effettivi dell’opera». L’esponente dei No Tav fornisce inoltre indicazioni in merito al referendum del mese di giugno: «Non vi è dubbio che i Comitati daranno indicazione di voto contro il nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua». Francesca Artico
da Il Piccolo, 23 marzo 2011 — pagina 21
Scontro Romoli-Gherghetta sulla TAV
LO SCONTRO» ANTICHI RANCORI
Dubbi in merito al progetto preliminare della linea Alta velocità-alta capacità per il tratto Venezia-Trieste sono stati espressi ieri sera dal Consiglio provinciale di Gorizia. «Chiediamo – si legge nel testo di un ordine del giorno presentato dalla maggioranza di centrosinistra – una radicale revisione delle soluzioni tecniche oggi previste per la quadruplicazione della tratta tra Bivio San Polo e Bivio Aurisina. Vanno trovate nuove soluzioni commisurate alle reali esigenze trasportistiche, senza interventi impattanti su un territorio dal delicatissimo equilibrio idrogeologico qual è il Carso, privilegiando percorsi che si affianchino a quelli esistenti». L’assemblea provinciale ha inoltre richiesto l’istituzione di un tavolo istituzionale permanente, sotto l’egida della Regione, che segua l’iter progettuale e dei lavori. Per Gherghetta inoltre va rivisto il raccordo di Ronchi. di Roberto Covaz Monfalcone non fare la stupida stasera e, se possibilmente, nemmeno nei prossimi mesi. Non sono parole di Renato Rascel ma di Ettore Romoli. Il sindaco di Gorizia è lievemente adombrato da quanto emerge dalle prime battute della campagna elettorale per il sindaco della città dei cantieri. In lizza una mezza dozzina di candidati. Spiccano le determinate Silvia Altran (Pd) e Anna Maria Cisint (Pdl e dintorni). Ma a proporsi come terzo incomodo c’è il “vecchio volpone” socialista Luigi Blasig. Blasig nei primi anni novanta è stato un baluardo del “no” monfalconese all’ospedale unico a Gradisca; il braccio “armato” di Gianpiero Fasola, che a Gorizia non ha bisogno di presentazioni. I due ora sono di nuovo assieme nella lista CambiAmo Monfalcone che si pone l’obiettivo di beffare nella volata i due schieramenti più accreditati. A far loro da stampelle elettorali il “moroteo dentro” Luciano Rebulla – mica tanto amico di Gorizia – e l’imprenditore Vescovini che fino a qualche settimana fa se ne stava tranquillo all’ombra del Pd e poi, improvvisamente, ha cominciato ad attaccare Pizzolitto e soprattutto Sgarlata e l’assoindustriali di Gorizia. Ora si capisce il perché. Insomma, CambiAmo Monfalcone proietta un orizzonte di scontri tra il capoluogo e la città dei cantieri. Per Blasig e compagnia essere, lavorare o frequentare Gorizia è un marchio di infamia. Pure per un monfalconese. Di conseguenza se la prendono con Anna Maria Cisint che a Gorizia è di passaggio e da dirigente comunale sta mettendo facendo quadrare un po’ di conticini. Sarebbe un peccato tornare a sbranarsi tra Gorizia e Monfalcone ma va anche detto che certo buonismo di facciata degli ultimi anni è stato ancora peggio. Romoli comincia a rimpiangere perfino Pizzolitto: «Con lui siamo andati d’accordo, soprattutto sulla sanità. Il che è tutto dire. Non mi interessa poi molto quanto succederà a Monfalcone, a parte tifare per il