CIE DI GRADISCA: cento immigrati e appena otto letti

Da Il piccolo del 01/03/11


Gradisca, l’inferno del Cie: cento immigrati e appena otto letti

Sempre più difficile garantire la sicurezza nel centro dimenticato da tutti. Rivolte continue per tentare l’evasione, danni per milioni alle strutture. Il presidente della Provincia Enrico Gherghetta: “E’ un lager”

di Giovanni Tomasin

GORIZIA Il vento rivoluzionario che ha rovesciato i regimi dittatoriali del Nordafrica ha svelato una volta per tutte l’inefficienza del sistema para-carcerario che l’Italia ha adottato per la gestione dei clandestini: e mentre i riflettori sono puntati su Lampedusa, al Cie di Gradisca è scoppiato l’inferno.

Nell’indifferenza pressoché totale della politica e dei media nazionali, il centro è teatro di avvenimenti drammatici. Nei giorni scorsi i profughi tunisini, spediti in fretta e furia nell’Isontino, hanno generato un’escalation di rivolte che hanno quasi definitivamente distrutto la struttura. Domenica notte, dopo l’ennesima giornata di disordini, restava agibile soltanto una stanza con 8 posti letto, a fronte di oltre cento trattenuti, accampati nei corridoi con soluzioni di fortuna.

Un disastro che ha creato all’interno del centro una situazione esplosiva per tutte le persone coinvolte: per gli operatori di Connecting People, la società sicula incaricata della gestione, per le forze dell’ordine, afflitte da una drammatica carenza di effettivi, e soprattutto per gli “ospiti” (se vogliamo usare l’eufemismo che li identifica nel linguaggio ufficiale). Nel pieno dell’emergenza il Cie paga una volta di più i criteri poco ortodossi con cui vengono “scelti” i trattenuti: assiepati negli stessi spazi si accalcano famiglie di disperati in fuga dall’Asia centrale e dall’Africa, criminali appena scarcerati in attesa di espulsione, e ora anche i profughi delle rivolte nordafricane.

A questo si aggiunga il mosaico etnico e religioso, un mix esplosivo. Il questore di Gorizia Pier Riccardo Piovesana è in prima linea su questo fronte. Nei loro comunicati anche i sindacati di polizia hanno riconosciuto gli sforzi compiuti da Piovesana per impedire il degnerare definitivo della situazione, e accusano piuttosto Roma di aver ignorato le richieste di sostegno avanzate dalle forze dell’ordine locali. Ma Piovesana assicura che Roma non sta facendo mancare il suo supporto: «I rinforzi del Ministero sono arrivati su mia richiesta – dice il questore, che preferisce non rivelare il numero degli agenti schierati -. Inoltre i dispositivi integrati fanno sì che in caso di emergenza intervengano anche le pattuglie in servizio sul resto del territorio».

Piovesana preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno: «Guardiamo alle cose veramente importanti – dice -: ci sono stati danni materiali, ma non ci sono stati feriti tra i trattenuti, gli operatori e gli agenti. E inoltre non ci sono state fughe». È già un risultato, se si pensa a come vanno le cose nel centro: «I trattenuti danno fuoco alle loro stesse stanze con l’intento di creare confusione – spiega Piovesana -. Vengono fatti uscire dalle camerate e in quel momento tentano l’evasione. Tentano di rendere impraticabile la struttura». Il presidente della Provincia Enrico Gherghetta è perentorio: «L’unica soluzione è chiudere il Cie. Quella struttura costa in media otto milioni di euro l’anno, al netto delle spese per il rimpatrio degli immigrati. Uno spreco colossale che serve soltanto a rabbonire l’opinione pubblica, perché il problema così non lo si risolve. Ho visto persone che dopo dieci anni di galera non erano ancora state identificate, e sono state mandate al Cie. Ci credo che scoppiano le rivolte. Quel posto va eliminato: è un lager».

Trieste: primo marzo 2011

 

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Malgrado la bora non abbia lasciato tregua per tutta la giornata, molti fra migranti e antirazzisti/e solidali si sono ritrovati in via delle Torri, nel pieno centro cittadino, per la manifestazione organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste. Benchè all’inizio fossero previste quattro piazze tematiche, nelle altre piazze sono stati effettuati dei volantinaggi, mentre la maggior parte delle persone si sono riunite in un unico luogo. Qui sono stati fissati gli striscioni e sono stati distribuiti centinaia di volantini ai pochi passanti infreddoliti. Non sono mancati gli interventi, fra cui quello della Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone, che ha ricordato il progetto del governo di deportare tutti i richiedenti asilo che si trovano nei CARA in un’ex-base della NATO a Mineo (Sicilia), contro il quale è necessario mobilitarsi. Inoltre è stato lanciato l’appuntamento di sabato 12 marzo a Gradisca davanti al CIE. Oltre a questo, si è svolta un’azione teatrale, organizzata per l’occasione, che ha saputo catalizzare l’attenzione di tutti i presenti. Nel complesso sono intervenute un centinaio di persone.


