NOTAV: rassegna stampa del 23 marzo

Comunicato veloce

Le indicazioni di voto dei No Tav sono affermazioni arbitrarie di Pastorutti sostenuto più o meno dall’area di Rifondazione e Comunisti Uniti

Tutti i libertari presenti nei Comitati continueranno a praticare l’astensionismo in qualsiasi occasione

Paolo De Toni – San Giorgio di Nogaro

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Messaggero Veneto del 23/03/11

Alta velocità, Gorizia rischia l’isolamento

In consiglio provinciale Gherghetta contro Romoli sul raccordo di Ronchi «Bisogna cancellarlo, assomiglia a una mulatteria tra due autostrade

GORIZIA Il raccordo ferroviario Ronchi nord-Ronchi sud deve essere smantellato. Una scelta tecnica, quella che Rfi ha inserito nel progetto preliminare dell’Alta velocità/alta capacità per il tratto Trieste-Venezia, che trova d’accordo il presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta. Una posizione, quella del capo dell’esecutivo provinciale isontino, in netto contrasto con le rimostranze presentate contro il progetto non solo dal sindaco di Gorizia, Ettore Romoli, ma anche dallo stesso Partito democratico, di cui Gherghetta fa parte. «Per evitare l’isolamento del capoluogo dalla rete ferroviaria regionale è necessario individuare altre soluzioni tecniche – ha spiegato ieri nel corso della seduta del consiglio provinciale convocata proprio con l’obiettivo di sviscerare la questione Tav -. La bretella di Ronchi, inadeguata al traffico passeggeri, insiste peraltro a poche decine di metri dalle abitazioni, con tutti i potenziali rischi del caso per l’incolumità umana», ha specificato Gherghetta, ricordando la strage di Viareggio, che nel 2009 costò la vita a 33 persone. Il progetto di Rfi prevede come primo step un investimento da 175 milioni di euro per rendere più funzionale il bivio di San Polo: «Ed è pertanto impensabile che venga mantenuto un raccordo che avrebbe una funzione assimilabile a quella di una mulattiera che collega due autostrade», ha rimarcato il presidente della giunta provinciale. Critica l’opposizione, che con il consigliere Dario Baresi (Udc), ha ribadito la necessità di mantenere la bretella «per evitare di condannare Gorizia all’isolamento ferroviario». Il tratto in questione si snoda per due chilometri su un unico binario elettrificato ed è stato costruito nel corso della prima guerra mondiale per collegare la linea Cervignano-Aquileia-Grado con la Udine-Trieste. Nel corso della seduta dell’assemblea provinciale, la maggioranza ha presentato un ordine del giorno con cui si chiede «una radicale revisione delle soluzioni tecniche oggi previste per la quadruplicazione della tratta tra Bivio San Polo e Bivio Aurisina, con interventi che non siano impattanti sul territorio del Carso, privilegiando percorsi che si affianchino a quelli esistenti». L’assemblea provinciale, facendo proprie le osservazioni presentate dai sei Comuni toccati dal progetto dell’Alta capacità, ha inoltre richiesto l’istituzione di un tavolo istituzionale permanente, sotto l’egida della Regione, che segua l’iter progettuale e dei lavori. Christian Seu

 

I comitati: votate le liste contrarie alla Tav

Gli ambientalisti scendono in campo in vista delle amministrative del 15 maggio E criticano Riccardi: «Il coinvolgimento locale si è ridotto a un solo incontro»

ECCO I comuni interessati

In dieci andranno alle urne

Lungo il tracciato della linea della Tav Venezia-Ronchis sono molti i comuni che andranno al voto per il rinnovo del consiglio comunale: la compagine che vincerà la tornata elettorale avrà sul tavolo il “problema” del passaggio sul proprio territorio dell’Alta velocità/Alta capacità, trovandosi ad affrontare tutte le polemiche ad essa correlate. I comuni interessati sono Latisana, Ronchi, Palazzolo dello Stella, Porpetto, Torviscosa, Bagnaria Arsa, Palmanova, Ruda e Villa Vicentina.

PORPETTO I Comitati No Tav della Bassa friulana “affilano le armi” e scendono in campo per le amministrative del 15 maggio, invitando i cittadini dei comuni coinvolti dal tracciato della Tav a votare quelle liste i cui programmi elettorali conterranno una chiara opposizione alla realizzazione della Av/Ac nella Bassa friulana. «In vista delle prossime elezioni amministrative- ribadisce il portavoce dei No Tav, Giancarlo Pastorutti- i Comitati della Bassa friulana daranno indicazioni di voto a favore delle liste i cui programmi elettorali indicheranno una netta contrarietà alla costruzione della linea della Tav. A questa tornata elettorale saranno particolarmente coinvolti dall’appuntamento al voto i comuni di Porpetto, Torviscosa, Bagnaria Arsa, Palmanova, Villa Vicentina e Ruda. Noi, come Comitati, chiediamo prima di tutto il pieno utilizzo delle linee attualmente esistenti sul territorio, il miglioramento della qualità del servizio, il rinnovamento del materiale rotabile, l’incremento dell’offerta di collegamenti regionali, nazionali e internazionali. Una particolare attenzione deve anche essere dedicata alla manutenzione quale garanzia di sicurezza». Pastorutti ricorda inoltre, che il 30 dicembre scorso è stato presentato ai comuni il Progetto preliminare riguardante la linea Tav Venezia- Ronchi e che lo Studio di Impatto ambientale (Sia) è stato consegnato agli stessi soltanto un mese e mezzo dopo, pertanto non è stato possibile visionarlo con l’attenzione che una simile opera merita. «Il coinvolgimento della popolazione tanto inneggiato dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Riccardo Riccardi, si è ridotto a un unico incontro a Bagnaria Arsa due giorni prima della scadenza dei termini per la presentazione delle osservazioni e solo in alcuni consigli comunali sono state discusse le osservazioni al Progetto. Gli attuali amministratori hanno dimostrato interesse solo nei riguardi delle compensazioni, omettendo ai cittadini la consistente devastazione del territorio, l’impattante cantierizzazione e i costi effettivi dell’opera». L’esponente dei No Tav fornisce inoltre indicazioni in merito al referendum del mese di giugno: «Non vi è dubbio che i Comitati daranno indicazione di voto contro il nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua». Francesca Artico


da Il Piccolo, 23 marzo 2011 —   pagina 21

Scontro Romoli-Gherghetta sulla TAV

 