centrodestra. Anzi, se può tolga questa frase altrimenti continuano a dire che la dottoressa Cisint…». La dottoressa Cisint non ha bisogno di sponsor, nè di stampelle. Da pallavolista mollava certe schiacciate che non vede l’ora di riprorre in campagna elettorale. Il problema è che Blasig&Co fanno sul serio. Certi discorsi alla convention di presentazione della loro lista mettono i brividi. Gorizia è il loro incubo. Romoli: «Se vogliono tornare agli antichi dualismi facciano pure. Abbiamo visto che bel risultato hanno ottenuto. Mi ricorda la lite dei polli di Renzo. Quello di Manzoni. Io penso che Gorizia e Monfalcone debbano collaborare e parlarsi. Se vogliono lo scontro si accomodino ma siano seri e chiari. Le guerre vanno dichiarate». Blasig ha i baffi delle pubblicità della Birra Moretti ed è un gran sornione. I suoi capelli rossastri sono la brace alimentata dai soffioni boraciferi di Fasola, il quale è l’unico coerente della compagnia: per lui Gorizia dovrebbe essere provincia di Lunezia, quella regione inventata da Cavour e sparita subito dopo la sua prematura morte. Rebulla, già Rebulla. Tanto sarebbe da raccontare sull’ex Sottosegretario e forse qualcuno ci sta già pensando. Infine, Vescovini. Almeno lui è un imprenditore che rischia e ha il diritto di dire ciò che vuole. Magari Vescovini potrebbe regalare a Gorizia una partita di viti e bulloni prodotti dalla Sbe, di cui è proprietario. Servirebbero per mettere in sicurezza quello sgangherato raccordo ferroviario Ronchi Sud-Ronchi Nord che il Monfalconese vuole sopprimere e il Goriziano vuole mantenere. Romoli: «Spero che passata la campagna elettorale, che mi pare prometta molta animosità, si possa tornare ad interloquire cordialmente e costruttivamente con Monfalcone». Il sindaco non dice che quel brandello di ferrovia (il raccordo tra le due Ronchi) è nelle mani del Pd. Quello Monfalconese lo vuole trasformare in pista ciclabile, quello goriziano lo vuole salvare. Paradossi della politica: Romoli (e Gorizia) sono nelle mani del Pd. Fine della prima puntata, ma niente paura che ne avremo da scrivere.
Marzo 17th, 2017 — Guerre
Sabato Iniziativa Libertaria e CSPN (Collettivo Studentesco Pordenone) scendono in piazza contro la guerra colonialista della NATO e dell’ONU, per chiedere Pace e Libertà per il Popolo Libico!
E’ partita l’ennesima guerra travestita da “missione umanitaria” per spartirsi le risorse energetiche di cui l’Italia è la prima interessata ! Il despota Gheddafi, ottimo interlocutore fino a pochi mesi prima, è ora un peso da sbarazzarsi per ridefinire giochi di potere in un’area strategica per i contendenti in seno alla NATO. Come sempre accade le prime vittime saranno le popolazioni che da quasi un anno stanno rivoltandosi contro capi di stato “fantoccio” in tutto il medio-oriente.
Le potenze occidentali,come avvoltoi, sono spettatori o attori di questi focolai pronti a intervenire dove e quando “serve” ovviamente portando la “pace” a suon di bombe e propaganda!
FERMIAMO IL MASSACRO UMANITARIO, SOLIDARIZZIAMO CON LE RIVOLTE CHE CHIEDONO DIRITTI E LIBERTA’!!
LA PRIMA VITTIMA DELLA GUERRA E’ LA VERITA’ (Eschilo)
ORE 16, PIAZZA XX SETTEMBRE, PORDENONE!
PARTECIPA E FAI PARTECIPARE!