per aggiornamenti sulle prossime mobilitazioni del comitato: primomarzotrieste.blogspot.com

 

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TRIESTE: report e foto primo marzo 2011

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Malgrado la bora non abbia dato tregua per tutta la giornata, in molti fra migranti e antirazzisti/e solidali si sono ritrovati in via delle Torri, nella manifestazione organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste. Benchè all’inizio fossero previste quattro piazze tematiche, nelle altre piazze sono stati effettuati solo dei volantinaggi, mentre la maggior parte della gente è confluita in un unico luogo. Qui sono stati fissati gli striscioni e distribuiti centinaia di volantini ai pochi passanti infreddoliti. Non sono mancanti gli interventi, fra cui quello della Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone, che ha ricordato il progetto del governo di deportare tutti i richiedenti asilo che ora si trovano nei CARA in un’ex base NATO situata a Mineo (Sicilia) e ha invitato tutti e tutte a mobilitarsi. E’ stato anche ricordato l‘appuntamento di sabato 12 marzo a Gradisca davanti al CIE. A metà manifestazione si è svolta un’azione teatrale, organizzata per l’occasione, incentrata sul rapporto CIE/prigione, che ha catalizzato l’attenzione di tutti i presenti. Nel complesso sono intervenute un centinaio di persone.

Per aggiornamenti sulle prossime iniziative del comitato: primomarzotrieste.blogspot.com

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Da Il Piccolo del 02/03/11

 

COMITATO PRIMO MARZO

«No al reato di clandestinità e alla sanatoria-truffa»

Anche a Trieste uniti con i migranti per dire no ai Cie, alla sanatoria truffa, per abrogare il reato di clandestinità. Non li ha fermati il gelo di ieri, in via delle Torri: il Comitato Primo marzo, assieme ai Beati costruttori di pace e al Comitato Danilo Dolci, hanno organizzato per il secondo anno la protesta “Un giorno senza di noi”. Senza colf e badanti, senza migranti, uno dei motori dell’economia italiana. A Gradisca la protesta incendia il Cie, a Trieste chiedono la chiusura di tutti i centri. Sugli striscioni, lo sdegno contro la sanatoria delle colf e badanti: “Contributi pagati e permessi negati”. «A Trieste, come in molte città d’Italia, da più di un anno si sta portando avanti la battaglia contro la sanatoria-truffa», spiegano dal Comitato Primo marzo. Nel settembre 2009 in molti avevano visto «una possibilità di emergere dalla loro situazione di “clandestinità”». Perché truffa? «Una doppia truffa – aggiungono i manifestanti -. Perché non era possibile regolarizzare la propria posizione se si aveva un lavoro, ma solo se si lavorava come colf o badante. Nel marzo del 2010 una circolare del capo della polizia comunica che non può essere sanato chi è stato condannato perché, essendo irregolare, non ha lasciato il paese. Oggi, dopo 17 mesi, migliaia di persone attendono di conoscere la loro sorte». (i.gh.)

 

 

1° marzo/ MONFALCONE

Report. Distribuiti volantini per il 12 marzo contro il CIE ed intervento al microfono durante il corteo

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Messaggero Veneto MERCOLEDÌ, 02 MARZO 2011 Pagina 6 – Gorizia

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Affollato corteo per i diritti dei migranti

Contro il razzismo e lo sfruttamento. Ricordata la morte di Ismail Mia

MONFALCONE. Nonostante la forte bora e il freddo pungente, centinaia di persone, tra cui tanti stranieri, hanno sfilato per Monfalcone per manifestare contro razzismo e sfruttamento dei lavoratori migranti. Organizzata dal Comitato 1º marzo, di cui fa parte l’Unione sindacati di base, la manifestazione è partita dalla Fincantieri, ricordando che il 21 febbraio è morto di lavoro il terzo operaio in tre anni, Ismail Mia, di soli 22 anni, ed è giunta in piazza della Repubblica dove i manifestanti si sono fermati per esprimere l’importanza dell’iniziativa, organizzata in concomitanza con la giornata di mobilitazione internazionale in difesa dei diritti dei migranti all’insegna dello slogan “Un giorno senza di noi”. «Facciamo diventare il 1º marzo una giornata importante di lotta, per affermare, senza se e senza ma, i diritti di tutti, per dire che non siamo più disposti a essere merce per i profitti miliardari delle grandi imprese o merce di scambio per la politica e le proprie clientele», hanno affermato gli organizzatori, mentre in corteo si sono visti gli striscioni dell’Associazione carico sospeso-Comitato Cicciarella e uno striscione, tenuto con forza da lavoratori del Bangladesh, in cui si affermava “Adesso basta precarietà e morti bianche e sfruttamento”.
“Tutti i lavoratori, studenti, precari e disoccupati uniti nella lotta in difesa della dignità e della vita – Alla conquista di nuovi diritti sociali universali” è lo slogan che il Comitato ha sostenuto in difesa dei diritti di tutti i cittadini migranti e italiani per la salvaguardia dei posti di lavoro, ma anche dei diritti sociali universali, «sia quelli già conquistati, che oggi sono sotto attacco, sia per la conquista di nuovi diritti universalmente garantiti. Nell’interesse comune occorre lottare sia contro il supersfruttamento di cui oggi, a Monfalcone, Fincantieri è simbolo, sia per i lavoratori».
Tra i partecipanti anche l’assessore ai servizi sociali di Monfalcone, Cristiana Morsolin, e il rappresentante della comunità del Bangladesh, Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark.
«Vogliamo ricordare tutti quelli che hanno perso la vita sul lavoro. Oggi è la prima volta che a Monfalcone si celebra il 1º marzo – ha detto –. Dichiariamo solidarietà a tutti i lavoratori italiani e delle diverse parti del mondo. Chiediamo per tutti sicurezza sul lavoro e chiediamo che gli enti si muovano perché la situazione è inaccettabile. Al Comune di Monfalcone chiediamo che si costituisca parte civile nel processo per la morte di Ismail e ai sindacati e alle Rsu che si costituisca un tavolo per incontri rapidi non solo in occasioni tragiche, ma tutte le volte in cui non vengono rispettati i diritti e le norme di sicurezza».
Tra le richieste del Comitato, l’assunzione di responsabilità di quanto accaduto «a partire dai vertici di Fincantieri e l’assunzione di provvedimenti concreti a partire dall’esclusione dal Cantiere delle ditte in appalto e subappalto che hanno subito contestazioni su questioni di sicurezza e regolarità contrattuale, con l’assorbimento dei lavoratori in altre ditte o direttamente in Fincantieri».
Cristina Visintini