LO SCONTRO» ANTICHI RANCORI

Dubbi in merito al progetto preliminare della linea Alta velocità-alta capacità per il tratto Venezia-Trieste sono stati espressi ieri sera dal Consiglio provinciale di Gorizia. «Chiediamo – si legge nel testo di un ordine del giorno presentato dalla maggioranza di centrosinistra – una radicale revisione delle soluzioni tecniche oggi previste per la quadruplicazione della tratta tra Bivio San Polo e Bivio Aurisina. Vanno trovate nuove soluzioni commisurate alle reali esigenze trasportistiche, senza interventi impattanti su un territorio dal delicatissimo equilibrio idrogeologico qual è il Carso, privilegiando percorsi che si affianchino a quelli esistenti». L’assemblea provinciale ha inoltre richiesto l’istituzione di un tavolo istituzionale permanente, sotto l’egida della Regione, che segua l’iter progettuale e dei lavori. Per Gherghetta inoltre va rivisto il raccordo di Ronchi. di Roberto Covaz Monfalcone non fare la stupida stasera e, se possibilmente, nemmeno nei prossimi mesi. Non sono parole di Renato Rascel ma di Ettore Romoli. Il sindaco di Gorizia è lievemente adombrato da quanto emerge dalle prime battute della campagna elettorale per il sindaco della città dei cantieri. In lizza una mezza dozzina di candidati. Spiccano le determinate Silvia Altran (Pd) e Anna Maria Cisint (Pdl e dintorni). Ma a proporsi come terzo incomodo c’è il “vecchio volpone” socialista Luigi Blasig. Blasig nei primi anni novanta è stato un baluardo del “no” monfalconese all’ospedale unico a Gradisca; il braccio “armato” di Gianpiero Fasola, che a Gorizia non ha bisogno di presentazioni. I due ora sono di nuovo assieme nella lista CambiAmo Monfalcone che si pone l’obiettivo di beffare nella volata i due schieramenti più accreditati. A far loro da stampelle elettorali il “moroteo dentro” Luciano Rebulla – mica tanto amico di Gorizia – e l’imprenditore Vescovini che fino a qualche settimana fa se ne stava tranquillo all’ombra del Pd e poi, improvvisamente, ha cominciato ad attaccare Pizzolitto e soprattutto Sgarlata e l’assoindustriali di Gorizia. Ora si capisce il perché. Insomma, CambiAmo Monfalcone proietta un orizzonte di scontri tra il capoluogo e la città dei cantieri. Per Blasig e compagnia essere, lavorare o frequentare Gorizia è un marchio di infamia. Pure per un monfalconese. Di conseguenza se la prendono con Anna Maria Cisint che a Gorizia è di passaggio e da dirigente comunale sta mettendo facendo quadrare un po’ di conticini. Sarebbe un peccato tornare a sbranarsi tra Gorizia e Monfalcone ma va anche detto che certo buonismo di facciata degli ultimi anni è stato ancora peggio. Romoli comincia a rimpiangere perfino Pizzolitto: «Con lui siamo andati d’accordo, soprattutto sulla sanità. Il che è tutto dire. Non mi interessa poi molto quanto succederà a Monfalcone, a parte tifare per il centrodestra. Anzi, se può tolga questa frase altrimenti continuano a dire che la dottoressa Cisint…». La dottoressa Cisint non ha bisogno di sponsor, nè di stampelle. Da pallavolista mollava certe schiacciate che non vede l’ora di riprorre in campagna elettorale. Il problema è che Blasig&Co fanno sul serio. Certi discorsi alla convention di presentazione della loro lista mettono i brividi. Gorizia è il loro incubo. Romoli: «Se vogliono tornare agli antichi dualismi facciano pure. Abbiamo visto che bel risultato hanno ottenuto. Mi ricorda la lite dei polli di Renzo. Quello di Manzoni. Io penso che Gorizia e Monfalcone debbano collaborare e parlarsi. Se vogliono lo scontro si accomodino ma siano seri e chiari. Le guerre vanno dichiarate». Blasig ha i baffi delle pubblicità della Birra Moretti ed è un gran sornione. I suoi capelli rossastri sono la brace alimentata dai soffioni boraciferi di Fasola, il quale è l’unico coerente della compagnia: per lui Gorizia dovrebbe essere provincia di Lunezia, quella regione inventata da Cavour e sparita subito dopo la sua prematura morte. Rebulla, già Rebulla. Tanto sarebbe da raccontare sull’ex Sottosegretario e forse qualcuno ci sta già pensando. Infine, Vescovini. Almeno lui è un imprenditore che rischia e ha il diritto di dire ciò che vuole. Magari Vescovini potrebbe regalare a Gorizia una partita di viti e bulloni prodotti dalla Sbe, di cui è proprietario. Servirebbero per mettere in sicurezza quello sgangherato raccordo ferroviario Ronchi Sud-Ronchi Nord che il Monfalconese vuole sopprimere e il Goriziano vuole mantenere. Romoli: «Spero che passata la campagna elettorale, che mi pare prometta molta animosità, si possa tornare ad interloquire cordialmente e costruttivamente con Monfalcone». Il sindaco non dice che quel brandello di ferrovia (il raccordo tra le due Ronchi) è nelle mani del Pd. Quello Monfalconese lo vuole trasformare in pista ciclabile, quello goriziano lo vuole salvare. Paradossi della politica: Romoli (e Gorizia) sono nelle mani del Pd. Fine della prima puntata, ma niente paura che ne avremo da scrivere.

PORDENONE: Contro la guerra in Libia!

libiawardefSabato Iniziativa Libertaria e CSPN (Collettivo Studentesco Pordenone) scendono in piazza contro la guerra colonialista della NATO e dell’ONU, per chiedere Pace e Libertà per il Popolo Libico!
E’ partita l’ennesima guerra travestita da “missione umanitaria” per spartirsi le risorse energetiche di cui l’Italia è la prima interessata ! Il despota Gheddafi, ottimo interlocutore fino a pochi mesi prima, è ora un peso da sbarazzarsi per ridefinire giochi di potere in un’area strategica per i contendenti in seno alla NATO. Come sempre accade le prime vittime saranno le popolazioni che da quasi un anno stanno rivoltandosi contro capi di stato “fantoccio” in tutto il medio-oriente.
Le potenze occidentali,come avvoltoi, sono spettatori o attori di questi focolai pronti a intervenire dove e quando “serve” ovviamente portando la “pace” a suon di bombe e propaganda!
FERMIAMO IL MASSACRO UMANITARIO, SOLIDARIZZIAMO CON LE RIVOLTE CHE CHIEDONO DIRITTI E LIBERTA’!!
LA PRIMA VITTIMA DELLA GUERRA E’ LA VERITA’ (Eschilo)
ORE 16, PIAZZA XX SETTEMBRE, PORDENONE!

PARTECIPA E FAI PARTECIPARE!

