OPERAI/ Lotta dura contro Fincantieri

10.000 in Piazza a Genova

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GUERRA E RIVOLTE: arrivano i mercenari

Da Il Manifesto del 18/05/11

Negli Emirati un esercito segreto per il Medio Oriente e il Nordafrica

La formazione militare, sostenuta dagli Usa, è promossa da Erick Prince, fondatore della Blackwater, la società di contractors usata dal Pentagono in Iraq e Afghanistan, ora ridenominata Xe Services

Nella Zayed Military City, un campo di addestramento in una zona desertica degli Emirati arabi uniti, sta nascendo un esercito segreto che verrà impiegato non solo all’interno, ma anche in altri paesi del Medio Oriente e Nordafrica. Lo sta costruendo Erick Prince, un ex commando dei Navy Seals che nel 1997 fondò la Blackwater, la maggiore compagnia militare privata usata dal Pentagono in Iraq, Afghanistan e altre guerre. La compagnia, che nel 2009 è stata ridenominata Xe Services (per sfuggire alle azioni legali per le stragi di civili in Iraq), dispone negli Stati uniti di un mega-campo di addestramento in cui ha formato oltre 50mila specialisti della guerra e della repressione. E ne sta aprendo altri.

Ad Abu Dhabi Erick Prince ha stipulato, senza apparire di persona ma attraverso la joint-venture Reflex Responses, un primo contratto da 529 milioni di dollari (l’originale, datato 13 luglio 2010, è stato reso pubblico ora dal New York Times). Su questa base è iniziato in diversi paesi (Sudafrica, Colombia e altri) il reclutamento di mercenari per costituire un primo battaglione di 800 uomini. Vengono addestrati negli Emirati da specialisti statunitensi, britannici, francesi e tedeschi, provenienti da forze speciali e servizi segreti. Sono pagati 200-300mila dollari l’anno, le reclute ricevono 150 dollari al giorno. Una volta provata l’efficienza del battaglione in una «azione reale», Abu Dhabi finanzierà con miliardi di dollari la costituzione di una intera brigata di diverse migliaia di mercenari. Si prevede di costituire negli Emirati un campo di addestramento come quello in funzione negli Stati uniti. Principale sostenitore del progetto è il principe ereditario di Abu Dhabi, Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan, formatosi nell’accademia militare britannica Sandhurst e uomo di fiducia del Pentagono, fautore di un’azione armata contro l’Iran. Il principe e l’amico Erick Prince sono però solo esecutori del piano, che è stato sicuramente deciso nelle alte sfere di Washington. Quale sia il suo reale scopo lo rivelano i documenti citati dal New York Times: l’esercito che nasce negli Emirati condurrà «speciali missioni operative per reprimere rivolte interne, tipo quelle che stanno scuotendo il mondo arabo quest’anno».

L’esercito di mercenari sarà dunque usato per reprimere le lotte popolari nelle monarchie del Golfo, con interventi tipo quello effettuato in marzo dalle truppe di Emirati, Qatar e Arabia saudita nel Bahrain dove hanno schiacciato nel sangue la richiesta popolare di democrazia. «Speciali missioni operative» saranno effettuate dall’esercito segreto in paesi come Egitto e Tunisia, per spezzare i movimenti popolari e far sì che il potere resti nelle mani di governi garanti degli interessi degli Stati uniti e delle maggiori potenze europee. E anche in Libia, dove il piano Usa/Nato prevede sicuramente l’invio di truppe europee e arabe per l’ «aiuto umanitario ai civili». Qualsiasi sia lo scenario – o una Libia «balcanizzata» divisa in due territori contrapposti, a Tripoli e Bengasi, o una situazione di tipo iracheno/afghano dopo il rovesciamento del governo di Tripoli – si prospetta l’uso dell’esercito segreto di mercenari: per proteggere impianti petroliferi di fatto in mano alle compagnie europee ed Usa, per eliminare avversari, per mantenere il paese debole e diviso. Sono le «soluzioni innovative» che, nell’autopresentazione, la Xe Services (già Blackwater) si vanta di fornire al governo statunitense.

TRIESTE: solidarietà ai lavoratori del porto in lotta

Da Il Piccolo del 25/05/11

Scattata la denuncia per i 30 dipendenti della Cooperativa

 

Segnalazione della Digos alla Procura per i reati di violenza privata e interruzione di pubblico servizio

 

di Corrado Barbacini

 

Varchi bloccati, informativa-segnalazione in procura e al di fuori del porto, soprattutto sulle Rive, il caos assoluto con centinaia di Tir fermi in un disordine pazzesco.

