1° MARZO/ Rassegna Stampa

TRIESTE (NOSTRA GALLERIA FOTOGRAFICA)

 

Il Piccolo Trieste (on line)

Sciopero immigrati, 800 in marcia
Cancellate scritte razziste in centro

I manifestanti, poco meno di un migliaio, hanno attraversato il centro della città scandendo slogan e cori. In molti sono andati alla ricerca di scritte razziste sui muri per cancellarle. Cortei anche a Udine e Pordenone

TRIESTE. Nel pomeriggio, un corteo di 700-800 persone – più di mille secondo gli organizzatori-, ha attraversato il centro della città preceduto da uno striscione con la scritta “Siamo tutti stranieri e antirazzisti”. Nel corso della manifestazione, i partecipanti sono andati “a caccia” di scritte razziste sui muri per cancellarle. Altre mobilitazioni si sono svolte a Udine, con sit-in e concerti, e a Pordenone, con un raduno nel centro cittadino.

 

 

PORDENONE

Messaggero Veneto  MARTEDÌ, 02 MARZO 2010 Pagina 3 – Pordenone

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Grido d’allarme durante “24 ore senza di noi”: «I posti di lavoro oggi scarseggiano e gli ultimi arrivati ce li soffiano»

Ieri in piazza XX settembre, oltre a sorrisi e palloncini colorati anche un messaggio forte

Gli immigrati di prima generazione «Rischiamo una guerra tra poveri»

LA MANIFESTAZIONE
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di MARTINA MILIA

Centinaia. Almeno 300, secondo la questura, gli immigrati (in prevalenza africani, magrebini, indiani) che hanno partecipato alla manifestazione.
Giallo. Il colore dei palloncini che hanno addobbato le piazze italiane – piazza XX settembre a Pordenone – in occasione della “Giornata senza di noi”
Lavoro. La perdita dell’occupazione e del permesso di soggiorno è la paura più diffusa in tempo di crisi. La mancanza di lavoro genera una guerra tra poveri.
Tante nazionalità una sola identità: immigrato. Alcune centinaia di cittadini africani, arabi, indiani (300 in tutto per le forze dell’ordine) e alcune decine di italiani ieri pomeriggio hanno occupato pacificamente piazza XX settembre per raccontare l’altra faccia dell’immigrazione, “una giornata senza di noi”. Chi ha il lavoro è arrivato a fine turno, chi quel prezioso impiego non lo ha più è arrivato fin dalle prime ore del pomeriggio. Tante le storie, una la paura: «si sta creando una guerra tra poveri perchè i nuovi arrivati sono più tutelati di chi è qui da tempo e, se perde il posto, rischia il rimpatrio».

 

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alloncini gialli – lanciati e scoppiati in segno di festa intorno alle 18.30, in contemporanea a 60 piazze italiane –, bambini, donne, uomini, si sono mescolati dopo che i giochi, i tamburi e i discorsi al microfono hanno richiamato tutti ad appropriarsi della piazza. Tra tanti colori, non solo della pelle, il giallo – quello scelto come simbolo della giornata – ha unito grandi e piccoli, italiani e stranieri, tutti insieme per riflettere sull’opportunità di stare insieme.
Alla domanda perchè sei qua oggi? la risposta ieri pomeriggio era quasi sempre la stessa: «vivo in Italia da tanto tempo ma oggi che lavoro ce n’è poco rischio di essere mandato a casa mentre chi è appena arrivato e trova impiego è più tutelato di me. Se andiamo avanti così si crea una guerra tra poveri». E di lavoro e diritti – tra un gioco per i bambini, un’esibizione di tamburi e un kebab – hanno parlato i vari intervenuti sul palco fino all’imbrunire. Sul palco mancavano le luci ma il buio non ha spento la festa e la voglia di parlare.
Il rischio di trasformare i lavoratori in clandestini è stato al centro dell’intervento del segretario provinciale della Cgil Emanuele Iodice. «Siamo tutti preoccupati dall’applicazione rigida della Bossi Fini – ha detto Iodice – perchè vorrebbe dire trasformare in clandestini molte persone che vivono qui da anni. Spingere le persone a diventare clandestini non è interesse neanche degli italiani. Il nostro sistema non può permettersi di perdere milioni di posti di lavoro nè di persone che pagano le tasse».
Un no secco alla Bossi Fini è arrivato anche da Mauro Marra (presidente dell’associazione immigrati) che, a chiusura degli interventi ufficiali, ha individuato tre priorità: «chi perde il lavoro ed è stato sfruttato per anni non può essere mandato via dopo sei mesi, serve un permesso di soggiorno di due anni per tutti»; la battaglia per tenere aperto l’ambulatorio per gli stranieri temporaneamente soggiornanti «va proseguita e se serve dobbiamo tornare in piazza»; la giornata di ieri deve essere l’inizio di un percorso comune, «quello che manca è lo stare insieme».

