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NUCLEARE/ Inghilterra «non ci sono soldi» per nuove centrali nucleari.

Impegnarsi sull’eolico, questo è l’ordine

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Alta 130 metri, con apertura alare di 270

La nuova pala si ispira al seme del sicomoro

Il rivoluzionario generatore da 10 megawatt è stato pensato per essere posizionato in alto mare

Alta 130 metri, con apertura alare di 270

Eolico: nuova turbina disegnata
ispirandosi al seme del sicomoro

Il rivoluzionario generatore da 10 megawatt è stato pensato per essere posizionato in alto mare

La turbina eolica ispirata al seme del sicomoro (da Wind Power)
La turbina eolica ispirata al seme del sicomoro (da Wind Power)

– Un’enorme turbina eolica di nuova concezione disegnata ispirandosi al seme del sicomoro. L’ha ideata la Wind Power, una compagnia britannica, che ha pensato a un rivoluzionario aerogeneratore prendendo spunto dalla natura. Il primo di questi giganti (130 metri di altezza, 270 di apertura alare) potrebbe vedere la luce nel 2013-2014. L’ancoraggio sarebbe assicurato da cavi su fondali non superiori a 150 metri.LONDRA

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10 MEGAWATT – Il nuovo generatore, pensato per essere posizionato in alto mare, potrebbe produrre fino 10 megawatt di energia, sufficienti per 3 mila abitazioni. Il design è ispirato al seme del sicomoro, che cade a terra a spirale grazie ad «ali» a V. Al progetto stanno lavorando la Cranfield University, olter a Rolls Royce, Arup, Bp e Shell, nel tentativo di arrivare a una produzione di 20 megawatt. Recentemente il segretario per l’Energia britannico, Chris Huhne, ha chiesto la costruzione di più centrali eoliche in Gran Bretagna, affermando che «non ci sono soldi» per nuove centrali nucleari.

Redazione online
30 luglio 2010

RIGASSIFICATORE/ Squallido scambio tra Roma e Lubiana?

AMBIENTE

di GABRIELLA ZIANI Da un lato crea imbarazzo, e manda su ogni furia il sindaco di Capodistria, Boris Popovic. Dall’altro non trova conferme ufficiali nel governo sloveno il messaggio (non firmato) che alza la posta nel condizionare l’assenso di Lubiana al rigassificatore di Zaule, proponendo una sorta di patto leonino: Lubiana, suggerisce il documento, non si oppone più all’impianto di Gas natural a Trieste, e «il Governo della Repubblica italiana non si opporrà alla costruzione dei rigassificatore a Capodistria se la Slovenia decidesse di farlo costruire». Quel «se» mostra tuttavia che la decisione non è presa.
NO AI VETI. «Due rigassificatori nel Golfo? La logica dice che sono troppi. Come uscire da questa situazione? Le diplomazie servono a trovare soluzioni condivise. E gli incontri ci sono stati e ci saranno. Ma, se non si trova l’accordo, nessuno può avere il diritto di veto, non la Slovenia, e nemmeno l’Italia». È il commento di Roberto Menia, sottosegretario all’Ambiente, che ne ha parlato ieri a margine delle novità sui voli di linea a Ronchi. «La Slovenia vuole fare un rigassificatore a Capodistria? Lo faccia, anche se ho visto che non tutti sono d’accordo – ha aggiunto Menia -, il sindaco di Capodistria mi pare aver espresso con chiarezza il suo pensiero. Ma sono problemi loro, non mi intrometto».
UN MILIARDO. Popovic in effetti ha dato un giudizio sferzante sul governo sloveno nell’ipotesi che abbia davvero, e a sorpresa, deciso di avviare l’iter per il contestato rigassificatore, con annessa centrale elettrica, nell’area della Bonifica di Ancarano, 30 ettari nella zona del Porto, già individuati in base al progetto del valore di un miliardo di euro presentato dalla tedesca Tge Gas Engineering. Che proprio un mese fa ha vinto un ricorso al Tribunale amministrativo contro una delibera del ministero dell’Ambiente che nel 2009 le aveva negato il «permesso energetico». La pratica va rivista. INTERESSI. Dopo aver ribadito che le obiezioni slovene di natura ambientale sono «strumentali» e «nascondono altri interessi», Menia infine difende la soluzione del gasdotto sottomarino (che la Slovenia, in quel documento, chiede sia spostato a terra): «La Slovenia si è impegnata a far avere all’Italia le sue osservazioni ufficiali sul progetto entro la fine di luglio. Lo vuole interrato? Se così fosse, sarebbe un’altra osservazione pretestuosa – afferma il sottosegretario -, il gasdotto passa in acque interamente italiane, lontano dalle coste slovene, e costa meno della soluzione interrata. Comunque, a esprimersi e a decidere, sarà la commissione Via: dunque una commissione tecnica».
SCETTICI. Ma che cosa dice chi si era molto appoggiato al «no» sloveno per la propria battaglia antirigassificatore, in nome dell’ambiente, e cioé l’associazione Alpe Adria Green? Il suo presidente, Roberto Giurastante, assicura: «Siamo in costante contatto, anche a livello europeo, con ambienti governativi sloveni e non ci risulta affatto che l’opinione su Zaule sia cambiata in senso favorevole, anzi: pare sempre in lavoro il ricorso alla Corte di giustizia europea. Né che ci siano progetti su Capodistria. Se poi que sto risultasse vero, e vera questa nuova trattativa – prosegue Giurastante – io credo che le reazioni nel mondo politico sloveno e nella società civile sarebbero forti, il Governo di Lubiana dovrebbe dare molte spiegazioni a tutti, rendendo chiare le cose. Ma spesso abbiamo ascoltato voci fatte girare ad arte, e non corrispondenti al vero». Alpe Adria Green promette una conferenza stampa a Lubiana per fine agosto, per fare il punto sul dialogo italo-sloveno a livello europeo.
LE CARTE. «Chi ce l’ha tiri fuori la ”no paper”, cioé il documento sloveno» è invece la richiesta di Dario Predonzan, responsabile regionale energia e trasporti per il Wwf, che spinge perché si dia finalmente avvio a una procedura di Vas (Valutazione ambientale strategica) transfrontaliera.
SCAMBIO. Predonzan peraltro aggiunge: «Che la lunga e tormentata vicenda dei rigassificatori in Alto Adriatico potesse risolversi in uno scambio, un ”do ut des” fra Governi, il Wwf lo aveva ipotizzato e paventato già da anni. Del resto già nel 2007 il ministero degli Esteri D’Alema aveva formulato la proposta: ammorbidimento sloveno sul rigassificatore di Trieste-Zaule in cambio di un accordo che comprendesse il sostegno italiano al raddoppio della centrale di Krsko e la collaborazione per la costruzione di un oleodotto tra Costanza e Trieste. Proposta sostanzialmente ribadita dal ministro Frattini meno di due anni dopo. Che la presunta intransigenza slovena sugli impianti di Gas Natural potesse prima o poi convertirsi in un atteggiamento ”mercantile” – conclude Predonzan – non deve quindi sorprendere».