 

Questa è la situazione al terzo giorno di sciopero. Ieri mattina dagli uffici della Digos è stata inviata una denuncia per i reati di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Nel mirino della polizia sono finiti i lavoratori della cooperativa Primavera, si parla di una trentina di persone, che da venerdì impediscono l’ingresso dei mezzi nello scalo.

 

Lo sciopero potrebbe dunque avere anche serie conseguenze giudiziarie. Infatti nei prossimi giorni gli investigatori della Digos identificheranno chi materialmente aveva bloccato gli ingressi. «Atti inevitabili», hanno spiegato informalmente ieri in questura proprio mentre era in corso la riunione in prefettura per bloccare la situazione di paralisi.

 

«È diventata una questione di ordine pubblico e anche di igiene», ha commentato preoccupato un doganiere in servizio al varco di Riva Traiana. Fuori, sul piazzale davanti alla sua postazione da tre giorni stazionano non meno di duecento Tir. Altri bisonti sono bloccati lungo Passeggio Sant’Andrea dalle pattuglie della Municipale. E ancora Tir, pronti all’imbarco, sono stati fatti fermare, dai vigili urbani e dalla polizia marittima, sul Molo Settimo e altri ancora inviati all’autoporto di Fernetti. Un migliaio di mezzi in appena 48 ore. Ma ieri attorno a mezzogiorno la polizia stradale ha indirizzato i bisonti ultimi arrivati verso al parcheggio della Grandi motori, a San Dorligo davanti allo stabilimento.

 

«È da tre giorni che siamo qui in attesa di essere imbarcati – dice un camionista turco parlando in tedesco – e i disagi sono veramente tanti». Spiega che l’unica toilette disponibile è quella all’interno dell’area Samer. E allora come fate? Risposta: «Ci arrangiamo come possiamo in questa situazione. Non c’è altra possibilità. Per esempio a volte andiamo a fare i nostri bisogni anche dietro ai camion, ma è chiaro che tutto questo è uno schifo». Un altro sempre in tedesco conferma: «Non ci possiamo nemmeno lavare. Di docce non se ne parla. Non ho mai visto una situazione del genere. Non capisco perché abbiano scelto Trieste come scalo. Ci sono tanti altri porti».

 

Così i camionisti passano il tempo bivaccando in una sorta di villaggio. Abbassano il pannello metallico che scende a metà del rimorchio e lo usano come tavolo. Sopra ci mettono il fornello e le pentola con l’acqua per far bollire il tè turco. Qualche sedia da campeggio attorno.

 

Un altro autista commenta: «Ora possiamo solo aspettare e sperare che questa situazione finisca al più presto. Ma qui è un caldo insopportabile. Non so fino a quando riusciremo a resistere».

 

 

Porto bloccato, gli armatori turchi sospendono la linea

 La decisione è a tempo indeterminato, le navi sono dirottate su altri scali. Intanto lo sciopero dei lavoratori è stato prolungato

 

di Riccardo Coretti

 

Traghetti turchi della Samer sospesi a Trieste a tempo indeterminato, sciopero prolungato fino alle 8 di domattina e armatori internazionali già attivi col passaparola per dirottare le navi su altri scali.

 

Queste le pesanti novità della giornata di ieri per il porto di Trieste, ancora bloccato in tutte le sue attività principali dalla protesta dei lavoratori, in disaccordo con i terminalisti e non soddisfatti di quanto proposto dal documento firmato lunedì sera in Prefettura. Non è bastato dunque l’impegno di organizzazioni sindacali, Autorità portuale e prefetto che, assieme ai rappresentanti dei terminalisti, hanno tentato di far coincidere le richieste dei lavoratori con quanto previsto dalla “legge sui porti”. Un soggetto unico (Agenzia) che raccolga chi è impegnato oggi nei lavori più pesanti e garantisca tariffe fissate per legge e indennità per le giornate di “mancato avviamento al lavoro”. La creazione di questo soggetto deve però essere vagliata dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti, e proprio per questo l’Authority si è impegnata a contattare la Direzione ministeriale competente, fissando al 14 giugno un nuovo incontro con i rappresentanti dei lavoratori.