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Molto applaudito dalla platea il rappresentante della comunità dei Tuareg che ha invitato tutti a battere le mani «per gli italiani che oggi sono qua tra noi» e ha esortato i presenti a «essere uniti per difendere la nostra dignità. Siamo venuti in Italia per cercare una vita migliore: se non vogliono gli immigrati che ci lasciano i diamanti e il petrolio in Africa». La legge «deve essere uguale per tutti – ha aggiunto –: gli Stati Uniti sono diventati una potenza perchè hanno accettato persone di tutti i colori. Serve una società mista per lo sviluppo del mondo».
A raccontare il senso vero della manifestazione, Edi Ntumba Dinanga, del comitato Primo marzo. «Siamo qui per manifestare la nostra presenza: non siamo solo manodopera, siamo persone. Non voglio parlare dei nostri diritti bensì dei nostri doveri e per questo mi rivolgo anche agli italiani – ha detto –: vigilate sulla libertà che i vostri padri hanno conquistato e hanno tradotto nella Costituzione. Mi sono divertito a leggerla, invito anche gli italiani a farlo». Gli immigrati sono pronti a fare la loro parte «ma gli italiani devono dare l’esempio. Cosa devo fare quando sento il Primo ministro dare dei talebani ai magistrati?». Gli immigrati, ha precisato Edi, «non vengono qua per arricchirsi. Veniamo in Italia perchè cerchiamo soprattutto la libertà che nei nostri Paesi non c’è».

 

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UDINE

Il Messaggero Veneto Udine

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Immigrati e italiani in piazza:
in Friuli le leggi più razziste

di Cristian Rigo

La manifestazione anti-razzismo svoltasi in piazza Mattetotti, a Udine
La manifestazione anti-razzismo svoltasi in piazza Mattetotti, a Udine

UDINE. «Nelle scuole distribuiamo uno yogurt due volte la settimana. Vogliamo insegnare ai bambini a mangiare sano, ma con la nuova Finanziaria regionale possiamo dare questi yogurt solo a chi è residente in Fvg da almeno 36 mesi. Ma, agendo in questo modo, cosa imparano i bambini?». La risposta al sindaco Honsell l’hanno data ieri i circa 500 partecipanti al primo “ sciopero” degli stranieri.

Hanno cantato e ballato tutti con addosso almeno qualcosa di giallo, il colore simbolo del cambiamento. Stranieri e italiani. Lavoratori e disoccupati. Donne e bambini, giovani e anziani. Si sono ritrovati in piazza San Giacomo per dire «no al razzismo» e per chiedere che quei due yogurt vengano dati a tutti i bambini che ne hanno bisogno, indipendentemente dalla residenza o dalla cittadinanza. Ma anche per dimostrare che senza gli immigrati «la società italiana non funzionerebbe».

Nella sola provincia di Udine i lavoratori immigrati sono 40 mila. «Senza di loro – assicura il referente immigrazione della Cgil, Abdou Faye – molte fabbriche e negozi chiuderebbero, ma anche le scuole sarebbero in difficoltà. Basti pensare che gli stranieri iscritti alla scuola dell’obbligo sono circa 6 mila».

Ecco perché ieri tra i manifestanti le parole più gettonate erano rispetto e uguaglianza. Qualcuno ha domandato che vengano restituiti ai lavoratori stranieri costretti a tornare in patria i contributi versati per gli anni lavorati in Italia. E quando il sindaco Honsell ha ricordato il caso degli yogurt o dell’i mpossibilità di ospitare un senzatetto all’asilo notturno (a meno che non ci siano i “famosi” 36 mesi di residenza) e anche dei bonus bebé riservati ai residenti da più di 5 anni, il grido della folla si è fatto più intenso.

Un grido riassunto molto bene da un cartellone dove si leggeva: «Il Friuli non merita le leggi più razziste d’Europa». Sul fatto «che la Regione Fvg sia la più razzista» invece i manifestanti non avevano dubbi. Colpa «delle politiche razziste sul welfare» ha sintetizzato don Pierluigi Di Piazza, mentre un udinese ha preso il microfono per sottolineare «che i friulani non sono razzisti e la maggior parte della gente si vergogna quando la Lega cerca di chiudere gli ambulatori agli immigrati». Ed è proprio per quello che – ha sottolineato Di Piazza – «alle ronde il Friuli tutto ha risposto no grazie».

Per dire «no al razzismo» invece ieri sono stati lanciati in cielo centinaia di palloncini gialli e alla fine tutti i manifestanti hanno partecipato a un grande girotondo tenendosi per mano su invito dei comitati e dell’organizzatore dell’iniziativa, Hosam Aziz del Pd.