La guerra dei rigassificatori: ora Juri chiede a Lubiana la verità sul «no paper»

di FRANCO BABICH CAPODISTRIA Dopo il “no comment” del gabinetto della presidenza del governo e le traballanti spiegazioni del ministero dell’Ambiente sloveno, anche dal ministero dell’Economia di Lubiana – competente in materia di impianti energetici – arriva un «non ne sappiamo nulla» sui presunti contatti diplomatici tra Slovenia e Italia per trovare un’intesa sui rigassificatori nel golfo di Trieste ma anche sui piani di ampliamento dei porti di Trieste e Capodistria. Sul “no paper” sloveno, nel quale Lubiana si dichiarerebbe disposta ad avallare la costruzione del rigassificatore di Zaule a patto che Roma si impegni a non intralciare eventuali progetti analoghi nell’area del porto capodistriano (di fatto Lubiana alza la posta nel condizionare il proprio assenso, ndr), nella capitale slovena continua a non trapelare nulla. «Non sappiamo a quali informazioni si riferisce il sottosegretario italiano. Non ci risulta che la Slovenia abbia mai inviato simili documenti all’Italia» è la breve risposta del Ministero dell’economia riportata ieri sulle pagine del quotidiano capodistriano Primorske Novice , che aveva chiesto spiegazioni su quanto Il Piccolo sta scrivendo ormai da diversi giorni, e sulle dichiarazioni del sottosegretario italiano all’Ambiente Roberto Menia. Sulla vicenda è intervenuto ieri anche il deputato capodistriano Juri, che, esattamente come ha fatto il Wwf triestino per bocca del responsabile regionale per l’energia e i trasporti Dario Predonzan, vuole spiegazioni sul “no paper”. In una interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell’ambiente Roko Zarnic e degli Esteri Samuel Zbogar, Juri chiede se esiste una proposta slovena all’Italia formulata sotto forma di “no paper”. Se esiste, continua Juri, quale organo lo ha preparato e su quali basi? Nel contempo, il deputato socialdemocratico capodistriano chiede ai due ministri se è’ ancora immutata la posizione del governo sloveno, che si è detto a sua volta contrario alla costruzione del terminal rigassificatore di Zaule. Ad ogni modo, dopo diversi giorni di silenzio, della cosa hanno cominciato ad occuparsi, anche se ancora abbastanza timidamente, pure i media sloveni. Le “Primorske Novice”, nel trattare l’argomento, rilevano comunque che la Tge Gas Engineering, la società che ha lanciato l’idea di un rigassificatore a Capodistria – che a giudicare dal “no paper” potrebbe essere una specie di “risposta” al terminal di Zaule – non dispone neanche della minima parte dei documenti necessari per avviare il progetto. Contro il rigassificatore a Capodistria, e contro quelli nel golfo di Trieste, si sono schierate inoltre ripetutamente le autorità locali con in testa il sindaco di Capodistria Boris Popovic.

GENOVA 2001/ Le motivazioni della sentenza

Repubblica 31 luglio 2010

“Al G8 condotta vergognosa degli agenti”
Le motivazioni della condanna /
Il documento

Per i giudici i funzionari della polizia presenti alla irruzione alla Diaz avevano l’obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto. Per Gratteri e gli altri la sentenza fu tra i due e i quattro anni

 

LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO

“G8, i vertici della polizia coprirono
la vergognosa condotta dei poliziotti”

Due dei più importanti poliziotti italiani, “preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati … concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola”

di MARCO PREVE

Gli alti funzionari della polizia presenti alla irruzione alla scuola Diaz di Genova durante il G8 sono stati condannati dalla Corte d’Appello in base all’articolo 40 del codice penale, perché avevano l’obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto. E’ quanto emerge dalle motivazioni della sentenza depositate oggi dalla Corte d’Appello di Genova, presieduta da Salvatore Sinagra. Ribaltando la sentenza di primo grado, i giudici avevano condannato il 18 maggio scorso 25 imputati, tra i quali il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 ani), Giovanni Luperi (4 anni), Spartaco Mortola (3 anni e 8 mesi) Gilberto Caldarozzi (3 anni e 8 mesi).

