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NO TAV Tracciati/ Sala affollata ieri sera/ Foto

Sala affollata e dibattito vivace ieri sera (giovedì 7 luglio) a San Giorgio di Nogaro nell’assemblea indetta dai Comitati No Tav della bassa friulana.

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UDINE/ Solidarietà con gli Squatters della Caserma Piave

Comunicato

Il CSA di Via Volturno-Via Scalo Nuovo in esilio (dopo lo sgombero del 10 dicembre 2009), solidarizza con gli squatters della caserma Piave, sgomberati il 7 luglio dalla Digos, e denuncia che, ancora una volta, l’unica risposta alle esigenze oggettive, abitative e di socializzazione autogestita, sia costituita da  sgomberi, repressione, denunce, fogli di via eccetera. Già un anno fa, per quanto ci riguarda, le trattative con il Comune per ottenere un posto per il CSA si sono arenate e Honsell ci ha liquidati dicendoci che non ci sono spazi a disposizione. Presto dimostreremo il contrario e ci chiediamo: chi arriverà per prima a sgomberarci? I Carabinieri o la Digos? Infatti il CSA in esilio, dopo una lunga incubazione, ha deciso di ritornare alla carica ed entro il secondo anniversario dello sgombero riaprirà un altro posto con le stesse caratteristiche dei Centri Sociali precedenti, anche se con maggiori accortezze tattiche, derivanti dal patrimonio dell’esperienza acquisita in un quarto di secolo di lotte in Friuli.

 

 

Messaggero Veneto VENERDÌ, 08 LUGLIO 2011 Pagina 23 – Cronache

 

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Ex Piave, la polizia scopre un rifugio di punkabbestia

I vecchi locali della caserma erano stati occupati da “vagabondi metropolitani” Il blitz ieri mattina all’alba. Denunciate otto persone, tra cui un minorenne

di Federica Barella Un vero e proprio blitz organizzato all’alba di ieri mattina. Così gli agenti della Squadra mobile della questura di Udine, assieme ai colleghi delle Volanti e della Digos, sono riusciti a liberare l’ex caserma Piave dall’occupazione messa in atto negli ultimi tempi da un gruppo di ragazzi “vagabondi metropolitani” e “punkabbestia” che avevano scelto i vecchi edifici militari come loro provvisoria abitazione. O meglio come loro giaciglio. E’ terminata così l’operazione nata sulla scorta di alcune segnalazioni e che ha avuto solo una breve fase di indagini. Gli inquirenti non ci hanno messo tanto a scoprire che regolarmente un gruppo di giovani si intrufolava negli spazi della caserma dismessa situata tra via Catania e via Lumignacco, grazie a un passaggio creato in una parte del muro di cinta. Alla fine i denunciati per invasione e occupazione abusiva di edificio pubblico sono stati ben otto, di cui tre stranieri, che erano soliti girare anche nel quartiere accompagnati da altrettanti cani di grossa taglia. Si tratta di un ragazzo tedesco di 22 anni, di sua moglie di nazionalità ceca di 22 e di un altro tedesco, di 42 anni. Per loro oltre alla denuncia è scattato anche il provvedimento di foglio di via obbligatorio e di non ritorno in città. Gli altri denunciati sono due ragazzi udinesi di 20 e 26 anni, un 41enne originario dell’Argentina, ma ora residente in Italia (già noto alle forze di polizia), e una ragazza non ancora ventenne residente in altro comune, per la quale è stato avviato il procedimento di divieto di ritorno in città. Infine tra i denunciati c’è anche un minorenne. Si tratta di un ragazzo friulano, residente in un comune vicino a Udine, anche lui sorpreso ieri mattina a dormire nei giacigli di fortuna ricavati da questo gruppetto nelle stanze dismesse da anni dall’esercito. Arredamento scarno, se non inesistente: stando agli oggetti ritrovati, secondo gli inquirenti della questura, i vari locali dell’ex caserma da tempo era saltuariamente utilizzati come dormitorio e come rifugio di fortuna da questi ragazzi “vagabondi metropolitani” o “punkabbestia”. Giovani che hanno deciso di vivere rifiutando la società organizzata, vivendo di elemosina e a volte anche di piccoli espedienti, spesso con inseparabili grossi cani, capelli lunghi attorcigliati in “dreadlocks”, ma anche con molti tatuaggi a ricoprire il corpo. Nella perquisizione dei locali occupati dai giovani le forze dell’ordine non hanno comunque ritrovato né droga né armi. La questura ha già emesso una segnalazione al Comune, proprietario dell’immobile, affinchè vengano chiusi tutti i passaggi.

NOTAV: Torino-Lione, Bruxelles taglia i fondi

Il piccolo del 08/07/11

Torino-Lione, Bruxelles taglia i fondi

 

 

BRUXELLES I fondi comunitari assegnati alla Torino-Lione subiranno un’ulteriore sforbiciata a causa dei ritardi nei lavori. A dirlo è il commissario europeo ai Trasporti, Siim Kallas, che conferma tuttavia l’impegno di Bruxelles per la realizzazione dell’opera. Il giorno dopo la riunione della conferenza intergovernativa tra Italia e Francia in cui sono stati fatti passi avanti nel negoziato ma non è stata conclusa l’intesa sulla ripartizione dei costi dell’opera, la Commissione europea si dice tuttora pronta sostenere i due Paesi per il completamento della linea ad alta velocità. È uno dei principali corridoi di trasporto europeo, considerato fondamentale – spiega Bruxelles – per il collegamento tra la penisola iberica e l’Europa centrale. Ma il mancato rispetto dei tempi nell’esecuzione dei lavori farà salire, probabilmente anche in maniera sostanziosa, l’entità del taglio ai fondi Ue, dopo la sforbiciata di 9 milioni di euro già messa a segno con l’ultima revisione dell’andamento dei progetti transeuropei di trasporto nell’ottobre 2010. La Commissione europea, ha ricordato Kallas rispondendo alle domande dei giornalisti, si era impegnata a concedere 671 milioni di euro di co-finanziamenti per la realizzazione della Torino-Lione, ma l’accordo «prevedeva – ha precisato il commissario – che se i finanziamenti non fossero stati assorbiti entro il 2015 ci sarebbero stati dei tagli». È chiaro che ora «ci sarà qualche difficolta», ha messo in guardia Kallas, aggiungendo di ritenere «realistico che ci saranno dei tagli». Quanto alla cifra, il commissario e anche i suoi collaboratori, hanno più volte affermato di non poter indicare oggi l’entità, rinviando al prossimo autunno quando sarà rivista la decisione sul finanziamento, alla luce dei ritardi accumulati

