CIE DI GRADISCA: la demolizione è quasi finita

Messaggero Veneto del 28/02/1

Nuova rivolta al Cie di Gradisca
che è quasi del tutto inagibile

Cie, immigrati

 

 

Nuova rivolta, il Cie di Gradisca quasi inagibile

 

GRADISCA. Il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca d’Isonzo è al collasso. A mettere definitivamente al tappeto la struttura isontina sono stati gli incendi appiccati dagli immigrati nel primo pomeriggio di ieri, quando tra le 13 e le 14 sono state date alle fiamme sei delle sette stanze rimaste ancora agibili dopo i disordini delle ultime due settimane. Un’azione palesemente mirata quella degli “ospiti” del centro, che negli ultimi cinque giorni hanno incendiato (bruciando materassi e suppellettili varie) sedici stanze del complesso, dove al momento risulta agibile una sola camerata, a regime standard predisposta per ospitare 8 letti.

Un’inezia a fronte dei 105 immigrati clandestini attualmente rinchiusi nella struttura, tanto da costringere la Prefettura di Gorizia a inviare nel pomeriggio di ieri una richiesta d’aiuto ufficiale al ministero dell’Interno, precisando la «situazione di assoluta criticità e il concreto rischio di collasso in cui versa il Cie». «Resta agibile una sola stanza, salvata in tempo dai vigili del fuoco – hanno confermato ieri dalla Prefettura del capoluogo isontino –. Lo stato d’emergenza era scattato già venerdì sera, quando a seguito di altri incendi erano rimaste 7 le stanze funzionali, con una capacità standard di 56 posti, per ospitare 135 immigrati. Molti avevano passato la notte a terra, in sistemazione d’emergenza, ma ora, con una sola stanza agibile e una capienza di 105 persone, la situazione è al limite del drammatico. Gli spazi per ospitare gli immigrati, seppur in alloggi di fortuna come corridoi e locali normalmente adibiti ad altre funzioni, materialmente ci sono ma è evidente che può trattarsi di una soluzione temporanea, impraticabile nell’arco di più giorni. In merito a possibili trasferimenti di immigrati dal Cie di Gradisca, invece, al momento non ci sono comunicazioni ufficiali, stanotte (ieri, ndr ) sicuramente resteranno tutti nella struttura, non c’è disponibilità di posti negli altri centri italiani».

Il Carnevale ad alta tensione nel Cie di Gradisca è cominciato già nella tarda mattinata di ieri, quando il previsto rilascio di una ventina di immigrati (dopo che sabato 32 erano stati fatti uscire con il foglio di via, l’invito ad abbandonare il Paese entro 5 giorni) disposto dalla Questura goriziana è stato bloccato dal Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale. Un mancato rilascio che ha immediatamente fatto esplodere la tensione nella struttura, dove poco dopo le 13 sono cominciati i disordini, sfociati nell’incendio. Inutile l’intervento dei vigili del fuoco di Gorizia, che non hanno potuto far altro che provvedere alla messa in sicurezza della struttura e dichiarare l’inagibilità delle sei stanze. Nel corso dell’incendio, con alte colonne di fumo che per un’ora si sono elevate sopra il Centro per immigrati isontino, non si sono registrati casi di intossicamento o feriti.

Marco Ceci


Il Sap: Centro abbandonato dal Viminale

 

GRADISCA. Il febbraio “caldo” al Cie di Gradisca è cominciato sabato 12, quando l’arrivo da Lampedusa di una cinquantina di immigrati tunisini (30 dei quali chiesero immediatamente asilo politico) provocò un’immediata escalation di tensione, sfociata lunedì 14 nell’incendio di tre stanze. Martedì 22 nuovi disordini e l’inizio di una settimana di fuoco, proseguita giovedì con l’incendio di sette stanze e l’arresto di 5 clandestini. Venerdì nuovi disordini, culiminati con l’incendio di altre quattro stanze.

Sull’escalation di tensione nella struttura isontina è intervenuto ieri il segretario provinciale del Sap (Sindacato autonomo di Polizia) di Gorizia, Angelo Obit. «Vista la grave situazione il questore, che nel frattempo non aveva ottenuto rinforzi dal Dipartimento e nemmeno disponibilità di posti in altri Cie – ha detto Obit –, sabato aveva suo malgrado deciso di dimettere dal Centro, con intimazione a lasciare l’Italia, i soggetti giudicati meno pericolosi. Era l’unica possibilità per continuare a trattenere gli altri. Ieri ne dovevano essere dimessi altri 20 ma è arrivato l’altolà del Dipartimento. Così si è alzata la tensione e sono state bruciate altre sei stanze. Se l’Europa ha abbandonato l’Italia il Dipartimento ha abbandonato Gradisca e il questore. La totale solidarietà del Sap va agli operatori e al questore al quale non va attribuita alcuna responsabilità.