DOCUMENTI Il testo delle motivazioni (.pdf)

Luperi e Gratteri, dirigente il primo dell’intelligence e il secondo dell’antiterrorismo, due dei più importanti poliziotti italiani: “preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola”. Parole pesantissime e non sono le sole quelle contenute nelle 313 pagine delle motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Genova ha condannato questa primavera, poliziotti e funzionari che effettuarono, coordinarono e gestirono la sanguinosa irruzione nella scuola Diaz trasformata in dormitorio dei no global durante il G8 del 2001 a Genova.

I giudici analizzano poi l’origine del blitz e di nuovo le considerazioni sono inquetanti: “L’esortazione ad eseguire arresti, di per sé considerata, anche fosse indicativa di rimprovero implicito per precedente colposa inerzia, sarebbe stata comunque superflua, essendo in ogni caso gli operatori di polizia giudiziaria tenuti ad eseguire gli arresti nella ricorrenza dei presupposti di legge dettati nel codice di rito…. Ma anche per procedere alla perquisizione non è sufficiente un sollecito da parte del Capo della Polizia, bensì occorre pur sempre il sospetto della presenza di armi illegalmente detenute”. Ancora su Luperi e Gratteri: “Entrambi hanno cercato di sminuire i loro rispettivi ruoli e funzioni nella vicenda in esame, ma sono stati smentiti dalle molteplici circostanze di segno contrario emerse nel processo”.

Le motivazioni della sentenza di secondo grado, contenute in 310 pagine, sono state depositate con anticipo sulla scadenza del 16 agosto che era stata annunciata. Rispetto alla sentenza di primo grado, la novità della condanna in Appello è la responsabilità dei vertici per le violenze e per i falsi atti, come le bottiglie molotov portate dentro la scuola dai poliziotti e poi fatte risultare come prova del possesso di armi da parte degli occupanti. Secondo la Corte d’Appello di Genova, del falso documentale sono responsabili infatti anche i vertici della polizia presenti, non solo i loro sottoposti. Mentre per il Tribunale, unico responsabile risultò Pietro Troiani, la Corte d’Appello ha stabilito che i filmati sono inequivocabili, perchè indicano un conciliabolo tra alti dirigenti della polizia nel cortile della scuola con le bottiglie in mano, e ha stabilito che non potevano perciò non sapere nulla.

Per quanto riguarda le violenze commesse dalle forze dell’ ordine durante l’irruzione, la Corte spiega che Gratteri, Canterini e Luperi erano stati mandati a Genova da Roma per gestire l’ordine pubblico ed erano i più alti funzionari presenti in loco. Erano presenti all’operazione e hanno visto quello che accadeva e poichè erano gerarchicamente sovraordinati potevano intervenire per impedire le violenze. Ma non lo fecero.
E’ questo il passaggio mancato nella sentenza del Tribunale. La Corte, come detto, ha applicato l’articolo 40 del codice penale: non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire equivale a cagionarlo.

Dalle motivazioni emerge inoltre che le attenuanti generiche non sono state concesse a molti imputati, come Francesco Gratteri, Vincenzo Canterini e Giovanni Luperi, per la gravità dei fatti commessi da alti funzionari dello Stato che hanno giurato fedeltà e lealtà alle leggi. L’unico ad ottenerle è stato Michelangelo Fournier, ex vice dirigente del reparto mobile di Roma, che ha un certo punto, sebbene con ritardo dice la sentenza, disse basta alle violenze temendo che potesse accadere qualcosa di irreparabile.

(31 luglio 2010)

 

Il Corriere

«G8 di Genova, i vertici della polizia non impedirono le violenze alla Diaz»

19:39 CRONACHELe motivazioni della sentenza di condanna della Corte d’Appello: «I filmati sono inequivocabili: i dirigenti presenti sono responsabili anche per le false molotov introdotte nella scuola»

 

CIE di Gradisca/ Cosa si mangia oggi?

il pranzo al CIE di Gradisca…

Mentre il Direttore del CIE di Gradisca rilascia questa INTERVISTA al periodico di “Connecting people” (il Consorzio che gestisce CIE e CARA) ecco cosa si mangia all’interno del Cent

 

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per aggiornamenti http://www.autistici.org/macerie/

ANTIFASCISMO: importante sentenza

Dal Il Piccolo

 

MARTEDÌ, 03 AGOSTO 2010

ROVESCIATA LA SENTENZA DELL’APPELLO

«Politica razziale, non è reato accostare fascismo e nazismo»

Querelato per diffamazione dal segretario di Forza Nuova, la Cassazione lo assolve

Non costituisce reato protestare per il raduno che i fascisti di Forza Nuova avevano organizzato a Trieste affermando che questa formazione politica aveva ottenuto «il supporto neonazista».