NOTAV: Val Susa. Fumo e aria fresca

di seguito un articolo di commento e analisi della situazione valsusina, in uscita sul numero

di umanità nova di questa settimana. www.umanitanova.org

Val Susa. Fumo e aria fresca

Domenica 3 luglio, Val Susa. Un’altra pagina della nostra storia fatta
delle mille storie individuali che si intrecciano e si moltiplicano.
Lo striscione dei bambini che apre il corteo, la banda che suona, gli
striscioni, il popolo delle mille resistenze d’Italia che si mescola in un
grande corteo. Così grande che le menzogne della Questura saranno più
sfacciate del solito. Tanta gente con un unico grande obiettivo: stringere
d’assedio il fortino costruito alla Maddalena dalle truppe di occupazione.
Chi ha spezzato le barricate della Libera Repubblica, chi ha voluto
imporre con la forza militare il proprio dominio deve sapere che non potrà
lavorare in pace, che verrà contrastato giorno dopo giorno dai No Tav,
finché se ne andrà.
Il corteo si snoda per ore da Exilles lungo la statale e di lì in discesa
in mezzo ai piloni dell’autostrada sino alla barriera di acciaio e filo
spinato piazzata all’ingresso della salita verso la Maddalena, poco dopo
la centrale idroelettrica. C’è anche lo spezzone rosso e nero degli
anarchici sociali, che a centinaia hanno risposto da tutt’Italia
all’appello per la manifestazione, dividendosi tra il corteo e l’assedio
dai tanti sentieri. Nei giorni precedenti in moltissime città avevano dato
vita ad iniziative di solidarietà e sostegno alla lotta in Val Susa.
Quando il corteo arriva alla centrale molti No Tav si fermano nei boschi,
mangiano e si preparano all’assedio, altri si dispongono lungo la strada
che sale al paese di Chiomonte, altri ancora raggiungono il campo sportivo
dove si conclude la parte di manifestazione cui hanno aderito anche
sindaci ed amministratori.
Chi se la sentiva è sceso dai sentieri, gli altri hanno scelto la strada:
ma la giornata è di tutti.
L’assedio va avanti per ore ed ore. I No Tav scendono dai sentieri e
premono contro le reti. Scendono dalla Ramats, si affacciano da Giaglione,
attraverso la via delle Gorge. Anche alla Centrale, una volta defluito il
corteo dove tanti hanno scelto di portare i propri bambini, comincia la
pressione contro le recinzioni.
In tanti hanno imparato la lezione impartita a suon di gas e manganellate
durante l’attacco di polizia alla Libera Repubblica: chi si è comperato la
maschera antigas, chi quelle semplici da ospedale, chi si limita ad un
fazzoletto bagnato. Tutti hanno i limoni, le pastiglie di Malox da
sciogliere, il ventolin. Caschi di tutte le fogge difendono il capo dei
manifestanti: chi indossa quelli da cantiere, chi mette quelli da moto o
da bici: gli alpinisti si distinguono per il materiale tecnico usato da
chi arrampica.
Nonostante le protezioni, al termine della giornata i feriti saranno
tantissimi, impossibile contarli tutti, perché solo i più gravi vanno in
ospedale: gli altri vengono curati sul posto da medici e infermieri No
Tav. Qualcuno va su con in faccia i segni dei colpi ricevuti la settimana
precedente.
La baita dei resistenti, a margine del borgo Clarea, viene ripresa dal
corteo partito da Giaglione e si trasforma in ospedale da campo.
I poliziotti diranno di aver avuto 200 feriti: una dottora del CTO,
intervistata dal TG3 dichiarerà che tanti sono scivolati o sono vittima di
malori da caldo e stress. Si fa davvero fatica a provare compassione per
questi servi sciocchi e crudeli, ma chi ci riesce dimostra la diversa
qualità morale che oppone i resistenti ai lanzichenecchi del governo.
L’assedio va avanti per ore ed ore: dalla mattina sino a sera. Chi si
affaccia alle reti viene accolto da un fitto lancio di lacrimogeni CS,
un’arma da guerra, che altrove è stata bandita dalle manifestazioni. I
colpi spesso sono diretti sulle persone con effetti devastanti. I feriti
più gravi sono centrati da lacrimogeni sparati a distanza ravvicinata.
Come se non bastasse poliziotti e carabinieri lanciano sassi: li tirano da
dietro la recinzione, li scagliano dall’autostrada sui manifestanti che
stanno sotto.
Chi può si difende e tira a sua volta sassi. La lotta è impari, ma i
resistenti non mollano. Sui fronti di Ramats, Giaglione e della Centrale i
No Tav continuano per oltre sei ore il loro assedio. In un paio di punti
la recinzione cede alla pressione. La polizia continua a gasare: i
manifestanti arretrano ma poi tornano ad avanzare. La forza delle proprie
ragioni è più tenace della ragioni della forza bruta.
Chi cade in mano alle truppe dello Stato viene offeso e torturato. Un
ragazzo, con un braccio spezzato mentre cercava di difendere il capo dalle
manganellate di una decina di energumeni che lo pestavano a terra,
racconta di una giornata di umiliazioni e paura. Disteso su una barella
continua ad essere colpito da calci e pugni: un colpo di spranga gli
spezza il naso, è innaffiato da un bicchiere di orina. Ben tre ambulanze
vengono mandate indietro: resta senza cure in una barella al sole per
oltre tre ore.
Un carabiniere, anche lui scivolato e caduto in terra, viene abbandonato
dai propri camerati: saranno i No Tav a riportarlo tra i suoi.
Quattro manifestanti vengono arrestati e condotti nel carcere di Torino.
Maroni, i cui uomini hanno ferito, torturato ed offeso pretende che i
resistenti siano accusati di tentato omicidio.
Durante le lunghe ore dell’assedio la gente che per età o per salute non
ce la fa ad essere in mezzo ai boschi non si allontana, e sostiene con
passione chi è in prima fila nell’assedio. Alla Baita i feriti sono
accolti da applausi e urla di sostegno; dai curvoni che salgono a
Chiomonte la gente grida forte quando arriva la notizia che una rete è
saltata. Alcuni tentano anche una sortita dal fiume per dare man forte a
chi resiste più in alto.