Leggi il comunicato di un anarchico libico
Leggi l’articolo del Messaggero Veneto
Marzo 17th, 2017 — Nocività
Messaggero Veneto del 24/03/11
GORIZIA La sentenza del maxi-processo per le morti causate dall’esposizione all’amianto negli stabilimenti Fincantieri di Monfalcone potrebbe essere pronunciata dal giudice monocratico del Tribunale di Gorizia, se non si registreranno intoppi, esattamente fra un anno, vale a dire nella primavera del 2012. Questa stima temporale è stata formulata, ieri mattina, dal procuratore capo di Gorizia, Caterina Ajello, che a un anno dalla prima udienza dibattimentale ha tracciato un bilancio del procedimento, che vede imputate 47 persone (si tratta perlopiù di dirigenti che si sono succeduti nell’amministrazione e direzione del cantiere monfalconese) con l’accusa di omicidio colposo o lesioni colpose aggravate ai danni dei lavoratori. Le parti offese sono al momento 87, ma la magistratura goriziana indaga su altri 299 casi legati a malattie professionali (mesoteliomi, tumori polmonari, asbestosi) contratte a causa dell’esposizione alla fibra-killer nei cantieri navali, ma non solo: «Non è escluso che nei prossimi mesi possano arrivare nuovi rinvii a giudizio», conferma il procuratore capo, affiancata dai sostituti procuratori Valentina Bossi e Luigi Leghissa, che coordinano le indagini condotte grazie all’ausilio di una task force appositamente costituita e composta da cinque carabinieri (tra cui anche gli esperti del Nas), due agenti della Polizia e due tecnici messi a disposizione dall’Azienda sanitaria isontina: a questi si aggiunge, è bene precisare, un team di dieci consulenti scientifici nominati dalla Procura della Repubblica del capoluogo isontino. Oltre ai 150 faldoni che contengono le prove documentali, a disposizione degli inquirenti figura anche un’accurata ricostruzione fotografica relativa agli stabilimenti cantieristici di Monfalcone. Ricostruzione fotografica che risulta composta da ben 20 mila scatti risalenti all’epoca a cui si riferisce il procedimento. Nel corso delle trenta udienze svolte finora e presiedute dal presidente del Tribunale, Matteo Trotta, sono stati esaminati duecentotestimoni tra lavoratori dei cantieri e familiari: per completare la fase dibattimentale ne restano da ascoltare altri duecentocinquanta. Da ricordare, infine, che i processi aperti dinanzi al Tribunale del capoluogo isontino in relazione ai decessi per amianto hanno già portato a una prima sentenza, nel 2008. Christian Seu
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager
Mercoledì 23 marzo. Ieri vi abbiamo raccontato della deportazione a Mineo dei primi tre richiedenti asilo provenienti dal CARA di Gradisca. Gli altri, blanditi con promesse di casa e lavoro, si stavano abituando all’idea del prossimo trasferimento. Oggi, all’improvviso, è arrivato il contrordine “non partite più”.
I media stanno diffondendo la notizia che il governo avrebbe fatto marcia indietro, rinunciando a concentrare a Mineo tutti i residenti asilo ospitati nei CARA. Oggi hanno cominciato a trasferire i 600 tunisini, imbarcati ieri dalla S. Marco, al “Residence degli aranci”.
Sempre oggi sei voli speciali da cento persone l’uno sarebbero partiti da Lampedusa.
Per quale ragione il governo avrebbe attuato un così rapido cambiamento di rotta?
È possibile che sia stata una questione di tempo.
Le operazioni di trasferimento dai CARA a Mineo stavano andando a rilento: in alcune località, come Roma, la resistenza dei richiedenti asilo e delle associazioni antirazziste stava mettendo i bastoni tra le ruote al ministero dell’Interno. Sul piano istituzionale il presidente della Regione Puglia, Vendola, ha scritto a Maroni denunciando le condizioni disumane in cui avvenivano i trasferimenti dal CARA di Bari a Mineo.
Nel frattempo la situazione a Lampedusa, già grave, stava diventando esplosiva, rendendo difficile tergiversare ancora.
Ancora non è chiaro lo status dei tunisini portati a Mineo: con ogni probabilità saranno considerati clandestini.
L’ambiguità deriva dalle dichiarazioni dello stesso ministro, che ha detto chiaramente che solo i libici hanno diritto a chiedere asilo, mentre i tunisini sono immigrati illegali. Tuttavia sinora la struttura di Mineo ha funzionato come centro per richiedenti asilo. La trasformeranno in un CIE?
Un richiedente asilo, trasferito negli ultimi giorni al “residence degli aranci” da una delle tante strutture della penisola, si è messo in contatto con gli antirazzisti della zona da cui proveniva. Ha raccontato che la situazione è molto tesa: alcuni sarebbero fuggiti, altri hanno inscenato proteste.