Lo ha detto la Corte di Cassazione che ha assolto dal reato di diffamazione Gabriele Campana, 54 anni, via Angelo Emo 41. Allo stesso tempo i giudici hanno smentito sia la Corte d’appello di Trieste che aveva condannato l’estensore della protesta a due mesi di carcere, sia il pm Lucia Baldovin che 10 anni fa aveva aperto l’inchiesta e lo aveva rinviato a giudizio. Ora Forza Nuova dovrà restituire il risarcimento monetario ottenuto in forza della sentenza di secondo grado. Gli avvocati Alberto Kostoris e Maria Genovese, che assistono Gabriele Campana, hanno già annunciato l’avvio dell’azione di ricupero del denaro.

Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova, non si era risentito per il fatto che il suo movimento fosse stato indicato come «fascista». Più volte questa appartenenza era stata in effetti rivendicata. Si era invece ritenuto diffamato dall’accostamento fascismo – nazismo sul piano della politica razziale e aveva querelato l’estensore della lettera.

La Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sull’atteggiamento del regime e ha ritenuto che Gabriele Campana abbia esercitato correttamente il proprio diritto di critica riconosciuto in tutti i Paesi democratici. Ecco in dettaglio i passi più significativi della sentenza.

«L’identificazione fascismo-nazismo, nel quadro delle scelte di razzismo, non è frutto di errore storico realizzato sulla base di una falsità. La verità delle affermazioni del Campana non necessita di prove fornite dal querelato: a fronte della Storia ufficialmente documentata dell’attiva adesione del regime fascista italiano alla persecuzione antiebraica del regime nazista, è del tutto ingiustificata la pretesa dell’onere probatorio».

«È storicamente incontestabile che la politica dell’antisemitismo fu introdotta nella strategia del regime fascista nel momento in cui il governo di Mussolini decise che, per rendere più forte l’alleanza italo-tedesca, era necessario eliminare ogni contrasto con la Germania: l’antisemitismo aveva un posto determinante nell’ideologia nazista perché un alleato non dovesse, se voleva essere considerato tale, adeguarsi sotto il profilo politico e normativo. A questo gli storici non lasciano spazio a dubbi e incertezze».

«La Repubblica sociale accentuò la politica antisemita: il manifesto programmatico redatto da Mussolini in collaborazione con Bombacci e Pavolini, non lascia dubbi». Ed ancora. «In questa politica di collaborazione, merita massimo rilievo l’unico lager nazista in italia: lo Stalag 339, la Risiera di San Sabba di Trieste. Era utilizzata per la detenzione e l’eliminazione di detenuti prevalentemente politici e di ebrei. Per lo smaltimento dei cadaveri fu utilizzato l’essiccatoio dello stabilimento, poi trasformato in forno crematorio. L’esame di questi dati rende evidente l’impossibilità di riconoscere fondamento alla pretesa di Roberto Fiore di rivendicare la qualità di fascista, depurata da quella di razzista e incontaminata dall’accostamento al nazismo. Questa impossibilità deriva dalla documentata posizione del fascismo nella questione ebraica fatta di stretta collusione teorica con la dottrina nazista e di stretta collaborazione operativa ”nella caccia all’ebreo” con le forze naziste presenti in territorio italiano». (c.e.)

RONDE: flop della Lega a Trieste

Da Il Piccolo

 

MERCOLEDÌ, 04 AGOSTO 2010

 

L’INIZIATIVA ERA STATA ANNUNCIATA

La Lega fa la ronda notturna ma le ”lucciole” non ci sono

Fedriga: è bastata la nostra presenza per allontanare le prostitute. Omero: mossa mediatica. Critici Sap e Ugl polizia

Non avrà messo in fuga un gran numero di ”lucciole” – visto che, per effetto della pubblicità data all’evento, loro stesse devono avere pensato bene di tenersi alla larga dal Borgo Teresiano -, ma è riuscita ad animare il dibattito estivo. La prima ronda anti-prostitute avviata l’altra notte dal popolo leghista ha sollevato infatti un coro di reazioni tutt’altro che tenere: dai sindacati di polizia al Pd, in tanti hanno preso di mira l’iniziativa dei militanti del Carroccio, bollandola come mossa «inopportuna» e «puramente mediatica». Critiche respinte dai fedelissimi di Bossi, convinti di aver già centrato l’obiettivo: accendere i riflettori sul problema prostituzione e reagire di fronte all’invasione delle strade del centro da parte di ragazze e protettori.

Invasione che, per la verità, l’altra sera non si è proprio vista. Per riuscire a intercettare qualche prostituta, il serpentone – una decina di volontari, tra cui due donne e un sedicenne – ha dovuto armarsi di pazienza e percorrere in lungo e in largo il ”quadrilatero della perdizione”. Al punto che quando qualcuno, dopo mezz’ora abbondante di giri infruttuosi, ha urlato «vardè che ghe ne xe una là in fondo», agli altri sembrava quasi un miraggio.

Elettrizzati dall’insperato avvistamento, i militanti capeggiati dal deputato e segretario provinciale leghista Massimiliano Fedriga hanno assunto l’assetto da battaglia, confluendo compatti verso il bersaglio: una moretta minuta con microabito bianco notata alla fine di via Machiavelli. Una ”preda” avvicinata, squadrata, accerchiata e, infine, coinvinta a togliere il disturbo con la stessa tecnica usata poco più tardi per far sloggiare altre due colleghe. «Visto? È bastata la nostra presenza per farle allontanare – ha sentenziato soddisfatto Fedriga -. L’azione dimostrativa può dirsi riuscita. La prostituzione qui esiste ed è gestita da una vera organizzazione: qualcuno anticipava i nostri spostamenti tant’è che, al passaggio dei volontari, le strade spesso erano vuote, salvo poi ripopolarsi immediatamente. Il problema c’è e va risolto. Come? Installando più telecamere e intensificando i passaggi delle forze dell’ordine alle quali, peraltro, non intendiamo sostituirci».

