Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
MV 10 agosto
Vivaro, blitz dei no-global Abbattuto il mais ogm
Incursione di una sessantina di giovani dei centri sociali in un campo di mais a Vivaro: hanno distrutto tutto, calpestando completamente le piante. Rasi al suolo 3.500 metri quadrati di coltivazioni, già sotto sequestro della Procura di Pordenone. Scoppia la polemica politica, per il ministro Galan è “squadrismo”. Mentre per il leghista Luca Zaia: “E’ stata ripristinata la legalità”


MARTEDÌ, 10 AGOSTO 2010 Pagina 1 – Pordenone
Vivaro invasa dai disobbedienti in tuta bianca
Il referente del movimento no global: «Tutte le comunità dovrebbero fare come noi»
LOTTA AGLI OGMx
A essere preso di mira è stato un terreno di 3.500 metri quadrati coltivato da Giorgio Fidenato Pannocchie tagliate e infilate in sacchetti da una sessantina di attivisti dei centri sociali del Nordest
Le hanno abbattute come birilli. In poco più di dieci minuti una sessantina di ragazzi dei centri sociali del Nordest (l’azione promossa da Trieste ha avuto molti partecipanti che arrivavano dal Veneto), con le tute bianche che ricordavano quelle utilizzate per le disinfestazioni, ha raso al suolo le pannocchie cresciute nel campo di Vivaro coltivato da Giorgio Fidenato. Pannocchie transgeniche secondo Greenpeace, pannocchie da esaminare per la magistratura che, il 4 agosto, aveva sequestrato il campo e condotto analisi a campione sui terreni circostanti. In pochi minuti i disobbedienti che fanno riferimento al movimento yabasta hanno distrutto un campo di 3.500 metri quadri.
L’ARRIVO. Intorno alle 11.20 una decina di auto provenienti dalle province di Trieste, Gorizia, Venezia, Padova ha attraversato il centro di Vivaro. Il paese è piccolo e quella comitiva di giovani “foresti”, molti coi capelli rasta, non è passata inosservata. Dopo avere posteggiato le automobili davanti all’agriturismo di Gelindo, i disobbedienti hanno recuperato il materiale nelle auto – tute bianche da disinfestazione, adesivi yabasta e un mega-striscione – per quello che sembrava un presidio come gli altri. Non appena è arrivata un’auto in borghese della polizia, la comitiva ha accelerato e si è diretta a piedi verso il campo che risulta in conduzione a Giorgio Fidenato, il campo che sei giorni fa era stato messo sotto sequestro dalla magistratura e aveva ricevuto la visita degli ispettori del ministero delle Politiche agricole.
IL BLITZ. Indossata la tuta, nonostante la temperatura segnasse 30 gradi, i disobbedienti sono entrati in azione. Con lo striscione “Dall’Italia a Cancun. No Ogm” – per ricordare «uno degli scenari più sfregiati dalle logiche di devastazione ambientale dell’intero Messico», nonché la sede del vertice Cop16 (conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della madre terra) che si terrà a fine novembre – alcuni no global hanno costeggiato la strada su cui si affaccia il campo. Gli altri, formando alcune file ordinate, sono partiti all’assalto del mais al grido di “Ya basta!”. Con la sola forza dei piedi, hanno calpestato e abbattuto le piante che, ogm o no, sono cadute progressivamente come nel gioco del domino. Arrivati in fondo al campo, dopo avere piegato metà filari, i disobbedienti sono ripartiti alla carica e hanno completato l’opera. Alle 11.51 le piante erano tutte accasciate al suolo. Alcuni ragazzi hanno cominciato a tagliare le pannocchie e infilarle in sacchetti neri con la scritta “pericolo Ogm”. Il materiale raccolto in forma dimostrativa (gran parte delle pannocchie è rimasta al suolo) è stato lasciato nel campo. Il cartello “Campo sequestrato dalle comunità indigene di tutto il mondo” a certificare il gesto.
EFFETTO SORPRESA. Il blitz è stato deciso senza preavviso per non dare tempo alle forze dell’ordine di intervenire. I rinforzi, chiamati dai primi agenti e carabinieri giunti sul posto, sono arrivati quando ormai le piante erano state distrutte. A guardare lo spettacolo incuriositi sono stati alcuni residenti. Tra il piccolo pubblico anche un attonito Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra e sostenitore della sperimentazione biotech. Alle forze dell’ordine sopraggiunte in un secondo momento non è rimasto che identificare – non senza difficoltà visto che i giovani hanno cercato di sottrarsi alla procedura – i partecipanti all’azione.
LE RAGIONI. «Oggi siamo qui con le nostre facce alla luce del sole – ha rimarcato Luca Tornatore, referente triestino del movimento no global – per un atto di disobbedienza civile pubblica, un atto che dovrebbero compiere tutte le comunità». Un atto, secondo i disobbedienti, rimasto l’ultimo possibile visto che «il 28 aprile abbiamo consegnato un esposto alla Procura di Pordenone. Che cosa è stato fatto in questi mesi? Perché è dovuta intervenire Greenpeace per fare le analisi?». Domande che arrivano da più parti e che si aggiungono alle polemiche di un’inchiesta sempre più complicata. Il campo raso al suolo, infatti, era comunque stato sequestrato dalla magistratura.
Martina Milia


Marzo 17th, 2017 — Agricoltura, General
| NO ALLE DENUNCE. SI AL RIPRISTINO DELL’AGRICOLTURA NATURALE, CONTRO GLI ABUSI DEI SINGOLI, GLI INTERESSI DELLE MULTINAZIONALI E LA LEGALITA’ DELLO STATO. |
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Ottima azione, ma troppo mediatica, con pochi contenuti e troppa confusione. Peraltro non possiamo certo permettere che la nostra difesa della natura si confonda con quella di Zaia. Noi vogliamo la Gaia Terra e non la “Zaia Terra”. Inoltre non si tratta di difesa della legalità giuridica. Questo è un terreno perdente e demenziale e non solo perché alla fin fine la legalità giuridica è sempre dalla parte del sistema di dominio, come mostrano le immediate denunce (e alcuni capi di imputazione sono anche gravi), ma perché non si fa chiarezza ontologica, cosa che, nella situazione attuale, alla resa dei conti con la catastrofe ecologica in atto, è una precondizione se si vuole che un nuovo movimento eco-politico si faccia strada; questa è l’ultima occasione.