 

Il Molo VII pieno di contenitori e desolatamente vuoto di uomini era ieri l’immagine più emblematica, assieme al caos di Tir nei pressi del terminal ro-ro con la Turchia, di quanto sta accadendo in uno dei più importanti scali italiani. Anche grazie all’opera della Protezione civile e all’impiego di tutti gli uomini a disposizione dell’Authority, la situazione è rimasta sotto controllo con la distribuzione – proseguita anche la notte scorsa – di oltre un migliaio di “pacchi pranzo” (compresi quelli adeguati per le persone di religione musulmana) e centinaia di bottigliette d’acqua. Una quindicina di wc chimici sono stati installati nelle aree prive di servizi e occupate da centinaia di Tir.

 

Nel frattempo proprio gli armatori turchi, presenti lunedì a Trieste per una serie già programmata di incontri, hanno deciso di sospendere la linea con Trieste a tempo indeterminato. Ad annunciarlo lo stesso Enrico Samer, a capo della società che gestisce il traffico ro-ro. «Ieri mattina stavamo per iniziare a operare ma la cooperativa con la quale abbiamo il contratto non si è presentata nonostante l’accesso al Porto fosse libero. Una nave è stata spostata a Capodistria, ne abbiamo altre 8 da lavorare ma la linea è stata spostata su Tolone, in Francia, mentre i titolari delle imprese di trasporto sono stati invitati ad utilizzare le vie terrestri per raggiungere la nostra città».

 

«Una mazzata, uno tsunami per il porto. La situazione è gravissima: Msc ha mandato una nave a Capodistria, una è all’ancora e se ne sta andando a Ravenna, un’altra nave ha cancellato Trieste». Non ha parole a sufficienza per esprimere la preoccupazione della categoria Edoardo Filipcic, presidente dell’Associazione agenti marittimi. «La rete internazionale degli armatori è informata di quanto sta accadendo e non stanno più prendendo prenotazioni a Trieste, deviando i traffici nei porti vicini dell’Adriatico o nel Nord Europa. Nel corso delle trattative sono stati sconfessati i sindacati – prosegue Filipcic – e la nostra categoria si chiede cosa stia succedendo e perché non intervengano le autorità. Non abbiamo una risposta sul perché stia proseguendo lo sciopero dopo l’offerta fatta ai lavoratori. Chi vuole lavorare dovrebbe poterlo fare, ormai è un problema di ordine pubblico. In questi tre giorni è stato distrutto il lavoro degli ultimi tre anni di sacrificio. Gli armatori non riporteranno le navi a Trieste».

 

Dialoghi e trattative per cercare una soluzione fra agenti marittimi e spedizionieri da un lato e Prefettura (e forze dell’ordine) dall’altro sono proseguiti sino a sera con un lungo doppio vertice al palazzo del governo, come riferiamo qui a fianco.

PORDENONE CONTRO IL NUCLEARE E PER I BENI COMUNI

Foto dell’iniziativa
nonuke

SABATO 28 maggio
villanova PORDENONE

presso AREA POLISPORTIVA

di via Pirandello

CONCERTO NO NUKE

e per i Beni Comuni


dalle 16.00 aLLE 23.00 SUONERANNO

guarda il video promo

Contro la privatizzazione dell’Acqua

e di tutte le risorse primarie,

in solidarietà col popolo Mapuche

in lotta contro gli interessi dell’ ENEL,

per la socializzazione dei beni

comuni.

 

Malciki (rock ‘n’ roll da strada)
Muttleys (PUNK HC)
Furry Tales (ROCK)
Slang for Drunk (PUNK)
Matatu Express (FREE JAZZ)
Sagra del Tritono (PROGRESSIVE SPERIMENTALE)


si prosegue con Dj SET

ENTRATA LIBERA

BANCHETTI CON
DISTRIBUZIONE LIBRI E RIVISTE
REFERENDUM ACQUA E NUCLEARE
OFFERTA CIBO E BEVANDE
interventi liberi e mostre

per info e contatti: ilpn@autoproduzioni.net

UDINE/ Happening No Nuke sabato 4 giugno

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Udine Sabato 4 giugno

in Piazza XX Settembre

dalle 17.oo alle 21.oo

Suoni, eventi, interventi

contro i potenti

e i loro servi dementi

a cura di:

Centro Sociale Autogestito in esilio

Movimento Studentesco Udinese

Gruppo Ecologia Sociale

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NOTAV: foto e volantino del presidio a Trieste per la Val Susa

Una ventina di NOTAV ha partecipato al presidio di ieri in piazza Unità indetto dal Comitato NOTAV di Trieste e del Carso in solidarietà alla Val Susa in lotta.

