Amianto a Monfalcone: l’olocausto continua mentre riprendono i processi

da Il Piccolo MERCOLEDÌ, 23 GENNAIO 2013 Pagina 18-19 – Gorizia-Monfalcone

Amianto, strage ignorata nell’Isontino

Nonostante le centinaia di vittime le istituzioni latitano nel far valere i diritti di una provincia pesantemente segnata

 

È come se l’aereo più grande al mondo, l’Airbus A380, con a bordo 853 passeggeri fosse precipitato sull’Isontino. Tutti morti. È come se nell’inerzia dell’impatto al suolo avesse seminato morte per altrettante persone. È come se da oggi al 2020 altri due, tre, quattro A380 fossero condannati a precipitare con il loro carico di vite umane. È la più grande tragedia che abbia colpito la provincia di Gorizia dopo le due guerre e dopoguerre. Questa tragedia si chiama amianto. Questo terribile minerale usato almeno dagli inizi del Novecento in diversi settori industriali, cantieristica soprattutto, provoca dei tumori al polmone che non danno scampo. E uccidono anche a distanza di trenta-quarant’anni dal “contagio”. Amianto significa cantiere navale di Monfalcone, ma non solo. Significa l’eternit che ci circonda, significa le patologie spietate che hanno attaccato anche centinaia di lavoratori di altre aziende. Eppure, sembra importare poco o nulla questa tragica realtà. Che dovrebbe essere affrontata come unica e vera priorità della sanità isontina. Non è solo una questione monfalconese. Invece, l’attenzione sembra essere concentrata esclusivamente sul Punto nascita, sulla trombolisi, sulle code del Pronto soccorso, sul “ci portano via questo o quello”. Argomenti legittimi, sia chiaro, ma infinitamente meno seri delle malattie asbesto-correlate. Del resto sui problemi seri della sanità isontina si registra puntuale il fuggi fuggi dei politici locali. Salvo rare eccezioni (Valenti, Brussa) chi ricorda un’iniziativa di consiglieri regionali o parlamentari sulla vergognosa vicenda dell’Ospizio marino? Chi ricorda un’interpellanza, una mozione, una banale interrogazione sul caso-amianto nella provincia di Gorizia che abbia avuto un effetto concreto? Chi ricorda un sit-in (a parte quelli delle vedove dei morti d’amianto per stimolare l’avvio dei processi) dei locali ecologisti, pacifisti e scioperifamisti su questa tragedia? Centinaia di vittime morte due volte. Dall’amianto e dal disinteresse delle istituzioni. La Provincia fa il suo con i contributi per la rimozione dell’eternit. Ma è poco. Nella provincia con una delle più alte concentrazioni di morti per amianto tutti assieme si dovrebbe lavorare per ottenere una sorta di risarcimento morale per il sacrificio sopportato. Ma non solo. Paradossalmente lo straordinario carico di lutti potrebbe essere speso, ci si consenta il paradosso, come valore aggiunto della nostra realtà sanitaria al tavolo della spartizione dei servizi. Invece, non c’è traccia del promesso centro unico dell’amianto che si dovrebbe realizzare al San Polo di Monfalcone. Lo stesso direttore dell’Ass isontina Bertoli ha ammesso che la sua istituzione appare assai remota stante la confusione degli interessati sui contenuti di questo centro. Non ci sono fondi pubblici sufficienti per stimolare la ricerca scientifica affinché si giunga a cure più efficaci. Il servizio di Medicina nucleare, interfaccia dei malati di amianto, è indebolito. Nonostante i progressi nell’assistenza, le famiglie colpite da questa tragedia sono spesso lasciate sole. Dovrebbe essere convocata una conferenza allargata a istituzioni, comunità scientifica, sindacati, associazioni nel tentativo di trovare una linea comune che porti all’assunzione della piena consapevolezza di cosa significa amianto nell’Isontino. E se nell’attesa gli specializzandi in Pediatria o i medici dell’Ordine dei medici della provincia di Udine volessero chiosare qualcosa sarebbero ben accetti. Continue reading →