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MV Udine MARTEDÌ, 02 MARZO 2010

Pagina 3 – Udine

Abdoul: ho resistito e mi sono diplomato grazie ai professori. Ahmed: sono un carpentiere esperto, ma le aziende non mi vogliono

«Insultato a scuola per il colore della pelle»

Le storie e le speranze. «Ma l’integrazione sta facendo troppi passi indietro»

Vivono tutti a Udine da molti anni, ma secondo loro non c’è integrazione. Dicono di aver subìto sulla propria pelle episodi di intolleranza. Ma non si arrendono. Vorrebbero un impiego per vivere con dignità. La crisi economica ha fatto perdere il lavoro a molti. E rischiano di essere costretti a tornare nel paese di origine. Questa la situazione dei cittadini immigrati che ieri hanno manifestato in piazza San Giacomo. Hanno tutti storie diverse da raccontare. C’è chi lavora e chi sta ancora cercando un modo per mantenersi.
Abdoul Mdiaye ha 25 anni e vive da 10 a Udine. Si è trasferito in Friuli dal Senegal, ma quando è arrivato ha incontrato grosse difficoltà. «Ho studiato all’Enaip per diventare carrozziere – racconta – e adesso lavoro in un’officina. Ma per me è stato molto difficile. I ragazzi a scuola mi insultavano per il colore della mia pelle e stavo per lasciare. I professori mi hanno detto di resistere e alla fine mi sono diplomato». Ma c’è anche chi è senza un’occupazione da due anni, come Ibrahim Abdellwahit, sudanese: «Sono arrivato in Italia come rifugiato, perché nel mio paese la gente si ammazzava per strada. Vivo a Udine da 4 anni e sono un saldatore. Ma quasi due anni fa ho perso il mio impiego a causa della crisi e ora sono in gravi difficoltà. Porto i curriculum nelle ditte, ma soltanto una su dieci lo accetta e comunque non mi richiama».
C’è anche chi ha trovato un impiego che dà garanzie e nel suo lavoro aiuta proprio gli immigrati, come Awa Kane, senegalese, che è arrivata in piazza con la sua bambina più piccola. «Faccio la mediatrice culturale e aiuto gli extracomunitari a trovare un contatto con i distretti sanitari – racconta -. Vivo a Udine da 10 anni, ma devo dire che nelle politiche di integrazione si sono fatti grandi passi indietro». Dello stesso avviso è Fatima Diop, senegalese anche lei, che vive e lavora a Treviso da 14 anni come cameriera ai piani. «Per strada noto molto razzismo sia nei gesti sia nelle parole. Gli italiani devono capire che gli immigrati rappresentano una ricchezza». Ed è proprio questo il punto anche per Marhian Bissila, studente congolese all’università di Udine: «La situazione degli immigrati è molto deludente. L’integrazione invece deve esserci pure nei fatti». Ahmed Musa, sudanese a Udine da 8 anni, ha perso il lavoro da poco e sconsolato afferma: «Sono un carpentiere con molta esperienza, ma quando porto il curriculum non mi chiamano. Tendono ad assumere italiani, anche senza capacità. Non è più come una volta». Secondo Ahmed, il vento è cambiato. A suo avviso ci sono poche vie d’uscita.
Renato Schinko

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1° MARZO/ Trieste su youtube

Notizie flash

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Video su youtube sulla manifestazione del 1° marzo a Trieste

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ARIA/ Udine ha le scuole più inquinate d’europa

MV MERCOLEDÌ, 03 MARZO 2010 Pagina 1 – Udine
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È partito ieri mattina dalla “Mazzini” di via Bariglaria il progetto che vede la presenza in città del più importante esperto europeo in materia

Nel 2005 gli istituti udinesi erano i più inquinati

Ecco cosa respirano i bimbi in classe

Avviato il monitoraggio delle scuole per misurare polveri sottili e numerosi altri inquinanti