Leggi il comunicato di un anarchico libico

Leggi l’articolo del Messaggero Veneto


AMIANTO: Maxi-processo amianto: tra un anno la sentenza

Messaggero Veneto del 24/03/11

 

 

GORIZIA La sentenza del maxi-processo per le morti causate dall’esposizione all’amianto negli stabilimenti Fincantieri di Monfalcone potrebbe essere pronunciata dal giudice monocratico del Tribunale di Gorizia, se non si registreranno intoppi, esattamente fra un anno, vale a dire nella primavera del 2012. Questa stima temporale è stata formulata, ieri mattina, dal procuratore capo di Gorizia, Caterina Ajello, che a un anno dalla prima udienza dibattimentale ha tracciato un bilancio del procedimento, che vede imputate 47 persone (si tratta perlopiù di dirigenti che si sono succeduti nell’amministrazione e direzione del cantiere monfalconese) con l’accusa di omicidio colposo o lesioni colpose aggravate ai danni dei lavoratori. Le parti offese sono al momento 87, ma la magistratura goriziana indaga su altri 299 casi legati a malattie professionali (mesoteliomi, tumori polmonari, asbestosi) contratte a causa dell’esposizione alla fibra-killer nei cantieri navali, ma non solo: «Non è escluso che nei prossimi mesi possano arrivare nuovi rinvii a giudizio», conferma il procuratore capo, affiancata dai sostituti procuratori Valentina Bossi e Luigi Leghissa, che coordinano le indagini condotte grazie all’ausilio di una task force appositamente costituita e composta da cinque carabinieri (tra cui anche gli esperti del Nas), due agenti della Polizia e due tecnici messi a disposizione dall’Azienda sanitaria isontina: a questi si aggiunge, è bene precisare, un team di dieci consulenti scientifici nominati dalla Procura della Repubblica del capoluogo isontino. Oltre ai 150 faldoni che contengono le prove documentali, a disposizione degli inquirenti figura anche un’accurata ricostruzione fotografica relativa agli stabilimenti cantieristici di Monfalcone. Ricostruzione fotografica che risulta composta da ben 20 mila scatti risalenti all’epoca a cui si riferisce il procedimento. Nel corso delle trenta udienze svolte finora e presiedute dal presidente del Tribunale, Matteo Trotta, sono stati esaminati duecentotestimoni tra lavoratori dei cantieri e familiari: per completare la fase dibattimentale ne restano da ascoltare altri duecentocinquanta. Da ricordare, infine, che i processi aperti dinanzi al Tribunale del capoluogo isontino in relazione ai decessi per amianto hanno già portato a una prima sentenza, nel 2008. Christian Seu

CARA e Mineo. Il governo fa marcia indietro

Mineo. Il governo fa marcia indietro

Mercoledì 23 marzo. Ieri vi abbiamo raccontato della deportazione a Mineo dei primi tre richiedenti asilo provenienti dal CARA di Gradisca. Gli altri, blanditi con promesse di casa e lavoro, si stavano abituando all’idea del prossimo trasferimento. Oggi, all’improvviso, è arrivato il contrordine “non partite più”.
I media stanno diffondendo la notizia che il governo avrebbe fatto marcia indietro, rinunciando a concentrare a Mineo tutti i residenti asilo ospitati nei CARA. Oggi hanno cominciato a trasferire i 600 tunisini, imbarcati ieri dalla S. Marco, al “Residence degli aranci”.
Sempre oggi sei voli speciali da cento persone l’uno sarebbero partiti da Lampedusa.
Per quale ragione il governo avrebbe attuato un così rapido cambiamento di rotta?
È possibile che sia stata una questione di tempo.
Le operazioni di trasferimento dai CARA a Mineo stavano andando a rilento: in alcune località, come Roma, la resistenza dei richiedenti asilo e delle associazioni antirazziste stava mettendo i bastoni tra le ruote al ministero dell’Interno. Sul piano istituzionale il presidente della Regione Puglia, Vendola, ha scritto a Maroni denunciando le condizioni disumane in cui avvenivano i trasferimenti dal CARA di Bari a Mineo.
Nel frattempo la situazione a Lampedusa, già grave, stava diventando esplosiva, rendendo difficile tergiversare ancora.
Ancora non è chiaro lo status dei tunisini portati a Mineo: con ogni probabilità saranno considerati clandestini.
L’ambiguità deriva dalle dichiarazioni dello stesso ministro, che ha detto chiaramente che solo i libici hanno diritto a chiedere asilo, mentre i tunisini sono immigrati illegali. Tuttavia sinora la struttura di Mineo ha funzionato come centro per richiedenti asilo. La trasformeranno in un CIE?
Un richiedente asilo, trasferito negli ultimi giorni al “residence degli aranci” da una delle tante strutture della penisola, si è messo in contatto con gli antirazzisti della zona da cui proveniva. Ha raccontato che la situazione è molto tesa: alcuni sarebbero fuggiti, altri hanno inscenato proteste.
Un quadro che potrebbe complicarsi quando la struttura raggiungerà la massima capienza. D’altro canto al ministero dell’interno sono criminali ma non stupidi: immaginavano sin troppo bene che bomba avrebbero innescato concentrando a Mineo duemila tunisini.
Per questo hanno cercato sino all’ultimo di evitarlo.

 

tratto da senzafrontiere

NUCLEARE/ Guasto a Krsko e il reattore si spegne

da Il Piccolo

Guasto a Krsko e il reattore si spegne

Piccolo incidente alla centrale dovuto a un difetto di trasmissione nell’elettrodotto verso Zagabria

 

di Stefano Giantin

BELGRADO. Piccolo incidente alla centrale di Krsko, senza conseguenze sull’ambiente, ma dall’impatto psicologico ancora non calcolabile dopo l’allarme sul nucleare causato dalla tragedia di Fukushima.

Alle 10.30 di ieri, il reattore dell’impianto sloveno si è spento automaticamente per motivi di sicurezza. La causa, un difetto di trasmissione nell’elettrodotto a 380 chilovolt che dalla centrale porta l’elettricità verso Zagabria e la Croazia. «Non ci sono stati rischi di emissioni di radiazioni», ha subito tranquillizzato la portavoce della centrale di Krsko, Ida Novak Jerela. «Il fatto che l’impianto si sia spento automaticamente significa che tutti i sistemi di sicurezza hanno funzionato nel migliore dei modi. E non ci sono stati rischi per l’ambiente», ha aggiunto il direttore di Krsko, Stane Rozman. Già alle 12.15 – secondo quanto riporta il sito web dell’impianto nucleare – sarebbe stata dichiarata la fine dello stato d’emergenza. I tecnici stanno ora analizzando le cause del problema – forse provocato da un errore nel sistema informatico – prima di dare luce verde alla riattivazione della centrale. Si prevede un’interruzione nella produzione di elettricità per almeno 24 ore.