Il giorno successivo i giornali racconteranno un’altra storia, ripetendo
un copione già scritto e usurato da anni: la litania della gente pacifica
e dei cattivi Black Bloc, l’opposizione tra i tranquilli valligiani e i
professionisti venuti da fuori.
Politici e politicanti per un momento si illuderanno di poter finalmente
spezzare il movimento, dividendo tra buoni e cattivi, tra pacifici e
violenti. Ma si sbaglieranno. Una comunità resistente, una comunità che si
è reinventata tale sfuggendo alle trappole dei media, imparando a capire
da se come stanno le cose, una comunità che tante volte ha assaggiato
sulla propria pelle la violenza dello Stato, non si fa abbindolare tanto
facilmente.
La gente dei boschi e quella della strada è la stessa gente, le stesse
facce, la stessa storia fatta delle mille storie di ciascuno di noi.
Nella conferenza stampa indetta il giorno dopo a Chiomonte verrà detto
forte e chiaro: nei boschi e sulle strade non c’erano Black Bloc, c’era
una comunità resistente, che si è difesa dagli attacchi riuscendo a
riprendersi la Baita e buttando giù, qua e là, la rete.

Sono passati dieci anni da Genova. Il sole estivo a tanti ricorda
quell’altro luglio, quando il movimento contro la globalizzazione perse la
sua grande occasione. Era il momento giusto per tessere a trama fitta
fitta una rete solidale tra chi lotta per un mondo dove lucro,
sfruttamento, disuguaglianza, comando scompaiano, divengano parole
cancellate dal lessico comune, relegate tra i residui di un passato da
dimenticare.
Un obiettivo importante che non si seppe centrare, perché chi si candidava
al governo dell’opposizione, chi voleva far leva sui movimenti per
costruire le proprie carriere politiche, chi parlava di municipalismo ma
finiva con il candidare i propri uomini nelle liste di centro sinistra,
non poteva permettere troppa autonomia ai movimenti.
Fecero male i propri conti, perché il vento stava cambiando in peggio:
qualcuno raccattò una poltrona, altri restarono a mani vuote.
D’altra parte i militanti più radicali nella pratica non seppero aprire
interlocuzioni sui contenuti, oltre che sulla prassi. E la prassi, scissa
da una forte progettualità autogestionaria, non indica altro che se
stessa. E in se stessa si esaurisce.
La criminalizzazione in questo contesto divenne sin troppo facile.
I media inventarono favole cattive per tenere buoni ed obbedienti i
bambini e troppi adulti pensarono che fossero vere. I buoni e i cattivi,
chi era dentro e chi era fuori. La barriera di carta e menzogne di quel
luglio divenne ben così alta e robusta che ancora oggi soffoca.
Le botte, i gas, le torture, gli insulti, gli inermi massacrati per le vie
di Genova e nelle caserme degli uomini dello Stato quasi passavano in
secondo piano. I cattivi in nero divennero l’alibi che quasi giustificò la
violenza di polizia e carabinieri, la feroce repressione compiuta dal
governo Berlusconi ma preparata dal governo D’Alema.
Ma Genova, dopo dieci anni non possiamo non riconoscerlo, era soprattutto
un enorme palcoscenico. I potenti della terra riuniti in una città ridotta
ad avamposto di frontiera tra uomini in armi e, intorno la folla
eterogenea, molteplice venuta a rovinarne la festa, a mettere in luce la
trama feroce di chi governa un mondo attraversato da ingiustizie
intollerabili.
Poi venne l’11 settembre, la guerra permanente contro il terrorismo, e
quel movimento piano piano si esaurì. L’opposizione alla guerra non seppe
mai farsi movimento vero, capace di mettere in difficoltà chi bombardava
in nome della democrazia. Quella guerra non è mai finita. Ed è anche
nostra responsabilità non averla saputa fermare.

In questo luglio, tra i piloni dell’autostrada e i sentieri ripidi della
montagna, dove la valle si stringe e dirupi si fanno scoscesi, abbiamo
scritto un’altra storia.
Non per caso.
Vent’anni di lotta, di autogestione, di continuo interrogarsi sul come e
il perché hanno dato i loro frutti. Un movimento che rifugge la violenza,
perché la violenza è quella feroce degli Stati, degli eserciti, delle
guerre, sa che quando si viene attaccati e invasi occorre difendersi.
L’etica della convinzione e quella della responsabilità si coniugano e
raggiungono un felice equilibrio quando si radicano nella prassi
quotidiana di un movimento fatto di tante anime e tante diverse
sensibilità.
Le reti devono andare giù, la terra deve essere difesa. È una questione di
dignità. Niente di tutto questo è legale, ma contro chi fa guerra, chi
sfrutta, chi tortura, chi invade e ferisce, ribellarsi è sempre giusto.
Genova è lontana, lontanissima. Anche allora c’era chi scelse di fuggire
lo spettacolo, mirando a coniugare radicalità e radicamento. Una scelta
che oggi a dieci anni di distanza mostra tutta la propria forza.
Ci hanno intossicati di gas, ci hanno chiamati criminali, hanno riempito
di fumo il chiarore del nostro luglio. Ma non è bastato a cancellare
l’aria fresca di questo movimento.
L’assedio continua. Ogni giorno.