CSA Udine/ Assoluzione per l’ex macello

MV 6 febbraio 2013

Entrò nell’ex macello ma non fu occupazione

Il portavoce del Csa, Paolo De Toni, è stato assolto per il blitz del 10 agosto 2011 La difesa: era stata soltanto un’azione dimostrativa in un’area degradata

di Luana de Francisco

Udine. La firma del Csa, come sempre provocatoria, parlava di “okkupazione”. Ma il blitz del suo portavoce, Paolo De Toni, almeno in quell’occasione, puntava a un risultato prettamente dimostrativo: attirare l’attenzione della pubblica amministrazione, per convincerla a recuperare un’area degradata e restituirla alla città con una funzione sociale. Ecco perchè, quando il pm Andrea Gondolo gli aveva fatto notificare un decreto di condanna a 500 euro di multa, aveva deciso di resistere e, attraverso il proprio difensore, avvocato Andrea Sandra, chiesto di andare a dibattimento. Il processo gli ha dato ragione.

Per il giudice monocratico del tribunale di Udine, Emanuele Lazzàro, quella del 10 agosto 2011 nell’ex macello di via Sabbadini non era stata un’occupazione abusiva. De Toni, quindi, non poteva essere accusato di invasione di terreni o edifici pubblici. Da qui, la formula piena (“perchè il fatto non sussiste”) scelta dal magistrato per motivare la sentenza di assoluzione. Al termine della discussione, il vpo aveva invece ribadito la tesi accusatoria e chiesto per lui una pena pecuniaria.

Iniziata e finita nel giro di 24 ore, l’“occupazione lampo” del portavoce del Centro sociale autogestito si era tradotta nell’affissione di due cartelli a un portone arrugginito su via della Roggia e nell’introduzione in due edifici dell’ex macello – la sala bovini e quella posta di fronte -, entrambi di proprietà del Comune e ricadenti in un’area dichiarata dismessa e inagibile. A farlo sloggiare, quella stessa sera, erano stati gli agenti della Digos. La mattina successiva, la Polizia municipale aveva completato l’opera, “blindando” l’area e sbarrando così la strada all’irriducibile anarchico. Soddisfatto per la riuscita del blitz – che di lì a poco avrebbe portato alla firma di una convenzione con il Comune per la concessione al Csa dell’utilizzo di una parte dell’ex caserma Osoppo -, De Toni aveva tuttavia aggiunto alla propria collezione una nuova denuncia. Per occupazione abusiva, appunto.

«L’accusa non è fondata – aveva spiegato l’avvocato Sandra -. Per poter parlare di invasione di edifici, occorre che vi sia una presa di possesso o che vi si realizzino delle opere. Il tutto, per un periodo di tempo apprezzabilmente lungo. De Toni, invece, si era limitato a entrare in una delle tante aree del Comune in stato di totale abbandono, come avvenne anche per quella di via Scalo nuovo (il caso era finito a sua volta davanti al giudice dibattimentale e chiuso con l’assoluzione di De Toni e di altre 35 persone dall’ipotesi di reato di invasione arbitraria di proprietà altrui, ndr), per dare corso a una classica azione dimostrativa. Soltanto proclami, dunque, finalizzati a ribadire la richiesta al Comune di mettere a disposizione del Csa spazi altrimenti inutilizzati».

La sortita in via Sabbadini era nata proprio dallo sgombero imposto dai carabinieri dalla palazzina di proprietà di Trenitalia e Ferrovie dello Stato. Era il 10 dicembre 2009 e De Toni si era impegnato a individuare una nuova sede, entro la scadenza del secondo “esilio”. Una volta dentro l’ex macello, aveva definito i locali “occupati” «per nulla pericolanti, nè soggetti a infiltrazioni d’acqua, come la maggior parte degli altri edifici dell’area, ma pieni di rifiuti e bisognosi di una massiccia bonifica. Qui – aveva affermato – è facile entrare e questo ne ha fatto spesso i dormitori per i “senza tetto”. Io stesso mi sono limitato a passare attraverso una rete, senza bisogno di scavalcare».

