NOTAV: tutta da rifare la procedura di VIA per la Venezia-Trieste

Non solo il WWF ma anche i Comitati NOTAV hanno da sempre denunciato lo “spezzettamento” del progetto per depotenziare l’opposizione all’opera.

Oggi incassiamo un altro piccolo risultato.

uno del comitato NOTAV di Trieste e del Carso

 

 

Il piccolo del 18/06/11

Wwf: «Sì al progetto unico per la Tav Venezia-Trieste»

 

TRIESTE Dovranno essere riunificati in un unico progetto preliminare (e relativo studio di impatto ambientale) e quindi in un’unica valutazione di impatto ambientale (Via) i quattro progetti presentati lo scorso dicembre da Italferr, per conto di Rete ferroviaria italiana (Rfi), relativi alla Tav nella tratta Venezia-Trieste. Lo ha reso noto il Wwf del Friuli Venezia Giulia che ha ricordato la decisione della commissione tecnica Via/Vas del Ministero dell’ambiente. Era stata l’associazione ambientalista a rilevare in una lettera inviata al Ministero lo scorso 4 gennaio l’anomalia rappresentata dal fatto che il progetto della Tav Venezia -Trieste fosse stata suddivisa da Italferr-RFI addirittura in quattro tronconi (Mestre-Aeroporto M. Polo, Aeroporto-Portogruaro, Portogruaro-Ronchi dei Legionari e Ronchi dei Legionari-Trieste) con quattro diversi studi di impatto ambientale e quattro distinte procedure di valutazione dell’impatto ambientale ministeriali.

 

 

Messaggero Veneto del 18/06/11

Wwf sulla Tav: si riapre la procedura Via

 

TRIESTE Dovranno essere riunificati in un unico progetto preliminare (e relativo studio di impatto ambientale) e quindi in un’unica Valutazione di Impatto Ambientale (Via) i quattro progetti presentati lo scorso dicembre da Italferr, per conto di Rete ferroviaria italiana (Rfi), relativi alla Tav nella tratta Venezia-Trieste. Lo ha reso noto il Wwf del Friuli Venezia Giulia che ha ricordato la decisione della Commissione tecnica Via/Vas del Ministero dell’ambiente. Era stata l’associazione ambientalista a rilevare in una lettera inviata al Ministero lo scorso 4 gennaio l’anomalia rappresentata dal fatto che il progetto della Tav Venezia-Trieste fosse stata suddivisa da Italferr-Rfi addirittura in quattro tronconi (Mestre-Aeroporto M. Polo, Aeroporto-Portogruaro, Portogruaro-Ronchi dei Legionari e Ronchi dei Legionari-Trieste) con quattro diversi studi di impatto ambientale e quattro distinte procedure di valutazione dell’impatto ambientale ministeriali. Inoltre, la documentazione era stata inviata – in ritardo – alle Regioni e ai Comuni, limitatamente ai tronconi che interessavano i rispettivi territori. La riunificazione dei progetti e degli studi in uno solo, implicherà inevitabilmente il riavvio della procedura Via – ha spiegato il Wwf – e l’associazione auspica che in questa fase vengano colmate le lacune della documentazione presentata da Italferr-Rfi e che sia le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, sia i Comuni, «dimostrino stavolta maggiore determinazione, pretendendo il rispetto delle norme e un serio approfondimento degli impatti del progetto», ha concluso il Wwf.

TERRITORIO/ San Giorgio di Nogaro, Comitato ferma strada

Messaggero Veneto MARTEDÌ, 21 GIUGNO 2011

Pagina 30 – Provincia

Ziac, stop al progetto per il secondo accesso

San Giorgio di Nogaro, la Regione ha accolto le osservazioni dei residenti Il Comitato: sarebbe stato un grave danno ambientale

