Sempre meno importanza da parte della stampa
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Messaggero Veneto GIOVEDÌ, 03 MAGGIO 2012 Pagina 38 – Provincia

Il lavoro pensando a chi non ce l’ha
Cervignano, la festa del primo maggio affronta i nodi della crisi economica
CERVIGNANO La tutela del lavoro, la difesa dei diritti dei lavoratori, la crisi occupazionale che sta interessando la regione, ma anche i costi e i privilegi della politica. Questi i temi affrontati durante la Festa del Lavoro. Non è mancata la polemica contro la scelta di alcuni negozi di rimanere aperti il primo maggio e lo scorso 25 aprile. Impossibile non notare gli striscioni della Fisascat regionale che contestavano le aperture festive. Migliaia le persone che hanno preso parte al corteo, aperto dai carri trainati da cavalli e da ventuno trattori seguiti dalla banda. Un evento condiviso da numerose amministrazioni della Bassa, dai sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Cia) e dalle associazioni di categoria. Diciotto i sindaci che hanno sfilato per le vie del centro assieme a centinaia di rappresentanti dei comitati, da Legambiente ai No Tav passando per il Comitato per la vita del Friuli rurale. Immancabili l’Auser, Spi Cgil, il coordinamento donne Spi Cgil Udine, la camera del lavoro di Udine e la Fiom. Sul palco di piazza Indipendenza si sono alternati Alessandro Forabosco della Cgil, Gilbert Ulian, sindaco di Duran (paese francese dove tutti i cittadini discendono dagli emigranti di Ruda), il sindaco Pietro Paviotti, Giuliano Pozzar per la Cia, il segretario confederale della Uil, Paolo Carcassi, e il segretario regionale dell’Anpi, Luciano Rapotez. Il sindaco Paviotti, emozionato alla sua ultima apparizione in pubblico come sindaco, ha aggiunto: «Il Primo Maggio di Cervignano è una festa unica. Lo è per la grande partecipazione popolare e per la presenza dei trattori. Per me stata una grande emozione parlare su questo palco per dieci anni. Lunedì abbiamo presentato un libro dedicato al Primo Maggio a Cervignano, una storia che scriviamo tutti gli anni». Giuliano Pozzar, per la Cia, ha portato in piazza i problemi degli agricoltori. «Stiamo aspettando la direttiva nitrati – ha commentato – sono stati spesi 200 mila euro per studi di settore e ancora non ci sono risultati. Inoltre non ci sono i dati sulle fasce tampone per le semine vicino ai corsi d’acqua. E’ difficile lavorare così». Paolo Carcassi ha concluso: «Anni di conduzione irresponsabile hanno minato i fondamenti della nostra economia. Questo Governo ci impone tanto rigore ma nessuna equità e non c’è nessuno sviluppo. Bisogna incidere sui tagli alla politica. Infine chiediamo che i recuperi dell’evasione fiscale vadano ai lavoratori e ai pensionati». Elisa Michellut
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Il Piccolo 3 maggio
Primo Maggio contro i maxi-centri aperti
I sindacati a Cervignano: a troppi lavoratori si è preclusa la possibilità di festeggiare la ricorrenza
CERVIGNANO
«Le aperture domenicali dei negozi
sono un cancro da curare
prima che vada in metastasi».
Sprezzante la provocazione dei
sindacati al Primo Maggio di
Cervignano, di cui si fa portavoce
il segretario regionale della
Fisascat-Cisl, Paolo Duriavig,affiancato
dai rappresentnati isndacali
della Uiltucs e Filcams-
Cgil. Alla manifestazione
cervignanese ha tenuto banco
la contestazione ai centri commerciali,
rimasti aperti anche il
giorno della festa dei lavoratori.
Non poteva che essere così, a
due passi dall’Outlet di Palmanova
e al Conforama di Bagnaria,
che si sono presentati al Primo
Maggio entrambi con le
porte spalancate. «A troppi lavoratori
si preclude la possibilità
di festeggiare questa ricorrenza
– tuona Claudio Moretti della
Uiltucs -, senza ottenere risultati:
aumentando i precari si abbassa
solo la capacità di acquisto
delle famiglie», mentre Abdou
Faye della Filcams-Cgil calca
sulla necessità di «restituire
ai lavoratori la possibilità di stare
almeno un giorno alla settimanacon
la propria famiglia».
