SANATORIA-TRUFFA: primo ricorso al TAR accolto!

Da Il Piccolo del 11/06/10

IL CASO
Il Tar blocca l’espulsione di un senegalese
Smentita la Questura che gli negò la regolarizzazione in base alla
Bossi-Fini
Contestato il reato di clandestinità

di CLAUDIO ERNÈ

Una secca smentita alla Questura e alla Prefettura di Trieste. Viene
dai
magistrati del Tribunale amministrativo regionale che hanno bloccato
l’espulsione di un giovane senegalese che aveva chiesto di
regolarizzare
la propria posizione di giardiniere ma che in base a una
interpretazione
minoritaria della legge Bossi-Fini aveva ricevuto dal questore un
decreto che gli imponeva di lasciare il territorio italiano.
Il Tar ha bloccato l’iniziativa del ministero degli Interni e ha
implicitamente concesso a Ibraima Faye di continuare a lavorare a
Trieste almeno fino al momento in cui il suo ricorso verrà discusso nel
merito.
La vittoria in questa causa-pilota, promossa da Daniela Schifani
Corfini, vedova del giornalista Marco Luchetta ucciso nel 1994 a
Sarajevo, consente ad almeno altri 70 senegalesi che vivono a Trieste
di
evitare l’immediata espulsione decretata dalla Questura. Tutti
avevano
aderito alla “sanatoria” prevista dalla legge Bossi- Fini, ma
l’interpretazione fornita allo stesso provvedimento dalle autorità
locali ha riservato loro e ai loro datori di lavori una amara sorpresa.
«Mi sono autodenunciata; ho pagato tra i 700 e gli 800 euro per la
sanatoria. Ho versato quanto dovuto all’Inps per i contributi
previdenziali. Il ministero degli Interni da Roma mi aveva assicurato
che nulla ostava all’applicazione della sanatoria nonostante la
condanna
subita per clandestinità» spiega Daniela Schifani Corfini. «Invece si
sono fatti beffa di quanto avevano affermato e a Trieste hanno respinto
la domanda, sostenendo che Ibraima aveva subito una condanna. Subito
dopo l’hanno espulso. Volevano metterlo sull’aereo a brevissima
scadenza. Per questo sono ricorsa al Tar. Poi ho protestato col
ministero ma mi hanno risposto sostenendo che quanto avevano detto in
precedenza valeva poco o nulla perché il parere mi era stato trasmesso
via Internet e non con un documento ufficiale. I soldi che in tanti
abbiamo pagato però se li sono tenuti ben stretti».
Il Tribunale amministrativo nei giorni scorsi ha fatto chiarezza su
questa situazione, bloccando l’espulsione perché la pena inflitta
al
giovane senegalese per il reato di clandestinità, è inferiore a quelle
che secondo la legge Bossi-Fini consentono di adottare un provvedimento
ultimativo. Va aggiunto che il Tar del Friuli Venezia Giulia si
affianca
con questa decisione a quelli del Veneto e della Toscana. Di parere
opposto il Tribunale amministrativo dell’Emilia Romagna che ha
confermato le espulsioni decise dai questori di quella regione
indipendentemente dall’entità della condanna subita.
«Non credo che la guerra per salvare questi ragazzi dal rimpatrio
forzato sia vinta. È solo una battaglia che si è conclusa
favorevolmente
e per questo in tanti oggi tiriamo un sospiro di sollievo. La vera
delinquenza sta in altre sedi, in altri palazzi» dice, tra il
soddisfatto e il polemico, Daniela Schifani Corfini.

GRADISCA/ Anche il CIE in mano alla cricca?

VENERDÌ, 11 GIUGNO 2010

Pagina 7 – Gorizia

EFFETTO DELL’INCHIESTA ”GRANDI EVENTI” SUGLI APPALTI CON PROCEDURA D’URGENZA
Il Piccolo 11 giugno 2010

 

Bloccati i lavori al Cie di Gradisca

Fermi gli interventi da un milione di euro per ripristinare le misure anti-evasione