SAN GIORGIO DI NOGARO “Stoppato” dal Comitato locale l’iter burocratico del progetto di secondo accesso alla Ziac a seguito delle osservazioni presentate alla Direzione ambiente della Regione, che evidenziavano come la documentazione presentata da Consorzio Aussa Corno non fosse conforme alle norme previste in materia ambientale dal decreto 152 del 3 aprile 2006. A renderlo noto è stato il “Comitato Genius loci – Terra  di vita per la salvaguardia del territorio e dell’identità culturale, ambientale, storica e filologica della Bassa friulana”, nel corso dell’incontro tenutosi alle ex scuole elementari di Villanova, nel corso del quale il comitato ha informato la popolazione sul iter burocratico della progettazione del secondo accesso alla zona industriale Aussa-Corno. All’affollata assemblea, il comitato ha annunciato il mancato avvio del procedimento, comunicato il 13 maggio scorso dalla Direzione Centrale ambiente e lavori pubblici (Servizio valutazione di impatto ambientale), dopo l’accoglimento da parte dello stesso ufficio delle osservazioni inviate dai residenti. Ma quali sono i motivi? Come si diceva, la giustificazione del mancato avvio dell’iter è la difformità della documentazione presentata dal Consorzio Aussa Corno a quanto previsto dal decreto legislativo 152. «Le attestazioni di stima ricevute dal pubblico presente – afferma il Comitato -, l’ interesse suscitato in molte persone non residenti a Villanova ed il buon andamento della petizione popolare, non ancora conclusa, che ha superato le 500 firme, ci danno forza per continuare nell’azione intrapresa al fine di salvaguardare l’ambiente e il territorio in cui viviamo, senza precludere uno sviluppo sostenibile». Va sottolineato che proprio l’invito ai cittadini di Villanova a presentare le osservazione era stato fatto qualche tempo fa dall’assessore regionale alle Infrastrutture Riccardo Riccardi, che si impegnava ad accoglierle al fine di trovare una soluzione condivisa. Ricordiamo che il secondo accesso all’Aussa Corno è in realtà una bretella di collegamento tra la Ss14 e la Ziac, circa 4 km di strada, che si snoderà tra i comuni di Torviscosa e San Giorgio, dal costo di 28 milioni di euro. Tempi di costruzione 550 giorni. Un’opera che i cittadini di Villanova ritengono fortemente impattante per un territorio prettamente agricolo, che verrebbe in tal modo “frammentato” dal passaggio della strada e che a loro dire porterebbe via 24 ettari di terreno.

Ancora la boiata della TAV sott’acqua

Non meriterebbe neanche di essere presa in considerazione, ma visto che finisce sulle prime pagine dei giornali …

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Messaggero Veneto 21 giugno 2011

Verso una Tav sottomarina
tra il Veneto e il Fvg?

di Renato D’Argenio

La proposta alternativa arriva dalla Norvegia. Dovrebbe essere lunga settanta chilometri che unirebbero Jesolo e Lignano con un tunnel da 5 miliardi di euro.

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NO TAV/ Giù le mani dalla Valsusa. Sabato 25 Presidio ad Udine

Superate le 200 visite a questa pagina

News

Attenzione! Attenzione! L’aggressione “manu militari”

se l’aspettano fra domenica notte e lunedì

GRANDI OPERE TAV Milano-Venezia-Trieste | il Ponte sullo Stretto | TAV Torino -Lione

Messaggero Veneto 24 giugno Il Centro sociale autogestito (Csa) organizza un presidio “No Tav”

domani a partire dalle 16, in piazza Matteotti. Due gli obiettivi: esprimere solidarietà alla popolazione della Valsusa che sta bloccando l’inizio dei cantieri della Tav; e fare «controinformazione sulla tratta veneto-friulana di questa assurda e devastante opera». Il programma prevede musica, volantinaggi, interventi al microfono e alle 18 il collegamento in diretta con l’”accampamento resistente” in svolgimento, dal 21 al 26 giugno, a Chiomonte (To) nella zona liberata e occupata dai valsusini e dagli attivisti No Tav.

maddalena
Solidarietà con la Valsusa in lotta contro TAV e Corridoio 5  il Centro Sociale Autogestito organizza un Presidio No Tav ad Udine sabato 25 giugno a partire dalle ore 16.00, in Piazza Matteotti di solidarietà con la popolazione della Valsusa che sta bloccando l’inizio dei cantieri; di controinformazione sulla tratta veneto-friulana di questa assurda e devastante opera.
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No al nucleare civile e militare-comunicato di Iniziativa Libertaria

NO AL NUCLEARE CIVILE E MILITARE. NO AL NUCLEARE: RESPONSO POPOLARE

pubblicata da Iniziativa Libertaria – Pordenone il giorno sabato 18 giugno 2011 alle ore 10.33

Un sondaggio popolare ha fatto emergere chiaramente un’idea dei “beni comuni” e un’ostilità al nucleare che guardiamo con simpatia e che costringe i piani della partitica nazionale ad una brusca frenata.