Commento a cura del Gruppo “Ecologia Sociale”
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Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
11 agosto
Aiuto, mi è scappata la canola
Se l’ogm si riproduce in natura
Per la prima volta una pianta geneticamente modificata è stata osservata allo stato selvatico. Accade in North Dakota. Gli scienziati temono che possano minacciare la biodiversità. L’esperto italiano Rosellini: “Geni vagliati e considerati sicuri, nessun pericolo” di JACOPO PASOTTI
Piante di canola OGM si stanno propagando dai terreni agricoli del Nord Dakota, negli Stati Uniti, invadendo aree incoltivate. Le piante transgeniche possono dunque abbandonare i campi ed invadere le zone naturali circostanti. Lo sostengono alcuni scienziati statunitensi che hanno osservato, per la prima volta, la presenza di piante geneticamente modificate che si sono riprodotte in aree naturali, e che sono quindi una minaccia per la biodiversità. La scoperta, secondo gli esperti, avrà “implicazioni importanti” nelle politiche agricole degli Stati Uniti.
In luglio i ricercatori hanno raccolto, fotografato ed analizzato 406 piante di canola cresciute fuori dai terreni coltivati lungo un transetto di 5.400 chilometri che attraversa vaste regioni agricole. Di queste, ben 347 (l’86%) sono risultate positive ai test sulla presenza di proteine che le rendono più resistenti ad alcuni erbicidi (la CP4 EPSPS e la PAT).
Un segnale d’allarme, dunque, che non giunge da associazioni ambientaliste ma da Meredith Schafer, ricercatrice presso Università dell’Arkansas, insieme a colleghi della Environmental Protection Agency (Epa, l’agenzia federale che si occupa della protezione dell’ambiente). Secondo lei queste piante “scappate” dai campi potrebbero influenzare la biodiversità della regione. Meredith Schafer ha presentato i risultati delle sue analisi alla conferenza annuale della Società Ecologica Americana (ESA) tenutasi nei giorni scorsi a Pittsburgh. Gli scienziati non sanno se questo possa essere accaduto anche ad altre colture OGM.
Secondo Daniele Rosellini, biologo presso l’Università di Perugia, la scoperta dei ricercatori statunitensi è una conferma di un fenomeno già noto. “Che i geni introdotti mediante ingegneria genetica persistano nell’ambiente in piante coltivate presenti fuori dai campi o in piante spontanee di specie affini che possono incrociarsi con loro è indesiderato da molti. Questo non è comunque pericoloso per l’ambiente e la salute, perché quei geni sono stati vagliati e considerati sicuri prima di autorizzare la coltivazione delle piante OGM che li contengono”, conclude Rosellini.
Ma c’è di più. I ricercatori hanno anche trovato “due casi di modificazioni multiple all’interno di singoli individui”. Un fatto che, secondo gli scienziati, “indica che alcune colture si sono inselvatichite, cioè oltre ad essersi stabilite al di fuori dei campi coltivati, si stanno riproducendo in natura”.
Niente di male per le piante di canola, che sono in questo modo più resistenti e di maggior produttività. Ma la scoperta potrebbe essere l’indizio che il controllo esercitato dai biotecnologi sugli organismi OGM ha maglie più larghe di quanto si pensasse. “I nostri risultati hanno conseguenze rilevanti sulla ecologia e la gestione sia per le piante native che per i prodotti OGM del paese”, dicono gli scienziati.
La scoperta non può passare inosservata in Europa. La commissione europea ha infatti appena dato il via libera alle prime colture OGM, ponendo fine a un embargo in vigore dal 1998. Dalla primavera di quest’anno il gruppo tedesco Basf è autorizzato a produrre la patata transgenica Amflora per usi industriali e come mangimi.
La canola è una varietà della colza, prodotta inizialmente in Canada (il suo nome deriva appunto da Canada e olio). È impiegata nell’alimentazione degli animali da allevamento e per la produzione di biocarburanti. Attualmente i campi di canola ricoprono 2 milioni di ettari del territorio statunitense, ma l’estensione delle coltivazioni è destinata a crescere a causa del continuo aumento dell’impiego dei bio-combustibili.
(10 agosto 2010) Repubblica
Marzo 17th, 2017 — General, Loro
Da il Piccolo del 14 agosto 2010
IL COORDINATORE EUROPEO DEL CORRIDOIO V
ULTIMO TRENO
ISOLAMENTO
Tav a Nordest, Brinkhorst avverte l’Italia: «Progetto entro l’anno o addio finanziamenti»
Scarse connessioni con l’entroterra avranno conseguenze negative per Veneto e Friuli Venezia Giulia
Non spetta a me dare ultimatum ma nuove proroghe mi sembrano molto improbabili
di MARTINA MILIA
TRIESTE L’ultimo treno per l’alta velocità veneto-friulana parte il 31 dicembre. Laurens Jan Brinkhorst, coordinatore del progetto europeo 6, che più volte ha dichiarato che il 2010 sarà l’anno della verità per verificare lo status dei progetti e soprattutto l’impegno dei governi, è chiaro. Non darà ultimatum all’Italia, «non è il mio compito», ma a buon intenditor poche parole: «L’Unione può spendere i soldi previsti per questo progetto anche per altri progetti». Rfi, quindi, ha meno di quattro mesi per presentare un preliminare per la tratta del Nordest e poco importa se il Veneto ha sciolto solo da poco le riserve sul tracciato, scegliendo il passaggio a sud lungo il litorale. L’Italia dovrà spingere sull’acceleratore. Se la scadenza non fosse rispettata, all’Unione Europea «non resteranno strade se non quella di tagliare i soldi previsti per l’elaborazione del progetto». L’ipotesi di una proroga «è difficile. Ne avete già beneficiato».
Coordinatore Brinkhorst, a suo avviso ci sono ancora tempi sufficienti per presentare una progettazione preliminare?
Le ultime informazioni che il ministero e le Ferrovie italiane ci hanno fornito, indicano che hanno sempre l’intenzione di presentare il progetto preliminare nei tempi previsti, cioè entro il 31 dicembre prossimo.
Viste le premesse potreste decidere di definanziare la tratta?
Per il momento, non abbiamo in animo di tagliare i finanziamenti, però, se il progetto preliminare dovesse farsi aspettare oltre dicembre, non ci saranno molte strade per l’Unione se non quella di tagliare i soldi previsti per l’elaborazione del progetto.
Prenderete a breve qualche provvedimento per dare un ultimatum all’Italia?
Nei miei contatti con le autorità italiane mi informo costantemente sulla situazione. Non spetta a me dare ultimatum all’Italia, a parte indicare che l’Unione può spendere i soldi previsti per questo progetto anche per altri progetti.