Ma proprio dai sindacati delle forze dell’ordine, il giorno dopo, sono piovute le critiche più dure. «Chi promuove le ronde – attacca Lorenzo Tamaro del Sap – è anche chi, oltre a inserire nella manovra finanziaria tagli alle risorse destinate agli operatori di pubblica sicurezza, ha proposto aumenti ridicoli per il rinnovo del nostro contratto. Criticare come fa Fedriga l’operato delle forze dell’ordine (critica che il diretto interessato nega di aver mai mosso ndr) è inoltre inopportuno e offensivo». «Azioni come quelle quelle della Lega non portano risultati definitivi – aggiunge Edoardo Alessio dell’Ugl Polizia -. Quelli possono arrivare solo con un maggior impegno del governo a sostegno delle forze dell’ordine».

Diretto anche l’affondo del segretario del Pd Fabio Omero: «La ronda anti prostitute è un gesto solo mediatico, che non dà risposte né in termini di sicurezza, né di lotta alla criminalità. E infatti – continua Omero – Fedriga tace sul taglio imposto dal suo governo, a partire dal primo agosto, dei fondi per il telefono verde contro lo sfruttamento della prostituzione, anche minorile. Ma le schiave del sesso sono soprattutto straniere e quindi alla Lega non interessano. Io condivido invece la proposta dell’assessore comunale Sbriglia di creare un’area periferica dove le ”lucciole” possano esercitare la loro professione. Se accanto ci mettiamo l’attività dell’unità di strada e un progetto di inserimento sociale – conclude Omero -, potremo rendere più tranquille le notti in Borgo Teresiano e più deboli le organizzazioni criminali». (m.r.)

Incredibile: Nazisti in Mongolia

Corriere 5 agosto

 

«SVASTICA BIANCA»

Contro i cinesila Mongolia scopre i neonazi

Contro i cinesi la Mongolia scopre i neonazi

08:52 ESTERI Il movimento per la purezza della razza di Gengis Kha

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CIE DI GRADISCA: rassegna stampa del 5 agosto

Dal Piccolo del 05/08/10

La fuga dal Cie finisce su internet

 

GRADISCA E l’ evasione dal Cie finisce in diretta radio sul web. Con una nuova denuncia: «Ci hanno rinchiusi nelle celle nonostante sia proibito dalla Prefettura» L’ultima fuga dalla struttura immigrati di Gradisca, che ha visto 12 clandestini nordafricani riuscire ad eludere la sorveglianza e far disperdere le proprie tracce, è stata raccontata praticamente in diretta telefonica da un immigrato a radio Blackout, un network vicino alla galassia no-global. E successivamente il suo intervento è stato pubblicato in streaming su un sito internet. L’ospite del Cie di Gradisca, a cui mancavano pochi giorni per il rimpatrio, ha fatto esplodere la sua gioia per la fuga riuscita dei compagni di detenzione, raccontando alcuni particolari in più sulla sommossa. Dopo la rivolta interna culminata nel tentativo di fuga di una trentina di nordafricani e culminata nel ferimento di un algerino, la struttura per immigrati di via Udine si è dunque nuovamente confermata un autentico colabrodo da 17 milioni di euro. Approfittando del fatto che, per punizione, erano stati chiusi a chiave nelle celle – pare che questa misura fosse stata apertamente sconsigliata dalla Prefettura all’ente gestore della struttura – e che la porta non venisse aperta neanche per portare il cibo. Attorno alle 15 alcuni clandestini di etnia maghrebina si sono messi al lavoro per praticare un buco nel soffitto o comunque forzare, come ormai abitudine, una grata per poi raggiungere il tetto. Da lì hanno provato a scappare in 20: inizialmente ce l’hanno fatta in nove, ma successivamente altri tre nordafricani sono riusciti a scavalcare il muro e darsi alla macchia. «Sono contento per loro, questo è un posto di m…Ci passano il cibo sotto le porte, come i cani. Sto da dio a sapere che sono scappati da questo carcere di massima sicurezza». Che poi tanto inespugnabile non è: all’ex caserma Polonio si attende da oltre un anno l’intervento chiamato a rendere il centro di identificazione ed espulsione una struttura finalmente a prova di fughe e rivolte interne. (l.m.)