Udine 9 febbraio/ Una cella in Piazza

11 febbraio 2013 Infoaction di nuovo online dopo circa 20 giorni di default

iniziative precedenti perse

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L’incredibile avventura degli elicotteROS

Foto

sabato 9 gennaio iniziativa anticarceraria

“Una cella in Piazza”

Evento facebook

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Udine 10-11 febbraio/ Antifascismo: ricordare cosa?

Noi ricordiamo

antifasisters29

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SLOVENIA/lotte: aggiornamenti al 12.02

Alla manifestazione di Lubiana che si è svolta venerdì 8 febbraio hanno partecipato più di 20.000 persone (alcuni media parlano di almeno 25.000), in protesta contro il governo e i politici. Il corteo ha attraversato le strade principali della città per finire in fronte al parlamento. Durante le persorso sono state effettuate diverse azioni simboliche – palloncini pieni di colore lanciati sull’entrata della Banca Centrale Slovena e contro la centrale della polizia e del Ministero degli Interni. Poi, di fronte al parlamento, i manifestanti hanno acceso una barricata di ferro e hanno provato a far cadere la barricata della polizia – anche se era un’azione simbolica la polizia ha reagito con gli spray al peperoncino, ma dopo quel momento non ha ci provato più.

 

Dopo la manifestazione, intorno alle otto di sera, quando in piazza cerano ancora forse solo un centinaio di persone, la polizia ha fermato sei persone in piazza con l’accusa di far parte del gruppo che ha attaccato la barricata. Tutti sono stati rilasciati, ma con una multa di 800 € ognuno e con una possibile imputazione penale. La polizia nuovamente vuole trovare uno o più capri espiatori.
Lo stesso giorno ma alle undici di mattina si è svolta una manifestazione (denominata Miting) pro governo, dove fra gli oratori erano presenti il Ministro degli interni, il Ministro della difesa (armata ), ecc. Anche il Primo Ministro ha svolto un’accanita orazione attraverso il mega schermo. Le persone con le bandiere Slovene erano al massimo 5000, mentre la polizia ha parlato ufficialmente di 9000 persone, un numero incredibile. Per la prima volta nella storia i numeri comunicati dalla polizia erano più alti di quelli riportati dai media (alcuni parlavano di 3.000 persone).

 

Prima della manifestazione di venerdì la polizia ha riportato che da novembre si sono svolte 127 manifestazioni e che la polizia ha speso per la “sicurezza” dei cittadini 4,6 milioni di euro.

 

alcune foto della manifestazione su:
http://tinyurl.com/fotoslo

 


 

bora.la

Ljubljana, in 25000 a manifestare contro il governo e i politici

“Il CIE di gradisca viola i diritti umani”

Dal Piccolo 01/02/13

«Il Cie di Gradisca viola i diritti umani»