La centrale di Krsko, di proprietà congiunta sloveno-croata, è stata costruita nel 1983 con tecnologia americana della Westinghouse. Copre circa il 20% del fabbisogno energetico sloveno e il 15% di quello croato. Nel 2008, Krsko aveva allarmato l’intera Europa dopo che una fuga di acqua usata per il sistema di raffreddamento aveva fatto temere un incidente di più serie dimensioni.

Come nel caso di ieri, anche nel 2008 il problema era stato classificato di «grado zero» sulla scala INES che misura la gravità degli incidenti nelle centrali nucleari. Nonostante le ripetute rassicurazioni su Krsko da parte del governo sloveno, la centrale è nel mirino di ambientalisti e politici, soprattutto in Italia e Austria. A Vienna sono in molti a chiederne l’immediato stop perché la centrale è stata costruita in zona sismica e sarebbe dotata di una tecnologia obsoleta. E a fare pressioni su Lubiana perché rinunci all’obiettivo del raddoppio della centrale previsto per il 2013. Dopo questo «incidente minore», è certo che il fronte anti-nucleare e anti-Krsko troverà nuova linfa e nuovi argomenti.

Comunicato di un anarchico libico

I segni della sconfitta della rivoluzione in Libia

category north africa | imperialism / war | opinion/analysis author Thursday March 24, 2011 21:43author by Saoud Salem – (anarchico libico) Segnalare questo messaggio alla redazione

“Faccio appello a tutti i popoli perché ci sostengano: faccio appello agli Egiziani, ai Tunisini, ai Francesi, persino ai Cinesi, a tutti i popoli del mondo, perché siano benvenuti il loro appoggio e la loro solidarietà.”

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I segni della sconfitta della rivoluzione in Libia

Tra poche ore, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deciderà di dare inizio agli attacchi aerei contro la Libia. La Francia è già pronta stanotte.

Condanniamo questa risoluzione internazionale. E respingiamo totalmente ogni intervento straniero in Libia, da qualsiasi parte, e specialmente quello francese. Quella Francia, che ha venduto a Gheddafi armi per un valore di miliardi, armi che ora vengono usate per colpire i libici, quella stessa Francia che ha continuato a fare affari con Gheddafi fino a 3 settimane fa.

Noi condanniamo questo intervento che trasformerà la Libia in un inferno peggiore. Si tratta di un intervento che ruberà la rivoluzione agli stessi libici, una rivoluzione che sta costando loro migliaia di morti fra uomini e donne.

E’ un intervento che dividerà la stessa resistenza libica.

Ed anche se queste operazioni riuscissero a far cadere Gheddafi (o ad ucciderlo) come fu per Saddam Hussein, vorrà dire che dovremo agli Americani ed ai Francesi la nostra libertà e possiamo stare sicuri che ce lo ricorderebbero ogni istante.

Come possiamo accettare questa situazione? Come spiegheremo tutte queste vittime alle generazioni future e tutti quei cadaveri ovunque?

Essere liberati da Gheddafi solo per diventare schiavi di coloro che lo hanno armato e lo hanno sostenuto in tutti questi anni di violenza e di repressione autoritaria?

Dopo il primo errore – aver militarizzato la rivoluzione popolare – stiamo commettendo il secondo errore: l’istituzione di una nuova dirigenza o di figuri che provengono dai resti del regime libico della Jamahiriya. Ed il nostro terzo errore si sta realizzando inevitabilmente: chiedere aiuto ai nostri nemici. Spero solo che non commetteremo anche un quarto errore, e cioè l’occupazione e lo sbarco dei marines.

Sarkozy e la Francia sono nostri nemici; e lo sono anche di tutto il Terzo Mondo. Non nascondono il loro disprezzo nei nostri confronti. A Sarkozy importa solo di essere ri-eletto l’anno prossimo.

L’uomo che ha organizzato l’incontro tra Sarkozy ed i rappresentanti del consiglio nazionale ad interim non è altri che Bernard-Henri Lévy, un filosofo ciarlatano, e per coloro che non lo conoscono, si tratta di un attivista sionista francese che si impegna strenuamente a difesa di Israele e dei suoi interessi. Costui è stato visto recentemente in Piazza Tahrir per vigilare che i giovani rivoluzionari non se la prendessero con Israele.

Cosa possiamo dire delle bombe che arrivano?

Che esse non sanno distinguere tra chi è pro-Gheddafi e chi è contro.

Le bombe colonialiste, come ben si sa, hanno il solo scopo di difendere gli interessi dei commercianti di armi. Costoro hanno venduto armi per miliardi ed ora ne chiedono la distruzione… Poi noi compreremo altre armi col nuovo governo ed è una vecchia storia che si ripete. Ma ci sono persone che non sanno imparare senza commettere gli stessi vecchi errori di sempre.

Credo sia tutto molto chiaro: si tratta di un vero errore strategico, un errore che il popolo libico pagherà forse per anni. Forse per un tempo persino più lungo del governo di Gheddafi e della sua famiglia.

Mi appello oggi, in queste ore prima che la Libia comincia a bruciare come una nuova Baghdad, a tutti i libici, a tutti gli intellettuali agli artisti, ai laureati, a chi sa scrivere ed a chi è analfabeta, alle donne ed agli uomini, affinché rifiutino questo intervento militare di USA, Francia, Gran Bretagna e dei regimi arabi che sostengono. Al tempo stesso faccio appello a tutti i popoli perché ci sostengano: faccio appello agli Egiziani, ai Tunisini, ai Francesi, persino ai Cinesi, a tutti i popoli del mondo, perché siano benvenuti il loro appoggio e la loro solidarietà.

Ma per quanto riguarda i governi, tutti i governi, noi non gli chiediamo niente, se non di lasciarci in pace, di lasciarci risolvere il problema con Gheddafi per conto nostro.