Il fronte della battaglia si sposta
poi davanti all’Outlet, dove
Rifondazione comunista
“armata” di volantini tenta di
rallentare l’ingresso, come spiega
il consigliere regionale Roberto
Antonaz. «Peccato che i
responsabili dei punti vendita
si siano detti contenti di festeggiare
il primo maggio lavorando,
in un momento in cui di lavoro
non ce n’è», replica il direttore
dell’Outlet, Luigi Villa. Ma
a Cervignano il Primo Maggio è
molto di più. Ci sono 18 sindaci,
compreso Furio Honsell di Udine,
la banda, una ventina di
trattori e quest’anno sono tornati
pure i carri trainati dai cavalli.
«La benzina costa e Monti
mi ha ridotto la pensione – dice
Lucio Furlan -, sono venuto a
cavallo perché siamo tornati indietro
di 50 anni». Più
“carnevalesca” la scelta di 25
fiumicellesi (22 uomini, 3 donne
tra cui un fisarmonicista e
due bambini), tutti su un carro
trainato dai cavalli per omaggiare
il corteo filmato da Zigaina
nel 1953. Tante le sigle, tra cui il
Comitato per la lotta del rriuli
rurale (contro la terza corsia e
l’elettrodotto Redipulgia– Udine
Ovest) e i No Tav: «Quale lavoro?
La Tav è un sistema di tangenti
legalizzata. Dalla Val di Susa
alla Bassa friulana, resistere,
resistere, resistere», urla al megafono
Paolo De Toni. Il palco è
(per l’ultima volta) del sindaco
Pietro Paviotti, poi del segretario
confederale della Uil, Paolo
Carcassi, di Giuliano Pozzar della
Cia e del segretario regionale
dell’Anpi, Luciano Rapotez.
«Dove c’è agricoltura di qualità,
c’è vita di qualità. La crescita
non è cementificazione» pungola
Pozzar. «Di fronte alla manovra
lacrime e sangue – ammonisce
Carcassi – chiediamo
con forza un cambiamento per
uscire dalla crisi più dura dal
’29».

Dal Piccolo del 07/05/12
Rigassificatore, Pdl e Fli bocciano il referendum
Una grande manifestazione pubblica da organizzare indicativamente nella seconda metà di giugno e in cui chiamare a raccolta rappresentanti istituzionali, tecnici, esperti e cittadini. È l’iniziativa a cui sta lavorando il Comune di Muggia che, proprio oggi, renderà note le prime coordinate di quello che si annuncia come un appuntamento imperdibile per i sostenitori del fronte del no al rigassificatore. «L’idea – spiega Nerio Nesladek – è riprendere e rilanciare in grande il percorso avviato con il presidio sotto il palazzo della Regione. Un momento per tornare a far sentire le nostre voci». di Maddalena Rebecca Irricevibile e demagogica per alcuni, utile e auspicabile secondo altri. La proposta di indire un referendum sul rigassificatore lanciata da Roberto Antonione, leghisti e bandelliani – convinti che questa sia l’unica carta in grado di “costringere” la Regione a tener conto dell’orientamento del territorio -, divide la politica e incassa in qualche caso anche bocciature particolarmente sonore. I giudizi più critici, com’era prevedibile, arrivano dai vecchi compagni di squadra di Antonione, quegli esponenti del Pdl che forse non hanno ancora perdonato all’ex sottosegretario agli Esteri l’uscita dal partito e il passaggio, sia in Parlamento sia in Comune, al Gruppo misto. «Quella di Antonione – taglia corto Piero Camber – è un’idea vecchia e superata. La richiesta di un referendum sul rigassificatore è già stata avanzata in passato (nel 2006, per iniziativa di un gruppo di ambientalisti tra cui l’allora consigliere dei Verdi Alessandro Metz ndr) e bocciata dal Comitato dei garanti del Comune. Riproporre oggi soluzioni già dichiarate inammissibili ieri, quindi, non ha alcun senso». Sulla stessa linea anche Bruno Marini. «Parlare di referendum in questo momento mi sembra demagogico – commenta il consigliere regionale Pdl -. La volontà popolare si può invocare solo