SCIENZA/ E adesso?

Mentre il Pianeta Terra muore ecco che degli “idioti bio-tecnologici” hanno creato la cellula artificiale.

Articolo contro le mistificazioni

Costruita la prima cellula artificiale

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CIE DI GRADISCA: un’altra fuga di massa!

LIBERI TUTTI!!!!

LIBERE TUTTE!!!

 

 

Dal Messaggero Veneto

21-05-10

 

Clandestini in fuga dal Cie: diciannove sono ripresi

 

Gradisca GRADISCA. In 36 tentano la fuga, in 17 riescono a far perdere le proprie tracce. Dopo i nove nordafricani riusciti a scappare dalla struttura a inizio maggio nuova evasione di massa al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di via Udine, per giunta con la stessa dinamica. Stando alle prime ricostruzioni, il piano di fuga sarebbe scattato poco prima delle 3 di ieri mattina, quando gli immigrati clandestini hanno forzato una delle grate in ferro posizionate nell’atrio di una delle camere. Una volta aperto il varco, il rapido e agevole accesso al tetto della struttura, lo scavalcamento della prima recinzione e, dopo pochi metri, quello della recinzione esterna. Per 17 clandestini, come detto, tentativo riuscito mentre per altri 19 il sogno di libertà è stato vanificato dal repentino intervento delle forze dell’ordine impegnate nel servizio di vigilanza, riuscita a bloccarli proprio mentre questi si apprestavano a scavalcare la recinzione perimetrale della struttura. Tra i 17 fuggiaschi riusciti a dileguarsi nella campagna retrostante al Cie risulterebbe anche il tunisino che, dopo essersi reso protagonista di diversi atti di autolesionismo, lo scorso 8 maggio si era cucito la bocca con ago e filo reperiti in un magazzino della struttura, rendendo necessario il suo trasporto al pronto soccorso di Gorizia. Non ancora confermata, invece, la notizia che la fuga sarebbe partita da una camera che, in quel momento, ospitava ben 39 immigrati, di varie etnie, a fronte di una capienza predisposta di otto persone. (ma.ce.)

 

Dal Piccolo

21/05/10

In 40 salgono sui tetti del Cie, 17 fuggono

 

GRADISCA Rinchiusi in 40 in una stanza da otto, sono riusciti a fuggire dal Cie. È iniziata così la seconda evasione di massa dalla struttura per immigrati in appena due settimane. L’episodio si è verificato nella notte fra mercoledì e giovedì, attorno alle 3. Ancora una volta gli immigrati rinchiusi nel Cie – in larga parte tunisini – sono riusciti ad arrampicarsi sul tetto del complesso e a tentare la fuga lanciandosi oltre il muro di cinta, nel vuoto, da oltre 4 metri d’altezza: questa volta è andata bene a 17 di loro, riusciti a far perdere rapidamente le proprie tracce nella campagna circostante avvolta dall’oscurità. Le ricerche che ne sono seguite non hanno prodotto risultati. Più o meno altrettanti, 19, sono stati invece immediatamente ripresi dalle forze dell’ordine. Nella notte fra il 5 e 6 maggio erano riusciti a darsi alla macchia in nove. Ma questa volta, oltre che per i numeri, l’evasione è clamorosa anche per la ricostruzione che ne è stata fatta nel primo pomeriggio di ieri. Un folto gruppo di clandestini, sembra in tutto 39, di etnia maghrebina e apparsi particolarmente “caldi” nelle ore precedenti, sarebbe infatti stato rinchiuso in una stanza da appena 8 posti allo scopo di limitarne le velleità di rivolta e – chissà – le possibilità di fuga. E invece la scelta si è rivelata un’arma a doppio taglio. I nordafricani – altro fatto incredibile – sono riusciti a raggiungere il tetto forzando la stessa, medesima grata utilizzata nella fuga di due settimane prima. Si tratta di un pertugio collocato in una sorta di atrio d’ingresso della cella vera e propria. Quella grata l’hanno forzata facendo leva tutti assieme, a turno, probabilmente anche grazie a qualche spranga nascosta con cura nella stanza. A quel punto, hanno agevolmente avuto accesso al tetto della struttura e hanno potuto portarsi in un attimo davanti all’ultima barriera, lasciandosi andare nel vuoto prima di correre a perdifiato nella notte. Fra loro anche l’immigrato che nei giorni scorsi si era cucito per protesta la bocca con ago e filo, venendo ricoverato d’urgenza al nosocomio goriziano. A differenza di altre occasioni, nessuno ha rimediato conseguenza nel volo oltre il muro di cinta. Solo l’immediato intervento della vigilanza, invece, ha scongiurato un’evasione più massiccia. «Essere riusciti a riprenderne la metà è già un ottimo risultato per come si era messa la situazione», riflette il segretario provinciale del Sap, Angelo Obit. Che pone l’accento sulle responsabilità dell’ente gestore, il consorzio Connecting People: «Non solo la scelta di rinchiudere 40 immigrati in una stanza da otto persone si è rivelata un autogol, anche perchè il tutto è avvenuto nello stesso atrio di due settimane prima – afferma – ma la decisione non era neppure stata comunicata al personale deputato alla sorveglianza esterna. Solo la prontezza delle forze dell’ordine ha limitato i danni: bloccare tutti i fuggitivi sarebbe stato fisicamente impossibile». (l.m.)