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di LUIGI MURCIANO

GRADISCA L’inchiesta sui “grandi eventi” blocca i lavori di ripristino della sicurezza al Cie. Vi sarebbero anche le indagini avviate su scala nazionale per i famigerati appalti assegnati con procedura d’urgenza fra le cause dell’ennesimo rinvio all’intervento chiamato a rendere il centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d’Isonzo una struttura finalmente a prova di fughe e rivolte interne. E riparare danni che dal 2006 a oggi ammontano a oltre 1 milione di euro. Un restyling, insomma, che dell’urgenza aveva tutte le caratteristiche: ma che all’ex Polonio è atteso ormai da un anno, ovvero da quando – a seguito di una sommossa particolarmente pesante – venne messo totalmente fuori uso il sistema antifuga ad infrarossi. Quello che, per intenderci, aiuta le forze dell’ordine ad intervenire in pochi secondi in caso di tentativi di evasione. Ma l’intervento di ripristino dei sistemi di sicurezza avrebbe previsto anche altre migliorìe al Cie: su tutte la ricollocazione dei cosiddetti offendicula, la sezione ricurva in ferro inizialmente posizionata in cima alle recinzioni e rimossa nel corso del 2007 sulla base delle indicazioni fornite dall’allora commissione ministeriale De Mistura, che ne chiese l’eliminazione per ragioni «umanitarie». Terzo e ultimo intervento previsto, il potenziamento del sistema di telecamere a circuito chiuso, essenziali per la sorveglianza. Ebbene, niente di tutto questo è ancora avvenuto.
E l’impressione è che i lavori, che sembravano imminenti – il loro avvio era addirittura stato annunciato per maggio – siano frenati da cause ben diverse che non la semplice mancanza di risorse o, peggio, di volontà di ripristinare la sicurezza. Stando a fondate indiscrezioni, infatti, l’indagine sugli appalti d’urgenza avviata dalle Procure di Perugia e Firenze avrebbe consigliato un «congelamento» delle operazioni. Nulla di torbido, per carità. Di fatto il Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale, l’ente che supervisiona il funzionamento dei centri immigrati italiani, ha recentemente vissuto un passaggio di consegne fra i prefetti Mario Morcone e Angela Pria e quest’ultima avrebbe prudentemente deciso di non dare il suo placet alla procedura d’urgenza prevista dal suo predecessore per evitare equivoci. Si procederà dunque con un bando europeo che potrebbe essere definito entro l’estate. Al termine del maquillage la capienza potrebbe anche essere riportata da 198 alla sua effettiva capacità di 240 posti. Va anche detto che in realtà qualche intervento al Cie in queste settimane c’è comunque stato. Per la prima volta è stato installato un dispositivo a raggi x per la scannerizzazione della posta che ogni giorno viene inviata al Cie. Ancora fresco è il ricordo dell’esplosione del 22 dicembre scorso, quando un pacco preso in consegna dal direttore del centro, Luigi Dal Ciello, deflagrò senza causare fortunatamente feriti. Altri lavori di semplice manutenzione stanno interessando le stanze dalle quali gli immigrati hanno tentato le fughe più recenti, forzandone le grate. A maggio erano state tre le evasioni in neanche dieci giorni per un totale di 33 clandestini datisi con successo alla macchia. Intanto al Cie l’atmosfera rimane sempre piuttosto tesa: secondo alcuni tam tam i clandestini avrebbero nuovamente protestato per il cibo minacciando un nuovo sciopero della fame. Un immigrato avrebbe anche tentato un’evasione solitaria, affidando al web le immagini di un presunto pestaggio. L’episodio è stato categoricamente smentito dalle forze dell’ordine, così come è stata smentita la notizia secondo cui gli immigrati sarebbero stati divisi fra coloro che parlano l’italiano e coloro che non lo parlano, in maniera da isolare i primi ed evitare pericolosi contatti con l’esterno: vedi l’elaborazione di piani di fuga e la sospetta introduzione di droga al Cie. L’ente gestore, il consorzio siciliano Conncecting People, sarebbe infine stato richiamato a non rinchiudere più immigrati del consentito in una sola stanza, come era avvenuto in occasione della più recente e clamorosa evasione di maggio.

ARIA/ Incredibile! Sotto l’ABS si respira aria pulita!

Cargnacco (Udine) ABS: dopo anni ed anni di testimonianze, disagi e malori, rilevati direttamente da parte della popolazione, ecco che l’ARPA, “non è stata in grado di provare l’inquinamento”

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ANTIFASCISMO/ Monitoraggio delle pagliacciate negazioniste

Udine.