 

Il Piccolo del 28/02/11

 

Rivolta al Cie di Gradisca Il Centro è ormai inagibile L’ennesima protesta è scoppiata dopo lo stop al rilascio di 20 immigrati Sabato ne erano usciti 30. Il Sap: «Resta una sola stanza per cento ospiti»

di Luigi Murciano wGRADISCA I rivoltosi hanno vinto: il Cie è definitivamente al collasso. Una settimana di rivolte ha portato ieri ad un epilogo grottesco, inimmaginabile: la struttura di massima sicurezza da 17 milioni di euro non è più agibile. Smontata pezzo dopo pezzo dalla furia degli ospiti. Ora, dopo l’incendio di altre 6 stanze, all’ex Polonio è allarme-sovraffollamento. A salvarsi dall’ennesima sommossa, scoppiata alle 14 di ieri, è stata una sola camerata da 8 posti sita nella zona rossa. Sono invece 105 i clandestini ospitati in via Udine: hanno trascorso la notte negli spazi comuni, sistemati alla bell’e meglio a terra, nei corridoi. Una sistemazione di fortuna che fa del Cie una polveriera pronta ad esplodere in qualsiasi istante. Febbrili in queste ore i contatti fra la Prefettura goriziana ed il Viminale per capire come gestire la situazione. Esclusi, almeno ieri, trasferimenti in altri Cie della penisola, dove del resto non sta neppure uno spillo. Stando alle indiscrezioni, il casus belli sarebbe scaturito da una decisione del Ministero dell’Interno, che domenica pomeriggio avrebbe congelato l’operazione di svuotamento avviata il giorno prima dalla Questura. Si era concretizzata nel rilascio (tramite foglio di via e obbligo di lasciare il Paese) di 30 immigrati ritenuti non pericolosi. Un’operazione di alleggerimento che ieri mattina avrebbe dovuto rimettere in libertà altri 20 clandestini, riportando il Cie sotto le 100 unità. Poi il dietrofront. E la situazione è deflagrata con la ribellione dei migranti che già riassaporavano la libertà. Durissimo il commento del Sap, sindacato autonomo di polizia. «Il Cie di fatto non esiste più – denuncia il segretario Angelo Obit – In cinque anni sono stati distrutti tutti i sistemi di sicurezza, la mensa, i dispositivi di vigilanza, mai ripristinati. Questa settimana invece è stata completata l’opera con la progressiva devastazione delle camerate». La situazione secondo il Sap è diventata senza uscita quando da Lampedusa sono stati trasferiti 50 tunisini. Da allora un’escalation di incendi «sistematica, quasi studiata: i migranti sapevano perfettamente quali erano le criticità del Cie». Ieri il collasso, nonostante il piano di svuotamento appena avviato. Vista la grave situazione il questore Piovesana («che nel frattempo non ha ottenuto rinforzi e nemmeno disponibilità di posti in altri Cie» precisa Obit) aveva infatti deciso di dimettere i 30 soggetti meno “a rischio” con intimazione a lasciare il Paese. «Era l’unica possibilità per continuare a trattenere gli altri» spiega il Sap. Ieri avrebbero dovuto esserne dimessi altri 20, ma è arrivato l’altolà del Dipartimento per l’Immigrazione. Ed è stato il collasso

NOTAV: rassegna stampa 26/27 febbraio + foto

Piccolo del 27/02/11

Tav, Riccardi: «C’è tempo per decidere»

 

BAGNARIA ARSA «Ci assumiamo la responsabilità di dare alle istituzioni locali tutto il tempo necessario per valutare un progetto così complesso e delicato, anche al di là dei termini di legge». Lo ha ribadito l’assessore regionale alla Viabilità e trasporti Riccardo Riccardi che, ieri nella palestra comunale di Bagnaria, ha partecipato a un incontro pubblico di presentazione della linea ferroviaria ad Alta velocità/Alta capacità Venezia-Trieste, con particolare riferimento alla tratta che interessa la Bassa Friulana. Alla riunione, aperta al pubblico, hanno partecipato i sindaci egli amministratori dei 17 Comuni coinvolti nel progetto, da Ronchis a Fiumicello, assieme a rappresentanti dell’amministrazione provinciale e ad alcuni consiglieri regionali. Come hanno spiegato i tecnici di Italferr,la società a cui Rfi (Rete ferroviaria italiana) ha affidato il progetto, dal confine con il Veneto il tracciato correrà per i primi 25 chilometri in parallelo all’autostrada A4, per poi deviare verso Cervignano e svilupparsi successivamente, fino all’Isonzo, a fianco della linea ferroviaria storica. Numerosi sono stati i sindaci che hanno preso la parola dopo l’illustrazione delle caratteristiche principali del progetto, compresi gli studi geologici e ambientali. Tutti hanno espresso soddisfazione per la decisione della Regione di ampliare i tempi disponibili e, nello stesso tempo, di affiancare agli uffici tecnici comunali alcuni esperti, in modo da poter esaminare con cognizione di causa tutte le implicazioni della linea Av/Ac.