Maria Matteo

CSA in esilio/ Adesso basta!

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Comunicato. Il CSA di Via Volturno-Via Scalo Nuovo in esilio (dopo lo sgombero del 10 dicembre 2009), solidarizza con gli squatters della caserma Piave, sgomberati il 7 luglio dalla Digos, e denuncia che, ancora una volta, l’unica risposta alle esigenze oggettive, abitative e di socializzazione autogestita, sia costituita da  sgomberi, repressione, denunce, fogli di via eccetera.


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PORDENONE/ Grande manifestazione dei migranti/ Rassegna stampa

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DOMENICA, 10 LUGLIO 2011 Pagina 1 – Pordenone

Centinaia di stranieri in corteo, proteste e tensione

Centinaia di immigrati hanno partecipato al corteo che si è snodato ieri per quattro ore in centro città. Un’iniziativa di protesta contro la carenza di lavoro e assistenza sanitaria per gli irregolari. Momenti di tensione quando alcuni hanno cercato di deviare il percorso per recarsi  verso la sede della Questura nI SERVIZI IN CRONACA

 

 

 

 

 

 

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DOMENICA, 10 LUGLIO 2011 Pagina 13 – Pordenone

«Senza lavoro, ora mi cacciano»

Il dramma di Mohadin, disoccupato da un anno: tra 15 giorni dovrà lasciare l’Italia

«Ho chiesto informazioni in Questura a Pordenone e mi sono trovato in mano il foglio di via». Disperato, Samali Mohadin ha tirato fuori dalla tasca la notifica: 15 giorni per lasciare l’Italia. «Lavoro, anche se poco – ha alzato le mani al cielo – e farò ricorso. L’avvocato costa, ma come  me ci sono tanti disperati: non hanno lavorato per un anno e si trovano senza la carta di soggiorno». Quelli che non mollano, cadono nella clandestinità oppure si mettono nelle mani dei legali. Said è un marocchino che fa l’ambulante: è rimasto un anno senza reddito e si è ritrovato senza permesso di soggiorno. Storie dell’immigrazione come grani di un rosario che segnano la vita e quelli che ce la fanno, pensano ai figli. «Sono autonomo, ho un camion che mi rende orgoglioso – ha detto Ekponza Kassi padroncino a 46 anni con un mutuo di 15 mila euro da saldare -. Ho lasciato la Costa d’Avorio 13 anni fa e ho tre figli. Per loro, vorrei un futuro integrato, a partire dalla scuola: perchè ai figli degli immigrati dicono di iscriversi nei professionali?». (c.b.)

 

 

DOMENICA, 10 LUGLIO 2011

Pagina 13 – Pordenone

I DISAGI

Vie bloccate e traffico in tilt Automobilisti spazientiti

Strade bloccate, traffico fermo, un dispiegamento di forze dell’ordine in tenuta anti sommossa che poche volte si è visto a Pordenone. L’altra faccia del corteo degli immigrati, che si è snodato dalle 16 alle 20.30 di ieri, è stato quello dei disagi e delle proteste. «Siamo in Italia e per pochi voti da infilare nelle urne ci vendono agli stranieri», ha alzato la voce Roberto F. quando è partito il corteo degli immigrati: i tamburi, le trombe e le maracas degli africani hanno assorbito lo “j’accuse” che grondava ruggine politica, in piazzetta Cavour. «Non sono leghista, ma i comunisti stanno svendendo le nostre tradizioni e la cultura – ha riassunto critico -. Mi definisco il classico, vecchio democristiano che è cresciuto ai valori democratici della Patria. Vede quelle bandiere, per esempio: che ci fanno?». Drappi neri con la “A” dell’anarchia, si specchiavano nelle vetrine con i saldi estivi della Bottega. Duro il lavoro della Polizia municipale costretta a transennare le strade e a calmierare l’irruenza degli automobilisti che, in alcuni casi, hanno spostato i blocchi per cercare di passare comunque. Insomma una giornata di grande fatica sotto il sole bollente. (c.b.)

 

 

DOMENICA, 10 LUGLIO 2011

Pagina 13 – Pordenone

LE POLEMICHE

Contestati vessilli rossi e No Tav

«Iniziativa senza sigle». Negro: spediamo Bortolotti a Lampedusa

Bandiere rosse e nere sotto accusa, ieri, nel corteo degli immigrati. «Non vogliamo le bandiere dei partiti: vanno lasciate a casa e l’abbiamo detto a Michele Negro – ha dato l’altolà Adolph il capo-corteo con Paolo Piuzzi -. Ci ha risposto che il corteo è libero come l’aria che fa sventolare le bandiere. Ma non siamo un partito e ci dà fastidio». I drappi: rossi di Rifondazione comunista, neri degli anarchici e bianchi “No Tav”, tra i pugni chiusi di molti immigrati. «Che cosa c’entrano con gli immigrati?», hanno continuato. «La protesta è senza colore partitico, per favore». La richiesta è caduta nel vuoto e le bandiere hanno sventolato nella maratona di 4 chilometri del corteo. Michele Negro ha sdrammatizzato. «Alla manifestazione dell’associazione immigrati hanno aderito Rifondazione e la Federazione della sinistra: nessuno ci ha detto di non portare le bandiere». Sdoganati i drappi, disco verde alle rasoiate al Governo. «Propongo di mandare i leghisti Bortolotti e Maroni a Lampedusa con gli immigrati – ha sparato Negro -. L’esperienza per capire quello che è il mondo dei clandestini dovrebbe durare 18 mesi: sufficienti per cambiare rotta sull’emergenza immigrazione». (c.b.)