Gravissime

affermazioni

negazioniste

sulla

Risiera

di San Sabba

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CIE DI GRADISCA: nuovo tentativo di fuga

dal piccolo del 17/03/2010

 

Sventata maxi-evasione dal Cie di Gradisca

di LUIGI MURCIANO GRADISCA Nuovo tentativo di evasione di massa dal Cie di Gradisca. Dopo alcuni mesi di relativa tranquillità, nel centro immigrati di via Udine la tensione è nuovamente al limite. Una trentina di clandestini, in massima parte di etnia maghrebina, ha tentato di eludere la sorveglianza per darsi alla macchia. Per tre di loro il tentativo di evasione stava peraltro andando a buon fine, salvo venire ripresi in un batter d’occhio dai militari e forze dell’ordine che presidiano la struttura. L’episodio si è verificato attorno alle 15.30, quando un gruppo di immigrati è riuscito a praticare dei tagli nelle reti di contenimento che delimitano il campetto da calcio del Cie. Apertisi quel varco, i fuggitivi sono riusciti a scavalcare sia la prima che la seconda inferriata finendo in una zona solitamente abbandonata e quindi poco presidiata che dà sulla regionale 305 (via Udine). Ad ogni modo l’allarme fra operatori e personale di sorveglianza è scattato immediatamente e solo per tre dei nordafricani l’illusione della libertà è durata appena qualche minuto in più. A quel poco che si è potuto apprendere, la maggioranza dei fuggitivi è ospitata nella cosiddetta «zona blu» del Cie, la più interna delle tre ali che compongono la struttura, e dove solitamente vengono sistemati gli arrivi più recenti o gli ospiti eventualmente ritenuti più a rischio. Nel centro attualmente sono ospitate 178 persone. La quasi totalità delle quali proviene ormai da carceri con alle spalle anche precedenti di una certa gravità. Di fatto il Cie gradiscano si sta specializzando nella detenzione amministrativa di questa tipologia di immigrati e ciò sta comportando un notevole incremento della tensione interna. Lo confermano anche molti operatori, che denunciano le durissime condizioni di lavoro. Minacce, insulti e sputi – e talvolta anche il lancio di oggetti contundenti – sono ormai una routine per i dipendenti della Connecting People, il consorzio siciliano che gestisce la struttura. Qualsiasi pretesto è buono per tenere in scacco gli operatori, dalla qualità del cibo, alle visite mediche richieste in continuazione per strappare un ricovero ospedaliero e tentare più facilmente la fuga, alla somministrazione di psicofarmaci. Provocazioni su provocazioni alle quali gli operatori rispondono con grande sangue freddo, scongiurando guai ben peggiori. Ma all’interno se non è anarchia poco ci manca. Non si contano poi gli atti di autolesionismo. Tanti gli ospiti tossicodipendenti. Ed è un grave problema che, più o meno sporadicamente, anche la droga riesca ad entrare al Cie. Lo stupefacente in qualche modo è arrivato a qualche ospite e si sta cercando di capire di chi siano le responsabilità.

NOTIZIE FLASH/ Il fiume verde di Greenpeace

Notizie flash/ Acqua

Buenos Aires:

le acque verdi

di Green Peace

Osoppo:

le acque nere

del Cifap

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ACQUA/ Le acque inquinate ad Osoppo

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MERCOLEDÌ, 24 MARZO 2010

Pagina 15 – Udine

Acque inquinate nelle Risorgive Le analisi degli esperti diranno se è causa del depuratore Cipaf

L’INCHIESTA

Odori sgradevoli, schiume, sedimenti: ecco il percorso da Saletti al Tagliamento Per gli inquirenti l’attuale impianto non funziona, quello da 3,2 milioni è inutile