Se il Governo accantonasse prima di fine anno delle risorse da affiancare a quelle europee potrebbe ottenere una proroga dei tempi oltre il 31 dicembre?
In questo momento non posso pronunciarmi su un’eventuale proroga, ma mi risulta che proroghe per questo progetto siano già state date nel passato. Questo renderebbe più difficile concedere un’altra proroga.
Italia e Slovenia hanno trovato un accordo sul nuovo tracciato della tratta transfrontaliera Trieste-Divaccia. Risolti tutti i nodi di quel progetto?
Adesso stanno studiando la variante cosiddetta “alta” da Bivio Aurisina a Divaccia. Il risultato di questo studio sarà proposto alla Commissione intergovernativa che si terra quest’autunno. E quella sarà la sede in cui si capirà se l’accordo possa essere accolto.
Se il collegamento Venezia-Trieste non venisse realizzato, in che modo ne risentirebbe il progetto prioritario 6?
Il collegamento Venezia-Trieste fa parte integrante del progetto prioritario 6. Ovviamente il traffico est-ovest è essenziale quanto quello nord-sud e sud-nord ed entrambi possono fungere reciprocamente da opzioni di riserva. È quindi essenziale per la posizione concorrenziale dei porti italiani del nord adriatico (Venezia, Monfalcone e Trieste tra gli altri) e ovviamente per il loro entroterra, che è molto più vasto delle regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, che tutto il progetto venga realizzato.
Crede che Friuli Venezia Giulia e Veneto rischino l’isolamento?
Una mancanza di buone connessioni con l’entroterra avrà delle conseguenze negative per l’economia del Friuli Venezia Giulia e del Veneto.
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Messaggero Veneto MARTEDÌ, 17 AGOSTO 2010 Pagina 4 – Attualità
Un arresto, un ferito e due militari contusi nella struttura friulana
Rivolta di clandestini a Gradisca e Milano
Evasione di massa dal Cie goriziano. Stessa sorte in Lombardia e a Brindisi
LE CONSEGUENZE
IMMIGRAZIONE
Nella nostra regione in fuga undici stranieri, ripresi altri quattordici Gli inquirenti cercano eventuali collegamenti fra i tre avvenimenti
UDINE. Prima Brindisi, poi Gradisca d’Isonzo e Milano. Tre evasioni che sembrano avere un’unica regia, come quelle che si erano verificate meno di un mese fa, il 18 luglio, nei Cie del capoluogo lombardo e della città friulana. Dal Centro d’identificazione ed espulsione milanese la notte scorsa hanno cercato la fuga in 18 salendo sul tetto ma solo uno, un algerino, ce l’ha fatta; da quello friulano sono scappati in 25, ma 14 sono stati ripresi. A Brindisi erano fuggiti in 30 e in 20 sono stati rintracciati.
Undici immigrati fuggiti, uno arrestato, due militari contusi nel corso delle azioni di contenimento e un clandestino ricoverato al pronto soccorso di Gorizia con una frattura al polso sinistro. È il bilancio di un Ferragosto ad alta tensione al Cie di Gradisca dove, poco dopo le 17 di domenica, una settantina di ospiti della struttura ha inscenato una rivolta.
Un’azione palesemente pianificata e sviluppatasi su più fronti, con il chiaro intento di depistare le forze dell’ordine. Un primo gruppo di una cinquantina di immigrati, stando a quanto si è potuto apprendere, è riuscito a smontare una grata di ferro posta a protezione delle camerate e dotarsi di due spranghe con le quali, dopo aver forzato un lucchetto, si è riversato al cancello del campetto di calcio interno al Cie. Gli immigrati avrebbero, quindi, minacciato un’operatore dell’ente gestore della struttura, costringendolo a farsi aprire l’inferriata.
Nel frattempo circa venti immigrati, rimasti nelle camerate, sono saliti sui tetti del complesso, costringendo le forze dell’ordine a disperdersi lungo il perimetro della struttura.
Sempre utilizzando le due spranghe di ferro, gli immigrati entrati nel campetto di calcio sono riusciti a forzare un altro lucchetto e aprire il cancello secondario, trovandosi di fronte i militari, accorsi a protezione della recinzione perimetrale.
Inevitabile lo scontro, con 15 immigrati clandestini riusciti a scavalcare la recinzione e fuggire nella campagna retrostante. Tre i feriti nel corso dell’azione: due militari, rimasti leggermente contusi, e un tunisino, trasportato al pronto soccorso di Gorizia, dove gli sono state riscontrate una frattura al polso sinistro (subito ridotta dal personale medico isontino) e una ferita lacerocontusa alla mano. Poche ore dopo il nordafricano è stato dimesso con una prognosi di 30 giorni.
Sul fronte lombardo Alberto Bruno, commissario della Croce rossa milanese, che gestisce via Corelli, è convinto che anche in questo caso siano state evasioni organizzate: «Si tratta di persone che hanno tutte un cellulare, che sono arrivate negli stessi periodi, e di uguale nazionalità» spiega. Evasioni e disordini diversi rispetto alle rivolte degli anni scorsi contro le condizioni di trattenimento, come quella del 14 agosto del 2009 che causò a Milano la condanna per danneggiamento e altri reati di 13 immigrati.
Nelle rivolte, i responsabili avevano cercato di avere la massima risonanza mediatica avvisando, in alcuni casi, i mezzi di comunicazione, mentre le fughe di questi giorni non sono state ovviamente preannunciate. C’erano stati danneggiamenti importanti, con l’incendio di materassi e la devastazione di arredi e suppellettili. Negli ultimi casi, i disordini sono invece apparsi più dei diversivi per distrarre le forze dell’ordine.
Il commisario della Cri non mette questi ultimi episodi in relazione a una presunta insufficienza strutturale dei Cie (almeno in quello di Milano non vi è sovraffollamento) e, per quanto riguarda la richiesta di aumento del numero di questi centri, spiega che si tratta di «una questione relativa alla politica di lotta all’immigrazione clandestina riguardo la quale la Croce rossa non può, nè vuole intervenire».
Infine il segretario provinciale del Siulp di Gorizia, Giovanni Sammito, si è detto infine preoccupato della «escalation di tentativi di fuga». «Purtroppo il Cie di Gradisca d’Isonzo – ha aggiunto il sindacalista – annovera una serie di primati: è uno dei Cie più costosi d’Italia, è il Cie secondo come dimensioni e numero di ospiti rispetto agli altri 13 che ci sono sul territorio nazionale, è un Cie che in proporzione ha meno uomini dedicati alla sicurezza della struttura».