 

 

 

Messaggero Veneto DOMENICA, 27 FEBBRAIO 2011Pagina 15 – Udine

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Bagnaria Arsa. Il progetto è stato presentato ieri mattina durante un’assemblea pubblica. I Comitati: bisogna parlare con la gente

Tav, la Regione rassicura i Comuni: avrete tutto il tempo per valutare il piano

BAGNARIA ARSA. «La Regione si prenderà tutto il tempo possibile perchè enti locali e cittadini possano preparare e presentare le loro controdeduzioni al progetto Tav»: lo ha rimarcato più volte nel corso di una affollata assemblea nella palestra di Bagnaria l’assessore regionale alla Viabilità e trasporti, Riccardo Riccardi. L’esponente regionale, intervenuto all’incontro sul promosso dall’amministrazione di Bagnaria, ha definito importante la partita in gioco e si è ripromesso di ascoltare chi è favorevole e chi è contrario alla infrastruttura ferroviaria. «Non dobbiamo usare toni da stadio nel nostro interloquire – ha ammonito Riccardi. La partita è complessa il percorso lungo e complicato. La mia porta comunque – ha tenuto a precisare – è aperta a tutti. L’importante è che si sia rispetto reciproco nell’esporre le proprie opinioni».
Analizzando poi il tracciato che interessa la nostra regione, l’assessore ha confermato la necessità di arrivare alla sua realizzazione. «Costruiamo un’opera importante – ha sottolineato ancora Riccardi – si tratta ora di recepire le osservazioni, di di scegliere e poi alla fine decidere con grande responsabilità».
Prima dell’intervento di Riccardi, tecnici di Italferr e di Rfi hanno illustrato il tracciato che dal vicino Veneto attraversa la Bassa friulana per arrivare a Monfalcone e a Trieste. Per quanto riguuarda il territorio di Bagnaria è stata presentata la nuova tratta Palmanova-scalo di Cervignano che correrà sul vecchio sedime della Palmanova-San Giorgio di Nogaro, ma fuori dall’abitato di Bagnaria.
Anselmo Bertossi, sindaco del Comune promotore dell’incontro, ha espresso un giudizio positivo sul progetto invitando comunque i redattori a rivedere alcune «inesattezze o dimenticanze». Cressati, Del Frate, Pischedda, primi cittadini rispettivamente di Palmanova, di Gonars e di Villa Vicentina, e il commissario di Torviscosa Di Nardo hanno ravvisato la necessità di un approfondimento in altra sede dell’iter. Cressatti ha caldeggiato la necessità di dialogare con la gente interessata dal passaggio della Tav e di altre tratte. Il sindaco di Muzzana ha ricordato che il suo Comune ha espresso un voto negativo sulla Tav per tenere alto il livello di attenzione e si è detto però disponibile a colloquiare con la Regione.
Al tavolo dei relatori si è poi presentato Giancarlo Pastorutti, del comitato no-Tav. Critico nel metodo con cui il progetto è stato inviato ai Comuni, ma anche nel riguardo degli stessi Enti locali di aver poco “parlato” con la gente, Pastorutti ha definito ironicamente questo incontro «la celebrazione di un rito di coinvolgimento del territorio».
Il consigliere di minoranza di Bagnaria, Tiziano Felcher, infine, fatta una disamina sullo sconquasso in una vasta area compresa tra l’autostrada e la statale triestina (terza corsia, raddoppio 352, nuove linee ferriarie), ha lanciato la proposta che il progetto non sia solo parte di un orticello, ma trovi punti di discussione in una intesa tra più Comuni coinvolti dal passaggio in primis della Tav.
Sandro Sandra

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Speriamo che questa posizione di Legambiente regionale rimanga ferma e decisa come quella della Legambiente della Val Susa, a differenza di tante altre zone in Italia dove questa associazione ambientalista collabora nei fatti con le lobby del cemento.

 

Messaggero Veneto del 26/02/11

Legambiente contro la Tav: «L’opera non è necessaria»

 

UDINE. «Un’opera non necessaria, altamente impattante sul territorio e sulla fauna e dunque assolutamente da evitare». Dopo la presentazione, lo scorso 22 dicembre, del progetto preliminare per la tratta Ronchi – Trieste per la valutazione dell’impatto ambientale, da parte di Italfer – Gruppo Ferrovie dello Stato, Legambiente continua la sua battaglia contro la Tav.