 

NO TAV/ Report da Strasburgo

NO TAV. Le 1500 firme raccolte in Regione, a sostegno della Petizione presentata al Parlamento Europeo, sono state consegnate a Strasburgo. Il bello è che …

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CIE DI GRADISCA: groviera o colabrodo?

Dal Piccolo del 24/05/10

Cie meno sicuro, terza fuga in pochi giorni

 

di LUIGI MURCIANO GRADISCA Cie-groviera, terza fuga in pochi giorni al centro immigrati di Gradisca. E i lavori che dovrebbero scongiurarle latitano da un anno. A soli tre giorni dalla maxi-evasione di 17 clandestini, l’altra notte il copione dietro il muro della ex Polonio si è ripetuto. Questa volta sono riusciti a darsi alla macchia in sette, tutti nordafricani, mentrte 14 sono stati ripresi dalla forze dell’ordine subito allertate. Le modalità più o meno sono sempre le stesse: viene forzata una grata nell’atrio della stanza, si accede al tetto, e da quel punto scavalcare le barriere e fare un volo di quattro metri prima di dileguarsi nella campagna circostante borgo Trevisan è un gioco da ragazzi. Possibile che una struttura costata ai contribuenti 17 milioni di euro sia così vulnerabile? Secondo Angelo Obit, segretario del Sap – il sindacato autonomo di Polizia – la situazione è gravissima. Non bastavano le mille tensioni interne, le continue sommosse, gli operatori della Connecting People tenuti praticamente in ostaggio dai clandestini, la totale anarchia di alcuni padiglioni della struttura. Ora si prospetta un’estate di fughe continue. «Tutti da piccoli abbiamo giocato a guardie e ladri – sorride amaro Obit – ma nessuno di noi pensava, in età adulta, di dover anche rincorrere il clandestino arrampicatore in fuga. È lo sport che sta prendendo piede al Cie. La realtà – prosegue – invece vede una struttura che opera con una riduzione del 36% rispetto alla capienza ufficiale e con i sistemi di sicurezza accecati, con “leggerezze” nella gestione da parte di qualcuno che invece dovrebbe coadiuvare le Forze dell’ordine e con barriere che non si è ancora fatto nulla per rendere invalicabili». «Siamo al paradosso – denuncia Obit – quelle barriere si scavalcano al massimo in sette secondi. Nel frattempo gli operatori delle forze di polizia in servizio nella parte più esterna della struttura cercano di bloccare quanti più fuggitivi possono, ma è fisicamente impossibile quando i numeri sono elevati». Eppure è da mesi che il Sindacato autonomo di polizia suggerisce di alzare le barriere rivestendole internamente di plexiglass così da non consentire il loro scavalcamento. «In alternativa, internamente, prima delle barriere potrebbe essere scavato un fossato da rivestirsi in gomma così da evitare che qualcuno si faccia male». Ma c’è anche di peggio. I lavori di ripristino dei sistemi anti fuga sono congelati da oltre un anno. L’iter mancherebbe dell’approvazione del Capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, a causa del trasferimento del prefetto Mario Morcone a direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità. Insomma, a Roma non c’è più chi decide. Obit prosegue: «Forse si sta aspettando che qualcuno si faccia veramente male per prendere atto delle condizioni del Cie?» e rilancia: «Perché non si pensa ad utilizzare la struttura interamente come Cara, specializzandolo nell’accoglienza dei richiedenti asilo?».