 

 

Dal Messaggero Veneto del 05/08/10

«Al Cie lavoriamo nel terrore»

 

GRADISCA. Il Cie di Gradisca «è un carcere a basso costo che utilizza una struttura totalmente inadeguata». Arriva dall’interno il nuovo allarme sul Centro di identificazione ed espulsione di via Udine e a lanciarlo è il personale dell’ente gestore della struttura (il consorzio cooperativistico trapanese “Connecting people”). Una vera e propria denuncia quella degli operatori, costretti a convivere quotidianamente con minacce e aggressioni. «Da luglio 2009 – ricordano i portavoce del personale adibito ai servizi interni del Cie – abbiamo subìto 15 aggressioni, in due casi estremamente gravi e la situazione non è migliorata. Siamo costretti a lavorare nel terrore, in una situazione di totale insicurezza, con telecamere spente e sensori a infrarossi fuori uso a seguito dei ripetuti tentativi di fuga. Molte delle paratie in vetro antisfondamento posizionate nelle camerate, poi, sono ormai sbriciolate, ma da settimane non vengono sostituite. Lavoriamo e viviamo con il fondato timore che possa succedere qualcosa di veramente grave». Personale che denuncia anche un sottodimensionamento delle presenze nei tre turni giornalieri. «Il giorno siamo in 5-6, la notte, il turno potenzialmente più pericoloso, capita spesso di operare in 3 persone. È vero, poi, che il regolamento interno prevede 6-7 persone per turno, ma quel documento risale ancora a quando la struttura era adibita a centro di accoglienza: il Cie è una cosa completamente diversa». Lamentale, sostengono gli operatori del Cie, più volte avanzate a Prefettura e Questura di Gorizia. «In concreto, purtroppo, è cambiato poco o nulla, la situazione resta insostenibile, anche perché gli immigrati ospiti del Cie, molti dei quali provenienti dal circuito carcerario, hanno capito che possono sfruttare a loro favore tale situazione». Cie di Gradisca dove, ieri, sono ripresi i trasferimenti. In mattinata, infatti, 5 clandestini sono stati dimessi con il foglio di via (l’invito ad abbandonare il paese entro 5 giorni) per decorrenza dei 6 mesi previsti come limite massimo per il trattenimento amministrativo mentre nel primo pomeriggio, scortati dalle forze dell’ordine, sono stati introdotti nella struttura altri 11, trasferiti da Cagliari a bordo di un volo charter. (ma.ce.)

INCENERITORE DI MANZINELLO/ Dolo? Ma quale dolo?

Manzano, rogo al termovalorizzatore
Danni per un milione di euro

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di Giorgio Mainardis

Di nuovo un incendio al termovalorizzatore di Manzano. L’impianto è stato realizzato per la termodistruzione dei residui delle lavorazioni industriali con lo scopo di ottenere energia elettrica e termica. Il rogo, il quarto in meno di un anno, pare di origine dolosa. Danni per un milione di euro

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Messaggero Veneto VENERDÌ, 06 AGOSTO 2010 Pagina 7 – Udine

Il proprietario: basta, l’inceneritore è in vendita

Roberto Lovato alza bandiera bianca: «Ho investito in innovazione, ma la mia battaglia ormai è persa»

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MANZANO. Un’idea nata oltre dieci anni fa pensando di cavalcare una parola cara agli imprenditori: innovazione. L’industriale Roberto Lovato aveva capito che  la via dello smaltimento dei rifiuti era quella maestra. Gli avrebbe consentito di diversificare l’attività di imprenditore nel settore delle sedie e mettere al sicuro così gli oltre 150 posti di lavoro delle sue aziende. Ora però, dopo l’ennesimo incendio a Manzinello, Lovato alza bandiera bianca. L’aveva già detto in luglio che era pronto a vendere, al pubblico o al privato, il suo impianto. Ieri lo ha ribadito con forza. «Più di dieci anni fa ho giocato la carta dell’innovazione – ha detto l’industriale – in questi anni mi sono trovato davanti una strada piena di ostacoli: dalla burocrazia agli ambientalisti. L’impianto è rimasto fermo per un sequestro preventivo dal 2007 al 2009, poi fior di esperti hanno detto che l’inquinamento nella zona è lo stesso quando l’impianto è acceso o spento. E una volta ottenuto, dopo ben 43 mesi di sequestro, il via libera anche dalla magistratura sono cominciati gli incendi». Quattro con quello di ieri. Troppo per l’industriale che a Manzinello ha avviato un impianto capace di bruciare e trasformare in energia fino a 20 mila tonnellate di rifiuti all’anno. Dalla carta al cartone al legno trattato, fino agli imballaggi e alle morchie di verniciatura. Insomma, molti rifiuti prodotti dalle aziende del distretto possono essere smaltiti nel termovalorizzatore. «Un esempio: per le 4 mila tonnellate annue di morchie di verniciatura che calcoliamo vengano prodotte dalle imprese del Distretto – ha detto Lovato – abbiamo offerto ai nostri colleghi prezzi altamente competitivi. Nonostante la crisi del settore del legno contavamo di lanciare con decisione l’attività di un impianto all’avanguardia. Invece sono arrivati gli incendi». «L’ultimo – ha continuato Lovato – abbiamo la certezza sia doloso». Nemici? «Non credo di averne, credo che chi abbia appiccato l’incendio in qualche modo voglia farsi giustizia da solo, non contento dei pronunciamenti della magistratura e della autorità proposte che hanno dato disco verde al termovalirizzatore». Già in luglio Lovato comunque aveva messo in vendita l’impianto. «I consorzi pubblici di smaltimento potrebbero essere interessati al termovalorizzatore perchè quest’impianto completerebbe alla perfezione la “filiera” del rifiuto. Diversi privati poi hanno già messo gli occhi sul termovalorizzatore». E se allora l’incendio fosse stato appiccato per far diminuire il prezzo di vendita del termovalorizzatore, che non sarebbe inferiore ai dieci milioni di euro? Lovato non lo esclude, ma non ci crede fino in fondo. «So solo – ha detto – che da quando è fermo l’impianto, e ciò dall’incendio di maggio, (il terzultimo della serie ndr) il nostro gruppo perde 20 mila euro al giorno. Ora 15 operai dovranno andare in cassa integrazione e gli oltre cento dipendenti delle imprese del legno del gruppo dovranno tremare perchè tra blocco dell’impianto e danni la perdita secca a causa di questo incendio potrebbe raggiunger il milione di euro. «Ho investito in tecnologia – ha detto Lovato – ho creduto nel recupero e nella valorizzazione del rifiuto visto come fonte di energia: ho perso». (a.s.)