Bisogna però resituire all’esito referendario il giusto ruolo sul piano fattivo sia nel merito dei quesiti, stravinti dal SI, sia su quello, sempre rischioso, di una deresponsabilizzazione che il voto porta in grembo. Il fatto che nel 2011 gli italiani siano chiamati ad esprimersi su una materia su cui avevano già espresso chiaramente la loro opinione nel’87, ci dimostra che i referendum si possono anche vincere, ma le vere vittorie sono quelle che si impongono con la lotta e si mantengono con una vigilanza e una conflittualità costanti e soprattutto promuovendo delle valide alternative. Il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti dell’aprile ‘93, per esempio, è stato vinto dai no con il 90,3%, eppure,  invece di abrogare la legge come chiaramente espresso dal voto, sono state promulgate nuove leggi e norme, in primo luogo il rimborso elettorale, tramite le quali i partiti oggi incassano più di quando c’era il finanziamento pubblico.

 

Anche rispetto all’acqua la volontà popolare di non mettere nemmeno una goccia nelle mani dei privati, non solo non ci mette al riparo dal rischio di una prossima privatizzazione, dando la possibilità di farne delle altre ad hoc, ma soprattutto non risolve il problema di normative europee che ne vincolano le scelte future.

 

Riteniamo inoltre osceno che Bersani, e in generale il PD, oggi rivendichi la vittoria quando ieri si poteva leggere sul libro del segretario del secondo partito in Italia (l’alternativa berlusconiana) frasi quali: “smantellare il vecchio nucleare e partecipare allo sviluppo del nuovo nucleare pulito, avvicinando la quarta generazione”; o ancora: “Il pubblico deve avere il comando programmatico dell’intero processo di distribuzione e le infrastrutture essenziali come le dighe, i depuratori, gli acquedotti devono essere sotto il pieno controllo pubblico ma ciò non vuol dire che il pubblico non possa affidare ai privati parti di gestione del ciclo, ovviamente dopo regolare gara e con un’autorità indipendente che vigili costantemente sul rapporto tra capitale investito, tariffe per il consumatore e remunerazione”.

Le questioni ecologiche in Friuli sono endemiche. Basta guardare alle decennali lotte ambientali in ogni parte di questi territori per capire, la dove si è vinto, che solo una mobilitazione generale ed un impegno diretto e determinato delle popolazioni coinvolte può permettere cambiamenti significativi. Non ultimo la battaglia sull’inceneritore di CDR-Q di Fanna a Maniago, l’ennesimo cancro ambientale certificato dalle istituzioni.

Eppure il dato più macroscopico di questo referendum rispetto alla nostra regione è il festeggiare la vittoria di un allontamento da un’ipotesi di una centrale nucleare fra vent’anni quando abbiamo già oggi, e da almeno 50 anni, ben 50 bombe nucleari sotto casa. Così come il vento popolare ha soffiato sul tentativo di impantanarci in scelte energetiche senza futuro, è vitale che questo stesso vento spazzi via, ricominciando a soffiare con determinazione e pubblicamente, ogni specie di “atomica” civile o militare, a partire da subito.

 

Iniziativa Libertaria

TRIESTE: articoli sulla sanatoria truffa, sabato in piazza

Ecco gli articoli dei giornali di questi giorni in vista dell’iniziativa di sabato prossimo.

 

Il Piccolo

23/06/11

Immigrati e diritti In piazza contro la “sanatoria truffa”

Non le manda a dire Margherita Hack. «Se fossi stata prefetto mi sarei opposta alla volontà prevaricatrice del ministro degli Interni. Queste persone dovrebbero avere coraggio…». L’astrofisica interviene sulla cosiddetta sanatoria truffa. Di quello che ieri in una conferenza stampa organizzata dal Comitato primo marzo e dai promotori dell’appello nazionale «Per una scelta di equità e giustizia» è stato denunciato. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di centinaia di ex clandestini (una trentina solo a Trieste) ma le istituzioni non ne hanno tenuto ancora conto. Gianfranco Schiavone del Centro italiano di Solidarietà ricorda l’accaduto con le parole dell’appello firmato l’anno scorso da intellettuali e scrittori come Claudio Magris, Paolo Cacciari, Fulvio Camerini, don Luigi Ciotti, Dario Fo, Veit Heinichen, Moni Ovadia, Boris Pacor, Giorgio Pressburger, Paolo Rumiz, Gino Strada e Susanna Tamaro: «Questa vicenda ha il sapore di una beffa nei confronti di chi – lavoratori e datori di lavoro – ha creduto nella legalità, aderendo alla regolarizzazione. Come possiamo tacere, se il messaggio che emerge è che fidarsi delle autorità è sciocco, che conviene sempre rimanere invisibili, far lavorare in nero, non pagare le tasse, in nome della convinzione tutta italiana che sia l’illegalità a premiare?» e si domanda «come mai a Trieste prendono tempo». E aggiunge: «Non è mai arrivato nessun chiarimento dal ministero. E così la gente di fatto regolare vive in una situazione paradossale in attesa di una circolare che viene costantemente ritardata». Sabato alle 18 su questa vicenda ci sarà una manifestazione in piazza Sant’Antonio. «Sarà un’occasione – dicono gli organizzatori del “Comitato primo marzo” – per lottare per i diritti di tutti e contro il razzimo istituzionale». (c.b.)
21/06/11
«Sanatoria truffa ko grazie pure a Trieste»