 

Dal Messaggero Veneto del 24/05/10

Cie colabrodo , altri sette clandestini in fuga

 

GRADISCA. Sette fuggiti, 14 ripresi, di cui 5 mentre cercavano di dileguarsi nella campagna limitrofa. È il bilancio dell’ultima fuga di massa dal Cie di Gradisca, la terza negli ultimi 10 giorni, che ha fatto salire a 33 il numero degli immigrati clandestini riusciti a far perdere le proprie tracce. Coinvolti, stavolta, quasi una quarantina di extracomunitari irregolari che, intorno alle 18.45 di sabato, sono riusciti a guadagnare il tetto della struttura di via Udine adottando la stessa strategia dei precedenti tentativi, ovvero arrampicandosi nell’atrio di una stanza e forzando una grata posizionata a protezione del soffitto. Dalla copertura della struttura in 21 sono riusciti a saltare la prima inferriata e raggiungere la recinzione perimetrale del Cie, ultimo ostacolo prima della libertà superato da 12 immigrati. Immediato, però, l’intervento delle forze dell’ordine che sono riuscite a bloccarne 14 proprio mentre si accingevano a scavalcare la recinzione. Reazione tempestiva che ha fatto desistere una ventina di clandestini, che hanno preferito rinunciare e rientrare dal tetto nelle loro stanze. Immediate anche le perlustrazioni da parte delle forze dell’ordine nella campagna limitrofa che, nel giro di pochi minuti, ha consentito la cattura di altri 5 extracomunitari. Una fuga, al di là dei numeri, arrivata a confermare la fragilità del sistema anti-evasione della struttura di via Udine, come ha ricordato in una nota la segreteria provinciale del Sap (Sindacato autonomo di Polizia). «Tutti, da piccoli, abbiamo giocato a guardie e ladri, ma nessuno di noi pensava, in età adulta, di dover anche rincorrere il clandestino arrampicatore in fuga. È lo sport che sta prendendo piede al Cie di Gradisca, che qualcuno ancora definisce struttura per il trattenimento. La realtà, invece, vede una struttura che opera con una riduzione del 36% rispetto alla capienza ufficiale e con i sistemi di sicurezza accecati, con “leggerezze” nella gestione e con barriere che non si è ancora fatto nulla per renderle invalicabili. Il risultato è chiaro agli immigrati temporaneamente ospitati nella struttura i quali, senza nemmeno troppo ardire, tentano la fuga. Come? Traendo beneficio dall’assenza di correttivi efficaci o da inspiegabili “errori umani”: salgono sui tetti per poi lanciarsi direttamente su uno dei lati e raggiungere così le barriere per scavalcarle, e siamo al paradosso, in massimo sette secondi. Nel frattempo gli operatori delle forze di Polizia in servizio nella parte più esterna della struttura ne trattengono quanti possono, guardando altri andarsene. È da mesi che il Sap suggerisce di alzare le barriere, rivestendole internamente di plexiglass, così da non consentire il loro scavalcamento ma nulla è stato fatto anche per ripristinare il sistema anti-intrusione, le telecamere non funzionanti e la revisione delle altre». (ma.ce.)

UDINE: no alla discriminazione di genere

NO ALLA DISCRIMINAZIONE DI GENERE

In occasione della giornata nazionale contro l’LGTB fobia l’Arci di Udine ha affisso ai muri della nostra città dei manifesti che ritraevano baci di coppie omosessuali.

Nella notte tra il 18 e il 19 maggio il signor Pezzetta ha intrapreso la “lodevole crociata” di eliminazione dei suddetti manifesti, oscurandoli con dei cartelloni bianchi. Il fatto è stato rivendicato dal politico friulano il giorno seguente sui giornali, accompagnato dalla frase .