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di ANTONIO SIMEOLI

OSOPPO. Sarà nei prossimi mesi il gruppo di esperti indicato dalla Procura a stabilire se il canale di scarico del depuratore del Cipaf porta nelle Risorgive di Bars e poi nel Tagliamento sostanze inquinanti. Basta però percorrere il canale in pieno Sito di interesse comunitario e arrivare fino alla confluenza, poco a nord di Osoppo,con le Risorgive per vedere i segni dell’anomalo funzionamento dell’impianto finito nell’occhio del ciclone.
Ieri l’abbiamo percorso quel canale. Da Saletti, dove è ancora aperto il cantiere per la realizzazione del nuovo depuratore da 3,2 milioni (ritenuto dalla Procura di Tolmezzo inutile e non in grado di funzionare), abbiamo seguito il corso d’acqua, in un primo momento cementificato, fino alla confluenza con il piccolo depuratore di Rivoli e poi in pieno Sito di interesse comunitario fino all’immissione nelle Risorgive di Bars.
Tre, forse quattro tortuosi km in cui, specie nel tratto finale, quello del Sic, quello caratterizzato da un infinito prato sotto le montagne della pedemontana, luogo scelto per la sua bellezza da Salvatores per il film, “Come Dio Comanda”, le anomalie sono evidenti. A occhio nudo.
Non servono esperti, sonde o altro. L’acqua che fila verso le risorgive è piena di sedimenti che si depositano sul fondo e sui lati del canale e vengono trascinati dalla poca corrente. A tratti il cattivo odore che si sente fa il resto. Basta poi scendere e raccogliere dall’acqua un sasso per vedere come questo sia ricoperto di sostanze nerastre. Gli inquirenti dicono che se ci si accosta una calamita, questa sia in grado addirittura di attirarle quelle sostanze. Ferro? I carabinieri pensano si tratti di residui della lavorazione delle grandi industrie del Cipaf. Le analisi lo stabiliranno.
Ma la schiuma bianca che si riversa nell’acqua limpida delle risorgive di Bars preoccupa. E molto. Da una parte l’acqua pulita, dall’altra quella sporca. Così come sono un grande punto interrogativo i cumuli di materiale che, quando il canale esonda, finiscono in pratica nei campi coltivati. Vicino al Sic c’è una serie di campi coltivati e alla confluenza tra canale e risorgive c’è anche un allevamento di trote. Di più: dal canale emergono qua e là delle bolle, segno che la falda acquifera è lì. Per questo gli inquirenti vogliono vederci chiaro e, su indicazione del Gip, che li ha invitati ad approfondire l’inchiesta sul fronte ambientale, avvieranno indagini sullo stato di salute delle acque del canale di scarico, sui campi circostanti, sulla falda acquifera per escludere la presenza oltre i limiti di materiali come cromo esavalente e aldeide. Gli inquirenti partono da un dato certo: dal depuratore escono 500 metri cubi di acqua l’ora, che quasi raddoppiano in caso di piogge quando il depuratore va totalmente in tilt. Solo un quinto di quelle che arrivano è quella che andrebbe depurata, pioggia sporcatasi nei piazzali compresa; i restanti quattro quinti sono le acque di raffreddamento che però, per legge, nel depuratore non dovrebbero finirci. E così quel quinto di sostanze inquinate viene diluito dalle acque di raffreddamento, pulite e solo leggermente più calde, e passa i controlli dell’Arpa e delle altre agenzie preposte.
In piedi a questo proposito c’è un’inchiesta che vede coinvolte dodici persone: l’accusa è di aver fatto costruire un depuratore inutile da 3,2 milioni di euro solo per fare un favore alle grandi industrie, evitare loro di separare a monte le acque sporche dalle pulite e quindi tirare fuori il portafoglio. Ma alla gente adesso questo importa poco. Tra Osoppo e Buja si attendono le analisi sulle acque. Sarebbe troppo che un canale sputasse ogni minuto sostanze inquinanti nel gioiello delle Risorgive di Bars e nel Tagliamento. Addirittura in un Sito di interesse comunitario.