quando si hanno tutti gli elementi a disposizione. Al momento, invece, resta grande incertezza su molti aspetti chiave dell’operazione di Gas Natural: dalle ricadute occupazionali alle eventuali royalties per il Comune». Contrario all’opzione Antonione anche l’ex sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia: «Quando in ballo ci sono questioni strategiche come l’approvvigionamento energetico, non si può procedere a colpi di referendum – afferma l’esponente di Fli, da sempre a favore del rigassificatore -. Le consultazioni popolari, infatti, risentono dell’emotività del momento e non si basano mai sulle reali conoscenze». Per trovare toni più concilianti e posizioni più favorevoli, bisogna spostarsi sul fronte opposto, precisamente in casa Pd. «Un referendum sul rigassificatore: perché no? – commenta il consigliere comunale Mario Ravalico -. La contrarietà al progetto è stata già espressa in maniera forte e chiara dal Consiglio comunale, ma su una materia così pregnante non vedrei nulla di strano nel chiedere un pronunciamento dei cittadini. Questo non significa cedere a logiche populiste: di fronte ad argomenti decisivi per il futuro della città, il referendum può essere legittimamente indetto». «Il Pd – concorda il consigliere regionale Sergio Lupieri – deve essere in prima linea qualora si decida di ricorrere al referendum, per far capire una volta di più alla Regione che Trieste è contraria al progetto Gas Natural. La consultazione darebbe indubbiamente più forza al no istituzionale già espresso». Disponibile a ragionare sull’ipotesi anche Roberto Cosolini. «Di per sé il voto del Consiglio comunale è stato così chiaro che potrei considerare il referendum anche superfluo – osserva il sindaco -. Ma se fosse necessario lanciare un segnale ancora più netto, condividerei sicuramente la proposta di Roberto Antonione». Ancora più deciso, infine, l’appoggio del primo cittadino di Muggia. «Mi fa piacere sia stata avanzata questa proposta, che testimonia l’esistenza di una perplessità “trasversale” – chiarisce Nerio Nesladek -. Ogni iniziativa lanciata in questo senso è la benvenuta. È vero che tutte le assemblee elettive si sono già dichiarate contrarie. Ma è altrettanto vero che il referendum potrebbe rappresentare un ulteriore, utile strumento per far sentire la nostra voce. A patto, però, di indirlo per tempo»
06/05/12
«Referendum per ribadire il no al rigassificatore»
Non solo il rigassificatore in golfo. Nell’elenco dei “progetti distruttivi” caldeggiati da Tondo, Sel e Idv inseriscono anche l’Azienda unica regionale per i servizi sanitari e la fusione di Acegas Aps. «Tutte e tre le proposte – ha affermato il dipietrista Paolo Bassi – danneggerebbero Trieste sul piano ambientale e della conservazione dei livelli occupazionali. L’idea di creare un’azienda sanitaria unica, in particolare, ci sembra la chiara manifestazione di una volontà di favorire i privati a scapito del pubblico». Sull’ipotesi di fusione dell’Acegas Aps con altre aziende del settore, Bassi ha ricordato poi che «l’azienda è di proprietà di Trieste e il Consiglio comunale è l’unico soggetto che può deciderne il futuro, in quanto azionista di maggioranza». Ancora più dura la posizione del capogruppo di Sel in Comune Marino Sossi (in foto): «Tondo continua a usare la motosega, come ha fatto in Val Rosandra. Sta distruggendo l’Ass di Trieste, la cui esperienza riconosciuta, specie in tema di salute mentale, a livello nazionale e internazionale. La proposta di spostamento a Udine della sua Direzione chiude da subito ogni discussione – ha sottolineato – e il nostro no è deciso. Evidentemente la città non è elettoralmente appetibile. Quanto