CIE DI GRADISCA: non lo vogliono svuotare

Da Il Piccolo

MERCOLEDÌ, 02 MARZO 2011

Materassi e rinforzi per l’emergenza Cie

Novanta giacigli di fortuna e dieci poliziotti in più in attesa che il governo decida di ridurre la capienza a 70 posti

di Luigi Murciano GRADISCA La capienza del Cie va ridotta a 70 unità, a un terzo delle capacità reali. È questa una delle richieste emerse nella riunione della Commissione per l’ordine pubblico e la sicurezza convocata dopo l’escalation di rivolte che hanno portato il centro immigrati di Gradisca al collasso. Non sono in vista decisioni drastiche. Il piano sarà scaglionato in più fasi. Obiettivo primario, per il quale la Prefettura attende ancora una risposta dal ministero dell’Interno, è un’ulteriore riduzione della capienza. Una soluzione che la Prefettura aveva in programma prima delle sommosse di questi giorni, e motivata dall’avvio dei lavori di messa in sicurezza del centro. Per diminuire la popolazione del Cie di altre 30 unità non saranno previsti svuotamenti di massa. Alla riduzione della capienza si arriverà gradualmente. Ieri si sono registrati 5 movimenti in uscita: un clandestino cinese è stato rimpatriato, 4 nordafricani sono stati trasferiti in altri Cie. Ma altri trasferimenti sembrano difficili, visto che anche negli altri centri non sta più uno spillo. Tantomeno dovrebbero essere previsti ulteriori rilasci di immigrati con foglio di via. Una soluzione, questa, che era stata bloccata domenica dal Viminale diventando il casus belli della rivolta che ha messo in ginocchio il Cie. Attualmente sono un centinaio gli immigrati sistemati negli spazi comuni dopo la distruzione di 27 delle 28 camerate. All’ex Polonio si è reperito in tutta fretta una novantina di materassi per sistemare negli spazi comuni gli ospiti presenti che dormono a terra, dove capita: nei corridoi, in sala mensa e nella zona dei centralini.Un altro obiettivo è il progressivo recupero delle camerate. «Due stanze possono essere rese di nuovo agibili in tempi ragionevoli, ospitando sino a 25 immigrati», spiegano dalla Prefettura. La situazione continua comunque a essere delicata e precaria. Rafforzato il servizio di sorveglianza, con una decina di agenti provenienti dal Reparto mobile di Padova: a controllare a vista il maxi-dormitorio vi sono dieci agenti in più da spalmare sui cinque turni di vigilanza previsti nell’arco delle 24 ore. Il coordinamento provinciale dei Vigili del fuoco chiede invece un presidio fisso all’interno del Cie. «Gli interventi non sono più occasionali ed il personale viene distolto dal servizio ordinario – spiega – aumentando i carichi di lavoro». Sono in programma anche alcune manifestazioni. Il sindacato di polizia Ugl organizza omani alle 10 un sit-in davanti alla Prefettura. Sabato dalle 16 dinanzi al Cie assemblea pubblica organizzata dagli anarchici friulani

 

Dal Messaggero Veneto del 02/03/11

Ma la Lega attacca: «Ora basta clandestini in Friul”

TRIESTE. Le nuove ondate di immigrati che dalle turbolenze del Nord Africa arrivano in Italia accendono il dibattito politico in Friuli Venezia Giulia. La Lega Nord mette le mani avanti e dice chiaramente che non vuol accogliere alcun immigrato dalla Libia sul territorio regionale. Ma il Carroccio se la prende anche per la gestione del Cie di Gradisca, danneggiato a più riprese dagli immigrati, e trova un insolito alleato in Rifondazione comunista, che pretende la chiusura del centro.