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MERCOLEDÌ, 24 MARZO 2010

Pagina 15 – Udine

Gestione dell’impianto: deciderà il Consiglio di Stato

Il ricorso

OSOPPO. Non c’è solo l’inchiesta sull’impianto di depurazione a minare il futuro prossimo della zona industriale Cipaf. Parallelamente avanza infatti anche il fronte relativo al servizio di gestione del depuratore consortile che ha spinto una delle ditte “concorrenti” a ricorrere al Tar contro l’aggiudicazione. Un iter giudiziario che ha portato fino al Consiglio di stato, dal quale ora si attende la sentenza. Se questa dovesse dar ragione ai ricorrenti – ci si chiede nei corridoi – cosa potrebbe succedere? La gara, con tutta probabilità, andrebbe rifatta, ma chi pagherebbe l’eventuale risarcimento danni subito dalla ditta non aggiudicataria? Interrogativi pesanti che per ora non possono avere risposta e che non l’avranno fino a quando non ci sarà l’attesa sentenza del Consiglio di Stato.
Ma ripercorriamo brevemente l’iter di questo appalto controverso. Il Cipaf indice una gara a procedura aperta per la gestione del depuratore nel febbraio 2008, cui segue l’aggiudicazione del servizio a Igp srl per un importo di 130 mila euro più Iva e oneri di sicurezza. É il 31 marzo 2008: 15 giorni dopo la Cid srl (altra ditta concorrente) contesta al consorzio l’aggiudicazione all’Igp rilevando un errore di calcolo dei punteggi. Non ottenendo dal Cipaf risposta positiva (in concreto la riaggiudicazione del servizio) Cid presenta ricorso al Tar chiedendo l’annullamento del verbale di aggiudicazione della commissione di gara e della delibera di affidamento del Cda. Il Tar gli dà sostanzialmente ragione, respingendo invece i ricorsi incidentali di Cipaf e Igp. Di qui l’appello della ditta vincitrice dell’appalto al Consiglio di Stato (marzo 2009), che come detto non ha ancora emesso la sentenza, lasciando così un’altra questione irrisolta in eredità al neo eletto Cda del consorzio, il quale, oltre a un’inchiesta in corso e alla maretta sui canoni di depurazione che divide grandi e medi industriali, dovrà fare i conti anche con l’ipotesi di un ribaltone nella futura gestione del servizio. (m.d.c.)

 

 

Una mega diga distruttiva in Etiopia ? Guarda un po’ c’è di mezzo una società italiana

Corriere 28 marzo

AFRICA

Una diga lascia a secco 300mila etiopi

La diga “italiana”
che lascia a secco
200mila etiopi

22:02 ESTERI Blocca le piene del fiume Omo. «Fermare i lavori». «Allarmi ingiustificati» S.Rodi

Mappa Video (Tg3)

 

Repubblica 24 marzo 2010

Etiopia, la diga della discordia
a rischio la vita di 500 mila persone

Campagna contro la “Gibe III”. “Distruggerà un ambiente fragile e un’economia legata al fiume”. Il progetto è di una società italiana che si difende: “Garantiremo energia rinnovabile”

 

La campagna di Survival International contro l’opera “Gibe III”
“Distruggerà un ambiente già fragile e un’economia legata al fiume”

Etiopia, la diga della discordia
a rischio la vita di 500 mila persone

Il progetto è di una società italiana, già artefice di una diga crollata a febbraio,
che respinge le accuse: “Garantiremo energia rinnovabile e pulita”

Etiopia, la diga della discordia a rischio la vita di 500 mila  persone

Abitanti della Omo Valley
(foto Survival International)

IL progetto di una diga in Etiopia rischia di mettere a rischio la sopravvivenza di cinquecentomila persone. La drammatica denuncia arriva da Survival International, una ong attiva in Africa che ha deciso di lanciare una vasta campagna mondiale. L’opera, che si chiama “Gibe III”, entro il 2012 dovrebbe sorgere nella Valle dell’Omo, proprio lungo il confine con il Sudan.
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CIE DI GRADISCA: rischia l’espulsione dopo 20 anni di permanenza in italia

Interrogazione in Provincia sulla sorte di Said Stati

 

 