Frasi di questo genere ci fanno ricordare che nonostante sia stato sconfitto 65 anni fa il fascismo continua a serpeggiare negli angoli più bui della società.

Durante la stessa sera anche il gruppo neofascista Utinum et patriam ha deciso di combattere questa guerra santa in onore dell’ “unica vera famiglia cristiana”.

Ancora una volta, pochi mesi dopo le scritte apparse in città contro l’assessore comunale Enrico Pizza, gruppi fascisti agiscono impuniti.

Questi sono da considerarsi gesti di estrema inciviltà e discriminazione verso persone viste dalla destra e dalla chiesa come “diverse”.

Noi, come movimento studentesco ci sentiamo indignati di fronte a queste ingiustificate azioni discriminatorie e omofobe: dimostrano come a Udine ancora si verificano episodi di intolleranza che alle volte sfociano addirittura in minacce e pestaggi.

Finche questa situazione persisterà, continueremo a denunciare e opporci a queste manifestazione di odio.

Udine, 21/05/2010

MOVIMENTO STUDENTESCO UDINE

 

www.studentiudine.org

 

NO TAV/ Bagnaria Arsa: La Serracchiani apre ai Comitati … o ai Commissari?

Il Gazzettino 13 giungo 2010

Alberto Landi
Intenso, partecipato dibattito in Bagnaria Arsa, durato circa tre ore, dell’europarlamentare Debora Serracchiani con la popolazione, organizzato dal Pd locale. Sul tappeto i grandi problemi infrastrutturali che gravano sulla piccola comunità. Compresi quelli conosciuti come “casello autostradale di Palmanova” ed “interporto e scalo ferroviario” di Cervignano che riguardano in buona parte sempre il territorio di Bagnaria. Dopo l’introduzione del segretario locale del Pd, Tiussi, è stato il consigliere di minoranza Felcher ad illustrare la complessa situazione di Bagnaria, prigioniera di tre linee ferroviarie a sud e nel suo interno, ad ovest ed est, ed a nord dai lavori per la terza corsia. Ai quali pagheranno dazio il territorio ed i tanti cittadini interessati agli espropri.
Ai raggi X il “cosa, perché e come”, relativi alla necessità dell’AV/AC, soprattutto in considerazione che attualmente è in funzione una sola coppia di treni, mentre per le merci il discorso è, obiettivamente, più complesso abbracciando i porti dell’alto Adriatico e l’auspicato trasferimento da gomma a rotaia. La presenza in sala di diversi “addetti ai lavori” o a conoscenza dei fatti, quali l’ex sindaco di Bagnaria, Piero Cecconi, e l’urbanista ed ex consigliere d’amministrazione di Autovie Venete, Maurizio Ionico, del presidente del Comitato No Tav, Giancarlo Pastorutti e di qualche ferroviere, ha messo legna sul fuoco della discussione. A partire dal “j’accuse” ai vertici regionali anche passati, per il metodo della “compensazione” usato nel tentare di superare gli ostacoli dei vari comuni per arrivare alla fine a sentir dire da Ionico, e confermato dalla Serracchiani, che la progettazione è  sospesa perché mancano i soldi. Per la Serracchiani il “corridoio quinto” è una necessità così come il “corridoio baltico” la cui intersezione, guarda caso, interessa ancora Bagnaria Arsa.
L’attuale situazione di stallo consente, comunque, di ricercare soluzioni migliorative delle quali anche il Comitato No Tav potrebbe farsi interprete in un prossimo incontro tecnico promesso dalla Serracchiani, “senza bisogno di polemizzare sulla stampa”.

(Domenica 13 Giugno 2010)

 

 

 

 

 

 

 

NO TAV: la tav continua ad arrancare… fermiamola definitivamente!