L’ultimo atto dell’associazione ambientalista è stato l’invio, nei giorni scorsi, al ministero dell’Ambiente, a quello per i Beni e attività culturali e alla Regione delle osservazioni relative proprio alla valutazione di impatto ambientale. Nelle 25 pagine di osservazioni presentate, Legambiente sostiene la necessità di implementare il trasporto di merci e persone su rotaia anziché su gomma, «essendo la ferrovia il sistema più sostenibile dal punto di vista ambientale». Tuttavia, argomenta l’associazione ambientalista «l’imponente progetto della Tav si pone come fortemente impattante sull’ambiente che attraversa, non indispensabile e di difficilissima realizzazione». Dei diversi punti analizzati all’intero del documento Legambiente sottolinea dunque la «non assoluta necessità dell’opera» suggerendo una soluzione più semplice intervenendo sulla rete esistente. (g.be.)

 

1° MARZO/ Un giorno senza di noi

1° MARZO 2011

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CIE DI GRADISCA: cento immigrati e appena otto letti

Da Il piccolo del 01/03/11


Gradisca, l’inferno del Cie: cento immigrati e appena otto letti

Sempre più difficile garantire la sicurezza nel centro dimenticato da tutti. Rivolte continue per tentare l’evasione, danni per milioni alle strutture. Il presidente della Provincia Enrico Gherghetta: “E’ un lager”

di Giovanni Tomasin

GORIZIA Il vento rivoluzionario che ha rovesciato i regimi dittatoriali del Nordafrica ha svelato una volta per tutte l’inefficienza del sistema para-carcerario che l’Italia ha adottato per la gestione dei clandestini: e mentre i riflettori sono puntati su Lampedusa, al Cie di Gradisca è scoppiato l’inferno.

Nell’indifferenza pressoché totale della politica e dei media nazionali, il centro è teatro di avvenimenti drammatici. Nei giorni scorsi i profughi tunisini, spediti in fretta e furia nell’Isontino, hanno generato un’escalation di rivolte che hanno quasi definitivamente distrutto la struttura. Domenica notte, dopo l’ennesima giornata di disordini, restava agibile soltanto una stanza con 8 posti letto, a fronte di oltre cento trattenuti, accampati nei corridoi con soluzioni di fortuna.

Un disastro che ha creato all’interno del centro una situazione esplosiva per tutte le persone coinvolte: per gli operatori di Connecting People, la società sicula incaricata della gestione, per le forze dell’ordine, afflitte da una drammatica carenza di effettivi, e soprattutto per gli “ospiti” (se vogliamo usare l’eufemismo che li identifica nel linguaggio ufficiale). Nel pieno dell’emergenza il Cie paga una volta di più i criteri poco ortodossi con cui vengono “scelti” i trattenuti: assiepati negli stessi spazi si accalcano famiglie di disperati in fuga dall’Asia centrale e dall’Africa, criminali appena scarcerati in attesa di espulsione, e ora anche i profughi delle rivolte nordafricane.

A questo si aggiunga il mosaico etnico e religioso, un mix esplosivo. Il questore di Gorizia Pier Riccardo Piovesana è in prima linea su questo fronte. Nei loro comunicati anche i sindacati di polizia hanno riconosciuto gli sforzi compiuti da Piovesana per impedire il degnerare definitivo della situazione, e accusano piuttosto Roma di aver ignorato le richieste di sostegno avanzate dalle forze dell’ordine locali. Ma Piovesana assicura che Roma non sta facendo mancare il suo supporto: «I rinforzi del Ministero sono arrivati su mia richiesta – dice il questore, che preferisce non rivelare il numero degli agenti schierati -. Inoltre i dispositivi integrati fanno sì che in caso di emergenza intervengano anche le pattuglie in servizio sul resto del territorio».

Piovesana preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno: «Guardiamo alle cose veramente importanti – dice -: ci sono stati danni materiali, ma non ci sono stati feriti tra i trattenuti, gli operatori e gli agenti. E inoltre non ci sono state fughe». È già un risultato, se si pensa a come vanno le cose nel centro: «I trattenuti danno fuoco alle loro stesse stanze con l’intento di creare confusione – spiega Piovesana -. Vengono fatti uscire dalle camerate e in quel momento tentano l’evasione. Tentano di rendere impraticabile la struttura». Il presidente della Provincia Enrico Gherghetta è perentorio: «L’unica soluzione è chiudere il Cie. Quella struttura costa in media otto milioni di euro l’anno, al netto delle spese per il rimpatrio degli immigrati. Uno spreco colossale che serve soltanto a rabbonire l’opinione pubblica, perché il problema così non lo si risolve. Ho visto persone che dopo dieci anni di galera non erano ancora state identificate, e sono state mandate al Cie. Ci credo che scoppiano le rivolte. Quel posto va eliminato: è un lager».