Dopo due anni nel corso dei quali migliaia di procedure di regolarizzazione di lavoratori stranieri erano state bloccate in tutta Italia (e di queste diverse decine a Trieste) il Consiglio di Stato ha appena messo la parola fine riconoscendo le ragioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e dichiarando valide tutte le procedure di regolarizzazione che erano state bloccate, rigettate in ragione della condizione di irregolarità degli stessi lavoratori stranieri. A Trieste, città tra le prime in Italia dove fu avviata tale prassi, sono tuttora aperte le posizioni di decine di lavoratori e di datori di lavoro che hanno continuato a chiedere la regolarizzazione. A ripercorrere le tappe della vicenda, svelando retroscena e ricadute di questa “sanatoria truffa”, saranno domani alle 11 al Caffè San Marco, in una conferenza stampa, il “Comitato primo marzo” e i promotori dell’appello nazionale “Per una scelta di equità e giustizia”, appello – si legge nella convocazione della conferenza – che partì proprio da qui nell’aprile 2010, sottoscritto da decine di intellettuali. Anche Trieste, insomma, ci ha messo del suo per controbattere la rigidità, ora riconosciuta illegittima, di tali iter di regolarizzazione.

GRANDI OPERE/ La TAV Tratta Milano-Venezia-Trieste: non si fa?

Messaggero Veneto GIOVEDÌ, 23 GIUGNO 2011 Pagina 11 – Economia

Tav, il ministro frena «Costi troppo elevati»

mv-23-06-11

Matteoli sulla Milano-Venezia-Trieste: non c’è certezza economica per l’opera. Serracchiani: trattati come colonia. L’Ance Veneto: chiarisca una volta per tutte

ROMA «Il governo si è impegnato sulla realizzazione del Terzo Valico Milano-Genova e della Torino-Lione». È quanto ha ribadito il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli alla presentazione del piano d’impresa del gruppo Fs rilevando come per l’alta velocità Milano-Venezia-Trieste «i costi sono notevolissimi e non si può dire di avere la certezza economica che l’opera verrà realizzata». Un fulmine a ciel sereno che ha scatenato la protesta e le preoccupazioni dell’Ance Veneto e dell’Eurodeputata Debora Serracchiani. «Occorre chiarire una volta per tutte che ruolo ha la linea ad Alta Velocità Milano-Venezia-Trieste nel quadro delle priorità di sviluppo infrastrutturale di questo Paese», dice l’Ance del Veneto. «Giovedì scorso – spiega Luigi Schiavo, presidente dell’Ance – l’Alta capacità ferroviaria era stata inserita nell’accordo quadro Governo-Regione, sottoscritto dallo stesso ministro, come opera di preminente interesse nazionale. Lo stesso ministro, una settimana dopo, parla di difficile realizzazione dell’opera. Occorre chiarire una volta per tutte». «Una chiarezza doverosa – aggiunge – per l’impegno che le imprese del territorio intenderanno attuare in termini di programmazione e di investimento. Come costruttori non ci tiriamo indietro rispetto alla disponibilità data e andiamo avanti con il nostro progetto». «È intollerabile che il Nordest sia trattato da un ministro della Repubblica con la sufficienza che si riserva a una colonia», aggiunge l’europarlamentare del Partito democratico Debora Serracchiani, componente della commissione Trasporti. «Matteoli – prosegue – non soltanto ha avanzato dubbi pesantissimi sulla tratta Milano-Venezia ma ha taciuto del tutto sul ramo Venezia-Trieste, mettendo in dubbio nè più nè meno che la realizzazione di un progetto prioritario europeo, per il quale peraltro l’Italia ha già ricevuto e impegnato fondi comunitari». Secondo Debora Serracchiani «la superficialità con cui sono state fornite valutazioni di questo peso, le cui conseguenze sono state già denunciate dalle categorie produttive e che avrebbero conseguenze catastrofiche per la credibilità del nostro Paese, richiedono  un’immediata spiegazione e una formale smentita – conclude l’eurodeputato – dal Governo italiano». Nessun commento, per adesso, dalla giunta regionale del Friuli Venezia Giulia.