Da Il piccolo

LUNEDÌ, 14 GIUGNO 2010

 

CORRIDOIO 5: DOMANI IL VICEMINISTRO CASTELLI NEL FVG

Capodistria-Divaccia, la Slovenia sta correndo

In autunno i lavori del raddoppio ferroviario. Sarà operativo nel 2017. In ritardo il troncone Venezia-Trieste

di MARCO BALLICO

 

TRIESTE Il viceministro Roberto Castelli arriva domani in missione sulla tratta ferroviaria transfrontaliera Trieste-Divaccia, quella su cui, la scorsa settimana alla conferenza di Saragozza, Italia e Slovenia hanno stretto un “patto a due” per garantirne il decollo, con tanto di impegno per un organo esecutivo comune da attivare entro il prossimo ottobre.

Ma, in attesa di sviluppi concreti, il memorandum d’intesa siglato dai ministri dei Trasporti di Francia, Italia, Slovenia e Ungheria, con la benedizione di Laurens Jan Brinkhorst coordinatore europeo del progetto prioritario 6, e del vicepresidente della commissione Sim Kallas, contiene anche un inequivocabile riassunto: mentre la sezione Venezia-Trieste “is lagging significantly behind” (è in forte ritardo), la Slovenia corre, eccome corre.

Debora Serracchiani, membro della commissione Trasporti dell’Europarlamento, rincara la dose: «La Slovenia corre a prescindere dall’Italia». E conferma che il memorandum, nella pagina in cui fa il punto della situazione sull’avanzamento dei progetti, “certifica i ritardi del nostro Paese”.

Il testo denuncia in particolare il ritardo della Venezia-Trieste, a fronte di tutta una serie di operazioni slovene. La costruzione della nuova linea ferroviaria Divaccia-Capodistria, si legge, inizierà entro novembre 2010 e si concluderà nel 2017. Per questo scopo, il Parlamento sloveno ha adottato lo scorso aprile una legge che sblocca le operazioni di finanziamento. I lavori, si spiega ancora nel memorandum di Saragozza, sono già iniziati con la realizzazione di un nuovo sistema di segnalazione e il riammodernamento della stazione merci di Capodistra (probabile conclusione nel 2011). E ancora si stanno progettando le sezioni tra Divaccia e Lubiana e da Lubiana al nodo ferroviario di Zidani Most.

La Serracchiani punta in particolare il dito sul solito problema Veneto, il vero e proprio “buco” italiano del Corridoio 5, riconfermato in ogni caso nella città spagnola tra le priorità europee. Quindi, da finanziare.

«Il ministro Altero Matteoli – afferma l’europarlamentare del Pd – ha certamente fugato i dubbi che i precedenti incontri bilaterali con il viceministro Castelli avevano aperto ma, siglando il memorandum e quel punto della situazione, ha certificato che l’Italia sta segnando il passo. In particolare in Veneto dove, in assenza di un progetto, si è bloccata ogni decisione essendo sempre vive le tentazioni di un percorso lungo la costa. Una scelta che determinerebbe conseguenze non irrilevanti pure in Friuli- Venezia Giulia, posto che la nostra Regione si era accordata sul tracciato adiacente al percorso autostradale».

Questioni che ritorneranno sul tappeto domani in occasione della visita di Castelli. Il viceministro e l’assessore regionale alla Viabilità e Trasporti Riccardo Riccardi incontreranno a Divaccia il segretario di Stato sloveno ai Trasporti Igor Jakomin. Della delegazione italiana faranno anche parte l’ambasciatore d’Italia a Lubiana Alessandro Pietromarchi, il capo del dipartimento Infrastrutture del ministero Domenico Crocco, i responsabili di Rete ferroviaria italiana Matteo Triglia e Luca Bernardini.

«Il ministero delle Infrastrutture, la Repubblica di Slovenia e la stessa Regione – ricorda Riccardi – avevano concordato già negli scorsi mesi l’esigenza di verificare un’ipotesi progettuale lungo la cosiddetta direttrice alta, nell’ambito di una fascia territoriale tra Trieste-Villa Opicina-Sesana-Divaccia, evitando in tal modo l’attraversamento in sotterraneo di Trieste e ovviamente comprendendo anche tutte le tratte accessorie e funzionali al porto di Trieste».