L’allarme. «La Prefettura di Pordenone – ha annunciato ieri il capogruppo leghista Danilo Narduzzi – sta cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private». Netta la contrarietà del Carroccio: «Noi non vogliamo questa gente, se li tengano in Sicilia». La ricerca degli spazi per prepararsi all’emergenza Libia è in effetti in corso in varie parti del territorio nazionale e regionale, e anche a Pordenone. La Lega, però, non ammette che gli immigrati arrivino al Nord. «Si costruiscano dei campi lavoro in Aspromonte – ha continuato il leghista, nel corso del question time nell’aula dell’assemblea regionale -, facciamoli lavorare, perché la Lega non ci sta, da noi i libici non devono arrivare». Narduzzi ha poi ricordato le tensioni e gli scontri che si sono verificati negli ultimi giorni al Cie di Gradisca d’Isonzo: «Chi paga questi danni? Perché solo in Italia avvengono queste cose? L’Europa non c’è, non esiste e si vede tutta l’impotenza del governo. Meno bunga bunga – ha concluso Narduzzi – e più leggi serie».

L’opposizione. «Se non riesce a contattare il ministro leghista Maroni, sono pronta a suggerire a Narduzzi il numero di telefono del Viminale»: ha affermato l’europarlamentare del Pd, Debora Serracchiani, replicando al capogruppo della Lega. «Pensavamo di esserci abituati alle bizzarrie della Lega regionale – ha osservato Serracchiani –, ma se Narduzzi riesce a mettere sotto accusa il governo nazionale e il ministro degli Interni sappia che stavolta, almeno su questo, siamo d’accordo con lui».

Riguardo all’affermazione che la prefettura di Pordenone starebbe «cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private», Debora Serracchiani ha invitato il consigliere Narduzzi «a esercitare la massima cautela nel diffondere notizie allarmistiche riguardo l’attività della Prefettura di Pordenone, che è un’articolazione dello Stato e che certo non improvvisa alloggi di fortuna per immigrati. La proposta di istituire campi di lavoro in Aspromonte per i libici, invece, è nel solco del suo tradizionale buon gusto».

L’accusa. Da Rifondazione comunista arriva un inedito assist ai leghisti: «Il Cie di Gradisca non è più abitabile e va chiuso», ha dichiarato il consigliere regionale Roberto Antonaz. «Il centro ormai – ha spiegato Antonaz – non ha più l’abilitazione per ospitare nessuno, e va subito chiuso. Ad oggi c’è solo una camerata non bruciata e le altre sono state bruciate, gli immigrati devono dormire nella sala mensa da 40 metri quadri». Antonaz ha definito «farneticazioni» le dichiarazioni della Lega Nord sugli immigrati dalla Libia. «La Lega – ha aggiunto Antonaz – sfoga sugli immigrati tutte le sue frustrazioni, è una politica dell’odio che sparge a piene mani. C’è un vero problema nel territorio regionale: è l’inferno dantesco del Cie, e la giunta regionale dovrebbe chiedere al governo di chiuderla».

Beniamino Magliaro

 

Seganti: Gradisca non ce la fa più dobbiamo velocizzare i rimpatri

 

GRADISCA. Il livello di emergenza al Cie di Gradisca d’Isonzo è ormai fuori scala e a riconoscerlo è stato ieri anche l’assessore regionale alla Sicurezza, Federica Seganti, che ha confermato come ci sia «difficoltà a ospitare tutte le persone nella struttura isontina e si propone il tema di velocizzare i rimpatri». Ripercorrendo le vicende che negli ultimi anni hanno interessato il centro per immigrati, Seganti ha inoltre ricordato i finanziamenti regionali e ministeriali atti a migliorare la sicurezza all’interno e all’esterno della struttura.

«Il centro – ha aggiunto l’assessore – avrebbe bisogno di interventi strutturali, ma in questo momento è impossibile spostare gli ospiti per svolgere i lavori a causa della ripresa degli sbarchi. Il problema dei nuovi arrivi di immigrati, però, deve essere affrontato da tutta l’Europa, gli immigrati vanno rimpatriati o trasferiti in altri Paesi, altre soluzioni non ci possono essere».

Sull’emergenza al Cie di Gradisca è intervenuto anche il consigliere regionale Roberto Antonaz (Rifondazione comunista): «La struttura non è più abitabile e va chiusa. Il centro ormai non ha più l’abilitazione per ospitare nessuno, a oggi è agibile una sola camerata mentre le altre sono tutte state bruciate e gli immigrati devono dormire nella sala mensa da 40 metri quadrati».