 

GRANDI OPERE/ Il Ponte sullo stretto: non si fa?

Il ponte di Messina? 250 milioni (e non si farà)

Ponte di Messina?

Spesi 250 milioni (e non si farà)

08:21 CRONACHE Corriere della Sera 24 giugno 2011

Infrastrutture La società va avanti: via all’esame del progetto definitivo

Quei 250 milioni spesi per il ponte
di Messina (che non si farà più)

La crisi, il no della Lega. E l’opera non parte

ROMA – «Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti…» Da quando Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole, era l’8 maggio 2005, sono trascorsi sei anni, e gli amanti siciliani e calabresi sono ancora costretti a fare la fila al traghetto fra Scilla e Cariddi. Sul ponte passeranno forse i loro pronipoti. Se saranno, o meno, fortunati (questo però dipende dai punti di vista).

La storia infinita di questa «meraviglia del mondo», meraviglia finora soltanto a parole, è nota, ma vale la pena di riassumerla. Del fantomatico ponte sullo Stretto di Messina si parla da secoli. Per limitarci al dopoguerra, la prima mossa concreta è un concorso per idee del 1969. Due anni dopo il parlamento approva una legge per l’attraversamento stabile dello Stretto. Quindi, dieci anni più tardi, viene costituita una società, la Stretto di Messina, controllata dall’Iri e affidata al visionario Gianfranco Gilardini. Che ce la mette tutta. Coinvolge i migliori progettisti, e per convincere gli oppositori arriva a far dimostrare che il ponte potrebbe resistere anche alla bomba atomica. Passerà a miglior vita senza veder nascere la sua creatura. La quale, nel frattempo, è diventata un formidabile strumento di propaganda. Ma anche un oggetto di scontro politico: mai un ponte, che per definizione dovrebbe unire, ha diviso così tanto. Da una parte chi sostiene che sarebbe un formidabile volano per la ripresa del Mezzogiorno, se non addirittura una sensazionale attrazione turistica, dall’altra chi lo giudica una nuova cattedrale nel deserto che deturperà irrimediabilmente uno dei luoghi più belli del pianeta. Fra gli strali degli ambientalisti, Bettino Craxi ci fa la campagna elettorale del 1992. E i figli del leader socialista, Bobo e Stefania, proporranno in seguito di intestarlo a lui. Mentre l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò avrebbe voluto chiamarlo Ponte «Carlo Magno» attribuendo il progetto di unire Scilla e Cariddi al fondatore del Sacro Romano Impero. Nientemeno.

Finché, per farla breve, arriva nel 2001 il governo Berlusconi con la sua legge obiettivo. Ma nemmeno quella serve a far decollare il ponte. Dopo cinque anni si arriva faticosamente a un passo dall’apertura dei cantieri, con l’affidamento dell’opera (fra polemiche e ricorsi) a un general contractor, l’Eurolink, di cui è azionista di riferimento Impregilo. Quando però cambia la maggioranza. Siamo nell’estate del 2006 e il ponte finisce su un binario morto. Il governo di centrosinistra vorrebbe addirittura liquidare la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera, ma il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sventa la mossa in extremis. Nessuno lo ringrazierà: ma se l’operazione non si blocca il «merito» è suo. Nel 2008 torna dunque Berlusconi e il progetto, a quarant’anni dal suo debutto, riprende vita.

Certo, nella maggioranza c’è qualcuno che continua a storcere il naso. Il ponte sullo Stretto di Messina, la Lega Nord di Umberto Bossi proprio non riesce a digerirlo. Ma tant’è. Nonostante le opposizioni interne ed esterne, la cosa va avanti sia pure lentamente. E si arriva finalmente, qualche mese fa, al progetto definitivo. Nel frattempo, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro.