16 agosto Repubblica
Gli incidenti nella notte di Ferragosto. Aperta un’inchiesta su 18 ospiti del centro
Un uomo di nazionalità algerina è scappato questa notte dal Cie (Centro di identificazione ed espulsione) in via Corelli a Milano nel corso di una rivolta che ha coinvolto in tutto 18 persone. Sei gli agenti del reparto mobile rimasti contusi nell’azione di contenimento e tre gli ospiti del centro trasportati in ospedale per contusioni agli arti inferiori.
I disordini sono cominciati intorno all’1.30 della notte, quando 18 persone, 17 delle quali nordafricane, sono salite sul tetto del Cie nel tentativo di fuggire. Nel corso della rivolta, tre reparti della struttura sono stati danneggiati. In frantumi i vetri delle finestre. Cinque in totale i nordafricani rimasti contusi nel corso dell’operazione di contenimento a opera degli agenti del reparto mobile della polizia, terminata intorno alle 2.15, tre dei quali trasportati in ospedale. Sempre per contusioni sono rimasti feriti anche sei poliziotti. Tutti e 18 gli ospiti sono stati denunciati per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.
L’ultima protesta risale a un meno di mese fa, lo scorso 18 luglio, quando una trentina di stranieri ospitati nel centro tentarono di fuggire e danneggiarono parti della struttura. Alla fine furono in tre, due marocchini e un tunisino, a guadagnare l’uscita e a dileguarsi.
Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
| IL DANNO E LA BEFFA DEGLI OGM: FRIULANI ANCORA UNA VOLTA CAVIE DA LABORATORIO |
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Fidenato & Co. una cosa l’hanno capita, in Friuli è possibile “sperimentare” ciò che si vuole visto che gli amministratori di diverso ordine e grado sono sempre stati garanti nei confronti di inquinatori, devastatori e speculatori vari:
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Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Da Il Piccolo
MARTEDÌ, 17 AGOSTO 2010
UNA QUARANTINA DI IMMIGRATI SFONDANO UN CANCELLO E CERCANO LA FUGA
Evasione in massa per Ferragosto dal Cie di Gradisca
Immediata la caccia all’uomo: molti sono stati bloccati quasi subito ma cinque sono riusciti a dileguarsi
di LUIGI MURCIANO
GRADISCA Ferragosto con evasione al Cie di Gradisca. Una quarantina di immigrati nel tardo pomeriggio di domenica ha forzato con delle spranghe in ferro il lucchetto di un cancello che dà sul campo da calcio del centro immigrati. Sono stati sufficienti pochi secondi per consentire loro di riversarsi sul lato opposto all’ingresso e tentare di valicare le barriere che danno sulla campagna retrostante il Cie. Ben 25 clandestini, in massima parte tunisini, sono riusciti a scavalcare la recinzione. Di questi a varie riprese ne sono stati bloccati 20 (gli ultimi cinque solo a tarda sera, nel monfalconese), fra cui il tunisino che aveva forzato il lucchetto. Per i restanti 11 l’evasione è riuscita e a nulla sono valse le ricerche delle forze dell’ordine nelle zone circostanti la struttura di via Udine. Un immigrato nel tenativo di fuggire si è procurato la frattura di un polso, contusi anche due militari addetti alla sorveglianza, feriti in maniera lieve: uno di essi è stato ricoverato al nosocomio di Gorizia.
E quasi contemporanemanete a Gradisca, anche al Cie di Milano c’è stato un tenttaivo di evasione di massa: c’è l’ipotesi ache ci sia una regia unica che colleghi i due episodi come avvenne nel 18 luglio scorso. Con questa ennesima evasione sono ormai quasi 60 i clandestini riusciti ad evadere dal Cie gradiscano da maggio a oggi. Solo a maggio erano state tre le evasioni in neanche dieci giorni per un totale di 33 clandestini datisi con successo alla macchia. E a fine luglio riuscirono a dileguarsi altri 12 immigrati. Solo per citare i due clasi eclatanti. Dal 2006 ad oggi nel Cie di Gradisca sono stati cagionati danni per oltre 1 milione di euro. Durissima la condanna del sindacato autonomo di polizia, il Sap, che attraverso il segretario provinciale Angelo Obit ora chiede senza mezzi termini la chiusura del Cie di Gradisca. «Non vogliamo attribuire responsabilità precise, peraltro evidentissime, sull’accaduto – spiega Obit – ma chiediamo che nella struttura, che già opera con capienza ridotta a causa dei molteplici “buchi” attuati nel complesso con tentativi di evasione più che settimanali, venga finalmente messo un punto. La situazione è grottesca. Le molteplici falle oramai sono note, come pure l’inefficienza dei sistemi di sorveglianza. Ora lo Stato si dimostri concreto e chiuda una struttura che, se si vuole ancora funzionale, va ristrutturata rimuovendone i punti deboli».
«Così come è – attacca Obit – è poco più di un alloggio collettivo. Non serve fare leggi, in uno stato di diritto è necessario farle rispettare». Nella struttura dell’ex caserma Polonio si attende da oltre un anno l’intervento chiamato a rendere il centro di identificazione ed espulsione una struttura finalmente a prova di fughe e rivolte interne. Ovvero da quando – a seguito di una sommossa – venne messo totalmente fuori uso il sistema antifuga ad infrarossi. Quello che, per intenderci, aiuta le forze dell’ordine ad intervenire in pochi secondi in caso di tentativi di evasione. Ma l’intervento di ripristino dei sistemi di sicurezza dovrebbe prevedere anche altre migliorìe al Cie: su tutte la ricollocazione dei cosiddetti offendicula, la sezione ricurva in ferro inizialmente posizionata in cima alle recinzioni e rimossa nel corso del 2007 sulla base delle indicazioni fornite dall’allora commissione ministeriale De Mistura, che ne chiese l’eliminazione per ragioni «umanitarie». Terzo e ultimo intervento previsto, il potenziamento del sistema di telecamere a circuito chiuso, essenziali per la sorveglianza. Ebbene, niente di tutto questo è ancora avvenuto. Per la prima volta è stato installato un dispositivo a raggi x per la scannerizzazione della posta che ogni giorno viene inviata al Cie. Ancora fresco è il ricordo dell’esplosione del 22 dicembre scorso, quando un pacco preso in consegna dal direttore del centro, Luigi Dal Ciello, deflagrò senza causare fortunatamente feriti.