Dopo il presidio un gruppetto si è spostato a volantinare fuori dal teatro Verdi dove si svolgeva un confronto pubblico fra i candidati per il Comune  e la Provincia, suscitando interesse e discussioni.

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Questo il volantino distribuito.

 

 

DA TRIESTE ALLA

 

VALSUSA…

 

L’ALTA VELOCITA’ NON

 

PASSERA’!

 

Oggi siamo di nuovo in piazza per manifestare tutta la nostra solidarietà ai Comitati NOTAV che in ValSusa, proprio in questi giorni, si stanno nuovamente battendo contro la devastazione del proprio territorio.

Nonostante quello che dicono TV e giornali, il movimento NOTAV è ancora forte, radicato e determinato a impedire la costruzione di questa megaopera inutile, costosissima e devastante per l’ambiente.

Tutti gli studi fatti hanno dimostrato che in Italia la TAV non serve a migliorare i trasporti delle merci e delle persone.

Nonostante ciò, le lobby politico-affaristiche proseguono dritte per la propria strada per mangiarsi l’incredibile mole di denaro pubblico con cui verrà finanziata l’opera.

Nel frattempo le ferrovie esistenti continuano ad andare in rovina, i prezzi aumentano e i pendolari vedono peggiorare di giorno in giorno il servizio.

Anche da noi i progetti della tratta Ronchi-Trieste-Divaccia vanno avanti con gran dispendio di soldi pubblici.

Se venisse approvato il progetto, tutta la nostra provincia verrebbe devastata dai lavori per costruire decine e decine di km di gallerie.

Abbiamo già visto nel Mugello (in Toscana) le conseguenze dei lavori per le gallerie per l’alta velocità: decine di corsi d’acqua prosciugati, terreni dissestati e un generale degrado ambientale che in quella regione non ha precedenti e per cui sono già scattati processi per danni ambientali e le prime condanne.

Proprio perché non ci facciamo ingannare dalla propaganda di chi sostiene la TAV (fatta solo di slogan e false promesse, ma mai di dati reali e studi seri), abbiamo promosso in numerosi paesi del Carso ma anche in vari quartieri in città iniziative pubbliche per fa conoscere a tutti/e la situazione.

Siamo a fianco dei comitati NOTAV della Val Susa e di Torino perché la battaglia è la stessa: stesse le ragioni, stessa la voglia di lottare in prima persona, stessa la scelta di non rimanere in silenzio.

SOLIDARIETA’ AI VALSUSINI E AI TORINESI

 

IN LOTTA

 

Comitato NOTAV di Trieste e del Carso

Per contatti: notavtriestecarso@gmail.com

Per seguire le lotte in Piemonte: www.notav.eu

NOTAV: grande successo dell’assemblea a Visogliano-foto e report

Oltre un centinaio di persone ha partecipato ieri sera all’incontro informativo sulla TAV organizzato dal “Comitato Per Ceroglie”. Si trattava della prima iniziativa sul tema di questo comitato popolare che raccoglie abitanti di vari paesi di questa zona del Carso e che si batte anche contro il progetto di un elettrodotto della Terna. Il comitato è nato da poco ma già da alcune settimane bandiere NOTAV capeggiano fuori da numerose case della zona e anche in cima ad alcuni monti.

All’entrata della sala il comitato ha allestito un banchetto per una raccolta firme contro l’alta velocità,  la vendita di bandiere e adesivi NOTAV e volantinando materiali provenienti dai comitati NOTAV della Val Susa.

Le relazioni dei tre relatori (membri dei comitati NOTAV di Trieste e della Bassa Friulana) sono state seguite con molto interesse. Fra gli interventi durante il dibattito un’altro membro del Comitato NOTAV di Trieste e del Carso ha fatto un applauditissimo intervento di solidarietà alla Val Susa in lotta che dimostra come opporsi a questi mega-progetti è possibile. Unica nota stonata della serata l’intervento del sindaco uscente che ha fatto la parte del notav rivendicando i presunti meriti della sua amministrazione. Non è stato contestato ma di sicuro è stato l’intervento meno applaudito.