Sarebbe niente, per un’opera tanto colossale, se però gli intoppi fossero finiti. Sulla carta, per aprire i cantieri, ora non mancherebbero che poche formalità, come la Conferenza dei servizi con gli enti locali e il bollino del Cipe, il Comitato interministeriale che deve sbloccare tutti i grandi investimenti pubblici. Sempre sulla carta, non sarebbe nemmeno più possibile tornare indietro e dire a Eurolink, come avrebbero voluto fare gli ambientalisti al tempo del precedente governo: «Scusate, abbiamo scherzato». Il contratto infatti è blindato. Revocarlo significherebbe essere costretti a pagare penali stratosferiche. Parliamo di svariate centinaia di milioni. Ma nonostante questo il percorso si è fatto ancora una volta più che mai impervio. Non per colpa dei soliti ambientalisti. Nemmeno a causa della crisi economica, il che potrebbe essere perfino comprensibile. Piuttosto, per questioni politiche. Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie.

Per dirne una, il «decreto sviluppo» ha materializzato un ostacolo imprevisto e insormontabile. Si è stabilito infatti che le cosiddette «opere compensative», quelle che i Comuni e gli enti locali pretendono per non mettere i bastoni fra le ruote al ponte, non potranno superare il 2% del costo complessivo dell’opera. E considerando che parliamo di 6 e mezzo, forse 7 miliardi di euro, non si potrebbe andare oltre i 130-140 milioni. Una cifra che, rispetto agli 800-900 milioni necessari per le opere già concordate con le amministrazioni locali, fa semplicemente ridere. Bretelle, stazioni ferroviarie, sistemazioni viarie…. Dovranno aspettare: non c’è trippa per gatti. Basta dire che il solo Comune di Messina aveva concordato con la società Stretto lavori per 231 milioni. Fra questi, una strada (la via del Mare) del costo di 65 milioni. Ma soprattutto il depuratore e la rete fognaria a servizio della parte nord della città, che ne è completamente priva: 80,7 milioni di investimento. Adesso, naturalmente, a rischio. Insieme a tutto il resto. Anche perché le opere compensative sono l’unica arma che resta in mano agli enti locali. Portarle a casa, per loro, è questione di vita o di morte.

A remare contro c’è poi il clima politico. Dopo la batosta elettorale alle amministrative la Lega Nord, che già di quest’opera faraonica non ne voleva sentire parlare, ha alzato la posta e questa è una difficoltà in più. Fa fede l’avvertimento lanciato dal leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso: «La gente non vuole voli pindarici, non è interessata a opere come il ponte sullo Stretto di Messina perché è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Quindi anche tu, Bossi, quando appoggi questi programmi da fantascienza, ricordati piuttosto di restare con i piedi per terra, perché gli alpini mettono un piede dopo l’altro».

Con l’aria che tira nella maggioranza basterebbe forse questa specie di «de profundis» che viene dalla pancia del Carroccio per far finire nuovamente il ponte su un binario morto. Senza poi contare quello che è successo in Sicilia. Dove ora c’è un governo regionale aperto al centrosinistra, schieramento politico che al ponte fra Scilla e Cariddi è sempre stato fermamente contrario. Una circostanza che rende estremamente complicato al governatore Raffaele Lombardo spingere sull’acceleratore. E questo nonostante i posti di lavoro che, secondo gli esperti, quell’opera potrebbe garantire. Sono in tutto 4.457: un numero enorme, per un’area nella quale la disoccupazione raggiunge livelli record.

 

Ma il fatto ancora più preoccupante, per i sostenitori dell’infrastruttura, è il disinteresse che sembra ormai circondarlo anche negli ambienti governativi. Evidentemente concentrati su ben altre faccende. La società Stretto di Messina ha diramato ieri un comunicato ufficiale per dare notizia che «il consiglio di amministrazione ha avviato l’esame del progetto definitivo del ponte». Un segnale che la cosa è ancora viva, magari nella speranza che Berlusconi si decida a rilanciare il ponte, annunciando l’ennesimo piano per il Sud? Forse. Vedremo quando e come l’esame si concluderà, e che cosa accadrà in seguito. Sempre che il governo vada avanti, sempre che si trovino i soldi per accontentare gli enti locali… Intanto nella sede messinese di Eurolink, dove lavoravano decine di persone, sembrano già cominciate le vacanze. Come avessero fiutato l’aria.