GRADISCA Medici per i diritti umani (Mdu) boccia senza appello il Cie di Gradisca: «Assolutamente inadeguato a garantire i fondamentali diritti della persona e non compatibile con il trattenimento di pazienti in grave stato di sofferenza psichica». La denuncia dell’onlus romana Mdu arriva in seguito alla storia scoperta da alcuni attivisti dell’associazione e celata dal muro del centro immigrati di Gradisca:quella di M., giovane migrante rinchiuso in un Cie nonostante una grave forma di depressione e più volte autore di atti di autolesionismo e scioperi della fame al fine di “urlare” la propria situazione. Medici per i diritti umani ne chiede l’immediato rilascio «in modo tale da evitare ulteriori e imprevedibili aggravamenti e da poter assicurare ad M. le adeguate cure specialistiche». L’uomo da una settimana rifiuta cibo, acqua e farmaci. È in stato di detenzione amministrativa da quasi quattordici mesi, e ha fatto la spola fra i Cie di Gradisca e Trapani. M. ha già compiuto un grave atto di autolesionismo e dal suo ultimo ingresso all’ex Polonio, a maggio del 2012, ha perso 10 chili di peso. La sua agonia, iniziata dopo lo sbarco a Lampedusa nell’ottobre del 2010, è segnata da continui ricoveri e perizie mediche e psichiatriche che ne certificano l’assoluta incompatibilità con la vita all’interno dei Cie. Nonostante il parere degli esperti, però, il giovane resta rinchiuso a Gradisca dove, dal 22 gennaio scorso, rifiuta il cibo. Di qui la durissima condanna della onlus. «Il provvedimento di detenzione amministrativa in un Cie, che secondo la normativa europea e la legge italiana dovrebbe essere finalizzato esclusivamente ad effettuare il rimpatrio del cittadino straniero – sostiene Mdu- appare essere stato protratto in questo caso oltre ogni ragionevolezza. M, se siamo in un Paese civile, va rilasciato». (l.m.)

 

RIGASSIFICATORE: altri NO al progetto

Dal Piccolo

12/02/13

Secco no al rigassificatore dalle sei società nautiche

MUGGIA Limitazioni sulla libera circolazione dei natanti, forte impatto ambientale e ricaduta negativa sulla qualità della vita dei cittadini. Con queste tre motivazioni le sei società nautiche di Muggia si sono riunite per esprimere unanimemente “parere assolutamente contrario” al progetto di realizzazione del rigassificatore di Zaule. I sodalizi che raccolgono ben oltre 1000 soci hanno dunque stilato un documento per accodarsi all’ampio partito del no all’impianto di rigassificazione. Il documento è stato firmato da Ladi Cociani (Circolo della Vela), Fabio Vascotto (Pullino), Roberto Sponza (Yacht Club Ps Rocco), Bruno Steffè (Marinaresca), Sergio Burlin (San Bartolomeo) e Gianni Macovez (Diportisti Muggia). Le società esprimono preoccupazioni legate in particolar modo agli aspetti ambientali tra cui si segnalano su tutti “i problemi legati alla circolazione delle acque marine utilizzate per il riscaldamento del gas liquefatto”. Inoltre “il prelievo e le modifiche sia chimiche che fisiche dell’acqua marina in un bacino ristretto dai limitati fondali e dalle modeste correnti, quale il Vallone di Muggia, si aggiungerebbero in forma massiccia agli inquinanti già esistenti: presenza di altri scarichi di acque industriali, civili, polveri di carbone e impianti di raffreddamento che utilizzano acqua di mare dalla Ferriera di Servola, scariche dei troppo pieni degli impianti di depurazione e trattamento acque reflue”. Le società poi hanno espresso preoccupazione poiché “l’impianto andrebbe a inserirsi tra altri impianti industriali a rischio di incidente rilevante e possibile effetto domino, con aree attigue di altissima densità abitativa”. Infine hanno evidenziato come “destinare la quasi totalità del Vallone di Muggia e più in generale del Golfo di Trieste a polo energetico farebbe decadere l’interesse da parte dei cittadini delle associazioni e anche degli imprenditori a investire sul settore sociale, turistico e dello sviluppo sostenibile del territorio, con una gravissima ricaduta sulla qualità della vita di tutta la cittadinanza”. (ri.to.)