Una serata importante foriera di nuovi sviluppi per la lotta NOTAV in provincia di Trieste

Info-action reporter

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NUCLEARE/ Molto interessante: Francia i precari dell’atomo

 

28 maggio 2011

 

Stanchezza e paura: i precari dell'atomo

Da il Corriere della Sera

LA DENUNCIA

Stanchezza e paura: i precari dell’atomo

Un libro racconta la vita dei giovani con contratto interinale cui è affidata gran parte della manutenzione delle centrali nucleari francesi

MILANO – Li chiamano in tanti modi: «nomadi del nucleare», «carne da neutroni». Affidano la propria vita alla tenuta stagna di tute soprannominate — con amara ironia — «Mururoa», l’atollo polinesiano devastato dagli esperimenti nucleari francesi. Vivono nell’angoscia di superare «il limite», i famigerati 20 millisievert di tolleranza annua, perdendo così il treno del prossimo contratto. Convergono su coordinate precise, come stormi di uccelli migratori, «per le tre o cinque settimane che dura un arresto periodico di reattore, con la sua manutenzione e la ricarica di combustibile», scrive Elisabeth Filhol in La centrale, fenomeno letterario del 2010 in una Francia che — ancor prima di Fukushima — si trova a fare i conti con le ombre lunghe delle 19 centrali disseminate sul suo territorio: 58 reattori, a fornire il 76,2% del fabbisogno nazionale.

RISCHIO COSTANTE – All’ombra delle torri cilindriche, con i loro pennacchi di fumo bianco, le roulotte e i motel dove si rintanano a smaltire stanchezza e paura i precari dell’atomo. Oltre ventimila interinali delle radiazioni, che — racconta a Libération José Andrade, tra i veterani della viande à radiations — si beccano «l’80 per cento delle dosi» che toccano a chi lavora nei reattori. Per loro, nessun monitoraggio nei laboratori specializzati dell’Edf (Electricité de France), gestore delle centrali: solo «normali» controlli del medico del lavoro. Precarietà sanitaria, precarietà contrattuale. «Le agenzie interinali spuntano attorno alle centrali come funghi, dopo mesi di ristrettezze ci si lascia conquistare dalla facilità: si entra e si firma». Uno stipendio tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese, e il rischio costante di «raggiungere la dose». Come Yann, il protagonista del romanzo della Filhol, uscito in Italia (Fazi) proprio nel 25° anniversario della catastrofe di Cernobyl, e a un mese e mezzo dal disastro di Fukushima.

Elisabeth Fillol (Web)
Elisabeth Fillol (Web)
CHOC – «Ma il progetto è nato nel 2007 da un articolo pubblicato su un giornale locale, sul suicidio di tre lavoratori della centrale nucleare di Chinon sur la Loire. Abito a 60 chilometri da lì. Fino a quel momento, l’immagine che ne avevo era quella di un’industria ad alta tecnologia: persone iperspecializzate, ottime condizioni di lavoro». Elisabeth Filhol, classe ’65, analista finanziaria, occhialini da intellettuale e capelli dalla scriminatura rigorosa, per la sua opera prima è partita da qui, «dallo choc che ho avuto quando ho realizzato che per Edf il guadagno era diventato una priorità a scapito della sicurezza di uomini e installazioni». La questione, dice, «in Francia è stata molto poco affrontata dai media, nonostante sociologi e medici facciano suonare un campanello d’allarme da almeno 15 anni». Finché, nell’arco di pochi mesi, ecco arrivare nei cinema d’Oltralpe il documentario «R.A.S. — Nucléaire. Rien à signaler» (Nucleare. Niente da segnalare) di Alain de Halleux, e sugli scaffali delle librerie, il suo romanzo. PRECISIONE CHIRURGICA – Il pubblico ha scoperto così quello che la Filhol definisce «un universo parallelo, la vita da nomadi di coloro che lavorano nelle centrali, i legami di solidarietà che li uniscono, i rischi ai quali si espongono». Che, nel suo libro, sono descritti con precisione chirurgica: i 310 gradi che sono «la temperatura dell’acqua nel circuito primario», i 75 metri dei piloni del gruppo turboalternatore, i 45 centimetri di diametro della botola per entrare nel generatore, i 2-3 minuti del tempo massimo d’intervento. «Dagli anni Sessanta in poi, la questione del nucleare ci è stata sottratta dagli specialisti. Ci presentano le centrali come scatole nere delle quali è impossibile comprendere il funzionamento. Perfino i politici ne sono intimiditi. E noi, cittadini comuni, accettiamo la politica energetica che ci viene imposta. Riappropriarsi della tecnologia, farne una materia letteraria, è un passo che permette di fare nostra una questione che ci riguarda tutti», sostiene la Filhol.