Sergio Rizzo
24 giugno 2011

NO OGM: la questione torna alla ribalta

Messaggero Veneto del 24/06/11 Sentenza Ogm, Violino: «Il Friuli Vg è al riparo» L’assessore all’Agricoltura: si riferisce a vicende antecedenti alla legge regionale Futuragra; ma l’Europa ha stabilito che la clausola di salvaguardia è superata. di Martina Milia PORDENONE. «Stiamo facendo degli approfondimenti, ma, stando alle prime verifiche, la sentenza non avrà ripercussioni per la nostra Regione perché fa riferimento a vicende antecedenti all’approvazione della legge regionale». L’assessore regionale all’agricoltura Claudio Violino, è moderatamente ottimista. La sentenza del Tribunale amministrativo regionale «che va rispettata» e che cassa il decreto Zaia, con il quale fu impedito a Silvano Dalla Libera (il vicepresidente di Futuragra) di seminare mais transgenico pur in presenza di un via libera del Consiglio di Stato, non dovrebbe avere altri effetti in Friuli Venezia Giulia. In pratica, la nuova legge regionale – «che non è stata impugnata dallo Stato» – dovrebbe fare da ombrello per il futuro. Sul passato si attende ancora il verdetto del tribunale sulla vicenda di Giorgio Fidanto (processo per la semina 2010 il 19 giugno; udienza in Cassazione per il dissequestro preventivo delle sementi, avvenuta ad aprile scorso, il 15 novembre). L’assessore Violino ribadisce «che il no agli Ogm in regione non è preconcetto: siamo convinti che sia una scelta inopportuna, dal punto di vista economico, per l’agricoltura regionale». E se la Regione il suo dovere l’ha fatto, «non resta che aspettare che lo Stato legiferi. Potrebbe anche adottare la clausola di salvaguardia» ricorda Violino. A chiedere l’intervento del neo ministro delle Politiche agricole Romano in questa direzione,«per scongiurare le conseguenze nefaste per la nostra agricoltura che potrebbero derivare dalla eventuale coltivazione di Ogm nel nostro Paese», è anche il vicepresidente dei deputati della Lega Nord, Sebastiano Fogliato. Secondo Fogliato «il decreto Zaia puntava a sostenere un modello di sviluppo agroalimentare ancorato al territorio e finalizzato a valorizzare le nosre peculiarità». Invece, Legambiente Friuli Venezia Giulia, con Emilio Gottardo, invita «la Regione a vigilare sulle attività degli agricoltori che lo scorso anno si sono resi colpevoli di semina abusive» e chiede al ministro di adottare un provvedimento analogo a Zaia per «ripristinare il vuoto normativo anti Ogm, determinato dalla sentenza del Tar Lazio». Ma la risposta di Futuragra non si fa attendere. «Chi continua a evocare la clausola di salvaguardia sa bene che non è applicabile. La Commissione europea si è già pronunciata sull’uso distorto di questo strumento che può essere invocato solo a fronte di rischi provati per la salute e per l’ambiente» evidenziano i pro Ogm».

 

Dal Corriere on line 24 giugno

Tar Lazio annulla sentenza anti-Ogm

07:09 PRIMO PIANO Dopo la sentenza che annulla il divieto di coltivazione, Lega nord e ambientalisti chiedono la clausola di salvaguardia all’Ue. Assobiotec esulta: «Via libera alla ricerca»

 

Assobiotec esulta: «Ora via libera alla ricerca»

Tar Lazio annulla sentenza anti-Ogm
«Italia chieda clausola salvaguardia»

Bocciata la richiesta della Lega nord
e delle associazioni ambientaliste

Manifestazione anti-Ogm di Greenpeace in Friuli
Manifestazione anti-Ogm di Greenpeace in Friuli

MILANO – Dopo l’annullamento mercoledì da parte del Tar del Lazio del decreto del marzo 2010, con cui l’allora ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, aveva vietato all‘agricoltore friulano Silvano Dalla Libera di coltivare sementi Ogm, da varie parti viene chiesto al ministro Saverio Romano, che ha preso il posto di Zaia, di avanzare in sede Ue la clausaola di salvaguardia, come hanno già fatto Francia e Germania, per salvare la peculiarità agro-alimentare italiana.

LEGA – «Le Regioni hanno già deliberato all’unanimità (con l’esclusione della Lombardia di Formigoni, ndr) la scelta di richiedere al ministero delle Politiche agricole l’esercizio della clausola di salvaguardia» contro il mais Mon810 e la patata Amflora, afferma Sebastiano Fogliato, vicepresidente dei deputati della Lega Nord e componente della commissione Agricoltura della Camera. «È un errore rincorrere modelli agro-industriali che nulla hanno in comune con le nostre caratteristiche e potenzialità. Invitiamo pertanto il ministro Romano, che sugli Ogm ha mostrato di condividere la posizione della Lega nord, di adoperarsi nelle sedi e nei modi opportuni».