Trieste: primo marzo 2011

 

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Malgrado la bora non abbia lasciato tregua per tutta la giornata, molti fra migranti e antirazzisti/e solidali si sono ritrovati in via delle Torri, nel pieno centro cittadino, per la manifestazione organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste. Benchè all’inizio fossero previste quattro piazze tematiche, nelle altre piazze sono stati effettuati dei volantinaggi, mentre la maggior parte delle persone si sono riunite in un unico luogo. Qui sono stati fissati gli striscioni e sono stati distribuiti centinaia di volantini ai pochi passanti infreddoliti. Non sono mancati gli interventi, fra cui quello della Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone, che ha ricordato il progetto del governo di deportare tutti i richiedenti asilo che si trovano nei CARA in un’ex-base della NATO a Mineo (Sicilia), contro il quale è necessario mobilitarsi. Inoltre è stato lanciato l’appuntamento di sabato 12 marzo a Gradisca davanti al CIE. Oltre a questo, si è svolta un’azione teatrale, organizzata per l’occasione, che ha saputo catalizzare l’attenzione di tutti i presenti. Nel complesso sono intervenute un centinaio di persone.


per aggiornamenti sulle prossime mobilitazioni del comitato: primomarzotrieste.blogspot.com

 

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TRIESTE: report e foto primo marzo 2011

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Malgrado la bora non abbia dato tregua per tutta la giornata, in molti fra migranti e antirazzisti/e solidali si sono ritrovati in via delle Torri, nella manifestazione organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste. Benchè all’inizio fossero previste quattro piazze tematiche, nelle altre piazze sono stati effettuati solo dei volantinaggi, mentre la maggior parte della gente è confluita in un unico luogo. Qui sono stati fissati gli striscioni e distribuiti centinaia di volantini ai pochi passanti infreddoliti. Non sono mancanti gli interventi, fra cui quello della Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone, che ha ricordato il progetto del governo di deportare tutti i richiedenti asilo che ora si trovano nei CARA in un’ex base NATO situata a Mineo (Sicilia) e ha invitato tutti e tutte a mobilitarsi. E’ stato anche ricordato l‘appuntamento di sabato 12 marzo a Gradisca davanti al CIE. A metà manifestazione si è svolta un’azione teatrale, organizzata per l’occasione, incentrata sul rapporto CIE/prigione, che ha catalizzato l’attenzione di tutti i presenti. Nel complesso sono intervenute un centinaio di persone.

Per aggiornamenti sulle prossime iniziative del comitato: primomarzotrieste.blogspot.com

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Da Il Piccolo del 02/03/11

 

COMITATO PRIMO MARZO

«No al reato di clandestinità e alla sanatoria-truffa»

Anche a Trieste uniti con i migranti per dire no ai Cie, alla sanatoria truffa, per abrogare il reato di clandestinità. Non li ha fermati il gelo di ieri, in via delle Torri: il Comitato Primo marzo, assieme ai Beati costruttori di pace e al Comitato Danilo Dolci, hanno organizzato per il secondo anno la protesta “Un giorno senza di noi”. Senza colf e badanti, senza migranti, uno dei motori dell’economia italiana. A Gradisca la protesta incendia il Cie, a Trieste chiedono la chiusura di tutti i centri. Sugli striscioni, lo sdegno contro la sanatoria delle colf e badanti: “Contributi pagati e permessi negati”. «A Trieste, come in molte città d’Italia, da più di un anno si sta portando avanti la battaglia contro la sanatoria-truffa», spiegano dal Comitato Primo marzo. Nel settembre 2009 in molti avevano visto «una possibilità di emergere dalla loro situazione di “clandestinità”». Perché truffa? «Una doppia truffa – aggiungono i manifestanti -. Perché non era possibile regolarizzare la propria posizione se si aveva un lavoro, ma solo se si lavorava come colf o badante. Nel marzo del 2010 una circolare del capo della polizia comunica che non può essere sanato chi è stato condannato perché, essendo irregolare, non ha lasciato il paese. Oggi, dopo 17 mesi, migliaia di persone attendono di conoscere la loro sorte». (i.gh.)

 

 

1° marzo/ MONFALCONE

Report. Distribuiti volantini per il 12 marzo contro il CIE ed intervento al microfono durante il corteo

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Messaggero Veneto MERCOLEDÌ, 02 MARZO 2011 Pagina 6 – Gorizia

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Affollato corteo per i diritti dei migranti