all’ipotesi di una fusione di Acegas Aps con altre grandi aziende, di cui abbiamo avuto notizia dalla stampa e di cui sarebbe artefice il presidente Massimo Paniccia – ha aggiutno Sossi – non ci risulta che lo stesso abbia avuto un mandato in tal senso dal cda. Acegas Aps è un’azienda di proprietà pubblica, perciò una scelta così importante fatta in autonomia dal presidente non è accettabile». Infine un accenno alla Ferriera: «Bisogna predisporre al più presto un piano di riconversione serio». (u.s.) di Maddalena Rebecca Il no convinto al rigassificatore di Zaule espresso dal Consiglio comunale di Trieste non è bastato. Il parere contrario della Provincia e dei Comuni minori, nemmeno. Il governatore Renzo Tondo, paladino del progetto di Gas Natural, continua infatti a perorarne la causa, ignorando l’orientamento degli enti locali. Come muoversi, quindi, per riuscire a far valere sul serio le ragioni del territorio? Semplice, giocando la carta del referendum. Una di quelle “armi” capaci di far male, specie in periodo preelettorale. È la proposta ad effetto lanciata dall’ex presidente della Regione e ora consigliere comunale del Gruppo Misto Roberto Antonione, sostenuto nell’occasione da nuovi “alleati”: Franco Bandelli e Alessia Rosolen di Un’Altra Trieste, e Maurizio Ferrara e Roberto De Gioia della Lega. «È venuto il momento di stanare le incongruenze a cui stiamo assistendo – afferma Antonione -. Tondo e il governo centrale hanno il dovere di prendere atto della contrarietà di Trieste al rigassificatore. E se non intendono farlo, non resterà che indire un referendum che consenta di informare i cittadini su tutte le possibili ripercussioni dell’opera. Chi ha responsabilità istituzionali deve confrontarsi con la gente e agire alla luce del sole». Una stoccata, questa, rivolta all’Autorità portuale. «Il suo silenzio non è più accettabile – continua l’ex candidato sindaco del centrodestra -. Finora il Porto non si è mai chiaramente espresso, forse proprio perché stava sotterraneamente trattando per portare a casa quel rigassificatore che la città non vuole. Stimolare il dibattito in vista di un referendum, consentirebbe finalmente di capirne la strategia». Perché la soluzione invocata da Antonione si realizzi, c’è bisogno però del sostegno anche delle altre forze politiche. Oltre a “bandelliani” e leghisti – come detto, d’accordo con il parlamentare sulla necessità di «chiarire una volta per tutte le idee a Tondo, ribadendo il no incondizionato di Trieste al rigassificatore» -, il fronte del referendum deve arruolare ulteriori sostenitori. Che, fa capire Francesco Russo, potrebbero arrivare anche dalle file del Pd. «Il referendum è la bomba atomica finale – afferma il segretario provinciale dei democrats -. E, se necessario, potremo anche pensare a sganciarla. Francamente, però, non credo ce ne sarà bisogno. Le uscite di Tondo non vanno prese troppo sul serio: ho l’impressione di assistere all’ennesima puntata della telenovela preelettorale di un presidente che fa molti annunci, ma non realizza nulla di concreto». Meno allettato dall’idea del referendum il vicesegretario Pd e consigliere comunale Pietro Faraguna: «Che la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria al gnl è cosa già nota – commenta -. Non serve una consultazione popolare per ribadirlo». Convinti della necessità di tornare ad alzare con più decisione la voce, invece, gli esponenti di Sel e Idv. «La nostra provincia ha già pagato un prezzo elevato all’ambiente, basta pensare alla Siot – affermano i capigruppo Marino Sossi e Paolo Bassi -. Dire sì la rigassificatore, quindi, significherebbe continuare a distruggere il territorio».