Con due distinte iniziative parlamentari a Camera e Senato, intanto, l’onorevole Ivano Strizzolo e il senatore Carlo Pegorer (Pd) hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno in merito ai recenti incidenti al Cie, ricordando come gli episodi di tensione e di violenza, con danni a persone e strutture, «determinano una costante situazione di emergenza per il personale impegnato e di comprensibile apprensione per la stessa popolazione residente», e ribandendo che a seguito dei disordini degli ultimi giorni «il Cie risulta pesantemente danneggiato e la sua capacità ricettiva per nuovi gruppi di immigrati è ridotta al minimo».

Ieri sera, intanto, tensione nuovamente alta nella struttura gradiscana, dove poco dopo le 19 è stato disposto un incremento del personale di polizia al fine di prevenire eventuali nuove rivolte.

«Si è deciso di rinforzare la sicurezza nella struttura – ha confermato l’ufficio di gabinetto della prefettura di Gorizia al termine della riunione del comitato provinciale sulla sicurezza e l’ordine pubblico –, dove sono attualmente ospitati 100 immigrati, in quanto in mattinata 4 persone, individuate dalla Questura, sono state trasferite al Cie di Bari e una quinta, l’unico cinese presente nel Cie, è rimpatriata. Da venerdì siamo in attesa di risposta del ministero dell’Interno alla nostra richiesta di trasferimento degli ospiti».

Marco Ceci

NO OGM: Fidenato chiede il dissequestro

Messaggero Veneto del 01/03/11

Mais, Fidenato chiede il dissequestro

E’ sotto chiave ormai da sei mesi, con tanto di impianto d’allarme – pagato dalla Regione – per custodirlo. E’ il mais Mon 810 raccolto dai campi di Fanna e Vivaro di Giorgio Fidenato. Il proprietario del mais Ogm, però, è pronto a presentare istanza di dissequestro «perché parliamo di una varietà che si può commercializzare in Europa e perché il sequestro è un costo inutile per la comunità». Se il processo a carico di Fidenato è stato rinviato a fine giugno, l’agricoltore non ha alcuna intenzione di attendere il giudizio per chiedere possesso del granturco. Da qui la presentazione dell’istanza. Sul fronte dei pro Ogm si muove anche l’oncologo Umberto Tirelli spiegando che l’atrazinza, erbicida comunemente usato in agricoltura, favorisce l’insorgere dei tumori alla prostata.Un pericolo che, secondo Tirelli, «potrebbe essere eliminato attraverso la tecnologia Ogm in Italia tanto osteggiata» . Da uno studio americano appena presentato al Simposio sul Cancro delle vie urinarie, si evince – come riporta il direttore del Dipartimento di oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori di Aviano –, che gli erbicidi e i defoglianti utilizzati dagli Stati Uniti in quantità enormi durante la guerra del Vietnam, tra il 1962 e il 1971, aumentarono l’incidenza di tumori della prostata nei veterani del Vietnam esposti all’agente arancio, un derivato della diossina che fa parte degli erbicidi, rispetto ai veterani non esposti allo stesso agente. La ricerca è stata condotta su 2.270 veterani, di cui 869 con cancro alla prostata, e ha evidenziato che coloro che sono entrati in contatto con l’agente arancio presentano il doppio di incidenza di tumore della prostata, in età di 5 anni più giovane alla diagnosi e in forme più aggressive e spesso metastatiche. «Questo dato – commenta Tirell – si aggiunge a quanto già si sapeva sull’incremento di linfomi e sulle malformazioni congenite che l’agente arancio aveva già evidenziato in passato. E’ importante rilevare che l’atrazina, un erbicida che oggi si impiega ancora comunemente nella nostra agricoltura e come diserbante, appartiene allo stesso gruppo di erbicidi dell’agente arancio, potenzialmente cancerogeno, e potrebbe essere eliminato attraverso la tecnologia Ogm».

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CIE DI GRADISCA: novità sull’appalto e sul cara