Dietro la fuga il sospetto di una regia comune
Gli attentati di dicembre e la sommossa del 18 luglio legano Gradisca e Milano
Sammito (Siulp): «Il personale in servizio è in pericolo»
di STEFANO BIZZI
GRADISCA Undici clandestini in fuga dal Cie di Gradisca d’Isonzo, uno da quello di Milano e un’altra decina da quello di Restinco (Brindisi). È il bilancio delle sommosse scoppiate nei tre Centri di identificazione ed espulsione la sera di Ferragosto. Il bollettino medico registra inoltre uno straniero con un polso fratturato nel Cie isontino e sei poliziotti e cinque immigrati contusi in quello lombardo. La regia comune che si era intravista lo scorso 18 luglio quando gli ospiti trattenuti nella struttura goriziana e in quella meneghina avevano agito in modo congiunto, ora appare ancora più chiara. Anche alla luce del doppio attentato di dicembre rivendicato dalla Federazione anarchica informale, le forze dell’ordine non escludono nessuna ipotesi e le ricerche dei fuggitivi proseguono, anche se con il passare delle ore è sempre meno probabile ritrovare gli immigrati.
A Gradisca d’Isonzo a tentare l’evasione sono stati una quarantina di stranieri, ma solo 25 sono riusciti a superare il muro di cinta della struttura di via Udine. Gli agenti di guardia ne hanno fermati subito otto, altri sei sono stati rintracciati nel corso della mattinata di ieri. I rimanenti 11 sono riusciti a dileguarsi facendo salire il conto degli immigrati fuggiti in quattro mesi a 60. Da maggio le evasioni di massa sono state cinque. «Nonostante l’abnegazione del personale, abbiamo il Cie più vulnerabile d’Italia – denuncia Giovanni Sammito, segretario provinciale del Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia -. Il ministro Roberto Maroni dovrebbe venire a vederlo. I tentativi di evasione e le rivolte sono settimanali. Gli atti di autolesionismo non si contano. Fino ad oggi siamo stati fortunati. Ma per la seconda struttura più grande d’Italia, ci sono pochi uomini. Ad oggi non ci sono state ancora vittime, ma siamo preoccupati. Il personale in servizio è in pericolo. C’è un’intensificazione preoccupante dei tentativi di fuga e le videocamere danneggiate non sono state riparate. Se non si risolvono i limiti del sistema di sorveglianza e non si mettono come previsto gli offendicula, la situazione non può essere risolta».
Sammito ricorda che le segnalazioni degli operatori rimangono inascoltate. «Il personale segnala i problemi – ricorda l’esponente del Siulp -, ma nessuno se ne occupa perché mancano i fondi. Più in generale, il Cie ha indebolito la sicurezza di tutto l’Isontino. Prima qualla di Gorizia era una provincia virtuosa, oggi è la cenerentola d’Italia. Tutti gli uffici devono fare i conti con i servizi del centro di Gradisca. Per le scorte ci sono agenti che da più di un anno aspettano i rimborsi dei soggiorni all’estero. Inoltre, entro il prossimo aprile, perderemo altri 25 uomini che, per il blocco delle assunzioni, non verranno sostituiti. Alla luce di tutto questo possiamo dire che Gorizia viene sacrificata in nome del Cie».
Richieste simili indirizzate al Governo arrivano anche dal presidente della Provincia di Brindisi, Massimo Ferrarese (Udc), che chiede al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, l’istituzione nel Centro di identificazione ed espulsione di Restinco di un posto fisso di polizia con almeno 25 agenti.
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Da Il Messaggero Veneto
Rivolta di clandestini a Gradisca e Milano
UDINE. Prima Brindisi, poi Gradisca d’Isonzo e Milano. Tre evasioni che sembrano avere un’unica regia, come quelle che si erano verificate meno di un mese fa, il 18 luglio, nei Cie del capoluogo lombardo e della città friulana. Dal Centro d’identificazione ed espulsione milanese la notte scorsa hanno cercato la fuga in 18 salendo sul tetto ma solo uno, un algerino, ce l’ha fatta; da quello friulano sono scappati in 25, ma 14 sono stati ripresi. A Brindisi erano fuggiti in 30 e in 20 sono stati rintracciati. Undici immigrati fuggiti, uno arrestato, due militari contusi nel corso delle azioni di contenimento e un clandestino ricoverato al pronto soccorso di Gorizia con una frattura al polso sinistro. È il bilancio di un Ferragosto ad alta tensione al Cie di Gradisca dove, poco dopo le 17 di domenica, una settantina di ospiti della struttura ha inscenato una rivolta. Un’azione palesemente pianificata e sviluppatasi su più fronti, con il chiaro intento di depistare le forze dell’ordine. Un primo gruppo di una cinquantina di immigrati, stando a quanto si è potuto apprendere, è riuscito a smontare una grata di ferro posta a protezione delle camerate e dotarsi di due spranghe con le quali, dopo aver forzato un lucchetto, si è riversato al cancello del campetto di calcio interno al Cie. Gli immigrati avrebbero, quindi, minacciato un’operatore dell’ente gestore della struttura, costringendolo a farsi aprire l’inferriata. Nel frattempo circa venti immigrati, rimasti nelle camerate, sono saliti sui tetti del complesso, costringendo le forze dell’ordine a disperdersi lungo il perimetro della struttura. Sempre utilizzando le due spranghe di ferro, gli immigrati entrati nel campetto di calcio sono riusciti a forzare un altro lucchetto e aprire il cancello secondario, trovandosi di fronte i militari, accorsi a protezione della recinzione perimetrale. Inevitabile lo scontro, con 15 immigrati clandestini riusciti a scavalcare la recinzione e fuggire nella campagna retrostante. Tre i feriti nel corso dell’azione: due militari, rimasti leggermente contusi, e un tunisino, trasportato al pronto soccorso di Gorizia, dove gli sono state riscontrate una frattura al polso sinistro (subito ridotta dal personale medico isontino) e una ferita lacerocontusa alla mano. Poche ore dopo il nordafricano è stato dimesso con una prognosi di 30 giorni. Sul fronte lombardo Alberto Bruno, commissario della Croce rossa milanese, che gestisce via Corelli, è convinto che anche in questo caso siano state evasioni organizzate: «Si tratta di persone che hanno tutte un cellulare, che sono arrivate negli stessi periodi, e di uguale nazionalità» spiega. Evasioni e disordini diversi rispetto alle rivolte degli anni scorsi contro le condizioni di trattenimento, come quella del 14 agosto del 2009 che causò a Milano la condanna per danneggiamento e altri reati di 13 immigrati. Nelle rivolte, i responsabili avevano cercato di avere la massima risonanza mediatica avvisando, in alcuni casi, i mezzi di comunicazione, mentre le fughe di questi giorni non sono state ovviamente preannunciate. C’erano stati danneggiamenti importanti, con l’incendio di materassi e la devastazione di arredi e suppellettili. Negli ultimi casi, i disordini sono invece apparsi più dei diversivi per distrarre le forze dell’ordine. Il commisario della Cri non mette questi ultimi episodi in relazione a una presunta insufficienza strutturale dei Cie (almeno in quello di Milano non vi è sovraffollamento) e, per quanto riguarda la richiesta di aumento del numero di questi centri, spiega che si tratta di «una questione relativa alla politica di lotta all’immigrazione clandestina riguardo la quale la Croce rossa non può, nè vuole intervenire». Infine il segretario provinciale del Siulp di Gorizia, Giovanni Sammito, si è detto infine preoccupato della «escalation di tentativi di fuga». «Purtroppo il Cie di Gradisca d’Isonzo – ha aggiunto il sindacalista – annovera una serie di primati: è uno dei Cie più costosi d’Italia, è il Cie secondo come dimensioni e numero di ospiti rispetto agli altri 13 che ci sono sul territorio nazionale, è un Cie che in proporzione ha meno uomini dedicati alla sicurezza della struttura».