IL PRECEDENTE

di GIACOMINA PELLIZZARI

Nel 2005 le scuole udinesi erano le più inquinate tra quelle monitorare in Europa, a cinque anni di distanza i camici bianchi sono tornati nelle aule a misurare i livelli di inquinanti e gli effetti che questi provocano sulla salute dei bambini. Vogliono verificare, insomma, se la situazione è migliorata.
Ieri il professor Mario Canciani, l’allergologo della clinica Pediatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Santa Maria della Misericordia, assieme al collega svedese Dan Norback, il più importante ricercatore europeo sull’inquinamento, ha allestito una sorta di laboratorio volante nella scuola elementare Mazzini di via Bariglaria per prelevare campioni di aria all’interno e all’esterno dei locali e rilevare quindi la presenza delle polveri sottili, monossido di carbonio, formaldeide, biossido di azoto, ozono, funghi, batteri e allergeni. Nei prossimi giorni, le stesse rilevazioni prenderanno il via anche alla Girardini di via Judrio, Friz di via XXV aprile e Zorutti di via XXX ottobre. Complessivamente, il progetto coinvolge una quarantina di alunni sottoposti già da ieri a prove allergiche e del respiro. «Congelando il gas del respiro – spiega Canciani – vediamo se gli inquinanti producono segni di irritazione nelle vie aeree, mentre l’aumento dell’esalato segnala che i bronchi sono infiammati. Questo esame permette di capire in anticipo se un attacco d’asma è in agguato». Allo stesso modo, i bambini della Mazzini sono stati invitati a fare la spirometria per «valutare – ha aggiunto la dottoranda Francesca Saretta – i volumi polmonari. Si tratta – ha aggiunto – di un esame basilare per misurare la potenza respiratoria».
Prove indispensabili per confrontare i dati registrati nel 2005 quando alle scuole udinesi fu assegnata la maglia nera dell’inquinamento, e ripetuti nel 2007. L’auspicio è che la situazione sia migliorata anche perché a due anni di distanza dalla prima valutazione era bastato arieggiare un po’ di più i locali per veder scendere sensibilmente le sostanze inquinanti nelle aule. «In questo modo – sottolinea Canciani convinto che «la politica ambientale va modificata dal basso» – conosceremo meglio le condizioni ambientali delle scuole frequentate dai nostri bambini e potremo anche fornire alle amministrazioni locali strumenti pratici per intervenire nelle situazioni più a rischio». Il professore ricorda infatti che «spesso, per migliorare la situazione, bastano piccoli accorgimenti come aprire spesso le finestre o installare nelle classi filtri per la depurazione dell’aria».
Grazie alle attrezzature in dotazione al servizio di Allergo-pneumologia dell’università, Udine è l’unica città italiana a vantare i requisiti richiesti dal progetto europeo che coinvolge anche alcune scuole della Danimarca, della Francia e della Svezia.

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MERCOLEDÌ, 03 MARZO 2010

Pagina 1 – Udine

I campioni analizzati in Danimarca

Tutti gli scolari si sono sottoposti di buon grado agli esami clinici

Il pool di lavoro

Erano circa le 10 quando i professori Mario Canciani e Dan Norback delle università di Udine e Uppsala (Svezia), ieri, hanno varcato l’ingresso della scuola Mazzini, di via Bariglaria. Accompagnati da una dottoranda e da alcune frequentatrici, i docenti hanno tarato le attrezzature prima di sottoporre i bambini agli esami clinici. I campioni raccolti saranno inviati nei laboratori danesi e svedesi dove sarà effettuato il dosaggio di alcuni marcatori di infiammazione in grado di stabilire i fattori di rischio ambientale. «Per ottenere i risultati – ha precisato Norback – serviranno circa 14 settimane».
Oggi, alle 10, la stessa operazione sarà ripetuta nella scuola Girardini di via Judrio, domani sempre alle 10 sarà la volta della Friz di via XXV Aprile, mentre venerdì, alle 11, la stessa sorte toccherà alla Zorutti di via XXX Ottobre. I test proseguiranno fino a sabato per essere ripetuti poi dal 15 al 21 marzo.
Narback, infatti, resterà a Udine per due settimane. Il 16 marzo, alle 18, in sala Ajace, terrà una conferenza dal titolo “Inquinamento atmosferico e salute. Cosa si sa e cosa si può fare”. In quell’occasione risponderà anche alle domande del pubblico.
Narback come Canciani vuole sensibilizzare la popolazione sugli effetti dell’inquinamento sulla salute dei bambini. Tra questi prevalgono i raffreddori, le bronchiti e l’asma. Tra le sostanze inquinanti misurate dagli esperti non manca l’anidride carbonica: facendo soffiare a un bambino dentro uno speciale tubicino, infatti, i medici sono in grado di verificare se i piccoli sono venuti a contatto con fumo da sigaretta.
Il progetto è condiviso anche dall’amministrazione comunale. Non a caso l’assessore alla Qualità della città, Lorenzo Croattini, si riserva di studiare i dati per promuovere comportamenti corretti come quelli, ricorda, «previsti dal regolamento Casa clima che consiglia l’installazione negli edifici del sistema di ricambio meccanico dell’aria. Un sistema che permette lo scambio di calore tra aria in ingresso e uscita senza aprire le finestre. In questo modo la temperature interna rimane invariata». (g.p.)

 

 

 

 

 

 

LINKS siti LIBERTARI in Regione FVG

CSASCALONUOVO Udine

http://csascalonuovo.noblogs.org/


DUMBLES Friuli

http://dumbles.noblogs.org/


ZARDINMAGNETICS Udine

http://zardinsmagnetics.noblogs.org/


ECOLOGIASOCIALE Friuli

http://www.ecologiasociale.org/


GRUPPO ANARCHICO GERMINAL Trieste

http://germinalts.noblogs.org/


CIRCOLO LIBERTARIO EMILIANO ZAPATA Pordenone

http://www.zapatapn.org/


COORDINAMENTO LIBERTARIO ISONTINO Monfalcone-Gorizia

http://libertari-go.noblogs.org/

MONFALCONE/ Arrivano le FIN-GALERE !!