ASSOCIAZIONI – Anche la Fondazione diritti genetici, tramite il suo presidente Mario Capanna, chiede che il ministro Romano «invochi subito la clausola di salvaguardia sul mais transgenico, rispettando la volontà dei presidenti di tutte le regioni italiane, ma anche quella degli stessi cittadini, che più volte si sono espressi contro la coltivazione di piante transgeniche sul territorio nazionale». Legambiente chiede al ministro «di fare immediatamente ricorso al Consiglio di Stato» contro la sentenza del Tar del Lazio che «non tiene conto in alcun modo delle conseguenze irreparabili che la dispersione di Ogm nell’ambiente può provocare alla qualità del sistema agricolo italiano».

ASSOBIOTEC: «ORA VIA LIBERA A RICERCA» – Di parere opposto Assobiotec (Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, aderente a Federchimica). «È un segnale di grande importanza, che deve far riflettere le istituzioni su talune decisioni miopi che hanno tagliato fuori l’Italia dalle biotecnologie in agricoltura», è il commento del presidente dell’associazione, Alessandro Sidoli, che ha espresso la disponbilità di Assobiotec a un confronto, ma ha ribadito la necessità di appplicare anche in Italia le norme comunitarie sulla sperimentazione delle sementi Ogm, «anche alla luce delle tante eccellenze che il nostro Paese esprime nel campo della ricerca agroalimentare».

Redazione online
23 giugno 2011(ultima modifica: 24 giugno 2011)

FERROVIE: ecco l’esposto che ha inguaiato Moretti

Messaggero Veneto del 24/06/11

Trenitalia, ecco l’esposto che ha inguaiato Moretti

di Natalia Andreani ROMA C’è anche un esplicito riferimento alla strage ferroviaria avvenuta a Viareggio il 28 giugno del 2009 nell’esposto contro Trenitalia finito agli atti dell’inchiesta P4. «Una dettagliatissima denuncia riguardante abusi d’ufficio, irregolarità, turbative d’asta, frodi inerenti appalti gestiti da Trenitalia spa» e nello specifico da alcuni personaggi legati all’amministratore delegato del gruppo Mauro Moretti, scrivono i pm, che l’imprenditore napoletano Giuseppe De Martino, direttore e socio di maggioranza della Ib Italiana Brakers (società di produzione di sistemi frenanti partecipata al 35 per cento da Luigi Bisignani e in ugual misura da Iritec Finmeccanica) si apprestava a consegnare alla procura di Napoli negli ultimi giorni del giugno scorso. Cosa che avrebbe fatto se ad ostacolarlo non fossero intervenuti Bisignani, che non voleva scontrarsi col vertice di Ferrovie e in particolare con Moretti, e l’onorevole Alfonso Papa che con Moretti, ora indagato per favoreggiamento, ebbe poi un colloquio. Secondo l’ad di Trenitalia (ma la procura non gli ha affatto creduto) Papa lo chiamò per lamentarsi della maleducazione di un controllore. In quell’esposto De Martino affermava, pezze d’appoggio alla mano, l’illecita esclusione dalle gare di Trenitalia sui sistemi frenanti per l’alta velocità in favore di ditte amiche, ma soprattutto la mancata omologazione di un nuovo tipo di ceppi freno per carri merci messo a punto già nel 2000 con risultati «assolutamente positivi» sotto il profilo dell’efficienza e delle sicurezza, come ha riconosciuto ad un certo punto lo stesso gestore ferroviario: un calvario di ostacoli, di rinvii e di inspiegabili ritardi durante i quali anche le prove in esercizio, che in genere non superano l’anno, si sono invece protratte per quasi cinque anni, fino al maggio 2006. E ancora oggi il report ufficiale con i risultati, necessario per autorizzare l’utilizzo dei ceppi in ambito internazionale, non è stato consegnato. «Il tutto nonostante sia in atto una campagna europea – lamentava De Martino – per la sostituzione dei ceppi in ghisa proprio con i nuovi ceppi in composito organico». I ceppi freno in ghisa, aggiungeva Martino, «comportano molti inconvenienti in quanto in frenata provocano fortissimi stridii fonte di inquinamento acustico, rischiosi pattinamenti e scintillii causa d’incendio dei sottocassa». A questo punto De Martino annota: «Salvo i dovuti accertamenti in corso presso la magistratura di Lucca, lo scintillio provocato dai ceppi in ghisa a contatto con la ruota in frenata potrebbe essere la concausa dello scoppio di cui al drammatico incidente ferroviario di Viareggio costato la vita a tante persone»