 

05/02/13

Il sindaco Maricchio: no al rigassificatore

«Grado è contraria al rigassificatore». A seguito dell’interrogazione del pidiessino Giorgio Marin, il sindaco, Edoardo Maricchio (foto), ha confermato la contrarietà di questa amministrazione ad una qualsiasi ipotesi di realizzazione di rigassificatore sia nel golfo che a terra. È una delle notizie emerse in avvio della riunione consigliare di ieri, messe in luce dallo stesso Marin che ha voluto pure sapere quando verranno sistemate le lastre di marmo della passeggiata a mare divelte lo scorso anno da una forte mareggiata. La risposta è stata che il Comune attende l’arrivo, da parte della Protezione civile, del contributo di poco meno di 500mila euro, che servirà per questa operazione, ma anche per il ripascimento della spiaggia. Altro argomento di forte preoccupazione proposto da Marin è stato quello relativo alla chiusura delle piscine delle Terme marine che porta a notevoli danni agli utenti, ai pazienti dell’ex Ospizio Marino e ai lavoratori (ne ha parlato anche Tirelli, che ha evidenziato i danni all’immagine). Il primo cittadino ha spiegato che si è in attesa della perizia del professionista incaricato dalla Git per poi procedere immediatamente alla richiesta di nuova agibilità. «Ciò conferma – ha detto Maricchio – quanto sia necessario il Polo Termale». Della verifica della situazione dei cipressi in cimitero ne ha parlato, invece, Mauro Tognon di Liber@. Lo stesso, in considerazione del fatto che Dario Raugna si trova all’estero, ha annunciato che il ruolo di capogruppo di Liber@ passa a Fiorenzo Facchinetti.

 

Carnevale NOTAV a Opicina

Gli amici di Ceroglie-Cerovlje sono arrivati terzi con il loro splendido carro contro la tav.

Durante il loro passaggio, proprio vicino alla rotonda centrale di Opicina-Opčine un gruppetto di supporter ha sventolato al loro passaggio l’immancabile bandiera NOTAV che è stata vista da centinaia di persone. Il gesto pare sia stato molto apprezzato dallo spezzone di Ceroglie infatti molte delle maschere (erano tutti/e vestiti da talpa) ci hanno salutato e ringraziato.

 

Una piccola presenza ancora più significativa se si pensa che gli organizzatori della sfilata hanno vietato al carro di Ceroglie di mettere la scritta TAV sul lato del carro.

Ancora complimenti agli amici di Ceroglie…ora e sempre NOTAV!

INFO-ACTION REPORTER

 

 

Da Il Piccolo del 04/02/13

Il ritorno di Ceroglie in lotta contro la Tav

Correva l’anno 1979 e al Carnevale carsico si presentò per la prima e unica volta un carro allegorico proveniente da una delle frazioni più verdi e amene del Carso triestino: Ceroglie. Esattamente 34 anni dopo, la piccola località agricola sita nel Comune di Duino Aurisina ai piedi del Monte Ermada è pronta per tornare a far parlare di sé toccando uno degli argomenti d’attualità più scottanti: la Tav. “Mostro vai via, il Carso è roba mia!” il motto con cui il paese si presenterà sabato alla sfilata del 46° Carnevale carsico. Patrik Kocjancic, classe 1983, responsabile del carro allegorico, spiega il motivo per cui la frazione di Ceroglie tornerà a sfilare dopo oltre tre decenni di assenza. «La decisione è arrivata dopo che i giovani, ma non solo, hanno iniziato a ritrovarsi per alcune manifestazioni come l’innalzamento della bandiera sull’Ermada durante il Primo maggio e la festa dei cavalli di Medeazza. Pian piano il gruppo si è andato cementando e abbiamo pensato: beh, è ora di tornare a fare il Carnevale carsico!». E così in ottobre è stata organizzata una riunione in cui si è deciso di tornare in grande stile, proponendo un tema difficile come quello dell’Alta velocità. «Purtroppo la Tav dovrebbe passare proprio in mezzo al nostro paese – racconta Kocjancic – rovinando case, vigneti, alberi e creando stress a tutti, sia agli esseri umani che alle bestie. Abbiamo pensato di sfruttare questo tema dando vita a un carro ecologista». La struttura sembra davvero di grande impatto. Un enorme treno rabbioso con i denti uscirà da un lungo tunnel costruito all’interno di una montagna – l’Ermada appunto – dalla cui cima spunterà con un enorme salto una splendida talpa. Un ferroviere cercherà poi di fermare il treno, mentre un contadino sarà intento a gettare un sasso contro il mostro… Tra i ragazzi più giovani che stanno dando una mano ecco il musicista Cristian Leghissa: «Ci dedichiamo anche alla cura dei particolari. Il pubblico potrà ammirare tutti i colori e gli elementi naturali che contraddistinguono il Carso, come il sommacco, la pietra, e altre caratteristiche che non vogliamo ancora svelare». Kocjancic evidenzia come tutto il paese si stia ritrovando per dar vita a questo carro atteso da oltre 30 anni. «Ci sono persone fondamentali come il saldatore Adriano Leghissa, il pittore Friz, le donne che si occupano delle stoffe e delle coreografie, l’Allegra fattoria per le pizze e poi Luciano Gergolet che ci ha prestato la struttura del carro». Da Ceroglie si presenteranno in 125, tutti vestiti da talpa. Un’invasione pacifica di Opicina per dire un convinto no, con ironia e senso ambientalista, al mostro chiamato Tav. Riccardo Tosques