Saoud Salem
anarchico libico

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

17 marzo 2011

Link esterno: http://saoudsalem.maktoobblog.com/1619397

SOLO CON LE NOSTRE MANI – volantino distribuito fuori dal consiglio comunale di Maniago, 28/01/2011

Tutta la zona della Pedemontana pordenonese è interessata ad un processo, già in atto da alcuni decenni d’industrializzazione, che si sta pericolosamente avvicinanado alla montagna. Tanto che hanno già deciso di abbattere una montagna di 763 mt solamente per fare spazio ad un cementificio. Oltre al deturpamento del paesaggio, del furto di spazio alla comunità locale, c’è il dissesto ecologico che ne consegue.
Abbattere una montagna significa modificare un sistema di correnti d’aria, scambi tra zone più fredde e più calde, che sono parte di quel sistema di boschi, fiumi, prati, persone, che viene condannato. Siamo sicuri che tutto ciò non comporterà il dissesto idrogeologico, siamo sicuri di non ritrovarci tra alcuni anni con smottamenti, frane, vite umane messe a repentaglio?
In nome di quale progresso la Val Vajont è tristemente nota?
Il fantomatico sviluppo industriale aveva già portato un cementificio proprio ai piedi della collina su cui si trova l’abitato di Fanna. Poi decidono di metterci un termovalorizzatore per alimentare il cementificio, e produrre così il “cemento sostenibile” (Sigh!), perché è prodotto dalla combustione di rifiuti, ma non rifiuti come gli altri, di “Qualità”.
I CDR-Q, sono i rifiuti solidi urbani, addizionati con gli scarti di quell’industria automobilistica, tristemente nota alle cronache, con il caso Fiat. Infatti i rifiuti solidi urbani sono addizionati di pnumatici. Un famoso chimico francese nell’800 scoprì che nulla si crea e nulla di distrugge ma tutto si modifica. Che fine fa il residuo della combustione? Perché molta parte degli studi scientifici riferiti alle polveri sottili (nanopolveri e micropolveri) che le descrivono come pericolose in quanto insidiose anche a lungo raggio nel tempo sono completamente estromessi come base documentale dagli organi “competenti” in fatto di agibilità ambientali?
I cittadini di Fanna hanno iniziato a chiedere dei chiarimenti all’amministrazione pubblica esponendo le loro istanze: si sono rivolti al comune, alla regione, all’Arpa e sono rimasti inascoltati.
Un copione già visto e che si ripete inesorabile sancendo quale ruolo abbiano davvero i cosiddetti “cittadini” e la “società civile”: quello di cavie!
Questa è la democrazia rappresentativa, rappresentativa sicuramente degli interessi di pochi a scapito dei più!
Quale progresso, quale sviluppo se ipotechiamo il nostro futuro? Riempirsi la bocca di sicurezza per metterci le fabbriche dei veleni sui davanzali di casa, mentre si finanziano le ronde padane? Tutto questo rappresenta la profonda crisi di un sistema di gestione politica demagogica, populista e autoritaria.
Uscire da questa farsa elettorale bipartisan è possibile solo con il mutuo appoggio,  tramite l’autogestione della comunità, che liberamente si esprime in forme di autogoverno, fondato sullo scambio, la relazione non gerarchica e opportunistica tra le persone, il mutualismo, la solidarietà attiva. In alcune parti d’Italia come a Spezzano Albanese o San Lorenzo del Vallo, dal basso, tramite la creazione della Federazione Municipale di Base,  includendo abitanti, cooperative, artigiani e associazioni sono riusciti a creare un vero e proprio contropotere costringendo il comune a scornarsi su ogni minimo tentativo di depauperare il territorio, specularci e svenderlo e progettando un vivere diverso.
Ed è proprio nelle lotte ambientali ed ecologiste che appare quanto profonda sia la crisi dell’organizzazione gerarchica del potere. Le persone chiedono di partecipare alle scelte politiche del proprio territorio, di essere attivi costruttori del proprio futuro; a Terzigno hanno bloccato più di una discarica bruciando le schede elettorali, strumento di spartizione di mafie e priveligi al sud ed ancora a in Val Susa, al Nord, stanno bloccando la TAV plurimilionaria e devastatrice da almeno 15 anni.

Non un partito né un’istituzione è riuscita a difendere donne, uomini, famiglie e figli, solo l’unione, la determinazione e l’azione diretta della gente del posto. Anche in Friuli è giusto spezzare questa cappa di rassegnazione che accompagna la cultura e l’immaginario di questi territori:
se non ora quando? Se non noi chi?

 

INIZIATIVA LIBERTARIA

AMAZZONIA/ L’ultima tribù

No si vent le tiare
la cal cjamine un popul

Corriere della Sera

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RONDE: flop a Trieste

Dal Piccolo del 02/02/11

Una ronda solitaria sorveglia Trieste

 

di GIANPAOLO SARTI

TRIESTE Alla voce ”Trieste” c’è una pagina vuota, o quasi. Sotto gli occhi Federica Seganti ha l’elenco dei volontari per la sicurezza appena registrati nell’albo del Friuli Venezia Giulia: 570 domande per 251 iscritti in tutta la regione. Ma il capoluogo giuliano, però, deve accontentarsi di un’unica persona. C’è un solo nome nella lista, di altri non c’è traccia. Una ronda solitaria.

Un clamoroso flop? «No, il dato – ribatte l’assessore regionale alla Sicurezza – va letto in un altro modo, Trieste ha poca criminalità ed è una delle province italiane con la maggior presenza di forze dell’ordine, è chiaro che riscontriamo una minor partecipazione».

A Gorizia i volontari iscritti sono complessivamente 12 ma solo uno è una ronda ”doc”, pronta a dedicarsi a tutte le attività previste dal regolamento, mentre gli altri undici sono impiegati nel controllo delle strade. E qui Trieste merita una parentesi perché i ”nonni paletta”, che di certo non mancano nelle vicinanze delle scuole della città, non figurano nell’albo: il loro servizio infatti è retribuito. Pordenone, invece, potrà contare su una squadra di 139 persone, di cui ben 126 aiuteranno la polizia locale a gestire il traffico cittadino. A Udine i volontari sono 99 e, di questi, 11 sono le ronde ”doc”.

Numeri che, in tema di sicurezza, fotografano una realtà piuttosto variegata nel panorama regionale. «Già, c’è l’insicurezza percepita dalla gente – osserva l’assessore – che nella Bassa friulana e nel Pordenonese si collega anche all’incidenza degli immigrati. Dove ci sono più stranieri ci sono anche più reati, le statistiche lo dimostrano» taglia corto Seganti.

Tra i richiedenti in possesso dei requisiti psicofisici necessari fanno parte anche 49 agenti che in passato avevano prestato servizio nelle forze dell’ordine. Negli ultimi mesi sono stati 195 gli ammessi ai percorsi formativi di 20 ore. Il programma prevede lezioni sui diritti fondamentali dei cittadini, sul ruolo e le competenze della Polizia locale, sulle relazioni funzionali tra i servizi coinvolti nelle politiche di sicurezza urbana, i servizi sanitari e le autorità di pubblica sicurezza, oltre a nozioni essenziali di diritto penale e civile. Un’altra parte si concentra sulla capacità di individuare e gestire situazioni critiche.