MONFALCONE/ Come si respirava l’amianto nelle navi nei Cantieri

Il Piccolo MARTEDÌ, 15 GIUGNO 2010


«Ecco come si respirava l’amianto sulle navi»

Il drammatico racconto dei testimoni nel maxi-processo per la morte di 85 lavoratori del cantiere

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C’è chi, tra la decina di testi chiamati ieri a deporre al maxi-processo ripreso ieri al Tribunale di Gorizia, ha raccontato che tagliava l’amianto ma ne aveva scoperto solo dopo la pericolosità. Chi, ancora, lavorando sulle navi in costruzione, dovendo intervenire sulle tubazioni, staccava i rivestimenti in eternit. Altri, ancora, hanno raccontato che, a fine turno, spazzolavano le tute, per poi portarle a casa a lavare. E respiravano la fibra a pieni polmoni. È stata una lunga giornata quella di ieri, all’udienza del processo che vede imputati 41 tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, a causa dell’esposizione all’amianto nello stabilimento di Monfalcone. L’udienza, alla fine, è stata riaggiornata al 29 giugno.
Ieri, dunque, la parola è passata agli ex lavoratori, anche ex colleghi a vario titolo delle vittime. Una decina, da tempo in pensione. Avevano iniziato per lo più a lavorare negli anni Sessanta, fino agli anni Ottanta, qualcuno anche fino agli anni Novanta. Un ex lavoratore si è presentato in aula con un respiratore, per le precarie condizioni di  salute. I testi sono stati sottoposti ad una lunga trafila di domande, sia da parte della pubblica accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Valentina Bossi e Luigi Leghissa, sia dai legali delle parti civili. Quindi, è seguito il controinterrogatorio dei difensori degli imputati. Interrogativi, dunque, per scandagliare la realtà del cantiere dell’epoca. Non tutti i testimoni sono stati in grado di ricostruire con esattezza le circostanze, rispondendo con un «non ricordo».
Non sono mancate le obiezioni procedurali, avanzate dalle difese. Gli interrogativi erano sostanzialmente volti a comprendere le condizioni di lavoro nelle quali operavano le maestranze. È stato chiesto quali fossero le misure di sicurezza adottate in cantiere. S’è posta l’attenzione anche sull’aspetto legato alla prevenzione. E, ancora, è stato chiesto se c’erano impianti localizzati di aspirazione. Si è discusso altresì sui tempi di esposizione ai materiali, come pure sulla tempistica in ordine ai controlli sanitari. Le parti civili hanno insistito molto, tra l’altro, sull’aspetto informativo inerente le caratteristiche e la pericolosità dell’amianto. «Il quadro che si è tratteggiato – ha spiegato l’avvocato Paolo Bevilacqua, che rappresenta una delle parti civili – è che, in qualche modo, c’era consapevolezza di uno stato di disagio, di condizioni di lavoro per le quali non c’era però un’informazione specifica. Quindi, la pericolosità dell’amianto non era chiara. Ciò che è emerso è il fatto che le garanzie di sicurezza erano pochissime». Il controinterrogatorio delle difese ha spaziato dai controlli in azienda e sanitari, alla presenza in cantiere dei responsabili della sicurezza. (la.bo,)

NOTAV: novità importanti sulla Trieste-Divaccia

Da Il piccolo del 16/06/10

 

Trieste-Divaccia, trovata l’intesa sul tracciato

Castelli incontra Jakomin: accordo prima delle ferie. Su 30 chilometri più di 20 in galleria
DELLA TAV
IL NODO
Decisivo il sopralluogo tecnico italo-sloveno sulla tratta del Corridoio 5. Irrisolto il raccordo con lo scalo giuliano