Monfalcone: riprendono i processi per l’amianto ma le morti continuano

da Il Piccolo MARTEDÌ, 12 FEBBRAIO 2013 Pagina 27 – Gorizia-Monfalcone

In 10 anni oltre 1300 i malati di mesotelioma

Secondo una ricerca di Bianchi (Lega tumori) sono stati colpiti il 3,4% degli assunti tra il ’50 e il ’60

 Il 3,4% di chi è entrato poco più che adolescente nel cantiere navale di Monfalcone tra il 1950 e il 1960 si è ammalato e morto di mesotelioma alla pleura, forma tumorale legata in modo inequivocabile all’esposizione all’amianto. I dati, frutto di una paziente ricerca d’archivio, sono stati resi noti dal professor Claudio Bianchi, presidente della Lega tumori della provincia di Gorizia che ne è l’autore, nel corso di un confronto promosso domenica pomeriggio da Sel e al quale ha preso parte l’ex deputata e capolista per il Senato in regione Grazia Francescato e la capolista per la Camera Serena Pellegrino. L’esito dell’indagine ha inoltre confermato, come sottolineato da Bianchi, come uno dei fattori imprescindibili di rischio sia quello della quantità di esposizione, anche sotto il profilo temporale. «Il 3,4% degli assunti, in totale 1.300 nel decennio, tra il ’50 e il ’60 con un età tra i i 14 e i 19 anni si è ammalato – ha spiegato il professor Bianchi -, contro il 2% degli assunti con un’età tra i 20 e i 29 anni e l’1,6% di quelli con un’età tra i 30 e i 39 anni». L’esito dello studio ha ribadito, però, anche come non tutti gli esposti alle stesse dosi di amianto e per lo stesso periodo abbiano sviluppato il mesotelioma. «E’ significativo il caso di una donna assunta nel 1942 come saldatrice elettrica e rimasta in cantiere fino al 1961 che ha avuto il mesotelioma a 90 anni», ha detto Bianchi, sottolineando come la ricerca dovrebbe indagare quali siano i meccanismi della resistenza allo scatenarsi della malattia per cercare di potenziarli. «L’organismo può reagire – ha aggiunto – e anche la suscettibilità è presumibile possa avere base genetica. In una quarantina di casi emersi tra consanguinei l’incidenza del mesotelioma sale al 12%». Nel corso dell’incontro l’ex sindacalista del cantiere navale ed esposto Luigino Francovig ha quindi non a caso rilanciato la proposta, forte, di creare una Fondazione che utilizzi i fondi eventualmente versati dalle aziende dove si è utilizzato l’amianto per la ricerca medica e sostenere gli esposti e le loro famiglie. «In ogni caso secondo me ci sono le condizioni – ha aggiunto Francovig – per chiedere per il nostro territorio il riconoscimento di disastro ambientale». Il consigliere comunale di Sel Giovanni Iacono ha da parte sua confermato la proposta della creazione, in ambito comunale, di un gruppo di lavoro sulla bonifica e lo smaltimento dell’amianto ancora esistente in città, oltre che il pieno sostegno all’attività del Tribunale di Gorizia sulle cause per accertare le responsabilità delle centinaia di morti d’amianto verificatesi nel territorio.