Un quadro che potrebbe complicarsi quando la struttura raggiungerà la massima capienza. D’altro canto al ministero dell’interno sono criminali ma non stupidi: immaginavano sin troppo bene che bomba avrebbero innescato concentrando a Mineo duemila tunisini.
Per questo hanno cercato sino all’ultimo di evitarlo.
tratto da senzafrontiere
Marzo 17th, 2017 — Nucleare
da Il Piccolo
Guasto a Krsko e il reattore si spegne
Piccolo incidente alla centrale dovuto a un difetto di trasmissione nell’elettrodotto verso Zagabria
di Stefano Giantin
BELGRADO. Piccolo incidente alla centrale di Krsko, senza conseguenze sull’ambiente, ma dall’impatto psicologico ancora non calcolabile dopo l’allarme sul nucleare causato dalla tragedia di Fukushima.
Alle 10.30 di ieri, il reattore dell’impianto sloveno si è spento automaticamente per motivi di sicurezza. La causa, un difetto di trasmissione nell’elettrodotto a 380 chilovolt che dalla centrale porta l’elettricità verso Zagabria e la Croazia. «Non ci sono stati rischi di emissioni di radiazioni», ha subito tranquillizzato la portavoce della centrale di Krsko, Ida Novak Jerela. «Il fatto che l’impianto si sia spento automaticamente significa che tutti i sistemi di sicurezza hanno funzionato nel migliore dei modi. E non ci sono stati rischi per l’ambiente», ha aggiunto il direttore di Krsko, Stane Rozman. Già alle 12.15 – secondo quanto riporta il sito web dell’impianto nucleare – sarebbe stata dichiarata la fine dello stato d’emergenza. I tecnici stanno ora analizzando le cause del problema – forse provocato da un errore nel sistema informatico – prima di dare luce verde alla riattivazione della centrale. Si prevede un’interruzione nella produzione di elettricità per almeno 24 ore.
La centrale di Krsko, di proprietà congiunta sloveno-croata, è stata costruita nel 1983 con tecnologia americana della Westinghouse. Copre circa il 20% del fabbisogno energetico sloveno e il 15% di quello croato. Nel 2008, Krsko aveva allarmato l’intera Europa dopo che una fuga di acqua usata per il sistema di raffreddamento aveva fatto temere un incidente di più serie dimensioni.
Come nel caso di ieri, anche nel 2008 il problema era stato classificato di «grado zero» sulla scala INES che misura la gravità degli incidenti nelle centrali nucleari. Nonostante le ripetute rassicurazioni su Krsko da parte del governo sloveno, la centrale è nel mirino di ambientalisti e politici, soprattutto in Italia e Austria. A Vienna sono in molti a chiederne l’immediato stop perché la centrale è stata costruita in zona sismica e sarebbe dotata di una tecnologia obsoleta. E a fare pressioni su Lubiana perché rinunci all’obiettivo del raddoppio della centrale previsto per il 2013. Dopo questo «incidente minore», è certo che il fronte anti-nucleare e anti-Krsko troverà nuova linfa e nuovi argomenti.
Marzo 17th, 2017 — Internazionale
north africa | imperialism / war | opinion/analysis
Thursday March 24, 2011 21:43
by Saoud Salem – (anarchico libico) 
“Faccio appello a tutti i popoli perché ci sostengano: faccio appello agli Egiziani, ai Tunisini, ai Francesi, persino ai Cinesi, a tutti i popoli del mondo, perché siano benvenuti il loro appoggio e la loro solidarietà.”
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I segni della sconfitta della rivoluzione in Libia
Tra poche ore, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deciderà di dare inizio agli attacchi aerei contro la Libia. La Francia è già pronta stanotte.
Condanniamo questa risoluzione internazionale. E respingiamo totalmente ogni intervento straniero in Libia, da qualsiasi parte, e specialmente quello francese. Quella Francia, che ha venduto a Gheddafi armi per un valore di miliardi, armi che ora vengono usate per colpire i libici, quella stessa Francia che ha continuato a fare affari con Gheddafi fino a 3 settimane fa.