Fincantieri e le galere galleggianti

NO ALLE GALERE SIANO TERRESTRI GALLEGGIANTI O LUNARI!

CoOrDinaMenTo LiBerTaRiO iSonTinO

Si potrebbe vivere senza prigioni, ne siamo convinti. Sono esistite società, e ne esistono ancora (magari all’uomo tecnologico del nuovo millennio parrebbero incivili, barbare e arretrate) che fanno a meno delle galere. Ovviamente (e, con presunzione, aggiungiamo menomale), non esistono risposte certe sullo sviluppo di una società senza galere. La risposta ce la può dare solo il tempo, con la sperimentazione di gestioni sociali alternative a quella esistente, che non è né la migliore (e ci mancherebbe!), né l’unica.

Contro ogni carcere

giorno dopo giorno

perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva

 

LIBERI TUTTI!

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1° MARZO/ volantino distribuito a Trieste

Una sera dei primi d’agosto 2009 Vittorio Addesso, ispettore-capo del Centro di identificazione per immigrati (Cie) di Milano, cerca di violentare Joy,

una donna nigeriana, nella sua cella. Grazie all’aiuto di Hellen,  sua compagna di reclusione, Joy riesce a difendersi.

Qualche settimana dopo nel Cie scoppia una rivolta contro le condizioni disumane di reclusione. In quell’occasione Joy, Hellen e altre donne nigeriane vengono ammanettate,

portate in una stanza senza telecamere, fatte inginocchiare e picchiate violentemente.

In seguito alla rivolta, a Milano si è svolto un processo contro 14 donne e uomini migranti, tra cui Joy e le altre.

Durante una delle prime udienze, quando in aula entra Addesso per testimoniare, le/i migranti processati denunciano pubblicamente gli abusi quotidiani da parte di quell’ispettore-capo

e Joy trova il coraggio di raccontare del tentato stupro.

In seguito al processo, alcuni/e migranti, tra cui Joy ed Hellen, vengono condannati a 6 mesi di carcere; altri a 9 mesi.

Le ragazze vengono separate e mandate in diverse carceri, in modo da isolarle e neutralizzare la forza che hanno saputo esprimere collettivamente.

Il 12 febbraio si suicida uno dei migranti condannati in quel processo, Mohammed El Abouby, nel carcere di San Vittore. Mohammed si è suicidato in carcere

con il gas dopo avere saputo che sarebbe stato nuovamente deportato nel Cie milanese dopo la scarcerazione e questo l’ha spinto a farla finita.

L’intrappolamento nel meccanismo Cie-carcere-Cie è, infatti, uno degli aspetti del razzismo di Stato che moltiplicherà le vittime della violenza sancita per legge.

Nella notte tra l’11 e il 12 febbraio, Joy, Hellen, Debby, Florence e Priscilla sono state prelevate dalle varie carceri e  reinternate in alcuni Cie d’Italia.

Debby e Priscilla sono a Torino al Cie di C.so Brunelleschi, Florence ed Hellen al Cie di Ponte Galeria a Roma, Joy è stata rinchiusa nel Cie di Modena dove,

tra l’altro, all’entrata è previsto il sequestro dei telefoni cellulari.

In questi mesi ci sono state numerose mobilitazioni per far conoscere la vicenda di queste donne e, in generale, la situazione insostenibile nei CIE:

manifestazioni che spesso sono state attaccate dalle “forze dell’ordine” che hanno ovviamente l’interesse che questo caso non diventi di dominio pubblico.

Col pretesto della “sicurezza”, le donne migranti vengono rinchiuse in lager in cui ricatti e abusi sessuali sono all’ordine del giorno.

Col pretesto della “sicurezza” in Italia stanno verificandosi, nel silenzio generalizzato, abusi degni d’un regime fascista.


I CIE sono luoghi infernali: le galere non sono meglio, ma in questi luoghi dove non si ha alcun diritto si aggiunge la beffa che la condizione giuridica dei carcerati è quella di “ospite”.

Qui vengono rinchiusi uomini e donne che una legge razzista definisce “illegali”.
Chi ha la sventura di finire in questi inferni difficilmente ne uscirà integro. Di tutto e di più viene perpetrato sui corpi e la psiche degli “ospiti” anche se, formalmente,

nessun reato viene loro contestato se non quello di essere sprovvisti di un pezzo di carta chiamato Permesso di Soggiorno.
Sono all’ordine del giorno i tentativi di suicidio,autolesionismo estremo,tentativi di fuga e rivolte.
A questo si aggiunge una questione di genere:le donne,le donne dentro i CIE.
Spesso le prostitute rinchiuse nei CIE sono state il canonico obiettivo del maschilismo razzista.
Maschilismo razzista che si manifesta non solo nei CIE e nelle carceri, ma nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle strade. E se la donna in generale è per tanti uomini un oggetto, ancora di più lo è la prostituta, valvola di sfogo delle frustrazioni di questi “uomini”, vittime della violenza intrinseca al potere maschile e al dominio. Queste donne avevano già subito la violenza di uomini che a volte avevano lo stesso colore della pelle o la stessa nazionalità, ma che dovevano sottometterle per poterne sfruttare il corpo.