Contro il razzismo e lo sfruttamento. Ricordata la morte di Ismail Mia

MONFALCONE. Nonostante la forte bora e il freddo pungente, centinaia di persone, tra cui tanti stranieri, hanno sfilato per Monfalcone per manifestare contro razzismo e sfruttamento dei lavoratori migranti. Organizzata dal Comitato 1º marzo, di cui fa parte l’Unione sindacati di base, la manifestazione è partita dalla Fincantieri, ricordando che il 21 febbraio è morto di lavoro il terzo operaio in tre anni, Ismail Mia, di soli 22 anni, ed è giunta in piazza della Repubblica dove i manifestanti si sono fermati per esprimere l’importanza dell’iniziativa, organizzata in concomitanza con la giornata di mobilitazione internazionale in difesa dei diritti dei migranti all’insegna dello slogan “Un giorno senza di noi”. «Facciamo diventare il 1º marzo una giornata importante di lotta, per affermare, senza se e senza ma, i diritti di tutti, per dire che non siamo più disposti a essere merce per i profitti miliardari delle grandi imprese o merce di scambio per la politica e le proprie clientele», hanno affermato gli organizzatori, mentre in corteo si sono visti gli striscioni dell’Associazione carico sospeso-Comitato Cicciarella e uno striscione, tenuto con forza da lavoratori del Bangladesh, in cui si affermava “Adesso basta precarietà e morti bianche e sfruttamento”.
“Tutti i lavoratori, studenti, precari e disoccupati uniti nella lotta in difesa della dignità e della vita – Alla conquista di nuovi diritti sociali universali” è lo slogan che il Comitato ha sostenuto in difesa dei diritti di tutti i cittadini migranti e italiani per la salvaguardia dei posti di lavoro, ma anche dei diritti sociali universali, «sia quelli già conquistati, che oggi sono sotto attacco, sia per la conquista di nuovi diritti universalmente garantiti. Nell’interesse comune occorre lottare sia contro il supersfruttamento di cui oggi, a Monfalcone, Fincantieri è simbolo, sia per i lavoratori».
Tra i partecipanti anche l’assessore ai servizi sociali di Monfalcone, Cristiana Morsolin, e il rappresentante della comunità del Bangladesh, Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark.
«Vogliamo ricordare tutti quelli che hanno perso la vita sul lavoro. Oggi è la prima volta che a Monfalcone si celebra il 1º marzo – ha detto –. Dichiariamo solidarietà a tutti i lavoratori italiani e delle diverse parti del mondo. Chiediamo per tutti sicurezza sul lavoro e chiediamo che gli enti si muovano perché la situazione è inaccettabile. Al Comune di Monfalcone chiediamo che si costituisca parte civile nel processo per la morte di Ismail e ai sindacati e alle Rsu che si costituisca un tavolo per incontri rapidi non solo in occasioni tragiche, ma tutte le volte in cui non vengono rispettati i diritti e le norme di sicurezza».
Tra le richieste del Comitato, l’assunzione di responsabilità di quanto accaduto «a partire dai vertici di Fincantieri e l’assunzione di provvedimenti concreti a partire dall’esclusione dal Cantiere delle ditte in appalto e subappalto che hanno subito contestazioni su questioni di sicurezza e regolarità contrattuale, con l’assorbimento dei lavoratori in altre ditte o direttamente in Fincantieri».
Cristina Visintini

CIE DI GRADISCA: non lo vogliono svuotare

Da Il Piccolo

MERCOLEDÌ, 02 MARZO 2011

Materassi e rinforzi per l’emergenza Cie

Novanta giacigli di fortuna e dieci poliziotti in più in attesa che il governo decida di ridurre la capienza a 70 posti

di Luigi Murciano GRADISCA La capienza del Cie va ridotta a 70 unità, a un terzo delle capacità reali. È questa una delle richieste emerse nella riunione della Commissione per l’ordine pubblico e la sicurezza convocata dopo l’escalation di rivolte che hanno portato il centro immigrati di Gradisca al collasso. Non sono in vista decisioni drastiche. Il piano sarà scaglionato in più fasi. Obiettivo primario, per il quale la Prefettura attende ancora una risposta dal ministero dell’Interno, è un’ulteriore riduzione della capienza. Una soluzione che la Prefettura aveva in programma prima delle sommosse di questi giorni, e motivata dall’avvio dei lavori di messa in sicurezza del centro. Per diminuire la popolazione del Cie di altre 30 unità non saranno previsti svuotamenti di massa. Alla riduzione della capienza si arriverà gradualmente. Ieri si sono registrati 5 movimenti in uscita: un clandestino cinese è stato rimpatriato, 4 nordafricani sono stati trasferiti in altri Cie. Ma altri trasferimenti sembrano difficili, visto che anche negli altri centri non sta più uno spillo. Tantomeno dovrebbero essere previsti ulteriori rilasci di immigrati con foglio di via. Una soluzione, questa, che era stata bloccata domenica dal Viminale diventando il casus belli della rivolta che ha messo in ginocchio il Cie. Attualmente sono un centinaio gli immigrati sistemati negli spazi comuni dopo la distruzione di 27 delle 28 camerate. All’ex Polonio si è reperito in tutta fretta una novantina di materassi per sistemare negli spazi comuni gli ospiti presenti che dormono a terra, dove capita: nei corridoi, in sala mensa e nella zona dei centralini.Un altro obiettivo è il progressivo recupero delle camerate. «Due stanze possono essere rese di nuovo agibili in tempi ragionevoli, ospitando sino a 25 immigrati», spiegano dalla Prefettura. La situazione continua comunque a essere delicata e precaria. Rafforzato il servizio di sorveglianza, con una decina di agenti provenienti dal Reparto mobile di Padova: a controllare a vista il maxi-dormitorio vi sono dieci agenti in più da spalmare sui cinque turni di vigilanza previsti nell’arco delle 24 ore. Il coordinamento provinciale dei Vigili del fuoco chiede invece un presidio fisso all’interno del Cie. «Gli interventi non sono più occasionali ed il personale viene distolto dal servizio ordinario – spiega – aumentando i carichi di lavoro». Sono in programma anche alcune manifestazioni. Il sindacato di polizia Ugl organizza omani alle 10 un sit-in davanti alla Prefettura. Sabato dalle 16 dinanzi al Cie assemblea pubblica organizzata dagli anarchici friulani