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Messaggero Veneto online

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La rabbia dei migranti
invade il centro di Pordenone

di Chiara Benotti

Gli slogan della manifestazione: vogliamo pari diritti. Momenti di tensione quando hanno tentato di recarsi a parlare in Questura.

 

La rabbia dei migranti
invade il centro di Pordenone

Gli slogan della manifestazione: vogliamo pari diritti. Momenti di tensione quando hanno tentato di recarsi a parlare in Questura.

di Chiara Benotti

PORDENONE. Città blindata e momenti di tensione, ieri a Pordenone con gli immigrati in corteo per reclamare diritti e lavoro. In piazza Duca d’Aosta si è rischiato lo scontro: la cintura di sicurezza dei carabinieri ha bloccato il flusso in via della Colonna, che porta dritto alla questura. “Senza immigrati l’Italia non va avanti”. Urla, proteste di mille africani secondo gli organizzatori (500 ha ridotto la questura) e poi il serpentone ha deviato in viale Marconi, assaltando coi cassonetti che hanno ondeggiato sull’asfalto.

In testa al corteo, Adolph, ivoriano immigrato con famiglia e il pick-up dell’associazione immigrati con Mauro Marra al volante. Dietro, i tamburi e le trombe a dare il ritmo alla protesta. «L’associazione immigrati: sì o no», ha fatto bollire la folla Adolph. «Yeah» hanno urlato tunisini, ghanesi, ivoriani, magrebini con la pattuglia dei Giovani comunisti, docenti in pensione, il Centro islamico con l’imam Mohamed Ouatiq e altri. «La questura, il Comune e la Regione?», ha provocato l’ivoriano. «Bhu», è stata la rabbia a inondare le strade sotto il sole a picco. Caldo e rancore: «Cinquecento immigrati rischiano di perdere il diritto di rimanere a Pordenone».

In via Oberdan altro blocco del traffico e risalita a passo d’uomo su corso Garibaldi («la Provincia non fa nulla» hanno protestato davanti a palazzo Sbrojavacca). Sosta a microfoni aperti in piazzetta Cavour e finale di partita sotto le finestre del municipio. «Pratiche lumaca in questura con lunghe file all’esterno degli uffici: andremo dal sindaco Pedrotti per chiedergli di installare con urgenza una pensilina – ha elencato Mauro Marra con Luigina Perosa e Willer Montefusco -. Lavoro in crisi, disoccupazione femminile cronica e tanti immigrati scivolano nella clandestinità. Chiederemo un incontro con il prefetto Pierfrancesco Galante e con l’Ass 6: bisogna riaprire un ambulatorio per gli immigrati irregolari».

Sono 25 mila, nel pordenonese, cioè il 10 per cento. Chiedono lavoro, la carta di soggiorno, l’integrazione reale a scuola e nella società. «Ci sfruttano e ci sbattono fuori dall’Italia – ha protestato Bernardo Ntoto -: ho due fogli di via dopo avere pagato le tasse e lavorato». Le sigle in piazza: Associazione immigrati, Associazione ivoriani, Ghana nationals association, Associazione Burkinabè, Associazione nigeriani, Associazione mondo Tuareg. «Circa 200 migranti hanno ricevuto il rifiuto per la regolarizzazione 2009 e ora sono senza assistenza medica – hanno continuato quelli dell’associaizone -. A questi si aggiungono quelli che diventano irregolari per la perdita del lavoro. Centinaia di migranti che non possono avere il sostegno medico».

 

 

NO TAV Tracciati/ Rassegna stampa post – assemblea di San Giorgio

Messaggero Veneto DOMENICA, 10 LUGLIO 2011 Pagina 54 – Provincia

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SAN GIORGIO

Dalla Bassa appello alla Ue: stop ai fondi per la Tav

SAN GIORGIO DI NOGARO Una petizione per chiedere all’Unione Europea di non concedere più finanziamenti per il progetto della Tav Venezia- Trieste, ma che questi vengano dirottati all’ammodernamento delle attuali linee ferroviarie che hanno traffici pari al 20 % delle loro potenzialità; l’indizione di una mega manifestazione al “Bivio San Polo”, per far capire alle istituzioni che i cittadini di Veneto e Friuli Venezia  Giulia, non vogliono un’opera “distruttiva” su questi territori. Questa è l’azione che si svilupperà nei prossimi mesi per impedire la realizzazione del Tracciato Tav Venezia- Trieste, le cui basi sono state gettate dai comitati No Tav e da diversi amministratori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, nel corso dell’incontro- confronto tenutosi giovedì a Villa Dora di San Giorgio di Nogaro, organizzato dai Comitati della Bassa Friulana e dal gruppo consigliare regionale del Fvg della Sinistra Arcobaleno. Sostegno a queste iniziative “di lotta pacifica” è stato dato dalla eurodeputata Sabine Wils e dal consigliere regionale della Sinistra Arcobaleno Igor Cociancigh, che si sono impegnati a presenziare ad ogni tipo di manifestazione. La Wils ha affermato che l’Europa finanzia solo il 20% dei progetti dell’Italia, il resto lo devono pagare gli italiani, ribadendo che l’Ue supporta gli interessi delle banche e quindi “ci sono interessi per i grandi progetti. Cociancigh ha invece lanciato l’allarme per bloccare ogni tipo di manifestazione sostenendo che si tratta di allarme sociale. Giancarlo Pastorutti, portavoce dei No Tav della Bassa, ha ricordato che l’impatto che la realizzazione di 135 km di tracciato avrà sull’ambiente e sulle tasche dei cittadini. Gli agguerriti esponenti dei comitati del Veneto e del Fvg, hanno ricordato le parole dell’ad di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, che ha pubblicamente sostenuto che quest’opera non si farà mai. “Allora- hanno detto- perché questo spreco di denari pubblico per la progettazione, mentre i fondi per sanità, istruzione e ricerca, vengono tagliati”? Francesca Artico