Ma come sarà la divisa della ronda padana? Casacca arancione e berretto verde, per alcuni anche il walkie talkie di ordinanza. Così scenderanno in strada le decine di volontari, di giorno e di notte. Anzi, in Friuli Venezia Giulia molti stanno già girando per piazze, manifestazioni e altro. Ma ora hanno in tasca un ”patentino” che certifica l’idoneità psicofisica, la frequenza al corso di formazione e l’iscrizione all’albo, come vuole il regolamento varato dalla legge regionale del 2009.

Da ieri, peraltro, chi aspira ad indossare la divisa e prestare il proprio servizio può presentare domanda in Regione fino al 28 di febbraio. «Si tratta di un’attività di coordinamento con la polizia locale – ribadisce l’assessore – come noto i volontari non possono assolutamente prendere iniziative. Se notano una situazione anomala o pericolosa hanno il compito di allertare le forze dell’ordine per chiedere il loro intervento».

Seganti insiste sul ”caso Trieste”, evidentemente all’attenzione dell’assessorato perché, se è vero che l’unica ronda registrata fa pensare a una situazione di sostanziale tranquillità per la città, «è anche vero che in questa provincia rimangono alcuni fattori problematici: borseggi negli autobus, truffe agli anziani e atti di vandalismo nelle scuole, tutte questioni da affrontare in futuro in modo più determinato».

NOTAV: rassegna stampa del 2 febbraio

 

Martedi, 1 Febbraio 2011

La Tav fa infuriare comune e cittadini

Un secco “No Tav” da parte di tutti i cittadini presenti alla prima serata informativa riguardante il progetto dell’Alta Velocità ferroviaria, tenutasi lunedì 24 gennaio a Quarto d’Altino.

All’incontro, organizzato dall’Amministrazione comunale, sono intervenuti l’ing. Alessandro Pattaro (esperto in pianificazione territoriale), il prof. Carlo Giacomini (Iuav Venezia), Davide Cester (Ferrovie a Nordest), Maurizio Billotta (Legambiente), il prof. Luca Lazzaro (Confederazione italiana Agricoltori Venezia). Era anche presente il Consiglio comunale al completo, che insieme alla cittadinanza ha seguito con attenzione gli interventi degli esperti.

Il progetto. Considerato che la documentazione è arrivata da poco tempo, è attualmente difficile farsi un’idea della portata complessiva dell’opera, che comunque si preannuncia devastante per il territorio di Quarto d’Altino. «Sono due i tracciati allo studio – ha detto Davide Cester di Ferrovie Nordest – il tracciato costiero basso e quello che affianca l’autostrada; ma quest’ultimo sembra meno plausibile, per la coincidenza di alcuni tratti con i lavori della terza corsia. Se da Venezia all’aeroporto Marco Polo la linea è prevista in tunnel, è da Quarto in poi che iniziano le criticità, proprio per il notevole impatto ambientale che si verificherà sul territorio: se consideriamo il tracciato costiero, dal Marco Polo a Portegrandi, passando per la zona est di Quarto (Via Colombera, via Claudia Augusta), si costruirà un’elevazione di circa 12 metri per far scorrere l’Alta Velocità».

L’impatto ambientale. Da secoli l’emergenza idraulica affligge la zona del Sile e nel corso del tempo i nostri antenati si sono dovuti scontrare con queste problematiche, affrontando via via la situazione con diversi escamotage: «Questo è un territorio molto fragile – ha commentato l’ing. Pattaro – fin dal 1600 è stato un “laboratorio di pianificazione idraulica” a cominciare dal taglio del Sile che è stata una catastrofe ambientale, dato che tutte le terre circostanti si sono impaludate. Tutte le aree sotto il livello del mare sono a rischio, ma qui nessuno si preoccupa di osservare l’ambiente dal punto di vista geologico».

Le finalità dell’opera. Un altro “neo” del progetto consiste nel fatto che non sono indicati gli obiettivi di traffico dell’opera: «Quando si progetta una simile infrastruttura, bisognerebbe indicare lo spostamento di uomini e merci previsto nel tempo, ma queste informazioni mancano negli innumerevoli file allegati alla documentazione – ha osservato il prof. Giacomini – per questo è difficile valutare se davvero quest’opera sia necessaria. Non siamo ancora stati in grado di esaminare l’analisi costi-benefici, ammesso che riusciamo a trovarla tra la miriade di documenti, che tra l’altro sono di difficile interpretazione. Bisogna però dire che non si è verificato un dialogo propositivo tra Regione e amministratori locali, ma il progetto è stato calato dall’alto senza alcuna analisi dei bisogni delle diverse realtà territoriali: pensate che si ipotizzano circa 140 treni merci al giorno tra diurni e notturni, mentre il trasporto passeggeri avrebbe a disposizione solo 26 treni al giorno (circa un treno all’ora!), alla faccia di chi protesta quotidianamente contro i tagli ai trasporti locali».

I costi. «Il Veneto spende solo lo 0,04% del bilancio per investimenti ferroviari sulle nostre tratte – ha affermato Maurizio Billotta di Legambiente – mentre quest’opera colossale costerà 4 miliardi e 200 milioni solo per il tratto Mestre-Ronchi. Eppure il trasporto su gomma continua ad essere privilegiato sia per questioni economiche che di flessibilità».

Le reazioni dei cittadini. Infuriati i numerosi cittadini presenti in sala: il sentimento prevalente è stata l’indignazione, espressa anche dal sindaco Loredano Marcassa, di non essere mai coinvolti nei progetti che stravolgono i centri abitati e che condizioneranno l’ambiente a medio e lungo termine.

Il consigliere Marco Simionato ha commentato: «Sono fortemente contrario sia al tracciato basso sia al tracciato alto, anzi propongo che si formino fin da subito dei Comitati No Tav, per opporsi con forza ad un progetto assurdo, di cui non vengono resi noti con precisione né i costi né i benefici. Sono previsti 10 viadotti, 12 deviazioni e sovrappassi su fiumi e canali, senza contare che l’opera passa sopra o nelle vicinanze di 7 aree archeologiche». Ci saranno 73.000 mq di cantiere tra via Colombera e via Claudia Augusta, con un attraversamento di circa 400 camion per il trasporto della ghiaia.

«Mi sento offeso dal fatto che non prendano mai in considerazione gli amministratori locali – ha concluso il sindaco Loredano Marcassa – siamo sempre gli ultimi a sapere il destino dei nostri paesi e città, soprattutto quando si tratta di opere di questa portata: la legge Obiettivo velocizza i tempi, al contrario un semplice cittadino deve affrontare una burocrazia spaventosa per fare l’ampliamento della sua casa o semplicemente per progettare una stanza in più. Questo non è ammissibile: dobbiamo finirla con i progetti calati dall’alto».