SUBAPPALTI E RESPONSABILITA‘ – Ma c’è un’altra questione pubblica, altrettanto invisibile, che attraversa in filigrana tutto il romanzo: il precariato. «La maggior parte dei precari non sono invisibili, nel servizio pubblico li incrociamo tutti i giorni». Nel nucleare, però, è — era — diverso. «E nel caso specifico della manutenzione delle centrali, è un dato certo che il sistema dei subappalti favorisce la precarietà». Yann e i suoi compagni portano sulle spalle «il peso dell’obbligo di fare il proprio lavoro il meglio possibile in condizioni via via più degradate. E una delle conseguenze del sistema del subappalto “a cascata”, il vero scandalo, è che perfino in un’industria come il nucleare c’è un continuo trasferimento di responsabilità dall’alto al basso della piramide». Dopo Fukushima, tutto questo fa ancora più paura. «Il rischio di un incidente nucleare provocato da una catastrofe naturale è senza dubbio meno elevato qui che in Giappone, ma esiste. Un sisma, o una tempesta seguita da un’inondazione come nel caso della centrale di Blayais, sull’estuario della Gironda, nel 1999. Quel giorno abbiamo sfiorato la catastrofe. Ma non dimentichiamo che una delle prime cause di incidente è l’errore umano. E il modo in cui si gestisce oggi la manutenzione delle centrali aumenta considerevolmente il rischio».

Gabriela Jacomella
27 maggio 2011(ultima modifica: 28 maggio 2011)

NUCLEARE/ La Germania abbandona

Il Corriere 30 maggio 2011

 

La Germania dice addio al nucleare

La Germania dice addio al nucleare

13:56 ESTERI Le centrali verranno fermate tutte entro il 2022: gran parte dei reattori disattivati entro il 2011

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La Repubblica 30 maggio 2011

In Germania addio al nucleare
L’ultimo reattore spento nel 2022

Berlino è la prima potenza industriale a rinunciare del tutto all’atomo (video) che attualmente copre il 22% del suo fabbisogno energetico. Dei 17 impianti chiusi dopo Fukushima, 8 non saranno più riattivati

NOTAV: appello dalla Val Susa alla solidarietà

Questo è un appello di una compagna anarchica torinese impegnata, assieme a tanti altri compagn*, da sempre nel movimento NOTAV. Ci pare importante pubblicare il suo appello.

Cari compagni, care compagne,

questo è un appello. Un appello alla solidarietà, un appello alla lotta.
In quest’angolo di nord ovest si sta giocando una partita durissima, una
partita di libertà, che va ben al di là del treno ad alta velocità che
vogliono imporre, costi qual che costi.
Il Tav in Italia ha sostituito il sistema imploso con tangentopoli: tutti
hanno le mani in pasta, nessuno vuole farsi sfilare la torta da sotto il
naso.
Nella settimana appena trascorsa i No Tav hanno presidiato il territorio
giorno e notte, piazzando tende, erigendo barricate, cucinando insieme la
pasta, discutendo il da farsi. E aspettando. Aspettando che arrivi la
polizia a sgomberare tutti. In questa settimana i giornali si sono
scatenati. Chiaro lo scopo: criminalizzare e dividere.
Giovedì a Bussoleno si è svolta una grande assemblea popolare: il
movimento No Tav è deciso a resistere e fa appello a tutti perché vengano
a dare man forte alla Maddalena di Chiomonte.
Qui trovate il video dell’assemblea di giovedì:
http://www.ustream.tv/recorded/14975687
http://www.ustream.tv/recorded/14976323

Non possiamo sapere quando arriveranno, anche se abbiamo delle ipotesi. I
giorni e le notti a rischio sono quelle di domenica (dalla notte), lunedì
e martedì. Dopo, visto l’avvicinarsi del lungo fine settimana del due
giugno, pare improbabile.
Ieri industriale e politici hanno chiesto unanimi botte e sangue.
Bonino ha dichiarato esplicitamente che “non ci sono regole di ingaggio”.
In merito vi copio sotto il link ad un articolo di NuovaSocietà:
http://www.nuovasocieta.it/attualita/27076-tav-pronta-la-militarizzazione-della-val-di-susa.html

Chi può venga su a darci man forte. Se non potete venire fate iniziative
nelle vostre città e paesi.

Vi aspettiamo.