Marzo 17th, 2017 — General, Storia
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Umberto Tommasini: l’anarchico di Vivaro
30 anni fa, il 22 agosto 1980, moriva, all’età di 84 anni, l’anarchico Umberto Tommasini, friulano di nascita, triestino d’adozione e sepolto a Vivaro, il suo paese d’origine, il 24 agosto, con un corteo funebre anarchico e, ovviamente, anticlericale.
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Strana coincidenza oggi che, proprio a Vivaro, si consumano due orribili vicende; una quella della semina del mais OGM e l’altra quella dell’affacciarsi sulla scena di uno squallido gruppetto di furbacchioni che si autodefinisce “movimento libertario”, ma che in realtà è al servizio delle multinazionali della manipolazione genetica e della logica di profitto del terzo millennio, sempre più cinica e devastante.
A cura di Paolo De Toni. Continua…
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Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
MV PN 18 agosto
di Martina Milia
Nessuna contaminazione di Ogm, secondo la forestale regionale e dagli ispettori del ministero, nei campi limitrofi a quello sequestrato a Vivaro e distrutto dai no global. Sono i terreni in cui ora Giorgio Fidenato ammette di aver seminato mais Ogm. Ma il ministero delle Politiche agricole mette le mani avanti: «I risultati delle analisi commissionate si avranno a giorni».

MERCOLEDÌ, 18 AGOSTO 2010
Pagina 3 – Pordenone
Mais transgenico. Nuovi atti di protesta nei confronti della diffusione degli organismi geneticamente modificati
Segnaletica stradale contro i campi Ogm
Cartelli affissi nella notte a Fanna e Vivaro. Campo recintato per evitare altri blitz

Non si arrestano le iniziative di protesta per la presenza di mais Ogm nei campi di Fanna e Vivaro. Ieri si è proceduto a un’altra forma di protesta, meno eclatante rispetto agli striscioni in viale Treviso a Pordenone o alla distruzione da parte dei disobbedienti del campo di mais di Vivaro: lungo la viabilità che da Maniago conduce a Fanna, nella strada regionale 264, i cartelli stradali sono stati imbrattati con alcune scritte che evidenziavano la presenza di mais Ogm. Quasi invisibile per chi percorreva in automobile la strada, in concomitanza con l’insegna del Comune di Fanna, era stato apposto una sorta di cartello stradale con la scritta “Comune contaminato da Ogm”, mentre poco dopo una freccia indicava “Mais Ogm” nella direzione in cui si trova l’area di quattro ettari nelle adiacenze del Santuario di Madonna di strada.
Si è trattato di una protesta “sui generis”, quasi che si volesse dare un’indicazione per segnalare il campo Ogm per eventuali, future azioni da parte di gruppi organizzati sul modello di quello che è già accaduto a Vivaro. L’attenzione delle forze dell’ordine è a 360 gradi anche alla luce dell’azione compiuta la scorsa settimana a Maniago con la distribuzione di pannocchie davanti alla sede del Nip, della piscina e della sede della Forestale a Maniagolibero. Cartelli di protesta sarebbero stati visti anche sul ponte di Montereale e in centro a Fanna. Intanto proprio in quest’ultimo comune i proprietari hanno deciso di recintare il campo e cercare di dissuadere gli eventuali oppositori del mais transgenico. (l.v.)

MERCOLEDÌ, 18 AGOSTO 2010
Pagina 3 – Pordenone
Vanno a ruba i prodotti bio
Successo per l’iniziativa nella biblioteca multimediale
A ruba torte salate, zucchine, angurie a fette e marmellate di pere e zucca, nel chiostro della biblioteca civica a Pordenone. Entusiasta Gina Bagnariol, pordenonese con la coscienza ecologica. «Ho trovato la mia bio-cena – ha detto la prima cliente del banchetto “Prima Vera”, la comunità agricola che produce bio-verdure e frutta -. Sono una fan dei prodotti naturali».
In fila al banco della bio-verdura, anche Amabile Turcatel e Rita Orecchio. «Una buona iniziativa – hanno commentato le mamme – per avere garanzie su quello che si porta in tavola e si mangia». Pomodorini e melanzane in diretta dal campo al piatto e il bio-orto comunitario fondato da Silvano Lapietra con una cinquantina di soci fa bingo sull’integrazione sociale. In settembre saranno inseriti alcuni disabili dell’associazione Agrispe, nelle fila degli agricoltori della comunità Modo che è la sorgente di “Prima Vera”.
«In settembre la nostra azienda di comunità si aprirà al sociale – ha anticipato Lapietra -. Programmeremo gli inserimenti lavorativi di alcune persone svantaggiate, perché la nostra filosofia gestionale è l’inclusione e il servizio. In agenda autunnale ci sarà anche un convegno sulla bio-agricoltura, quella che rispetta i ritmi naturali della terra e che pratichiamo negli orti biologici delle Torrate e Cordenons».
Ogni 40 famiglie di associati si crea un posto di lavoro: l’adesione alla prima azienda agricola di comunità si può inoltrare via e-mail all’indirizzo associazione modo@libero.it, oppure telefonando al numero 3389332353. L’appuntamento con gli spuntini e bio-prodotti di “Prima Vera” in biblioteca è aggiornato al 23 agosto, dalle 18 in poi.