Gradisca GRADISCA. E’ approdata ieri in consiglio provinciale la vicenda di Said Stati, il cittadino marocchino che rischia l’espulsione dopo vent’anni di permanenza in Italia. Il consigliere indipendente del gruppo Prc/Se, Alessandro Perrone, ha interrogato infatti il presidente della Provincia, Enrico Gherghetta, sulle condizioni di salute di Stati, attualmente trattenuto al Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca in base alle norme contenute nel pacchetto sicurezza recentemente varato dal governo. Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre scorso, a seguito di una rivolta scoppiata all’interno della struttura gradiscana, Stati era stato messo in isolamento in una stanza «senza riscaldamento né letto – denuncia Perrone -. Avendo protestato con veemenza per il trattamento subito, è stato violentemente percosso da sei poliziotti, svenendo e risvegliandosi nell’infermeria del Cie stesso». Il cittadino marocchino – residente a Gavardo (in provincia di Brescia) con la moglie, due figli, i genitori e i suoi sei fratelli – aveva prontamente denunciato l’accaduto, senza però poter identificare i militari in quanto «resisi irriconoscibili dalle visiere calate – ha spiegato nella sua interrogazione il consigliere -. Ciò nonostante, Stati era stato a sua volta denunciato per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale, fatto per il quale l’unico testimone oculare è stato rilasciato pochi giorni or sono avendo terminato i sei mesi nella struttura di Gradisca». Lo studio legale che cura gli interessi di Stati ha più volte avanzato alla Questura richiesta di nullaosta per un permesso di soggiorno per motivi di giustizia «senza ricevere risposta e rilevando però che la posizione processuale diviene sempre più grave a fronte di indagini che lo colpevolizzano», ha accusato Perrone. (c.s.)

AMIANTO: inizia il maxi-processo a Gorizia

da IL PICCOLO VENERDÌ, 26 MARZO 2010

 

VENTISEI IMPUTATI DI OMICIDIO COLPOSO, FRA CUI EX DIRIGENTI DEL CANTIERE NAVALE

Amianto, maxi-processo per cento morti

 

Il 13 aprile la prima udienza al Tribunale di Gorizia dopo la fusione di vari procedimenti

TRIESTE Il prossimo 13 aprile il tribunale di Gorizia darà avvio al maxi-processo per le morti d’amianto che riguardano 105 decessi di altrettanti dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, e di ditte che operavano all’interno dei cantieri navali di Monfalcone. Gli imputati sono 26, gli ex amministratori e dirigenti di Italcantieri e i responsabili delle ditte d’appalto. L’accusa per tutti è di omicidio colposo per aver omesso negli anni che vanno dal Sessanta all’Ottanta le misure di sicurezza necessarie per contenere l’esposizione all’amianto, di fornire ai dipendenti mezzi personali di protezione (mascherine e guanti) e di sottoporli a un adeguato controllo sanitario. Per questo processo si sono costituiti parte civile oltre ai familiari della maggior parte delle vittime, l’Associazione esposti d’amianto di Monfalcone, il Comune di Monfalcone, la Provincia, l’Inail e la Fiom-Cgil.

Ieri a ruolo c’erano tre procedimenti ancora distinti, che il giudice monocratico Matteo Trotta, su richiesta del pm Luigi Leghissa, ha deciso di riunire e di rinviare al 13 aprile, data in cui sono già stati fissati altri provvedimenti che andranno a così a formare un unico fascicolo.

Il maxi processo è affidato al giudice monocratico Matteo Trotta, che è anche presidente del Tribunale goriziano, mentre la pubblica accusa sarà sostenuta dal sostituto procuratore Luigi Leghissa, il magistrato giunto da alcuni mesi a Gorizia e che fin dall’inizio si è battuto per arrivare al maxi-processo.

Ci vorranno comunque un paio di udienze, dedicate alle eccezioni preliminari e alle ammissioni delle prove che verranno richieste da difesa e accusa, perché il processo possa iniziare con la deposizione dei primi testi. Si preannuncia, comunque, un processo complesso che richiederà numerose udienze per ascoltare testimoni e nel quale ci sarà anche il confronto tra le perizie dell’accusa e della difesa.

La decisione di arrivare a un maxi-processo, deciso in particolare dalla Procura della Repubblica, giunge dopo l’unificazione di diversi filoni. Già la Procura generale di Trieste, per sveltire il procedimento, aveva avocato a sè l’inchiesta riunendo diversi fascicoli aperti dalla Procura della repubblica di Gorizia dopo le denunce presentate dai familiari dei dipendenti del cantieri deceduti per mesetelioma della pleura.

Il tribunale di Gorizia ha già emesso una sentenza di condanna per il decesso di un dipendente dell’Italcantieri a Manlio Lippi, dirigente dell’ex Italcantieri. La pena a un anno di reclusione è stata poi annullata in appello, perchè l’imputato ha potuto godere della prescrizione del reato.

 

Per info sull’associazione esposti amianto:

 

www.aea-fvg.org

 

amianto mai più