Noi condanniamo questo intervento che trasformerà la Libia in un inferno peggiore. Si tratta di un intervento che ruberà la rivoluzione agli stessi libici, una rivoluzione che sta costando loro migliaia di morti fra uomini e donne.
E’ un intervento che dividerà la stessa resistenza libica.
Ed anche se queste operazioni riuscissero a far cadere Gheddafi (o ad ucciderlo) come fu per Saddam Hussein, vorrà dire che dovremo agli Americani ed ai Francesi la nostra libertà e possiamo stare sicuri che ce lo ricorderebbero ogni istante.
Come possiamo accettare questa situazione? Come spiegheremo tutte queste vittime alle generazioni future e tutti quei cadaveri ovunque?
Essere liberati da Gheddafi solo per diventare schiavi di coloro che lo hanno armato e lo hanno sostenuto in tutti questi anni di violenza e di repressione autoritaria?
Dopo il primo errore – aver militarizzato la rivoluzione popolare – stiamo commettendo il secondo errore: l’istituzione di una nuova dirigenza o di figuri che provengono dai resti del regime libico della Jamahiriya. Ed il nostro terzo errore si sta realizzando inevitabilmente: chiedere aiuto ai nostri nemici. Spero solo che non commetteremo anche un quarto errore, e cioè l’occupazione e lo sbarco dei marines.
Sarkozy e la Francia sono nostri nemici; e lo sono anche di tutto il Terzo Mondo. Non nascondono il loro disprezzo nei nostri confronti. A Sarkozy importa solo di essere ri-eletto l’anno prossimo.
L’uomo che ha organizzato l’incontro tra Sarkozy ed i rappresentanti del consiglio nazionale ad interim non è altri che Bernard-Henri Lévy, un filosofo ciarlatano, e per coloro che non lo conoscono, si tratta di un attivista sionista francese che si impegna strenuamente a difesa di Israele e dei suoi interessi. Costui è stato visto recentemente in Piazza Tahrir per vigilare che i giovani rivoluzionari non se la prendessero con Israele.
Cosa possiamo dire delle bombe che arrivano?
Che esse non sanno distinguere tra chi è pro-Gheddafi e chi è contro.
Le bombe colonialiste, come ben si sa, hanno il solo scopo di difendere gli interessi dei commercianti di armi. Costoro hanno venduto armi per miliardi ed ora ne chiedono la distruzione… Poi noi compreremo altre armi col nuovo governo ed è una vecchia storia che si ripete. Ma ci sono persone che non sanno imparare senza commettere gli stessi vecchi errori di sempre.
Credo sia tutto molto chiaro: si tratta di un vero errore strategico, un errore che il popolo libico pagherà forse per anni. Forse per un tempo persino più lungo del governo di Gheddafi e della sua famiglia.
Mi appello oggi, in queste ore prima che la Libia comincia a bruciare come una nuova Baghdad, a tutti i libici, a tutti gli intellettuali agli artisti, ai laureati, a chi sa scrivere ed a chi è analfabeta, alle donne ed agli uomini, affinché rifiutino questo intervento militare di USA, Francia, Gran Bretagna e dei regimi arabi che sostengono. Al tempo stesso faccio appello a tutti i popoli perché ci sostengano: faccio appello agli Egiziani, ai Tunisini, ai Francesi, persino ai Cinesi, a tutti i popoli del mondo, perché siano benvenuti il loro appoggio e la loro solidarietà.
Ma per quanto riguarda i governi, tutti i governi, noi non gli chiediamo niente, se non di lasciarci in pace, di lasciarci risolvere il problema con Gheddafi per conto nostro.
Saoud Salem
anarchico libico
Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali
17 marzo 2011
Link esterno: http://saoudsalem.maktoobblog.com/1619397
Marzo 17th, 2017 — Inceneritori
Tutta la zona della Pedemontana pordenonese è interessata ad un processo, già in atto da alcuni decenni d’industrializzazione, che si sta pericolosamente avvicinanado alla montagna. Tanto che hanno già deciso di abbattere una montagna di 763 mt solamente per fare spazio ad un cementificio.