Il prossimo appuntamento è previsto per il 31 gennaio: un’altra serata per raccogliere le proposte e i suggerimenti dei cittadini in modo chiaro e costruttivo e procedere alla stesura delle osservazioni, che dovranno essere stilate entro 60 giorni dall’arrivo del progetto in Comune.

Beatrice Giai Gischia

http://www.gvonline.it/public/articolo.php?id=6356

 

Dal Piccolo del 02/02/11

Consultabile negli uffici comunali il piano dell Alta velocità ferroviaria

 

RONCHI Sono consultabili già da diversi giorni sia sul sito internet comunale (www.comuneronchi.it) sia all’Ufficio urbanistica gli elaborati relativi al progetto preliminare per l’Alta velocità/capacità. I termini ufficiali per la presentazione da parte dei cittadini di eventuali osservazioni e opposizioni scritte sul nuovo progetto della Tav, depositato il 22 dicembre 2010 da Italfer, è di 60 giorni.

«Nel corso dell’incontro tenutosi a Trieste, nella sede della Regione, al quale ho partecipato in rappresentanza dell’amministrazione comunale – sono le parole dell’assessore all’Urbanistica, Sara Bragato – sono state fornite dall’assessore Riccardo Riccardi ampie rassicurazioni circa la non perentorietà dei termini fissati per legge. In considerazione della complessità e della mole di documenti di cui è costituito il progetto, sembra che saranno prorogati i tempi entro cui gli enti locali potranno esprimersi sul progetto preliminare, in una prima fase con la segnalazione di eventuali interferenze non evidenziate dal progetto stesso e successivamente rispetto allo studio di impatto ambientale».

Il Comune di Ronchi ha già avviato l’analisi degli elaborati per la segnalazione delle interferenze non rilevate e si sta muovendo, anche unitamente agli altri Comuni del mandamento interessati dall’opera, per poter effettuare una presentazione pubblica del progetto preliminare. (l. p.)

 

Il Pd: «Masarà ha esercitato un suo diritto»

RONCHI Si torna a parlare della decisione di messa in aspettativa dal lavoro dell’assessore Enrico Masarà di Ronchi per completare il suo mandato elettorale in vista delle elezioni di maggio. E da Bruno Zamar, esponente del Pd ronchese, si sottolinea come egli abbia esercitato un suo diritto. «Da parte del Pdl e della Lega – sono le parole di Zamar – il tutto è stato trattato in modo alquanto spregiudicato e denigratorio, con il solo scopo di montare un caso e una polemica da gossip-magazine. Comunque il giudizio finale lo daranno gli elettori nel chiuso della cabina elettorale». Secondo Zamar sorprende che un partito così importante nel panorama politico, anche locale, scenda a livelli così bassi limitandosi a creare una pretestuosa polemica su dei fatti personali senza intervenire su altri aspetti della politica reale che interessano e pesano su tutti i cittadini.

«Ronchi, per la presenza di molte infrastrutture a servizio della comunità regionale e nazionale – continua – è penalizzata nel suo sviluppo economico ed urbanistico. Ad esempio la recente adozione del piano di rischio aeroportuale ha ridotto lo sviluppo urbanistico e le possibilità edificatorie di buona parte della cittadina in una fascia che va dall’ aeroporto al Carso. Come se non bastasse il nuovo progetto della Tav Venezia-Trieste ripropone drammaticamente altri pesanti vincoli al nostro martoriato territorio e questa volta sembrerebbe in modo definitivo». A giudizio dell’esponente del Pd ci saranno anni ed anni in cui i vincoli resteranno senza che si incominci alcun lavoro, poi eventualmente alcuni decenni di cantieri con centinaia di autocarri a spasso lungo il territorio. «Finito tutto questo una barriera di 7-8 metri – prosegue – separerà la nostra cittadina modificando così in maniera tecnologica il nostro paesaggio. Senza parlare poi delle case che verranno demolite. Fortunatamente fino ad ora nessuna delle maggiori forze politiche si è espressa o ha fatto delle proposte alternative, lasciando i cittadini nell’ incertezza totale. L’unica notizia che ha tenuto banco con accuse e difese è stata la polemica sull’assessore. Esaurimento da vuoto di idee? Spero proprio di no, anzi spero ancora che la politica si rimetta sui giusti binari e si interessi dei reali bisogni dei cittadini». (lu.pe.)

 

«Tav a non meno di 30 metri dalle case»

 

 

 

di LAURA BLASICH

 

SAN CANZIAN Sono sette le abitazioni che l’Alta velocità -Alta capacità ferroviaria abbatterà tra Pieris e Begliano. Considerando, però, la fascia di rispetto di 10 metri prevista dal progetto preliminare di Rfi. Una distanza che l’amministrazione comunale di San Canzian vuole si allarghi a 30 metri, così da evitare i pesanti impatti prevedibili per gli edifici più vicini alla linea, nonostante l’inserimento di barriere anti-rumore. Se l’osservazione del Comune fosse accolta, le case da demolire salirebbero a 30, di cui 20 in via Rebez a Pieris e le altre 10 distribuite lungo la linea fino al confine con Ronchi. Di questa scelta le famiglie interessate sono già state messe al corrente, nel corso di un incontro che il sindaco Silvia Caruso e gli assessori compententi hanno tenuto la scorsa settimana. Una riunione a porte chiuse, come tiene a sottolineare lo stesso sindaco, per consentire di entrare nel dettaglio del progetto, degli impatti e delle soluzioni individuate per ridurli.

«Il nostro è un approccio pragmatico – spiega il sindaco – che tiene fede all’impegno di ridurre al minimo i disagi per i cittadini e nello stesso tempo di garantire la tutela dei loro diritti». La segnalazione come “interferenza” dell’ampliamento della fascia di rispetto da 10 a 30 metri non è quindi un controsenso. «Riteniamo che c’è senz’altro un impatto pesante per chi vedrà demolita la propria abitazione e dovrà trasferirsi – afferma il sindaco -, ma sarà maggiore per chi si troverebbe a vivere nella zona tra i 10 e i 30 metri di distanza dalla nuova linea. A questo punto crediamo sia meglio avere più demolizioni con la certezza di compensazioni adeguate». Proprio sull’aspetto degli indennizzi si è concentrata l’attenzione della maggior parte delle famiglie presenti all’incontro, non contrarie, quindi, in partenza all’ampliamento della fascia di rispetto. «Si è comunque capito che il senso del faccia a faccia non era schierarsi pro o contro il progetto dell’Alta velocità – aggiunge il sindaco -, ma parlare appunto in concreto di impatti, soluzioni, tutele, delle esigenze dei cittadini di cui l’amministrazione si farà portavoce».