Chiara Benotti
MERCOLEDÌ, 18 AGOSTO 2010
Pagina 3 – Pordenone
«C’è oscurantismo nelle operazioni degli ambientalisti»
Campagnolo
Il blitz contro le viti sperimentali in Alsazia da parte degli attivisti francesi dimostra che l’Italia si sta mettendo alla testa di una caccia alle streghe che rischia di contagiare l’Europa.
«Stiamo assistendo al ritorno di un oscurantismo violento e senza limiti – ha commentato Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra – e questa situazione è anche il frutto dell’atteggiamento pilatesco della Commissione europea in materia di biotecnologie, che invece di incentivare la ricerca e l’innovazione la sta di fatto lasciando in ostaggio di pochi folli che non sanno nulla di agricoltura».
«La distruzione dei vigneti sperimentali a Kolmar – continua – è un atto contro la scienza prima che contro l’agricoltura. E’ il momento che gli scienziati parlino e prendano una posizione forte, comunque la pensino sugli Ogm. Riguardo all’Italia, la risposta più forte che si possa dare per arginare questo ritorno al Medioevo agricolo è l’avvio di una convinta campagna di sperimentazione sugli Ogm. Rinnoviamo quindi al ministro Galan la nostra richiesta di firmare i protocolli di sperimentazione lasciati nel cassetto dal suo predecessore».
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Dal Piccolo del 18/08/10
Dalla massima sicurezza a struttura colabrodo
GRADISCA Da carcere di massima sicurezza per clandestini a prigione-low cost da cui evadere è diventato uno scherzo. E l’incredibile metamorfosi del Cie di Gradisca, struttura inaugurata nel 2006 e costata 17 milioni di euro. Appena 4 anni dopo, la credibilità del centro vacilla in maniera evidente. Sessanta evasioni riuscite in neanche tre mesi, almeno sei rivolte pesantissime, tensioni interne, operatori minacciati, continui episodi di autolesionismo, incendi, isolati casi di droga fornita agli immigrati dall’esterno. E danni stimati – dall’apertura a oggi – per almeno un milione di euro, tanto che la capienza è stata ridotta ben al di sotto di quella ufficiale (240 posti). IL SINDACO «Non ci facciamo alcuna illusione, ma continuiamo a dire che quel centro per noi non andava aperto e oggi andrebbe chiuso» commenta il sindaco di Gradisca, Franco Tommasini, irritato e preoccupato per la ricaduta negativa su un piccolo centro come quello isontino. «La cittadinanza sta vivendo questa escalation di tensione con grande maturità ma anche con apprensione – dice – ma per quanto la vicinanza di Stato, Regione, Prefettura e Questura sia stata sinora costante, dico alle autorità che adesso devono starci ancora più vicine. Ma concretamente, con interventi corposi sia fuori che dentro il Cie. Lo devono sia alla nostra cittadina, che sta pagando un prezzo altissimo per una decisione totalmente calata dall’alto e che ha visto da sempre tutti contrari, sia a operatori e forze dell’ordine che lavorano in condizioni molto difficili». ESASPERATI Sul caso-Cie anche i sindacati di polizia infatti fanno quadrato: il centro immigrati va chiuso o quantomeno rimesso in sicurezza al più presto. Continue le denunce del Sap, giunte con l segretario provinciale Angelo Obit, è arrivata anche la decisa presa di posizione del Siulp con il referente territoriale Giovanni Sammito: «L’escalation di tentativi di fuga è preoccupante e con essa aumentano anche episodi di autolesionismo fra gli immigrati». E anche gli operatori hanno paura. Luigi Murciano
Clandestini, caccia aperta ancora per sei
di STEFANO BIZZI GRADISCA Sono ancora sei i clandestini irreperibili dopo la maxi-fuga di Ferragosto dal Cie di Gradisca d’Isonzo. A scavalcare il secondo muro di cinta dell’ex caserma ”Ugo Polonio” erano stati 25 immigrati: 8 erano stati subito fermati dagli agenti di guardia, altri 6 erano stati intercettati la mattina seguente dalle auto pattuglie e gli ultimi 5 erano stati rintracciati la stessa sera di lunedì nel Monfalconese. VERTICE Ieri mattina in Prefettura a Gorizia si è tenuta una riunione tecnica urgente alla quale hanno partecipato i rappresentanti istituzionali del Governo, quelli delle forze dell’ordine coinvolte nella sorveglianza e i vertici dell’ente gestore del centro d’identificazione ed espulsione isontino Connecting People. Nel corso del vertice è stato posto l’accento sul fatto che a breve saranno terminati i lavori di consolidamento e di ripristino , già autorizzati e finanziati dal Ministero dell’Interno, «per la messa in efficienza delle parti strutturali interne del centro che erano state danneggiate o asportate nel corso di precedenti tentativi di fuga». Tali lavori dovrebbero garantire «più adeguati standard di sicurezza». VIGILANZA Le forze di polizia, l’esercito e gli operatori sono stati invitati a collaborare in modo più efficace per garantire la prevenzione. Per questo ai primi segnali di tensione partiranno i blitz nelle camerate. Un pronto intervento che servirà a scongiurare ulteriori disordini o tentativi di fuga. «Il clima teso all’interno del Cie – spiega il viceprefetto vicario Gloria Allegretto – non dipende da attriti con le forze dell’ordine . Dipende da altro: dipende dal fatto che l’unico pensiero degli ospiti è quello di fuggire ». RETE È sempre più probabile che dietro alle fughe congiunte di Brindisi, Gradisca e Milano ci sia una regia unica. Secondo il Corriere della Sera la regia comune non sarebbe neppure così occulta come si è detto. Il sistema sarebbe ben radicato e le informazioni sarebbero «gestite» dall’esterno dai gruppi anarchici e no-global. REAZIONI «Fosse solo il Cie di Gradisca d’Isonzo a creare problemi, potremmo cercare di studiare dei sistemi per migliorarlo copiandoli dalle altre strutture del Paese – spiega l’assessore regionale alla Sicurezza Federica Seganti -. È evidente però che ad essere inadeguato alle esigenze di oggi è il sistema complessivo e va ripensato. Dobbiamo rivedere l’approccio perché i Cie non sono adeguati a contenere attività organizzate dall’esterno». «Le evasioni dai Cie avvenute in questi giorni, confermano che le nostre preoccupazioni per i tagli del Governo alle forze dell’ordine erano fondate», afferma invece il deputato Angelo Compagnon, coordinatore regionale dell’Udc del Friuli Venezia Giulia. «Da mesi – ricorda Compagnon – chiediamo un adeguamento sostanzioso di risorse umane e di mezzi per garantire davvero la sicurezza dei cittadini. Ci auguriamo che quanto avvenuto nel giro di 48 ore in più parti del Paese, con un tempismo e una concomitanza peraltro alquanto sospetti, induca l’Esecutivo a provvedere con misure urgenti». «La sproporzione tra il numero di agenti chiamati a vigilare nei Centri e quello degli immigrati ospiti di queste strutture – conclude Compagnon – era sotto gli occhi di tutti già da tempo. Per queste ragioni presenterò un’interpellanza urgente ai ministri dell’Interno e dell’Economia, rispettivamente per quanto riguarda la sicurezza e le risorse necessarie alle forze dell’ordine».