Il Piccolo

24/02/11

Cie, Connecting People punta ad avere la gestione

GRADISCA Potrebbe slittare di qualche giorno l’affidamento della nuova gestione di Cie e Cara. La Prefettura di Gorizia conta di chiudere la procedura d’appalto entro la prossima settimana. In lizza potrebbero esservi infatti una o addirittura due concorrenti in più: ovvero quelle che hanno presentato istanza di riammissione alla gara dopo essere state temporaneamente escluse dal lotto di quattro aziende individuate dalla Prefettura. Stretto il riserbo dell’ente governativo sui nomi delle due imprese che hanno formalizzato istanza di riammissione: più che probabile comunque che uno sia l’attuale gestore delle strutture per immigrati, la siciliana Connecting People. Sull’eventuale riammissione della coop trapanese – che cura i servizi interni del Cie dal 2008 e del Cara dal 2009 – si esprimerà l’Avvocatura dello Stato. «Il parere è atteso ad ore, poi concluderemo la procedura: auspicabilmente entro la prossima settimana» spiega la responsabile della Prefettura, dott.ssa Gloria Allegretto. La gestione del Cie e Cara come noto è prorogata sino a lunedì 28 febbraio. Gli altri soggetti in lizza per la gestione di Cie e Cara (15 milioni di euro sino al 2014) sono la coop goriziana Minerva, che ricompare nella storia del Cie dopo averlo gestito dalla sua apertura nel 2006 sino al primo cambio di testimone; il Sovrano ordine di Malta; la coop Albatros di Caltanissetta e, infine, la coop La Ghirlandina di Modena, in consorzio temporaneo d’impresa con la Confraternita della Misericordia. Oltre a Connecting People erano state inizialmente escluse per carenza documentale In Vita spa di Udine, coop Sisifo di Palermo e il consorzio temporaneo d’impresa fra un soggetto francese e due associazioni italiane. All’esame della Prefettura vi sono attualemente l’offerta economica e i dettagli tecnici presentati dalle partecipanti. Intanto gli operatori del Cie tornano a fare sentire la propria voce, protestando per i nuovi ritardi nell’erogazione degli stipendi da parte dell’ente gestore, che a sua volta vanterebbe dei crediti pregressi. Gli operatori sarebbero in attesa dei pagamenti da una settimana. «Una situazione che si ripete regolarmente- denunciano – e che non fa che alimentare l’incertezza sul nostro futuro». Luigi Murciano

 

 

Preoccupazione dopo la proposta del ministro Maroni di svuotare i Cara, centri per la richiesta di asilo

Di Luigi Murciano GRADISCA Svuotare i Cara (centri per richiedenti asilo) per fare fronte all’emergenza sbarchi di Lampedusa. Emergenza che potrebbe esplodere con la grave situazione libica. E’ la proposta-shock che il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha ribadito nell’incontro al Viminale con il sindaco della località siciliana, Bernardino De Rubeis. Non è però ancora chiaro se il provvedimento in via di approvazione riguarderà anche il Cara di Gradisca. «Non ci è stato comunicato ancora nulla, nè a livello ufficiale nè ufficiosamente. Ad ogni modo, se questo sarà deciso, ci faremo trovare pronti» spiega il Capo di Gabinetto della Prefettura di Gorizia, Massimo Mauro. Si tratta di capire se e quando diventerà operativo il cosiddetto “Villaggio della solidarietà” di Mineo per richiedenti asilo, con una capienza di circa settemila posti. Nel nuovo centro il Viminale vuole fare confluire tutti i richiedenti asilo presenti nel Paese. E così i Cara, svuotati, potranno accogliere gli immigrati sbarcati sulle coste siciliane. Un vero e proprio travaso che però ha fatto gridare allo scandalo le associazioni umanitarie che si occupano di diritti dei migranti. Per Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, il provvedimento sarebbe «preoccupante perche’ andrebbe a sradicare persone che hanno già avviato un percorso di integrazione in varie città italiane». Fanno eco le associazioni del territorio: «Si andrebbe verso una scandalosa deportazione di massa, cambiando in corsa le regole e trasformando di fatto i Cara in Cie». Severo anche il giudizio dei sindacati di Polizia, perplesso il primo cittadino di Gradisca Franco Tommasini. Intanto al Cie (ospita una trentina di tunisini trasferiti proprio da Lampedusa) la tensione rimane entro i livelli di guardia. È iniziato pure uno sciopero della fame, sembra rientrato

 

Messaggero Veneto del 23/02/11

Maroni: trasformare i Cara in Cie Sap e sindaco bocciano il ministro

 

GRADISCA. «La struttura per extracomunitari di Gradisca d’Isonzo non è in grado di reggere un simile peso, né il territorio isontino è preparato, come organico di forze dell’ordine, a sostenere un tale impatto di immigrati»: il segretario provinciale del sindacato di polizia Sap, Angelo Obit, critica pesantemente l’idea formulata dal ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, annunciata pochi giorni or sono, di trasformare tutti i Cara (cioè i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo) sparsi nell’intera penisola in Cie (vale a dire i Centri d’identificazione ed espulsione) per ospitare i clandestini sbarcati a Lampedusa. Da notare che Gradisca ospita entrambi i tipi di centro. La capienza del Centro di identificazione ed espulsione di via Udine, a Gradisca, è di 234 posti, anche se attualmente alcuni settori non sono utilizzati per via di una serie di lavori in corso.

La mensa, per esempio, è chiusa da anni e gli immigrati mangiano nelle proprie stanze. Sommando i posti del Cara (che sono altri 134), la struttura isontina ospiterebbe a regime, se le intenzioni del ministro Maroni fossero tradotte in realtà, 368 clandestini: si tratterebbe, dunque, di quasi 400 persone. «Si creerebbe una concentrazione estremamente pericolosa di immigrati – ha osservato Obit – e questo costituirebbe un serio problema in una realtà come quella della provincia di Gorizia. Noi come sindacato di polizia siamo fermamente contrari all’intenzione del ministro, che è davvero una pessima intenzione. Auspichiamo pertanto che non venga assolutamente messa in pratica».