Rassegna stampa da Il Piccolo
10/05/12
Ucraina suicida, funzionario indagato
di Corrado Barbacini Il pm Massimo De Bortoli si è presentato ieri mattina in Questura con una decina di finanzieri e due poliziotti della Procura. Hanno perquisito le stanze del settore immigrazione al terzo piano ma anche l’ufficio di Carlo Baffi, il funzionario responsabile per le pratiche relative agli stranieri che ha gestito la tragica vicenda di Alina Bonar Diachuk. Si tratta dell’ucraina di 32 anni morta suicida il mattino del 16 aprile in una stanza del commissariato di Opicina, dove era stata rinchiusa illegalmente in attesa dell’espulsione. Baffi è ora indagato per sequestro di persona e omicidio colposo: è rimasto negli uffici della finanza in Procura fino a tarda sera. «La perquisizione è un atto dovuto a seguito dell’iscrizione nel registro degli indagati del dottor Baffi, che è assolutamente sereno avendo rispettato nell’esercizio delle proprie funzioni quanto di dovere», ha dichiarato ieri sera il difensore, l’avvocato Paolo Pacileo. Le ipotesi di reato per Baffi riguardano a oggi il caso di Alina, ma nel corso del blitz in Questura sono stati sequestrati 49 fascicoli in originale relativi ad altrettanti cittadini extracomunitari anch’essi, in attesa dell’espulsione, detenuti secondo la Procura illegalmente al commissariato di Opicina. Le stesse stanze dove è morta la giovane donna. Gli investigatori infatti al loro ingresso in Questura avevano già una lista con i nomi dei 49 stranieri evidenziati dall’agosto del 2011 fino allo scorso aprile, nomi acquisiti grazie alla documentazione sequestrata nei giorni scorsi sia negli uffici del Giudice di pace che al commissariato di Opicina. «Siamo a disposizione per fornire ogni elemento utile alle indagini relative al suicidio avvenuto all’interno di una struttura della polizia», ha dichiarato il questore Giuseppe Padulano. «Se abbiamo commesso degli errori», ha aggiunto «siamo di fronte a persone che hanno fatto il proprio dovere. Ho offerto alla Procura la massima collaborazione». Padulano ha sottolineato «la difficile situazione organizzativa» delle istituzioni «che si è cercato di fronteggiare». Nei weekend infatti non è in servizio un giudice che possa convalidare i decreti di espulsione. In quelle ore, secondo la Questura, gli stranieri non possono essere liberati. Ma per la Procura non possono essere nemmeno trattenuti. Un limbo, insomma, che si traduce però per gli stranieri in attesa di espulsione in una vera e propria detenzione. Alina Bonar Diachiuk era stata scarcerata in forza di un provvedimento del giudice Laura Barresi il 14 aprile dopo una sentenza di patteggiamento per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per la legge, risultava libera. Eppure era stata “prelevata” come fosse un’arrestata da una pattuglia della squadra volante che, su disposizione dell’ufficio immigrazione diretto da Carlo Baffi, l’aveva portata dal Coroneo direttamente al commissariato di Opicina. Lì era stata “reclusa” nella stanza di controllo – che in realtà è un’altra prigione – in attesa del provvedimento del questore e dell’udienza davanti al giudice di pace che peraltro non era stata né fissata né richiesta. Lì, su una panca, davanti all’obiettivo di una telecamera a circuito chiuso, si è impiccata legando una cordicella al termosifone. La sua agonia – hanno accertato gli investigatori – è durata quaranta minuti. In tutto questo tempo l’agente che era in servizio di piantone al commissariato di Opicina, non è riuscito a dare “un’occhiata” al monitor posizionato a pochi centimetri da lui. Non si è accorto di quello che stava succedendo.