Per una discussione generale e “politica” sul passaggio dell’Av-Ac sarà invece convocato un Consiglio comunale aperto con tutta probabilità attorno alla metà del mese, prima della scadenza del 20 febbraio, fissata per la presentazione delle osservazioni al progetto, e dell’incontro pubblico di portata mandamentale che si sta tentando di organizzare a Monfalcone. L’ente locale ha comunque già individuato altre due “interferenze” da segnalare. La prima riguarda la fase di cantiere che impatterà sulla viabilità portante di Pieris e Begliano e su un asse fondamentale come la strada regionale 14. «Non è pensabile che se si dovesse chiuderla integralmente il traffico che la percorre verrà riversato nell’abitato di Begliano”, dichiara il sindaco Caruso. Il Comune chiederà quindi la creazione di collegamenti stradali alternativi. L’ultima osservazione riguarda invece la gestione del cantiere per la creazione del binario a valle (lato Pieris-Begliano) della linea ferroviaria storica. Stando al cronoprogramma dell’opera, il territorio di San Canzian sarà interessato dai lavori per quattro anni, dal 2017 al 2021.

 

Messaggero Veneto

Il Comitato di tutela ambientale: case di pregio a rischio con la Tav

 

PALMANOVA. Nuove preoccupazioni si affacciano sulla questione dei tracciati relativi delle opere di viabilità accessorie alla Tav. Il Comitato di tutela ambientale di Palmanova, tramite il portavoce Luigino Battistello, fa infatti sapere che, grazie all’opera di divulgazione delle informazioni attuata dal Comitato “No Tav” di Bagnaria Arsa, è riuscito a prendere visione dei contenuti del nuovo progetto preliminare della Tav nella Bassa Friulana.

«Per il nostro territorio – spiega il portavoce del Comitato locale – ci sono di nuovo cattive notizie: gli impatti prospettati da questo progetto sono veramente pesanti per il settore sud-ovest del nostro martoriato comune. È ricomparso un “cavalca-ferrovia” sulla strada regionale 252, la cosiddetta Napoleonica, il quale non è in asse con la statale stessa, ma crea una “variante” a forma di trapezio sul lato sud». Per il Comitato questa soluzione progettuale è quasi incomprensibile. Prosegue infatti Battistello: «Questo cavalcavia, che oltrepassa la ferrovia, ottiene il risultato di creare curve sulla strada, consumare territorio, svalutare case e terreni presenti nella zona, peggiorare la qualità della vita agli abitanti del posto». Il portavoce fa anche notare che sono molte le abitazioni, alcune anche di un certo pregio, presenti nelle adiacenze della ferrovia esistente, che rientrano nella fascia di vincolo urbanistico. Sono pertanto parecchi i cittadini interessati a capire ciò che questo comporta. Il Comitato di Tutela ambientale di Palmanova invita i cittadini a prendere visione degli elaborati progettuali «che – aggiunge Battistello – speriamo possano essere disponibili in Municipio. Va infatti ricordato che ogni cittadino può presentare osservazioni, che serviranno da riferimento per gli indispensabili interventi dell’amministrazione comunale, nei confronti dell’assessore regionale alle infrastrutture. La nostra speranza è quella di contribuire, anche come Comitato, alla correzione delle situazioni di sfregio ambientale». (m.d.m.)

 

Alta velocità, si contano le case da abbattere

 

San Canzian d’Isonzo SAN CANZIAN D’ISONZO. Se la fascia di rispetto prevista dal progetto preliminare di Rfi per l’Alta velocità-Alta capacità resterà a 10 metri, dovrebbero essere 7 le abitazioni che dovranno essere abbattute fra Pieris e Begliano; se invece Rfi accetterà di ampliare la fascia a 30 metri, come intende chiedere l’amministrazione comunale per evitare i pesanti impatti prevedibili per gli edifici più vicini alla linea, che non potrebbero essere ridotti con barriere anti-rumore, le case da abbattere sarebbero 30, di cui 20 in via Rebez a Pieris e altre 10 distribuite lungo la linea fino al confine con Ronchi.

Potrebbe sembrare un controsenso che in realtà, come spiega il sindaco Silvia Caruso vuolre ridurre al minimo di disagi per i cittadini e garantire la tutela dei loro diritti: maggiori demolizioni significherebbe poter avere compensazioni adeguate, anche per chi, altrimenti, si troverebbe a dover convivere con la vicina linea di Av/Ac.

La volontà degli amministratori sancanzianesi è già stata illustrata alle famiglie interessate, nel corso di un incontro con il sindaco e gli assessori competenti, che volutamente è stato organizzato a porte chiuse per consentire di entrare nel dettaglio del progetto, degli impatti e delle soluzioni individuate con la dovuta riservatezza.

«Certo non sarà facile per chi dovrà trasferirsi, ma perlomeno ci sarebbe maggiore tutela», spiega Caruso. L’attenzione delle famiglie, che in linea di massima non sono state contrarie all’idea, si è concentrata sul valore, certezza e peso degli indennizzi.

«Si è comunque capito che il senso del faccia a faccia non era schierarsi pro o contro il progetto dell’Alta velocità – aggiunge il sindaco –, ma parlare appunto in concreto di impatti, soluzioni, tutele, delle esigenze dei cittadini di cui l’amministrazione si farà portavoce».

Circa poi la discussione generale e politica sul passaggio dell’Av-Ac sarà invece convocato un consiglio comunale aperto, molto probabilmente verso la metà di febbraio, entro il 20, data ultima per la presentazione delle osservazioni al progetto. Un altro incontro, di portata mandamentale si dovrà tenere invece a Monfalcone. L’ente locale ha comunque già individuato altre due interferenze da segnalare. La prima riguarda la fase di cantiere che impatterà sulla viabilità portante di Pieris e Begliano e su un asse fondamentale come la strada regionale 14. «Non è pensabile che se si dovesse chiuderla integralmente il traffico che la percorre verrà riversato nell’abitato di Begliano», dichiara il sindaco, che prosegue spiegando che il Comune di San Canzian chiederà quindi la creazione di collegamenti stradali alternativi.

L’ultima osservazione riguarda invece la gestione del cantiere per la creazione del binario a valle (lato Pieris-Begliano) della linea ferroviaria storica. Stando al cronoprogramma dell’opera, il territorio di San Canzian sarà interessato dai lavori per quattro anni, dal 2017 al 2021. Un lasso di tempo “importante”, come lo definisce l’amministrazione locale, che per questo ritiene indispensabile una gestione ottimale delle fasi di cantiere.

Cristina Visintini