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Il Piccolo 9 luglio pagina 32

Corteo da tutto il Nordest per dire no al progetto Tav

di Elena Placitelli

SAN GIORGIO Una manifestazione contro la Tav che veda per la prima volta sfilare i comitati a fianco dei sindaci veneti e friulani. Sul fronte orientale dell’Alta velocità potrebbe intravedersi un’altra Val di Susa. L’idea è stata lanciata l’altro ieri sera a San Giorgio, al vertice organizzato a Villa Dora dai Comitati No Tav della Bassa per mettere a confronto gli amministratori delle due regioni. Luogo e data del corteo restano da definire, ma sarebbe la prima occasione per unire le forze trasversalmente, coordinando da un’unica regia i comitati nati nei rispettivi territori e i loro amministratori. A margine dell’incontro sono queste le conclusioni cui giunge il portavoce locale Giancarlo Pastorutti: «La sala gremita e le conferme degli amministratori – dice – lasciano intendere che i tempi sono maturi per lavorare sull’intera tratta, allargando la discussione fra comitati e sindaci di entrambe le regioni». Si mira a costruire un fronte comune per «dare alle autorità regionali e nazionali – continua – un segnale forte dell’opposizione che anche nel Nordest sta crescendo nei confronti di un’opera inutile e devastante. Bisogna fare massa critica insieme ai sindaci – incalza il portavoce – simulando quello che è appena successo in Val di Susa. L’unione fa la forza, il potere contrattuale è più forte». Non è chiaro se e quando i sindaci si lasceranno “prendere per la giacchetta” come hanno fatto i colleghi piemontesi. Gli amministratori della Bassa già interpellati, come Roberto Fasan di Torviscosa e Mario Romolo Pischedda di Villa (il primo presente alla riunione, il secondo sostituito dal capogruppo Igino Dreassi), avevano ribadito che in Friuli Venezia Giulia i Comuni attendono gli esiti delle osservazioni inviate in Regione dopo la presentazione del progetto preliminare. Per Fasan non sono chiare le scelte che la Regione farà in merito all’asse settentrionale dell’opera. Meno mite Gianni Foffano, consigliere di maggioranza del Comune di Quarto D’Altino: «Per quanto forse sia ancora presto per parlare di una manifestazione – afferma – serve una conferenza dei sindaci veneti e friulani, capace di far sentire il parere contrario di amministratori e cittadini». Il Comune di Quarto d’Altino ha espresso voto contrario alla Tav anche con un atto di Consiglio, e il “no” al tracciato basso è stato condiviso pure dai Comuni di San Donà e San Stino. A San Giorgio c’erano la deputata europea Sabine Wils (Sinistra Unita e Verdi Nord Europa), il funzionario del gruppo trasporti dell’Unione europea, Roberto Copriore, il consigliere regionale di Sinistra Arcobaleno, Igor Koncijancic, gli amministratori di Bagnaria, Doberdò, Muzzana, Ronchi, San Canzian e San Stino. Presenti i rappresentanti dei Comitati, da Quarto d’Altino al Carso passando per l’Isontino.

 

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SAN GIORGIO
No Tav, vertice
con amministratori
veneti e friulani

Sabato 9 Luglio 2011,
SAN GIORGIO DI NOGARO – . Folta partecipazione all’incontro sulla Tav presenti amministratori veneti e del Fvg, interessati al progetto Venezia – Trieste, e l’europarlamentare Sabine Wils.
Importanti le testimonianze del sindaco di S. Stino di Livenza, Luigino Moro, del consigliere «delegato alla tematica Tav» di Quarto d’Altino, Gianni Foffano che hanno ribadito la contrarietà all’opera per gli impatti sul territorio e i costi elevatissimi. La loro proposta è sfruttare l’enorme potenzialità della linea storica con semplici ammodernamenti.
Stessa posizione del Comune di Doberdò del Lago, espressa dall’assessore Jaz.
Per la Bassa è intervenuto l’assessore Enrico Pin del Comune di Bagnaria Arsa che ha sottolineato l’inutilità e i notevoli impatti del raccordo nord-sud di collegamento allo scalo di Cervignano, il cosiddetto “Lunotto”. Da parte sua la Wils ha sottolineato non esserci alcuna imposizione da parte della Ue per le linee ad alta velocità e che i fondi per la costruzione di tratte interne possono avere un contributo del 10% solo quando gli Stati richiedenti dimostrino la copertura finanziaria del rimanente 90%. Sempre la Wils ha reso noto che la definizione “Alta capacità” è un’invenzione tutta italiana.
Restati fuori dalla porta i recenti avvenimenti in Val di Susa, il clima si è riscaldato quando Paolo De Toni, esponente dei Comitati No Tav della Bassa Friulana, ha letteralmente dichiarato: «Se l’ad di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti dichiara che la Tav da Venezia a Trieste non serve a nulla, tutti gli amministratori dei Comuni interessati non hanno più scuse e devono avvalersi fino in fondo di questa verità per respingere l’intero progetto. Altrimenti dimostreranno di essere complici o succubi del potere consociativo e in particolare degli accordi fra Pd e PdL».
Il sindaco di Torviscosa, Roberto Fasan, chiamato in causa, non ha voluto assumere un posizione esplicitamente No Tav. Una punzecchiata di De Toni anche al vice sindaco, Mareno Settimo, noto ambientalista, sempre in prima linea contro la Tav, «mentre ora tace».
A.L.