«Quell’automatismo cieco che non riconosce le fragilità»
«Proporzionalità e progressività delle misure, ricorso ad azioni coercitive nel minor numero possibile dei casi e, soprattutto, valutazione situazione per situazione, con particolare attenzione alle persone vulnerabili». Gianfranco Schiavone, componente del direttivo nazionale dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, snocciola uno a uno i principi fissati dalla direttiva europea 118/2005 in materia di rimpatri. Principi che a suo giudizio, nel caso di Alina Bonar Diachuk, forse non sono stati correttamente rispettati. «C’è un dato fondamentale in questa vicenda – osserva Schiavone -. La giovane ucraina versava in un’oggettiva condizione di vulnerabilità. Una condizione peraltro nota alla Questura visto che la ragazza aveva già avuto comportamenti autolesionisti durante la sua detenzione. Di conseguenza le autorità competenti, questore ma anche prefetto, avrebbero dovuto verificare attentamente la situazione di Alina, sottoponendola a visite mediche anche psichiatriche, per poi capire se le modalità di trattamento previste avrebbero potuto aggravare il suo stato di fragilità e optare magari per una sospensione o una dilazionare del provvedimento di allontanamento. Attenzioni, sia chiaro, che non sono lasciate alla discrezionalità e al buon cuore del singolo, ma sono espressamente previste dalle normative ». Nel caso della 32enne ucraina, invece, il sospetto è che l’unico criterio seguito sia stato quello dell’abbreviamento dei tempi. «Ciò che stupisce è l’automatismo dei processi di espulsione – continua Schiavone, da sempre in prima linea nell’attività dell’Ics, il Consorzio italiano di solidarietà -. Un automatismo cieco, che in alcuni casi può avere effetti tragici. Eppure la logica della direttiva europea è chiara: al rimpatrio forzato andrebbe sempre preferito il rimpatrio volontario, concedendo un termine per la partenza. Può capitare poi che, per evitare il rischio che la persona scappi e si allontani, si agisca diversamente, ma non può essere la regola. Non si può procedere automaticamente alle espulsioni forzate per scongiurare potenziali pericoli di fuga. Questa è una logica di polizia, comprensibile in alcuni casi ma di certo non in tutti. Non sicuramente quando di fronte ci sono persone in evidente stato di vulnerabilità». Di qui il monito finale. «Le pubbliche autorità triestine – conclude Schiavone – dovrebbero essere chiamate a riflettere, senza scorciatoie o semplificazioni, se i principi della direttiva europea sono stati rispettati e se qualcosa vada cambiato rispetto a quanto avviene nel processo di assunzione e attuazione dei provvedimenti di espulsione». (m.r.)
SABATO, 05 MAGGIO 2012
Suicida al Commissariato Almeno 100 casi “abusivi”
L’ucraina impiccata non avrebbe dovuto essere trattenuta così a lungo.
Ascoltati quattro poliziotti, acquisiti tutti i fascicoli relativi alle
espulsioni di stranieri
ORDINE DEGLI AVVOCATI
«Udienze di convalida, serve un giudice»
«Ferma contrarietà che le udienze di convalida dei provvedimenti di
espulsione siano svolte al di fuori dei luoghi deputati per legge, con
la verbalizzazione affidata ad appartenenti alle Forze di polizia». È
questo il punto nodale del documento diffuso ieri dall’Ordine degli
avvocati di Trieste e inviato al prefetto Alessandro Giacchetti, al
questore Giuseppe Padulano, al presidente del Tribunale Raffaele Morvay
e al coordinatore dei giudici di pace Francesco Pandolfelli. L’Ordine
degli avvocati, attraverso il suo presidente Roberto Gambel Benussi
(foto), spiega le ragioni della propria “ferma contrarietà” allo
svolgimento eventuale delle udienze di convalida delle espulsione
all’interno della Questura e con la verbalizzazione affidata a un
appartenente alla polizia. «La ratio delle legge è proprio quella di
affidare al controllo di un giudice, e quindi di un soggetto terzo, la
legittimità di un provvedimento a carattere amministrativo, nel
contraddittorio tra la difesa e l’Autorità che ha deciso l’espulsione.
Questa autorità sta in giudizio con propri funzionari appositamente
delegati. Appare pertanto evidente che, se l’udienza si svolgesse in
locali appartenenti a forze di polizia che devono poi eseguire il
provvedimento di espulsione e la verbalizzazione fosse affidata a
funzionari della stessa polizia, le parti non sarebbero più sullo stesso
piano, ma anche la terzietà del giudice verrebbe irrimediabilmente
compromessa nel suo apparire». L’Ordine degli avvocati esprime il
proprio rammarico per non essere stato convocato alla riunione
direttamente collegata al suicidio della giovane ucraina rinchiusa nel
Commissariato di Opicina.
di Claudio Ernè Quattro poliziotti che lavorano all’Ufficio immigrazione
della Questura sono stati interrogati ieri mattina dal pm Massimo De
Bortoli. Non erano accompagnati da avvocati in quanto sono stati
“sentiti” come testimoni. Uno alla volta sono entrati nello studio del
magistrato che – dopo il suicidio di Alina Bonar, la giovane ucraina
impiccatasi in una stanza del Commissariato di Opicina due settimane fa
– vuole fare chiarezza sulle modalità con cui vengono espulsi i
cittadini stranieri. Alina Bonar, secondo quanto è finora emerso, non
avrebbe dovuto essere trattenuta tanto a lungo in un posto di polizia.