Oltre al deturpamento del paesaggio, del furto di spazio alla comunità locale, c’è il dissesto ecologico che ne consegue.
Abbattere una montagna significa modificare un sistema di correnti d’aria, scambi tra zone più fredde e più calde, che sono parte di quel sistema di boschi, fiumi, prati, persone, che viene condannato. Siamo sicuri che tutto ciò non comporterà il dissesto idrogeologico, siamo sicuri di non ritrovarci tra alcuni anni con smottamenti, frane, vite umane messe a repentaglio?
In nome di quale progresso la Val Vajont è tristemente nota?
Il fantomatico sviluppo industriale aveva già portato un cementificio proprio ai piedi della collina su cui si trova l’abitato di Fanna. Poi decidono di metterci un termovalorizzatore per alimentare il cementificio, e produrre così il “cemento sostenibile” (Sigh!), perché è prodotto dalla combustione di rifiuti, ma non rifiuti come gli altri, di “Qualità”.
I CDR-Q, sono i rifiuti solidi urbani, addizionati con gli scarti di quell’industria automobilistica, tristemente nota alle cronache, con il caso Fiat. Infatti i rifiuti solidi urbani sono addizionati di pnumatici. Un famoso chimico francese nell’800 scoprì che nulla si crea e nulla di distrugge ma tutto si modifica. Che fine fa il residuo della combustione? Perché molta parte degli studi scientifici riferiti alle polveri sottili (nanopolveri e micropolveri) che le descrivono come pericolose in quanto insidiose anche a lungo raggio nel tempo sono completamente estromessi come base documentale dagli organi “competenti” in fatto di agibilità ambientali?
I cittadini di Fanna hanno iniziato a chiedere dei chiarimenti all’amministrazione pubblica esponendo le loro istanze: si sono rivolti al comune, alla regione, all’Arpa e sono rimasti inascoltati.
Un copione già visto e che si ripete inesorabile sancendo quale ruolo abbiano davvero i cosiddetti “cittadini” e la “società civile”: quello di cavie!
Questa è la democrazia rappresentativa, rappresentativa sicuramente degli interessi di pochi a scapito dei più!
Quale progresso, quale sviluppo se ipotechiamo il nostro futuro? Riempirsi la bocca di sicurezza per metterci le fabbriche dei veleni sui davanzali di casa, mentre si finanziano le ronde padane? Tutto questo rappresenta la profonda crisi di un sistema di gestione politica demagogica, populista e autoritaria.
Uscire da questa farsa elettorale bipartisan è possibile solo con il mutuo appoggio, tramite l’autogestione della comunità, che liberamente si esprime in forme di autogoverno, fondato sullo scambio, la relazione non gerarchica e opportunistica tra le persone, il mutualismo, la solidarietà attiva. In alcune parti d’Italia come a Spezzano Albanese o San Lorenzo del Vallo, dal basso, tramite la creazione della Federazione Municipale di Base, includendo abitanti, cooperative, artigiani e associazioni sono riusciti a creare un vero e proprio contropotere costringendo il comune a scornarsi su ogni minimo tentativo di depauperare il territorio, specularci e svenderlo e progettando un vivere diverso.
Ed è proprio nelle lotte ambientali ed ecologiste che appare quanto profonda sia la crisi dell’organizzazione gerarchica del potere. Le persone chiedono di partecipare alle scelte politiche del proprio territorio, di essere attivi costruttori del proprio futuro; a Terzigno hanno bloccato più di una discarica bruciando le schede elettorali, strumento di spartizione di mafie e priveligi al sud ed ancora a in Val Susa, al Nord, stanno bloccando la TAV plurimilionaria e devastatrice da almeno 15 anni.
Non un partito né un’istituzione è riuscita a difendere donne, uomini, famiglie e figli, solo l’unione, la determinazione e l’azione diretta della gente del posto. Anche in Friuli è giusto spezzare questa cappa di rassegnazione che accompagna la cultura e l’immaginario di questi territori:
se non ora quando? Se non noi chi?
INIZIATIVA LIBERTARIA