 

Messaggero veneto 6 agosto

VENERDÌ, 06 AGOSTO 2010

Pagina 7 – Udine

L’ombra del dolo sul rogo al termovalorizzatore

Le telecamere hanno registrato un’intrusione prima delle fiamme. Quarto episodio in dieci mesi

MANZANO

Incendio nel magazzino rifiuti del sito fermo da maggio: tre squadre di vigili del fuoco hanno lavorato per ore La prima stima dei danni supererebbe il milione di euro. I 15 dipendenti sono stati messi in cassa integrazione

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MANZANO. Ennesimo incendio al termovalorizzatore di Manzinello, un impianto realizzato per la termodistruzione dei residui delle lavorazioni industriali per ottenere energia elettrica e termica. É accaduto alla Nuova Romano Bolzicco spa nella zona industriale di Manzano pochi minuti dopo la mezzanotte di ieri. Le origini a quanto pare sono dolose. Si tratta del quarto rogo in meno di un anno nello stabilimento. I danni sono ingenti e sfiorebbero il milione di euro, tenuto conto anche del fermo produzione che potrebbe essere lungo.
Dell’origine dolosa ne sono certi i fratelli Lovato, titolari dell’impianto, che ieri mattina, osservando sconsolati quello che restava del vasto magazzino, affermavano di aver riscontrato nel sofisticato impianto di antintrusione (diverse telecamere posizionate nell’area dello stabilimento e una linea interrata di sensori posta lungo tutta la recinzione) una segnalazione di allarme otto minuti dopo mezzanotte e un’altra alle 00,17 che registrava l’incendio divampato violento nel magazzino dove erano stivate circa 400 tonnellate di rifiuti vari derivanti da lavorazioni e da imballaggi. «Con questa certezza – ha detto Roberto Lovato – siamo autorizzati a pensare che anche i precedenti incendi, fatta eccezione per uno avvenuto per cause fortuite, siano di origine dolosa».
I carabinieri della stazione di Manzano coordinati dalla Compagnia di Palmanova invece attendono l’esito dei rilievi dei Vigili del fuoco per pronunciarsi definitivamente, ma sono molto propensi a confermare l’origine dolosa. Con l’impianto fermo da maggio, l’ipotesi dell’autocombustione va scartata. Rimane quella di un intervento di terzi.
Le fiamme, come prevedibile, l’altra notte hanno avuto facile presa sul materiale depositato favorite anche dal combustibile di alimentazione di un macchinario per la triturazione e decompostaggio degli scarti conferiti. L’impianto, va ricordato, è fermo dal 1 maggio, quando il termovalorizzatore fu interessato dal secondo rogo della serie. L’altra notte è stato laborioso e impegnativo il lavoro delle tre squadre dei Vigili del fuoco intervenute da Udine e Cividale per smassare l’enorme quantità di materiale e evitare la ripresa di altri focolai. Il lavoro dei vigili del fuoco è proseguito per tutta la giornata di ieri per i necessari lavori di smassamento. Una situazione tribolata quella del termovalorizzatore di Manzinello alle prese da qualche anno tra sequestri e incendi. Negli ultimi mesi sono stati ben quattro che hanno interessato prima i silos, poi i nastri trasportatori e ora il magazzino con danni ingenti per centinaia di migliaia di euro.
All’impianto, come riferisce il funzionario dei Vigili del Fuoco Valmore Venturini, dopo lo scoppio dei silos che aveva causato l’ultimo incendio, era stata revocata l’autorizzazione all’esercizio in quanto erano state rivenute tracce di polveri e vapori infiammabili. In questi mesi quindi nell’impianto c’è stata solo un’attività di ammassamento di merce da smaltire e non di termovalorizzazione.
L’inceneritore ha una potenzialità annua di smaltimento di ventimila tonnellate di rifiuti (carta, cartone, legno trattato, imballaggi, morchie di verniciatura). Le campagne di misura sono state effettuate tra l’estate del 2009 e la primavera 2010, per un totale di 64 giorni senza registrare emissioni inquinanti.
Un progetto, quello del termovalorizzatore che, al di là delle valutazioni degli impatti ambientali, era nato per portare innovazione e nuove risorse al comprensorio industriale del Manzanese, ma che, evidentemente, se la pista del dolo sarà confermata, non è ben visto da qualcuno. Oltre ai Vigili del Fuoco, come ricordato rimasti impegnati per tutta la giornata di ieri, sono intervenuti sul posto per i rilievi del caso anche i carabinieri della stazione di Manzano e naturalmente i tecnici dell’Arpa.
Giorgio Mainardis