Amianto, “vedove” in pullman all’udienza

 

La città di Monfalcone sarà presente, assieme alle istituzioni, nel tribunale di Gorizia alla lettura della prima sentenza del processo penale che vede imputati i vertici di Fincantieri per la morte di 89 operai. «Verranno organizzate delle corriere per agevolare le persone con difficoltà di spostamento», hanno annunciato Enrico Bullian e Chiara Paternoster, rispettivamente esperto di sicurezza e responsabile legale dell’associazione “Famigliari e esposti amianto”. L’annuncio è stato dato durante l’incontro, organizzato dall’associazione per il Teatro di Monfalcone, con l’attrice Laura Curino, autrice e protagonista dell’intenso, documentato e poetico spettacolo “Malapolvere”, racconto della tragedia amianto a Casale Monferrato sede della multinazionale Eternit, andato in scena al comunale.«La sentenza attesa in aprile, ha ricordato Chiara Paternoster, non sarà il consumarsi di un gesto di vendetta, ma un atto di ripristino di giustizia e legalità». Il picco della malattia sarà nel 2015-20 e rimane comunque gravissima la questione dello smaltimento. «Ogni anno, ha aggiunto Enrico Bullian, in Italia vengono smaltite 380mila tonnellate di amianto della presunta presenza di 32milioni di tonnellate stimate dal ministero della Salute. Serviranno 85 anni per la totale bonifica». Nel suo lavoro Laura Curino ha spiegato come la battaglia vittoriosa della gente di Casale contro la fabbrica sia stata possibile grazie alla coesione fra popolazione e istituzioni. «Questo spettacolo – ha aggiunto – informa e racconta, spiegando che non è naturale pagare con la vita il lavoro in fabbrica. I casalesi si sono uniti con determinazione pacata per ribellarsi al destino di vittime del benessere consumistico». Di ricatto morale ha parlato Chiara Paternoster. «Non accettiamo che venga detto che se la Fincantieri o l’Ilva di Taranto falliscono è colpa degli operai». Quattro località della provincia di Gorizia sono in cima alla graduatoria dei comuni italiani con il più alto tasso di incidenza di mesotelioma asbesto-correlato. Fra i primi dieci luoghi avvelenati dalla polvere di amianto vi sono Monfalcone, San Canzian d’Isonzo, Ronchi dei Legionari e Staranzano oltre a Trieste. Il dato è stato pubblicato nell’ultimo Quaderno del ministero della Salute. Nei 4 comini dell’Isontino vi è un’incidenza dal 18 al 23 percento di malati di tumore a un tasso grezzo di popolazione su100mila abitanti. Monfalcone e Casale, due città dai destini simili, dove la fabbrica per anni ha dato benessere al costo della vita.

L’incredibile avventura degli elicotteri di Finmeccanica

12 febbraio 2013 da Repubblica / Huffington Post

FILOSOFIA FINMECCANICA

L’ad Giuseppe Orsi, arrestato, nelle intercettazioni rivela come la pratica delle tangenti “sia un fattore naturale della pratica aziendale”. Chi è il pm Fusco che il capo di FinMec voleva far fuori