 

Dal Messaggero Veneto del 02/03/11

Ma la Lega attacca: «Ora basta clandestini in Friul”

TRIESTE. Le nuove ondate di immigrati che dalle turbolenze del Nord Africa arrivano in Italia accendono il dibattito politico in Friuli Venezia Giulia. La Lega Nord mette le mani avanti e dice chiaramente che non vuol accogliere alcun immigrato dalla Libia sul territorio regionale. Ma il Carroccio se la prende anche per la gestione del Cie di Gradisca, danneggiato a più riprese dagli immigrati, e trova un insolito alleato in Rifondazione comunista, che pretende la chiusura del centro.

L’allarme. «La Prefettura di Pordenone – ha annunciato ieri il capogruppo leghista Danilo Narduzzi – sta cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private». Netta la contrarietà del Carroccio: «Noi non vogliamo questa gente, se li tengano in Sicilia». La ricerca degli spazi per prepararsi all’emergenza Libia è in effetti in corso in varie parti del territorio nazionale e regionale, e anche a Pordenone. La Lega, però, non ammette che gli immigrati arrivino al Nord. «Si costruiscano dei campi lavoro in Aspromonte – ha continuato il leghista, nel corso del question time nell’aula dell’assemblea regionale -, facciamoli lavorare, perché la Lega non ci sta, da noi i libici non devono arrivare». Narduzzi ha poi ricordato le tensioni e gli scontri che si sono verificati negli ultimi giorni al Cie di Gradisca d’Isonzo: «Chi paga questi danni? Perché solo in Italia avvengono queste cose? L’Europa non c’è, non esiste e si vede tutta l’impotenza del governo. Meno bunga bunga – ha concluso Narduzzi – e più leggi serie».

L’opposizione. «Se non riesce a contattare il ministro leghista Maroni, sono pronta a suggerire a Narduzzi il numero di telefono del Viminale»: ha affermato l’europarlamentare del Pd, Debora Serracchiani, replicando al capogruppo della Lega. «Pensavamo di esserci abituati alle bizzarrie della Lega regionale – ha osservato Serracchiani –, ma se Narduzzi riesce a mettere sotto accusa il governo nazionale e il ministro degli Interni sappia che stavolta, almeno su questo, siamo d’accordo con lui».

Riguardo all’affermazione che la prefettura di Pordenone starebbe «cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private», Debora Serracchiani ha invitato il consigliere Narduzzi «a esercitare la massima cautela nel diffondere notizie allarmistiche riguardo l’attività della Prefettura di Pordenone, che è un’articolazione dello Stato e che certo non improvvisa alloggi di fortuna per immigrati. La proposta di istituire campi di lavoro in Aspromonte per i libici, invece, è nel solco del suo tradizionale buon gusto».

L’accusa. Da Rifondazione comunista arriva un inedito assist ai leghisti: «Il Cie di Gradisca non è più abitabile e va chiuso», ha dichiarato il consigliere regionale Roberto Antonaz. «Il centro ormai – ha spiegato Antonaz – non ha più l’abilitazione per ospitare nessuno, e va subito chiuso. Ad oggi c’è solo una camerata non bruciata e le altre sono state bruciate, gli immigrati devono dormire nella sala mensa da 40 metri quadri». Antonaz ha definito «farneticazioni» le dichiarazioni della Lega Nord sugli immigrati dalla Libia. «La Lega – ha aggiunto Antonaz – sfoga sugli immigrati tutte le sue frustrazioni, è una politica dell’odio che sparge a piene mani. C’è un vero problema nel territorio regionale: è l’inferno dantesco del Cie, e la giunta regionale dovrebbe chiedere al governo di chiuderla».

Beniamino Magliaro

 

Seganti: Gradisca non ce la fa più dobbiamo velocizzare i rimpatri

 

GRADISCA. Il livello di emergenza al Cie di Gradisca d’Isonzo è ormai fuori scala e a riconoscerlo è stato ieri anche l’assessore regionale alla Sicurezza, Federica Seganti, che ha confermato come ci sia «difficoltà a ospitare tutte le persone nella struttura isontina e si propone il tema di velocizzare i rimpatri». Ripercorrendo le vicende che negli ultimi anni hanno interessato il centro per immigrati, Seganti ha inoltre ricordato i finanziamenti regionali e ministeriali atti a migliorare la sicurezza all’interno e all’esterno della struttura.