 

 

Il Piccolo venerdì 8 luglio 2011

 

Sale la tensione anti-Tav

 

I comitati: patto scellerato

di Elena Placitelli

SAN GIORGIO La Tav? «Un patto scellerato che va smantellato». Cresce l’irritazione dei Comitati di fronte al sistema politico regionale «che continua a puntare sull’Alta velocità, nonostante più volte sia stato ammesso che la linea ferroviaria esistente non è sufficientemente utilizzata». Se la prende con i politici regionali il portavoce nei No Tav della Bassa friulana, Paolo De Toni, intervenuto ieri sera al vertice organizzato a Villa Dora di San Giorgio: «La contraddizione di un’opera inutile e della politica che la vuole ugualmente», come dice De Toni, scalda i Comitati, a pochi giorni dagli scontri in Val di Susa: «Se i sindaci non dimostreranno autonomia decisionale, potrebbe consumarsi uno scontro frontale non solo con i vertici politici, ma anche con gli stessi amministratori del territorio». Nel pieno della protesta in Val di Susa, i No Tav del territorio regionale hanno organizzato un incontro per riportare il tema d’attualità anche sul fronte orientale dell’opera. Un vertice che per la prima volta mette a confronto gli amministratori delle due regioni limitrofe, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Si tenta di tirare per la giacchetta i sindaci della regione, che a differenza dei colleghi piemontesi, tentennano a prendere posizione. Secondo De Toni, la colpa sta nell’atteggiamento di sottomissione che i sindaci avrebbero assunto di fronte ai poteri politici forti: «La politica regionale continua a ignorare la contraddizione plateale, data dall’inutilità dell’opera progettata anche dove la linea esistente è sottoutilizzata. Un atteggiamento – insiste De Toni – che irrita i comitati, i quali si aspettano che i sindaci acquisiscano questo dato e si comportino di conseguenza. Per ora, invece, dimostrano esclusivamente di sottostare ai diktat regionali, determinati dalle posizioni dei consiglieri Daniele Galasso, Mauro Travanut e dall’assessore Riccardo Riccardi». Veri e propri «ordini consociativi», secondo il portavoce No Tav, dettati sia dal Pd che dal Pdl. Non si discosta molto la visione del consigliere regionale di Sinistra Arcobaleno, Igor Koncijancic, per il quale «alcuni sindaci subiscono pressioni della parte politica di appartenenza, mentre altri ormai credono in buona fede nell’opera, dopo anni di indottrinamento. Ma insistere è un delirio, tanto più che l’Unione europea non chiede l’Alta velocità, ma solo collegamenti più funzionali. Ha dunque senso migliorare la linea esistente – chiosa – senza imporre un’opera costosissima e devastante per il territorio»

 

INFRA STRUTTURE/ Super porto: la farsa (per fortuna) continua

Il Piccolo 9 luglio 2011

La manovra Tremonti affonda il progetto Unicredit del superporto

di Marco Ballico

La manovra economica minaccia anche il progetto Unicredit. Il vicepresidente di Unicredit Logistic Maresca: “Le opere in project financing diventano impraticabili perchè l’ammortamento si spalma nell’arco di un secolo”

 

di Marco Ballico

TRIESTE

Non solo la A4, anche il Superporto. La manovra Tremonti minaccia pure il progetto Unicredit. Maurizio Maresca, il vicepresidente di Unicredit Logistic, conferma i rischi: «Se il dettato del decreto non cambia, il progetto è affossato». Nei giorni in cui il Friuli Venezia Giulia si vede chiamato a contrarre la spesa per centinaia di milioni oltre ai 154 previsti del 2012, sul tavolo dei tagli ci sono pure le infrastrutture chiave per il territorio. Maresca è molto chiaro: «Tutte le opere che si realizzano con finanza privata diventano impraticabili, dato che l’ammortamento si può spalmare nell’arco di cent’anni».

Il superporto come la terza corsia? «È la stessa cosa. Per le autostrade, per i porti e per i superporti. Il Friuli Venezia Giulia è coinvolto pesantemente». La questione sollevata dal vicepresidente di Unicredit Logistic rimanda alla manovra finanziaria del governo, quella che fissa il limite massimo dell’1% per la quota di ammortamento e lo diluisce su un secolo, un modo per aumentare a favore dello Stato le entrate tributarie ma anche per stoppare l’interesse degli istituti di credito al finanziamento delle opere. La premessa di Maresca è che la “gamba tesa” di Tremonti non è il primo dei problemi: «Ce ne sono mille prima di questo.

E, per precisione, il nodo non riguarda solo noi: se rimane questa formulazione, non passa il superporto ma non passa nemmeno, per restare in questa regione, nemmeno la terza corsia». Tutto fuorché una spinta in avanti. Per chi ne avrebbe bisogno: «Il decreto legge, se rimane questa formulazione, rende impossibile anche il Trieste-Monfalcone. Ma, nel caso specifico, va rilevato che il governo non aveva adottato nessun tipo di decisione. Un ritardo molto grave, tale da affossare il progetto. Un ritardo, forse, decisivo a prescindere». Unicredit non ci crede più? «Diciamo che l’atteggiamento psicologico del gruppo è tale da ritenere l’iniziativa tramontata».

Insomma, il superporto non si farà? Maresca precisa di parlare a titolo personale. E afferma: «Con questo decreto legge il superporto non si farà. Ma, ad onor del vero, anche non si fosse questo provvedimento, al momento salterebbe lo stesso». L’emendamento salva infrastrutture? «Ho parlato con tutti. So che si sta lavorando per il testo che sopprime la norma. Se non sarà accolto, si arriverà al livello europeo. Ci saranno le sedi per risolvere la questione sul piano comunitario, ma al momento la situazione non è favorevole», conclude Maresca ribadendo la strategicità del progetto: «Se si risolvessero le criticità del porto di Trieste, che non sono le infrastrutture portuali, del tutto secondarie, ma invece le infrastrutture ferroviarie di alimentazione da Ovest o da Est e meglio ancora se da tutte e due le parti, allora Trieste potrebbe svolgere un ruolo da porto internazionale».