dall’inviato
GIULIO GARAU


DIVACCIA C’è l’intesa tra Italia e Slovenia sulla tratta ferroviaria di alta velocità/alta capacità tra Trieste e Divaccia, i tecnici si sono messi d’accordo sul congiungimento dei binari sul confine e Roma e Lubiana sono pronte a firmare il protocollo di intesa. Anzi, ora entrambe hanno fretta: non si può rischiare di perdere i benefici della Ue. «C’è la possibilità di sottoscriverlo già prima delle ferie estive» dichiara ai giornalisti il viceministro ai trasporti italiano, Roberto Castelli imitato a pochi metri di distanza dal segretario di Stato sloveno ai Trasporti Igor Jakomin. «Lo facciamo prima dell’estate – ripete davanti ai microfoni – manca solo l’ultima riunione tecnica per chiudere tutti i punti in maniera definitiva». Trenta i chilometri totali di ferrovia tra Aurisina e Divaccia, oltre 20 dei quali interamente in galleria.
Rapporti tornati ottimali ora tra Italia e Slovenia. La cruciale giornata si chiude alle 14 passate con un pranzo tutti assieme alla Gostilna Risnik di Divaccia (famosa per la carne della vicina macelleria) compresa la delegazione delle Ferrovie guidata dal responsabile della direzione investimenti di Rfi (rete ferroviaria italiana), Matteo Triglia. Resta ancora un problema irrisolto, non c’entra con il tratto prioritario, ma è rilevante per il trasporto logistico: il collegamento tra il porto di Trieste e quello di Capodistria. Sei chilometri soltanto, ma tra Roma e Lubiana le posizioni sono ancora distanti: la Slovenia è concentrata a correre sul collegamento tra il suo porto e Divaccia. «Non ne abbiamo parlato – spiega Jakomin – oggi abbiamo trovato l’accordo sulla Trieste-Divaccia. Per il futuro del collegamento tra i due porti non mi pronuncio, non ho la sfera magica di cristallo».
Sollevato e soddisfatto l’assessore regionale ai trasporti Riccardo Riccardi che in questi mesi ha cercato di cucire quello che appariva incucibile.
«C’era il rischio di trovarsi di fronte a un’altra Val di Susa – commenta – e alla fine è stato trovato il percorso migliore anche se si tratta di una soluzione delicata soprattutto per il Carso visto che il percorso sarà sostanzialmente tutto in galleria. Grazie al ministro Castelli è stata valutata questa proposta di tracciato alta che ha trovato il consenso di tutti». Sereno in volto anche Jakomin: «L’ultima proposta di tracciato è quella migliore per trovare una soluzione, è quella che ci trova più favorevoli – ribadisce il sottosegretario – è il percorso più veloce dove i treni potranno andare a 250 km orari, la migliore tecnicamente, quella più corta e soprattutto quella meno costosa. Mancano solo gli ultimi dettagli con una riunione tra i tecnici, prima dell’estate siamo pronti a firmare l’accordo».
Quelli prossimi saranno giorni caldissimi, il 24 a Roma, annuncia lo stesso Riccardi, è in programma un vertice con il Coordinatore europeo del progetto prioritario 6 Laurens Jan Brinkhorst. La progettazione della tratta, nelle tre fasi (preliminare, definitiva ed esecutiva) deve essere conclusa entro il 2012 e i cantieri dovranno essere aperti entro il 2013.
Ne hanno parlato a lungo Castelli, Jakomin assieme a Riccardi e Triglia nel sopralluogo fatto ieri sulla tratta. Prima l’incontro ad Aurisina dove c’erano anche il sindaco Giorgio Ret e l’assessore regionale alle relazioni internazionali Federica Seganti. Poi il viaggio su uno speciale treno, un Minuetto, fino a Opicina. Da lì, tutti assieme in macchina sino a Divaccia. «Siamo al punto finale, abbiamo trovato la soluzione – conclude Castelli – dopo tanto lavoro e tre percorsi c’è quello giusto. C’è grande condivisione tra italiani e sloveni e Lubiana è molto contenta. In tempi brevi firmeremo l’accordo, se siamo bravi prima delle ferie estive».

ARIA/ Udine Critical Mass

CRITICAL MASS!

Udine oggi. Traffico nelle strade, smog, aria calda e puzzolente, motori rabbiosi che vibrano nel cervello, urla di automobilisti in eterno ritardo.
Questa è la società dell’automobile, del petrolio e della guerra.

Contro l’AUTO-distruzione, per una città più verde e vivibile, per una cultura nuova dove la sostenibilità ambientale e sociale vengano prima del profitto e del “progresso”

SABATO 19 GIUGNO ore 17.00 Piazza Libertà – Udine

Porta una bici e i tuoi amici!

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