«Il centro – ha aggiunto l’assessore – avrebbe bisogno di interventi strutturali, ma in questo momento è impossibile spostare gli ospiti per svolgere i lavori a causa della ripresa degli sbarchi. Il problema dei nuovi arrivi di immigrati, però, deve essere affrontato da tutta l’Europa, gli immigrati vanno rimpatriati o trasferiti in altri Paesi, altre soluzioni non ci possono essere».

Sull’emergenza al Cie di Gradisca è intervenuto anche il consigliere regionale Roberto Antonaz (Rifondazione comunista): «La struttura non è più abitabile e va chiusa. Il centro ormai non ha più l’abilitazione per ospitare nessuno, a oggi è agibile una sola camerata mentre le altre sono tutte state bruciate e gli immigrati devono dormire nella sala mensa da 40 metri quadrati».

Con due distinte iniziative parlamentari a Camera e Senato, intanto, l’onorevole Ivano Strizzolo e il senatore Carlo Pegorer (Pd) hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno in merito ai recenti incidenti al Cie, ricordando come gli episodi di tensione e di violenza, con danni a persone e strutture, «determinano una costante situazione di emergenza per il personale impegnato e di comprensibile apprensione per la stessa popolazione residente», e ribandendo che a seguito dei disordini degli ultimi giorni «il Cie risulta pesantemente danneggiato e la sua capacità ricettiva per nuovi gruppi di immigrati è ridotta al minimo».

Ieri sera, intanto, tensione nuovamente alta nella struttura gradiscana, dove poco dopo le 19 è stato disposto un incremento del personale di polizia al fine di prevenire eventuali nuove rivolte.

«Si è deciso di rinforzare la sicurezza nella struttura – ha confermato l’ufficio di gabinetto della prefettura di Gorizia al termine della riunione del comitato provinciale sulla sicurezza e l’ordine pubblico –, dove sono attualmente ospitati 100 immigrati, in quanto in mattinata 4 persone, individuate dalla Questura, sono state trasferite al Cie di Bari e una quinta, l’unico cinese presente nel Cie, è rimpatriata. Da venerdì siamo in attesa di risposta del ministero dell’Interno alla nostra richiesta di trasferimento degli ospiti».

Marco Ceci

NO OGM: Fidenato chiede il dissequestro

Messaggero Veneto del 01/03/11

Mais, Fidenato chiede il dissequestro

E’ sotto chiave ormai da sei mesi, con tanto di impianto d’allarme – pagato dalla Regione – per custodirlo. E’ il mais Mon 810 raccolto dai campi di Fanna e Vivaro di Giorgio Fidenato. Il proprietario del mais Ogm, però, è pronto a presentare istanza di dissequestro «perché parliamo di una varietà che si può commercializzare in Europa e perché il sequestro è un costo inutile per la comunità». Se il processo a carico di Fidenato è stato rinviato a fine giugno, l’agricoltore non ha alcuna intenzione di attendere il giudizio per chiedere possesso del granturco. Da qui la presentazione dell’istanza. Sul fronte dei pro Ogm si muove anche l’oncologo Umberto Tirelli spiegando che l’atrazinza, erbicida comunemente usato in agricoltura, favorisce l’insorgere dei tumori alla prostata.Un pericolo che, secondo Tirelli, «potrebbe essere eliminato attraverso la tecnologia Ogm in Italia tanto osteggiata» . Da uno studio americano appena presentato al Simposio sul Cancro delle vie urinarie, si evince – come riporta il direttore del Dipartimento di oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori di Aviano –, che gli erbicidi e i defoglianti utilizzati dagli Stati Uniti in quantità enormi durante la guerra del Vietnam, tra il 1962 e il 1971, aumentarono l’incidenza di tumori della prostata nei veterani del Vietnam esposti all’agente arancio, un derivato della diossina che fa parte degli erbicidi, rispetto ai veterani non esposti allo stesso agente. La ricerca è stata condotta su 2.270 veterani, di cui 869 con cancro alla prostata, e ha evidenziato che coloro che sono entrati in contatto con l’agente arancio presentano il doppio di incidenza di tumore della prostata, in età di 5 anni più giovane alla diagnosi e in forme più aggressive e spesso metastatiche. «Questo dato – commenta Tirell – si aggiunge a quanto già si sapeva sull’incremento di linfomi e sulle malformazioni congenite che l’agente arancio aveva già evidenziato in passato. E’ importante rilevare che l’atrazina, un erbicida che oggi si impiega ancora comunemente nella nostra agricoltura e come diserbante, appartiene allo stesso gruppo di erbicidi dell’agente arancio, potenzialmente cancerogeno, e potrebbe essere eliminato attraverso la tecnologia Ogm».

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