Non avrebbe dovuto essere privata della libertà dopo che il giudice
Laura Barresi l’aveva fatta scarcerare dal Coroneo, dove la donna pochi
giorni prima aveva tentato di mettere fine per disperazione ai propri
giorni. Anche per questo suo conclamato stato di depressione psichica
Alina Bonar avrebbe dovuto essere o liberata nei tempi previsti dalla
legge o per lo meno sorvegliata attentamente. Invece sotto l’occhio
gelido di una telecamera si è impiccata e la registrazione video ha
detto che per almeno mezz’ora nessuno si è accorto del suo gesto
estremo. Non se n’è accorto nemmeno chi doveva periodicamente osservare
le immagini della stanza in cui era rinchiusa la donna, trasmesse su un
piccolo schermo. Nell’ambito di questa inchiesta in cui ieri sono stati
interrogati i quattro agenti dell’Ufficio immigrazione, sono all’esame
degli inquirenti più di cento fascicoli che raccontano la storia e le
vicissitudini burocratico-giudiziarie di altrettante persone che sono
state bloccate, trattenute, espulse e riaccompagnate alla frontiera nel
territorio affidato alla Questura di Trieste. Un pool di investigatori,
di cui fanno parte agenti di polizia e uomini della Guardia di finanza
coordinati dal pm Massimo De Bortoli, ha già acquisito nell’archivio del
Commissariato di Opicina tutti i documenti collegati a queste cento e
più espulsioni. Altrettanti documenti sono stati acquisti dallo stesso
pool di investigatori negli uffici di via del Coroneo del Giudice di
pace che per legge deve convalidare alla presenza di un avvocato
difensore, il decreto di espulsione emesso dalla Prefettura. Le
acquisizioni di questo centinaio di fascicoli consentiranno di
verificare se le procedure adottate fin dallo scorso agosto dalla
Questura, e in dettaglio dall’Ufficio immigrazione, hanno sempre
rispettato i tempi e le procedure scansite dalla legge. Per Alina Bonar
questo sembra non essere accaduto e il coordinatore dei giudici di pace,
Francesco Pandolfelli, sentito come testimone dal pm Massimo De Bortoli,
ha precisato che i suoi uffici erano pronti a organizzare l’udienza e a
convocare il difensore di Alina Bonar, ma nessun documento è mai
arrivato fino a lunedì mattina dalla Questura. L’inchiesta al momento è
protocollata come “atti relativi”. In sintesi non ci dovrebbero essere
ancora indagati. Certo è che se le ipotesi investigative dovessero
trovare conferma, la scelta ricadrebbe sull’arresto arbitrario o sul
sequestro di persona.
MARTEDÌ, 01 MAGGIO 2012
Agenti-cancellieri per gli immigrati: gli avvocati bocciano la proposta
Il presidente dell’Ordine Gambel Benussi: «Non siamo mai stati
interpellati. La soluzione non mi pare praticabile, chi è stato
scarcerato è libero a tutti gli effetti. Non è un detenuto»
Inchiesta aperta sulla morte dell’ucraina Alina Bonar
Dalla morte di Alina Bonar, alla riorganizzazione delle procedure di
espulsione. C’è un dranmmmatico filo rosso che collega queste vicende. I
motivi che hanno indotto al suicidio di Alina Bonar, la giovane ucraina
che due settimane fa si è impiccata all’interno del commissariato di
Opicina dove era stata rinchiusa dopo essere stata liberata dal giudice
Laura Barresi, è ora al vaglio del pm Massimo De Bortoli. Il pm ha
interrogato come testimone il giudice di pace Francesco Pandolfelli.