Le cronache ci parlano di queste donne quando vengono trovate cadaveri in qualche via buia o dentro un canale per essersi ribellate alla schiavitù o, addirittura, a seguito delle violenze subite da parte dei loro sfruttatori o dei loro clienti.
Ma se è volte è possibile scampare alla schiavitù della strada, per le donne immigrate non è possibile scampare alla schiavitù che le leggi sull’immigrazione vogliono loro imporre e vengono così rinchiuse nei CIE, diventando corpi che gli aguzzini si sentono in “diritto” di “usare”. Sono corpi e non persone: qualsiasi violenza è permessa.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a TUTTE le DONNE che, dentro i CIE, fuori dai CIE, dentro le carceri, fuori dalle carceri, dentro le mura domestiche, a scuola o per la strada, subiscono quotidianamente stupri e violenze di ogni genere.
Continuiamo a denunciare come l’impianto di tutte le leggi contro l’immigrazione (Turco/Napoletano e Bossi/Fini) continui a produrre brutalità, oppressione e sfruttamento.


liberamente tratto da

http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/

e da un comunicato della Commissione Antirazzista della Federazione Anarchica Italiana

www.federazioneanarchica.org/antirazzista


a cura dei compagni e delle compagne del Gruppo Anarchico Germinal

Video: il panino della libertà

clicca sulla foto per il video

 

paninodella_liberta

 

ANTIFASCISMO/ AIELLO: è meglio non fidarsi

Sembra che il proprietario del Bar di Joannis

nel Comune di Aiello abbia annullato

il concerto dei nazisti di merda di “Ultima Frontiera”,

ma potrebbe essere solo un banale trucco,

per cui è meglio non abbassare la guardia

 

ilpiccolo3marzo

ANTIRAZZISMO e SANATORIA: i giochi sporchi delle questure e del governo

Da Repubblica del 04/03/10

 

In gran segreto il governo ordina: via chi ha chiesto la sanatoria ma ha un’espulsione alle spalle
La linea dura applicata a Trieste, Riimini  e Perugia. Clemenza a Milano, Venezia e Bologna
L’ultima beffa agli immigrati spunta la sanatoria trappola
Input contraddittori dal  Viminale. Prima rassicura gli stranieri, poi avalla il giro di vite

dal  nostro inviato PAOLO RUMIZ

TRIESTE – Come criminali comuni,
magnaccia o spacciatori di droga. Gli immigrati che hanno fatto domanda
di sanatoria ma in passato non hanno rispettato un decreto di
espulsione vanno rispediti a casa.Non ovunque, ma così, come gira agli
uffici stranieri delle questure. Qua e là, alla chetichella, partendo
dalla provincia, che nessuno mangi la foglia in anticipo. Uno sì e
l’altro no, in modo che tutti restino col fiato sospeso. Funziona così
la sanatoria Maroni: inflessibile in alcune province, a maglie larghe
altrove. Una dicotomia interpretativa che colora la carta d’Italia come
le chiazze del morbillo.

Durezza a Trieste, Rimini, Perugia. Clemenza
a Milano, Venezia, Bologna e in altre province. Incertezza ovunque, di
conseguenza. La voce si è sparsa e gli immigrati si scoprono a
bagnomaria, con un contratto regolare in mano ma senza sapere ancora se
saranno espulsi o no. In gran parte africani, gli stessi che la mafia
ha preso a fucilate a Rosarno. I più visibili, quelli espulsi più di
frequente, dunque più ricattabili e di conseguenza a costo più basso
sul mercato del lavoro. L’incertezza del diritto in Italia la vedi
sulla pelle degli stranieri.

La storia si gioca negli ultimi sette
mesi, da quando parte la sanatoria Maroni. A monte, la contraddizione
insita nella precedente legge Bossi-Fini, che all’articolo 14 individua
nella mancata ottemperanza all’espulsione l’unico reato veniale del
codice per il quale è previsto l’arresto obbligatorio. Come dire: non
hai fatto niente, ma ti ficco dentro lo stesso. Di fronte a questa
incertezza del diritto, molte organizzazioni vogliono vederci chiaro. I
condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione possono fare
domanda, sì o no?

La Confartigianato di Rimini per esempio, città
che in seguito vedrà espulsioni, pone il quesito al Viminale. Ottiene
circostanziata risposta ufficiale via mail in 48 ore: la richiesta si
può fare. Data: 23 settembre 2009. Anche il buon senso dice che non può
essere altrimenti. Che cosa si deve sanare se non una precedente
illegalità? Che senso avrebbe impedire la legalizzazione di coloro che
sono stati illegali? Insomma: lasciate che le pecorelle vengano a noi
con fiducia.