Dal Messaggero Veneto del 18/08/10
Rivolta al Cie, denunciato un operatore
GRADISCA. Un operatore dell’ente gestore del Cie di Gradisca è stato denunciato per favoreggiamento nel corso della rivolta scoppiata in via Udine a ferragosto. La notizia, confermata dalla Questura di Gorizia, è arrivata nel corso di un vertice straordinario svoltosi ieri mattina in Prefettura e convocato per fare il punto sui lavori di messa in sicurezza che a breve saranno terminati nella struttura. A denunciare il dipendente dell’ente gestore dei servizi interni (il consorzio cooperativistico trapanese “Connecting People”) del Centro di identificazione ed espulsione di via Udine è stata la Polizia, a seguito delle indagini avviate per ricostruire la dinamica della rivolta che aveva portato all’ennesima fuga di massa dalla struttura isontina, conclusasi con il ferimento di un immigrato e contusioni per due militari impegnati nelle operazioni di contenimento. La denuncia è scattata una volta visionate le immagini delle telecamere interne del Cie, in base alle quali sarebbe emerso un tardivo intervento dell’operatore nel chiudere il cancello d’ingresso del campetto di calcio. mancanza che ha consentito a una quarantina di immigrati di riversarsi nell’area e, da lì, raggiungere la recinzione esterna. Lunedì sera, intanto, 5 degli 11 fuggiaschi (tutti tunisini) sono stati intercettati dai carabinieri di Monfalcone nelle vicinanze dell’abitato di Pieris e, una volta identificati, riportati nel Cie gradiscano. Ancora in corso, invece, le ricerche degli ultimi 6 fuggiaschi. A seguito dei nuovi disordini nella struttura isontina, ieri mattina è stato convocato in Prefettura a Gorizia un summit alla presenza dei vertici della stessa, della Questura, dei comandi provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, dell’Esercito preposto alla vigilanza esterna del Cie e del consorzio “Connecting People”. «Una riunione tecnica di coordinamento – si legge nella nota diramata dalla Prefettura goriziana – dove è stato posto l’accento sul fatto che a breve saranno terminati i lavori già autorizzati e finanziati dal Ministero dell’Interno di consolidamento e ripristino per la messa in efficienza delle parti strutturali interne al Centro che erano state danneggiate o asportate nel corso di precedenti tentativi di fuga. Tali lavori assicureranno più adeguati standard di sicurezza all’interno del Cie». Nel corso della riunione è stata ulteriormente ribadita la massima collaborazione tra le forze di Polizia, gli appartenenti alle forze armate e gli operatori dell’ente gestore, al fine di garantire tutta la possibile attività preventiva. A questi ultimi è stata raccomandata la più efficace vigilanza all’interno delle camerate e l’attenzione per la percezione anche dei minimi segnali di tensione, anomalie o segnali premonitori, in modo da poter allertare con immediatezza le forze dell’ordine per un pronto intervento atto a scongiurare disordini e ulteriori tentativi di fuga». (ma.ce.)
«Gradisca non può continuare a pagare per tutti»
Il sindaco GRADISCA. «Ringraziamo Stato e Regione per quanto finora hanno fatto per la nostra comunità, mostrando sempre grande sensibilità nei confronti delle nostre problematiche, ma a loro chiediamo ulteriori sforzi, perchè Gradisca è pesantemente danneggiata, nella sua stessa identità, dalla presenza del Cie». Alla luce dei nuovi disordini al Centro di identificazione ed espulsione di via Udine, tornato agli onori della cronaca nazionale dopo la rivolta di Ferragosto, è il sindaco Franco Tommasini ad alzare la voce lanciando una richiesta di aiuto a Stato e Regione e parlando apertamente di una Gradisca «che sta pagando per tutti. L’unico Cie del Triveneto lo ospitiamo noi, una cittadina di nemmeno 7 mila anime, un peso rivelatosi da subito insostenibile. Sarebbe oltremodo riduttivo, e poco obiettivo, considerare la preoccupante sistematicità con cui i disordini si susseguono nella struttura come un semplice danno all’immagine di Gradisca. Siamo una cittadina che ha sempre vissuto sul turismo e sul commercio e questa pubblicità, estremamente negativa, che ci sta facendo il Cie di via Udine sta pesantemente intaccando la nostra economia, oltre che la nostra quotidianità. É un dato che non può più essere ignorato: Gradisca non può continuare a pagare, sulla propria pelle, per tutti. Per questo chiediamo a Stato e Regione ulteriori aiuti, non credo sia presuntuoso affermare che Gradisca, per quello che sta vivendo, vanta un credito nei confronti di tali istituzioni». Un credito, nessuna compensazione. Lo ribadisce con forza il primo cittadino gradiscano, il cui pensiero va immediatamente ai suoi concittadini. «Li invito a stare tranquilli, la situazione al Cie è sotto costante monitoraggio e siamo sistematicamente in contatto con Prefettura e Questura, che si sono sempre mostrate sensibili nei nostri confronti e alle quali non abbiamo mai smesso di denunciare le nostre preoccupazioni e – inutile negarlo – frustrazioni per quanto sta accadendo. Come amministratori, tuttavia, ci sentiamo ancora una volta in dovere di elogiare pubblicamente i nostri concittadini per la serietà, la serenità e la civiltà con cui stanno affrontando, quotidianamente, queste problematiche, di non facile soluzione. Era facile prevedere che saremmo arrivati a questo punto, lo si sapeva benissimo già cinque anni fa ma questo non ci impedisce di chiedere ancora a gran voce la chiusura del centro di via Udine: non abbiamo cambiato opinione, anche se sappiamo che resta estremamente difficile veder soddisfatta la nostra richiesta. Riteniamo sia doveroso, in ogni caso, che la struttura venga quantomeno messa in sicurezza, che si ponga fine a questa situazione insostenibile, anche se restiamo convinti che il vero problema sia a monte, non può essere risolto una volta che gli immigrati sono arrivati qui». (ma.ce.)