L’idea del titolare del Viminale era di utilizzare il Villaggio della solidarietà di Mineo, in provincia di Catania, per alloggiare tutti i richiedenti asilo ospitati nei Cara e distribuire in queste strutture, rimaste vuote, i clandestini sbarcati a Lampedusa.

Secondo il segretario provinciale di Gorizia del Sap, peraltro, servirebbero anche diversi interventi di riconversione del Cara di Gradisca d’Isonzo per destinarlo alla nuova funzione. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il sindaco della cittadina della fortezza Claudio Tommasini: «Francamente allo stato attuale non so cosa sia peggio. Il Cara ci crea problemi per via degli ospiti che girano per la nostra città, anche se ormai siamo riusciti a stabilire un rapporto di scambio e accoglienza. Se ora trasformano il Cara in Cie – aggiunge il primo cittadino gradiscano –, avremo altri tipi di problemi. Dunque, continuo a battermi contro i mulini a vento e ad augurarmi, pur comprendendo le difficoltà in questo clima di emergenza, che chiudano prima o poi tutto, Cara e Cie. Siamo convinti, difatti – conclude il sindaco Tommasini – che qualsiasi variazione delle strutture comporterà solamente maggiori difficoltà e problemi; soltanto la chiusura, invece, può migliorare la situazione».

Ilaria Purassanta

NO OGM: alcune novità in regione

Dal Piccolo del 25/02/11

In FVG due su tre rispondono no alla sfida Ogm

 

Due cittadini su tre non raccolgono la “sfida” degli Ogm. Lo rivela un sondaggio della Swg. Il Palazzo si blocca: la legge sul transgenico subisce una nuova battuta d’arresto

di Gianpaolo Sarti

TRIESTE. Tradizione, qualità e ambiente. La popolazione del Friuli Venezia Giulia chiude la porta all’innovazione: per lo sviluppo dell’agricoltura la gente pretende innanzitutto rispetto dei valori. Chiede di coltivare «prodotti di eccellenza, legati al territorio». Il tassello che mancava al dibattito sugli Ogm arriva da un’indagine Swg, commissionata dalla Coldiretti di Udine che, tra luglio 2009 e dicembre 2010, ha sondato l’opinione di 600 residenti e 850 imprenditori specializzati nel settore.

 

A far emergere il rapporto con il passato e il senso di tradizionalità locale è ben il 64% del campione. L’innovazione è segnalata come fattore importante solo dal 12%. E la connessione tra agricoltura e sviluppo è presa in considerazione appena dal 23%.

«L’opinione pubblica friulana sembra avere una visione difensiva dell’agricoltura o per lo meno non propriamente associata alla crescita e alla modernizzazione» tira le somme Coldiretti.

«Non c’è un automatismo assoluto tra quanto documentato dalla ricerca e gli Ogm – avverte l’assessore alle Risorse agricole Claudio Violino – ma sono dati indicativi che ci danno l’idea di una tendenza.

Tuttavia vanno a confermare una ricerca della Regione, da cui risulta che il 65% della popolazione è contrario agli organismi geneticamente modificati». Sulla questione – che l’estate scorsa aveva infiammato le cronache nazionali in seguito al tentativo di semina abusiva di mais transgenico in un campo di Vivaro – si sta scatenando ora anche una guerra di numeri. Un altro sondaggio ribalterebbe le tesi di Coldiretti e Violino. Futuragra, associazione di agricoltori che si batte per l’introduzione delle biotecnologie in Italia, ha diffuso un’indagine di Demoskopea del 2009: il 55% dei coltivatori di mais in Veneto e in Friuli sarebbe favorevole.

 

Il quadro, confuso e contraddittorio, incombe sulla legge che presto sarà esaminata in Consiglio regionale. Il Palazzo stesso non ha una linea politica definita e il voto slitta. La commissione ha deciso di portare il testo in aula a fine mese, depennando così la seduta straordinaria fissata per giovedì 10 marzo.

La giornata sarà interamente dedicata a un’ulteriore commissione in cui saranno invitati tecnici, docenti universitari e rappresentanti del settore. I consiglieri si prendono ancora tempo perché ritengono la materia «troppo delicata per essere trattata con urgenza». Era stata la Lega Nord a chiedere una veloce approvazione del provvedimento, temendo ritardi sul periodo di semina ormai vicino

La commissione ha dovuto congelare la richiesta dopo un lungo botta e risposta tra l’assessore Violino e le forze politiche presenti, orientate comunque verso un sostanziale divieto alle coltivazioni Ogm.

La legge è bipartisan ma non tutti invocano un no assoluto: «Dobbiamo valutare con prudenza se è possibile la coesistenza tra agricoltura convenzionale e transgenica» è stato detto, nella consapevolezza che «una legge è indispensabile per dare un segnale politico preciso».

L’assessore, leghista, a quanto pare apre uno spiraglio alle coltivazioni “moderne”: «Non dico no a sperimentazioni utili a capire quale potrebbe essere in futuro l’Ogm migliore per la nostra agricoltura. Ma non dobbiamo guardare ai prodotti geneticamente modificati come a una soluzione economica per il nostro territorio, dobbiamo puntare sulla qualità, sul made in Italy che ci contraddistingue, anzi – si è subito corretto Violino – sul tipicamente friulano».