Tutto sembra mettersi bene. Il ministero raccomanda alle
prefetture, che devono istruire le domande, di lavorare con larghezza.
Ovunque si instaura un clima di efficienza ecumenica. Traduttori,
mediatori culturali, rispetto. L’Italia sembra improvvisamente un altro
Paese. Ma attenzione: la raccomandazione del Viminale non avviene per
iscritto ma con telefonate dirette a ogni prefetto d’Italia. L’elettore
medio non deve sapere che questo governo tratta gli immigrati come
persone.

Ma i prefetti non si formalizzano e la macchina s’avvia.
Scatta l’emersione. Decine di migliaia di stranieri escono dalle
catacombe, trovano datori di lavoro per un contratto, spesso minimale
ma sufficiente. Pagano l’Inps e le varie tasse di regolarizzazione.
Firmano montagne di carte. Fanno lo stesso i cittadini italiani che li
hanno assunti. Ma l’ultima parola spetta alla questura, che deve
controllare la fedina degli stranieri.

E qui il clima cambia di colpo.
Alcune questure convocano gli immigrati, comunicano il respingimento
della domanda e, contestualmente, il decreto di espulsione. Il pollo è
lì, si è autoconsegnato con i documenti in mano, e viene caricato su un
aereo. La sua colpa è appunto quella individuata dalla Bossi-Fini:
avere ignorato la condanna all’espulsione. Il tutto gli viene spiegato
senza preavviso prefettizio e senza dar tempo al malcapitato di
consultare un legale. Via subito. Il caso di Trieste.

La voce gira, e
gli immigrati si organizzano, cercano patrocinio legale. Alcuni
consegnano i passaporti ai loro datori di lavoro, non si sa mai. Tutti
fiutano il trappolone, temono che la larghezza iniziale sia stata
propedeutica alla chiusura successiva. E intanto partono nuove domande
al Viminale. Il giornale di Trieste, per esempio, segnala la cosa al
ministro, il quale risponde, ma con un appunto anonimo, cioè senza
firma, compilato dalla stessa questura.

C’è scritto: la condanna per
mancata obbedienza all’espulsione è da considerarsi reato grave, tant’è
vero che comporta arresto obbligatorio. La cacciata dall’Italia è
dunque legittima. L’esatto contrario di quanto sostenuto ufficialmente
il 23 settembre. Ora nemmeno al ministero ci capiscono più niente. Gli
uffici cui fanno capo le prefettura ignorano quanto pensano e fanno al
piano di sopra gli uffici delle questure. Il marasma è tale che le
stesse questure chiedono istruzioni, vedi Pavia e Alessandria. E il
ministro risponde con appunti senza firma perché non può sostenere un
nonsenso e contraddirsi.

“Noi applichiamo la legge” dichiara il
questore di Trieste, il quale peraltro aggiunge subito dopo che il
reato in questione “può rientrare” tra quelli ostativi alla concessione
della sanatoria. “Può rientrare”, si badi bene: non “rientra”. Dunque
quell’interpretazio

ne è, per sua stessa ammissione, facoltativa. Ed è
quanto avviene, per l’appunto, in giro per l’Italia. Chi vuol mostrare
i muscoli col ministro espelle; gli altri no. E le prefetture, laddove
subalterne alle questure, si adeguano all’anarchia interpretativa.
Sulla quale sarebbe ora che il ministro si pronunciasse in prima
persona, in nome dello stato di diritto.

ANTIRAZZISMO e SANATORIA: i giochi sporchi delle questure e del governo

Da Repubblica del 04/03/10

 

In gran segreto il governo ordina: via chi ha chiesto la sanatoria ma ha un’espulsione alle spalle
La linea dura applicata a Trieste, Riimini e Perugia. Clemenza a Milano, Venezia e Bologna
L’ultima beffa agli immigrati spunta la sanatoria trappola
Input contraddittori dal Viminale. Prima rassicura gli stranieri, poi avalla il giro di vite

dal nostro inviato PAOLO RUMIZ

TRIESTE – Come criminali comuni,
magnaccia o spacciatori di droga. Gli immigrati che hanno fatto domanda
di sanatoria ma in passato non hanno rispettato un decreto di
espulsione vanno rispediti a casa.Non ovunque, ma così, come gira agli
uffici stranieri delle questure. Qua e là, alla chetichella, partendo
dalla provincia, che nessuno mangi la foglia in anticipo. Uno sì e
l’altro no, in modo che tutti restino col fiato sospeso. Funziona così
la sanatoria Maroni: inflessibile in alcune province, a maglie larghe
altrove. Una dicotomia interpretativa che colora la carta d’Italia come
le chiazze del morbillo.