E ancora, sui numeri del mercato: «Trieste oggi ha una criticità di base che è rappresentata da un limite fisico che non la può far giungere a 800 mila teu. Oggi non ne fa nemmeno 250. Ma è certo che se ci fossero le infrastrutture serie per supportare Trieste, il suo porto potrebbe avere un ruolo diverso». Suonano come beffa, a questo punta, gli auspici del ministro degli Esteri Franco Frattini di due mesi fa: «L’intesa Stato-Regione Friuli Venezia Giulia per avviare il progetto di superporto Trieste-Monfalcone presentato un anno fa da Unicredit sarà firmata entro fine estate».

PORDENONE: i migranti riempiono le strade e le piazze!

migrantjuly-09copyPiù di 600 migranti hanno di nuovo riempito le strade e le piazze di Pordenone. Sempre più incazzati ma allo stesso tempo festosi e rumorosi con tamburi, balli e strumenti musicali hanno fatto da contraltare ad una città moribonda sotto un solo cocente. Questa manifestazione segue quella precedente degli oltre 1500 che il 5 febbraio di quest’anno hanno divelto il muro d’omertà che li vedeva produttivi e invisibili in questa ricca porzione di territorio del nord est.

 

Le motivazioni sono le stesse e riguardano l’ormai 15% di popolazione migrante che qui vive e che in questa crisi globale sta pagando il prezzo più caro in quanto anello debole nella gerarchia del capitale e dello stato secondo la logica del profitto e dello sfruttamento: braccia da lavoro se servono, scarti da rispedire a “casa” quando non servon più ed ancora detentori di una manciata di diritti con un pezzo di carta e carname da cacciare o peggio rinchiudere nei CIE quando il pezzo di carta “scade” come la merce nel supermercato! Continue reading →

PORDENONE: volantino distribuito alla manifestazione dei migranti 9/07/2011

CONTRO I MURI DI ODIO E PAURA, PER LA COSTRUZIONE DI RAPPORTI SOLIDALI E LIBERI

Pordenone e provincia hanno alcuni primati che tutti dovrebbero conoscere: in rapporto al numero di abitanti è la città con uno dei tassi più alti di immigrati (15%) e allo stesso tempo con il numero di delinquenza tra i più bassi; è il territorio in cui la Lega e a ruota il centrodestra, ha emanato, approvato e partorito il tasso di leggi e politiche antimmigrazione più discriminanti e vergognose sia in regione sia sul piano nazionale.

Questi due aspetti ad una persona dotata di buon senso dovrebbero bastare per prendere le distanze dallo spauracchio indecente di questi razzisti “padani” e, dall’altro, chiedersi come mai l’immigrato è al centro dell’ossessione securitaria di tanta gente.

migrantjuly-13Chiunque viva e lavori in queste terre si rapporta con i migranti, le famiglie, i figli, nella scuola, nelle fabbriche, per la strada, nei supermercati e non è un caso che quando le persone vengono intervistate rispetto all’esperienza e conoscenza personale la stragrande maggioranza si riferisce a loro come “gente per bene o a posto”, “lavoratori”, “gentili”, “tranquilli” ecc. per poi cambiare radicalmente parere quando dalla realtà si passa all’astratto “fenomeno immigrazione”. Ecco allora che sbucano i pericolosissimi “clandestini”, le fantomatiche “invasioni” e l’ancora più abominevole snaturamento dell’“identità e tradizione locale” e cioè tutta la propaganda cara alla lega e ai postfascisti ma, ahinoi, metabolizzata anche da parte della cosiddetta sinistra che nella “paura” di perdere iscritti al sindacato o elettori moderati alle politiche parla di non “contrapporre” lavoratori immigrati e autoctoni (negando ciò che di fatto è già nella realtà per non prendere posizione pubblicamente contro chi patisce più di tutti lo stato della crisi) o redarguisce con “diritti e doveri” chi si ritova nella condizione di essere espulso o peggio rinchiuso dentro a dei lagher come sono i CIE (centri di Identificazione ed espulsione) dopo che ha sempre lavorato, pagato i servizi e mandato i figli a scuola.
Come avviene sovente i “deboli” diventono potenziali “destabilizzatori” se non “delinquenti” e i privilegiati assurgono ad icona di povere vittime di chissà quali scorribande e ruberie (del lavoro, delle case, delle tradizioni e simili fesserie da ventennio).
Eppure i dati alla mano e la conoscenza diretta dello stato di cose ci restituiscono una dimensione riscontrabile da tutti: dal lavoro come ricatto costante e perenne per questi cristi detentori di diritti solo in quanto “manovalanza” utile alle aziende, dimensione lavorativa che si sta estendendo anche agli autoctoni che invece di prendere coscienza e battersi assieme ai migranti, spesso, preferiscono rivendicare “meriti di sangue” reclamando la carità ai padroni e puntando l’indice verso l’anello più debole; peggio ancora a Pordenone abbiamo assistito a livelli di xenofobia che dal patetico (come le ronde padane totalmente inutili e rdicolizzate persino dalle locali redazioni dei quotidiani) passano al tragico come nel caso dell’ambulatorio per irregolari chiuso per legge regionale mettendo nel terrore chi trovandosi momentaneamente senza carta di soggiono per paura di essere espulsa o rinchiusa ha rischiato di morire atrocemente evitando i soccorsi.
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Questi sono solo alcuni esempi che dovrebbero destare preoccupazione e senso di solidarietà a chiunque antepone all’egoismo e la paura valori come dignità e libertà!

Siamo in piazza oggi a fianco dei migranti come lo siamo stati in tutti questi anni “senza se  senza ma” per ribadire con forza che c’è una Pordenone solidale, attiva e determinata nello sbarazzarsi delle culture dell’odio, della paura e dell’indifferenza. Inviatiamo tutti a partecipare in questo stesso momento con noi ed attivarsi già domani per allargare i diritti e la libera circolazione per chi, legittimamente, chiede di poter ricercare la propria felicità per se e per la propria famiglia alidilà delle frontiere, delle etnie e dei muri, a partire da quelli mentali!

Iniziativa Libertaria