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VENERDÌ, 06 AGOSTO 2010

Pagina 7 – Udine

Dai premi all’allarme diossina

L’impianto contestato

MANZANO. Oscar per l’innovazione, grane con gli ambientalisti, sequestri della magistratura, quattro incendi. È una storia tormentata quella del ter4movalorizzatore i Manzinello, aperrto dall’imprenditore Roberto Lovato per diversificare l’attività di industriale della sedia. La Nuova Romano Bolzicco, l’azienda del gruppo Crabo di Lovato, alla fine degli anni ’90, aveva realizzato il progetto in collaborazione con la Facoltà di ingegneria dell’Università di Udine. Obiettivo trasformare iol rifiuto in energia elettrica e termica, la nuova frontiera. Nel 2001 la ditta aveva anche ottenuto l’Oscar dell’Innovazione, un riconoscimento istituito da Anciveneto e Anci SA s.r.l; la giuria aveva selezionato il termovalorizzatore tra oltre 300 progetti pervenuti, realizzati da istituzioni e imprese del Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Nel 2007 pèoi la tegola: l’impianto fu posto sotto sequestro preventivo dal Tribunale di Udine per sospette emissioni di diossina. Da una parte gli ambientalisti, e un agguerrito comitato, che segnalavano l’inquinamento nella zona dell’impianto, dall’altra l’industriale che tirava fuori riconoscimenti e premi. Il tutto poi tra denunce, ricorsi e un vero e proprio braccio di ferro tra industriale e Provincia sui materiali da trasformare nell’impianto. Nel novembre del 2008 la Provincia, in seguito a una conferenza di Servizi, diede il via libera alla riapertura del termovalorizzatore. Nel settembre del 2009 però Lovato e il suo impianto hanno cominciato a fare i conti con gli incendi, ben quattro, e con su almeno due di questi il sospetto del dolo come causa. L’ultimo l’altra notte

 

 

 

NO TAV/ Veneto: «Un commissario per la Tav» e Riccardi rilancia ..

… e Riccardi rilancia

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Corriere del Vento 6 agosto

LO STALLO

«Un commissario per la Tav»

11:27 POLITICALa Regione dopo l’accusa di Castelli al Veneto. Il Pd: «Lega distratta». La Cna: subito un tavolo

 

Lo stallo

«Un commissario per la Tav»

La Regione dopo l’accusa di Castelli al Veneto. Il Pd: «Lega distratta». La Cna: subito un tavolo

 

VENEZIA—Magari finirà come per il Passante di Mestre. E per la superstrada (a pagamento) Pedemontanta Veneta, o ancora per la terza corsia dell’autostrada A4 Venezia-Trieste: per cantierare e realizzare queste opere, è stato necessario nominare un commissario governativo ad hoc con attribuzioni speciali. Perché le grandi infrastrutture, in Italia, si fa fatica a costruirle così, figuriamoci seguendo le procedure ordinarie. Dunque, servirà un funzionario con i superpoteri anche per portare a casa il tratto nordestino della Tav, cioè l’ormai leggendaria Alta velocità- Alta capacità ferroviaria? Renato Chisso, responsabile del comparto mobilità e infrastrutture nella giunta regionale, lo dice sommessamente ma lo dice (vedi intervento a destra): «Forse non è disdicevole ipotizzare la nomina di un commissario – sostiene il politico del Pdl – per l’emergenza ferroviaria Est-Ovest nel settentrione d’Italia, se questo serve ad accorciare i tempi».

I quali tempi, per la cronaca, si prevedono già molto lunghi: non soltanto nel tratto veneto della Tav ancora non si vedono i cantieri ma, da Venezia in avanti (verso Trieste), manca addirittura il progetto e si è appena deciso quale tracciato seguire, staccandosi dall’autostrada A4 e facendo correre i binari più vicino alla costa. Insomma, ha qualche ragione il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli (Lega Nord), quando attribuisce le colpe dei ritardi sulla Tav alle divisioni dei veneti? Stefano Fracasso, consigliere regionale del Pd, ribalta l’accusa: «Chi governa deve rispondere di ciò che fa, ma anche di ciò che trascura. Il governo di centrodestra, a livello nazionale e regionale, ostenta da anni disinteresse verso il problema della Tav sulla tratta veneta. C’è uno stallo di cui il governo (e quindi Castelli, ndr) non può incolpare né la minoranza, né tantomeno i territori locali. Quella leghista – prosegue Fracasso – non è peraltro una distrazione occasionale. Sull’argomento della Tav ho presentato un’interrogazione due mesi fa, che attende ancora risposta. Ma è tutta la questione della mobilità ferroviaria regionale ad essere stata abbandonata dal centrodestra».

Un appello ad abbandonare le polemiche e riprendere un’azione costruttiva si alza dalle categorie produttive. La Cna, in particolare, rilancia così: «Basta rimpalli, chiediamo al governatore Zaia di convocare, già a settembre – sottolinea il presidente regionale Oreste Parisato -, tutti i soggetti interessati, per concertare con il governo, le Ferrovie dello Stato e gli enti locali coinvolti, un percorso che ci porti fuori dalla preoccupante situazione di stallo che sta vivendo la Tav, opera strategica per il futuro del Nordest. La confusione – insiste Parisato – è assoluta, occorre che il presidente della Regione prenda in mano la situazione. Tra mancati finanziamenti, progetti non completamente definiti, polemiche agostane e opere che fuori dal Veneto procedono spedite, non si capisce più nulla». Difficile dargli torto.

A.Z.
06 agosto 2010