Durezza a Trieste, Rimini, Perugia. Clemenza
a Milano, Venezia, Bologna e in altre province. Incertezza ovunque, di
conseguenza. La voce si è sparsa e gli immigrati si scoprono a
bagnomaria, con un contratto regolare in mano ma senza sapere ancora se
saranno espulsi o no. In gran parte africani, gli stessi che la mafia
ha preso a fucilate a Rosarno. I più visibili, quelli espulsi più di
frequente, dunque più ricattabili e di conseguenza a costo più basso
sul mercato del lavoro. L’incertezza del diritto in Italia la vedi
sulla pelle degli stranieri.

La storia si gioca negli ultimi sette
mesi, da quando parte la sanatoria Maroni. A monte, la contraddizione
insita nella precedente legge Bossi-Fini, che all’articolo 14 individua
nella mancata ottemperanza all’espulsione l’unico reato veniale del
codice per il quale è previsto l’arresto obbligatorio. Come dire: non
hai fatto niente, ma ti ficco dentro lo stesso. Di fronte a questa
incertezza del diritto, molte organizzazioni vogliono vederci chiaro. I
condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione possono fare
domanda, sì o no?

La Confartigianato di Rimini per esempio, città
che in seguito vedrà espulsioni, pone il quesito al Viminale. Ottiene
circostanziata risposta ufficiale via mail in 48 ore: la richiesta si
può fare. Data: 23 settembre 2009. Anche il buon senso dice che non può
essere altrimenti. Che cosa si deve sanare se non una precedente
illegalità? Che senso avrebbe impedire la legalizzazione di coloro che
sono stati illegali? Insomma: lasciate che le pecorelle vengano a noi
con fiducia.

Tutto sembra mettersi bene. Il ministero raccomanda alle
prefetture, che devono istruire le domande, di lavorare con larghezza.
Ovunque si instaura un clima di efficienza ecumenica. Traduttori,
mediatori culturali, rispetto. L’Italia sembra improvvisamente un altro
Paese. Ma attenzione: la raccomandazione del Viminale non avviene per
iscritto ma con telefonate dirette a ogni prefetto d’Italia. L’elettore
medio non deve sapere che questo governo tratta gli immigrati come
persone.

Ma i prefetti non si formalizzano e la macchina s’avvia.
Scatta l’emersione. Decine di migliaia di stranieri escono dalle
catacombe, trovano datori di lavoro per un contratto, spesso minimale
ma sufficiente. Pagano l’Inps e le varie tasse di regolarizzazione.
Firmano montagne di carte. Fanno lo stesso i cittadini italiani che li
hanno assunti. Ma l’ultima parola spetta alla questura, che deve
controllare la fedina degli stranieri.

E qui il clima cambia di colpo.
Alcune questure convocano gli immigrati, comunicano il respingimento
della domanda e, contestualmente, il decreto di espulsione. Il pollo è
lì, si è autoconsegnato con i documenti in mano, e viene caricato su un
aereo. La sua colpa è appunto quella individuata dalla Bossi-Fini:
avere ignorato la condanna all’espulsione. Il tutto gli viene spiegato
senza preavviso prefettizio e senza dar tempo al malcapitato di
consultare un legale. Via subito. Il caso di Trieste.

La voce gira, e
gli immigrati si organizzano, cercano patrocinio legale. Alcuni
consegnano i passaporti ai loro datori di lavoro, non si sa mai. Tutti
fiutano il trappolone, temono che la larghezza iniziale sia stata
propedeutica alla chiusura successiva. E intanto partono nuove domande
al Viminale. Il giornale di Trieste, per esempio, segnala la cosa al
ministro, il quale risponde, ma con un appunto anonimo, cioè senza
firma, compilato dalla stessa questura.

C’è scritto: la condanna per
mancata obbedienza all’espulsione è da considerarsi reato grave, tant’è
vero che comporta arresto obbligatorio. La cacciata dall’Italia è
dunque legittima. L’esatto contrario di quanto sostenuto ufficialmente
il 23 settembre. Ora nemmeno al ministero ci capiscono più niente. Gli
uffici cui fanno capo le prefettura ignorano quanto pensano e fanno al
piano di sopra gli uffici delle questure. Il marasma è tale che le
stesse questure chiedono istruzioni, vedi Pavia e Alessandria. E il
ministro risponde con appunti senza firma perché non può sostenere un
nonsenso e contraddirsi.

“Noi applichiamo la legge” dichiara il
questore di Trieste, il quale peraltro aggiunge subito dopo che il
reato in questione “può rientrare” tra quelli ostativi alla concessione
della sanatoria. “Può rientrare”, si badi bene: non “rientra”. Dunque
quell’interpretazio

ne è, per sua stessa ammissione, facoltativa. Ed è
quanto avviene, per l’appunto, in giro per l’Italia. Chi vuol mostrare
i muscoli col ministro espelle; gli altri no. E le prefetture, laddove
subalterne alle questure, si adeguano all’anarchia interpretativa.
Sulla quale sarebbe ora che il ministro si pronunciasse in prima
persona, in nome dello stato di diritto.