 

L’agricoltore “biotech” fa proseliti

Martina Milia PORDENONE La semina Ogm è “contagiosa”. Sono più di una decina gli agricoltori di diverse province del Nord Italia, che hanno chiesto al presidente di Agricoltori Federati, Giorgio Fidenato, di procurare loro le sementi di mais Ogm. Fidenato, che nel corso dell’assemblea di Futuragra aveva annunciato la disponibilità a fornire le sementi a quanti fossero interessati, con tutta la discrezione del caso, conferma che le richieste stanno arrivando. Non dice di più, per tutelare quanti sceglieranno la strada che a lui è costata un processo ancora in corso. E sull’azione normativa della Regione, l’agricoltore “dissidente” avverte: «Se quel testo di legge non è stato notificato prima all’Unione europea, e non mi risulta che lo sia stato, non può essere approvato». Qualora la linea restrittiva del Consiglio regionale passasse, «chiederemo venga disapplicata dalla magistratura proprio per la mancata notifica alla Ue, come avviene per la normativa sull’immigrazione ritenuta in contrasto con quella europea»

 

Dal Messaggero Veneto del 25/02/11

«Più di 10 agricoltori del Norditalia interessati a seminare mais Ogm»

La semina Ogm è “contagiosa”. Sono più di una decina gli agricoltori, provenienti da diverse province del Nord Italia, che hanno chiesto al presidente di Agricoltori Federati, Giorgio Fidenato, di procurare loro le sementi di mais Ogm. Fidenato, che nel corso dell’assemblea di Futuragra aveva annunciato la disponibilità a fornire le sementi a quanti fossero interessati, con tutta la discrezione del caso, conferma che le richieste stanno arrivando. Non vuole comunque dire di più, per tutelare quanti sceglieranno di seguire il suo esempio.

«Se tutti quelli che mi hanno detto che intendono seminare Ogm lo facessero – commenta – la prossima stagione potremmo avere campi di mais biotech in tutte le regioni del Nord Italia. Vista la pressione che c’è, però, preferisco essere prudente. Comunque l’interesse è tanto credo che potrebbero esserci delle sorprese».

E alla Regione che sta spingendo sull’acceleratore per approvare in aula la norma che si propone di regolamentare, in forma restrittiva, le coltivazioni transgeniche – se ne parlerà il 29 marzo – Fidenato risponde per le rime.

«Se quel testo di legge non è stato notificato prima all’Unione europea, e non mi risulta che lo sia stato – dice – non può essere approvato».

Qualora la linea portata avanti in consiglio regionale dalle forze politiche, sostenute anche dalla gran parte delle associazioni di categoria e dalle associazioni ambienaliste, passasse, «chiederemo che venga disapplicata dalla magistratura proprio per la mancata notifica alla Ue – aggiunge Fidenato –. I magistrati hanno iniziato a disapplicare la norma sull’immigrazione perché in contrasto con quella europea. Ritengo che la strada sia la stessa». (m.mi.)

AMIANTO: nuove testimonianze

Dal Messaggero Veneto del 25/02/11

Amianto, altre testimonianze

 

MONFALCONE. Tra le righe dello straziante elenco che contiene i nomi degli 85 dipendenti dell’ex Italcantieri (oggi Fincantieri) deceduti per patologie asbesto-correlate, figura anche quello di Mario Florit, per 30 anni carpentiere nello stabilimento di Monfalcone, scomparso nel settembre 2000. Ieri mattina, davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, nell’ambito del maxi-processo per le morti da amianto, hanno testimoniato la figlia e la cognata di Florit, che ha lavorato sui ponti delle navi in costruzione fino al 1988, quando è andato in pensione.

«Ricordo nitidamente l’attenzione con cui mia mamma lavava le tute e gli indumenti di lavoro del papà – ha dichiarato Daniela Florit, rispondendo alle domande del pm Luigi Leghissa –, svolgendo tale operazione esclusivamente all’esterno della nostra abitazione. Mi è rimasto impresso un altro gesto di mio padre: quando rientrava da lavoro, apriva il frigo e beveva due litri di latte, adducendo come motivazione la necessità di “pulirsi”».

Secondo quanto raccontato da Rosa Giuliatto, cognata dell’ex dipendente di Italcantieri, «gli operai erano sprovvisti di mascherina, tanto che mio cognato mi ha raccontato di aver provveduto ad acquistarle perché la ditta non le passava».

Ancora: «Sapeva di avere a che fare con l’amianto: nei momenti della malattia, durante i quali lo assistevo, mi raccontava della polvere che veniva sprigionata all’atto di smontare i ponteggi», ha raccontato la signora Giuliatto, che ha descritto il cognato come «salutista e naturalista: non fumava, era sportivo e gli dava fastidio persino quando le auto sostavano davanti a casa». Prossima udienza martedì 8 marzo. (c.s.)