Negli atti inviati alla Procura dall’Ufficio immigrazione della Questura
risulta che «lo svolgimento delle operazioni veniva rinviato alla
mattina di lunedì 16 secondo le intese in vigore tra la Questura e il
locale Ufficio del Giudice di Pace». «Avremmo potuto esaminare il caso
già sabato mattina. Bastava avvisarci», ha dichiarato il coordinatore
del giudici di pace Francesco Pandolfelli
di Claudio Ernè Gli avvocati non ci stanno. Anzi sono stupiti ed
esprimono attraverso i loro organismi istituzionali tutte le perplessità
della loro categoria per il progetto messo a punto dal questore Giuseppe
Padulano che vorrebbe assegnare a un ispettore di polizia il ruolo di
cancelleriere nelle udienze dei fine settimana in cui viene decisa
l’espulsione di un cittadino straniero. Il presidente dell’Ordine
Roberto Gambel Benussi ieri ha sottolineato come nella riunione
convocata venerdì scorso in Prefettura, non fosse stato invitato nemmeno
un rappresentante dell’avvocatura, da sempre impegnata a difesa dei
diritti civili delle persone. «Nessuno ci ha avvisato anche se la legge
ci assegna un preciso ruolo nelle pratiche necessarie alle procedure di
espulsione degli stranieri. Un legale deve essere necessariamebnte
presente all’udienza convocata di fronte al giudice di pace o in
Tribunale. Quanto è stato proposto dal questore non mi sembra sia una
soluzione praticabile. Chi è stato scarcerato su ordine di un magistrato
e deve essere espulso, è comunque una persona libera e non un detenuto.
Avremmo voluto portare il nostro contributo tecnico e umano alla
riunione di venerdì, ma nessuno ci ha avvisato». Prima di dichiarare il
proprio disappunto per l’esclusione dalla riunione in Prefettura,
l’avvocato Roberto Gambel Benussi ha compiuto una ricognizione
all’interno della segreteria dell’Ordine. Ha cercato eventuali fax o
messaggi sfuggiti in un primo momento o giunti in ritardo. La
ricognizione non ha avuto esito. Gli avvocati intesi come Ordine non
erano stati proprio convocati. Poi il presidente si è incontrato con il
giudice Raffaele Morway, presidente del Tribunale. Al centro
dell’incontro proprio la bozza di soluzione messa a punto in prefettura
e la praticabilità sul piano della legge della soluzioni prospettate. Va
detto che l’udienza in cui il giudice di pace dovrebbe affrontare il
problema dell’espulsione, secondo quanto emerso venerdì, si svolgerebbe
proprio negli uffici di via del Teatro Romano e non nella sede
istituzionale del Giudice di pace, ospitata in uno stabile di via del
Coroneo. Inoltre, per rendere più spedito l’iter dell’espulsione, la
verbalizzazione delle udienze nei fine settimana, sarebbe affidata a un
ispettore di polizia e non più a un cancelliere. Questa proposta di
organizzazione è entrata anche nel mirino della Camera penale di
Trieste. Il presidente, l’avvocato Andrea Frassini, la ritiene poco
praticabile anche dal punti di vista legale dal momento che le udienze
devono essere celebrate nelle sedi istituzionali; in sintesi in un’aula
del Giudice di pace, non in un ufficio della Questura. «Non vedo perché
un agente di polizia, dipendente dall’esecutivo a cui deve comunque
rispondere, debba redigere il verbale quando per legge questo compito
spetta ai cancellieri. Se così fosse rischia di venir meno il momento
giurisdizionale e come avvocati non possiamo accettare soluzioni di
questo genere su problemi così complessi c sul piano dei diritti
civili». In effetti nemmeno nei momenti storici più bui del nostro Paese
le udienze si sono svolte negli uffici di polizia. Va aggiunto che le
Camere penali da tempo stanno pesantemente criticando la scelta del
Ministro della Giustizia Paola Severino che con un apposito Decreto ha
deciso che nelle celle di sicurezza dei Commissariati di polizia, della
caserme e Stazioni dei carabinieri nonché delle Questure, possono essere
trattenute persone fermate o arrestate. «Mancano i servizi igienici; a
livello sanitario la situazione è precaria. Non è chiaro come venga
fornito il cibo. I diritti costituzionali vanno rispettati senza cercare
scorciatoie o vie di comodo», ha concluso l’avvocato Andrea Frassini.