SUICIDI DI STATO: poliziotto indagato per il suicidio al commissariato di Opicina

Rassegna stampa da Il Piccolo

10/05/12

Ucraina suicida, funzionario indagato

di Corrado Barbacini Il pm Massimo De Bortoli si è presentato ieri mattina in Questura con una decina di finanzieri e due poliziotti della Procura. Hanno perquisito le stanze del settore immigrazione al terzo piano ma anche l’ufficio di Carlo Baffi, il funzionario responsabile per le pratiche relative agli stranieri che ha gestito la tragica vicenda di Alina Bonar Diachuk. Si tratta dell’ucraina di 32 anni morta suicida il mattino del 16 aprile in una stanza del commissariato di Opicina, dove era stata rinchiusa illegalmente in attesa dell’espulsione. Baffi è ora indagato per sequestro di persona e omicidio colposo: è rimasto negli uffici della finanza in Procura fino a tarda sera. «La perquisizione è un atto dovuto a seguito dell’iscrizione nel registro degli indagati del dottor Baffi, che è assolutamente sereno avendo rispettato nell’esercizio delle proprie funzioni quanto di dovere», ha dichiarato ieri sera il difensore, l’avvocato Paolo Pacileo. Le ipotesi di reato per Baffi riguardano a oggi il caso di Alina, ma nel corso del blitz in Questura sono stati sequestrati 49 fascicoli in originale relativi ad altrettanti cittadini extracomunitari anch’essi, in attesa dell’espulsione, detenuti secondo la Procura illegalmente al commissariato di Opicina. Le stesse stanze dove è morta la giovane donna. Gli investigatori infatti al loro ingresso in Questura avevano già una lista con i nomi dei 49 stranieri evidenziati dall’agosto del 2011 fino allo scorso aprile, nomi acquisiti grazie alla documentazione sequestrata nei giorni scorsi sia negli uffici del Giudice di pace che al commissariato di Opicina. «Siamo a disposizione per fornire ogni elemento utile alle indagini relative al suicidio avvenuto all’interno di una struttura della polizia», ha dichiarato il questore Giuseppe Padulano. «Se abbiamo commesso degli errori», ha aggiunto «siamo di fronte a persone che hanno fatto il proprio dovere. Ho offerto alla Procura la massima collaborazione». Padulano ha sottolineato «la difficile situazione organizzativa» delle istituzioni «che si è cercato di fronteggiare». Nei weekend infatti non è in servizio un giudice che possa convalidare i decreti di espulsione. In quelle ore, secondo la Questura, gli stranieri non possono essere liberati. Ma per la Procura non possono essere nemmeno trattenuti. Un limbo, insomma, che si traduce però per gli stranieri in attesa di espulsione in una vera e propria detenzione. Alina Bonar Diachiuk era stata scarcerata in forza di un provvedimento del giudice Laura Barresi il 14 aprile dopo una sentenza di patteggiamento per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per la legge, risultava libera. Eppure era stata “prelevata” come fosse un’arrestata da una pattuglia della squadra volante che, su disposizione dell’ufficio immigrazione diretto da Carlo Baffi, l’aveva portata dal Coroneo direttamente al commissariato di Opicina. Lì era stata “reclusa” nella stanza di controllo – che in realtà è un’altra prigione – in attesa del provvedimento del questore e dell’udienza davanti al giudice di pace che peraltro non era stata né fissata né richiesta. Lì, su una panca, davanti all’obiettivo di una telecamera a circuito chiuso, si è impiccata legando una cordicella al termosifone. La sua agonia – hanno accertato gli investigatori – è durata quaranta minuti. In tutto questo tempo l’agente che era in servizio di piantone al commissariato di Opicina, non è riuscito a dare “un’occhiata” al monitor posizionato a pochi centimetri da lui. Non si è accorto di quello che stava succedendo.

 

 

«Quell’automatismo cieco che non riconosce le fragilità»

«Proporzionalità e progressività delle misure, ricorso ad azioni coercitive nel minor numero possibile dei casi e, soprattutto, valutazione situazione per situazione, con particolare attenzione alle persone vulnerabili». Gianfranco Schiavone, componente del direttivo nazionale dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, snocciola uno a uno i principi fissati dalla direttiva europea 118/2005 in materia di rimpatri. Principi che a suo giudizio, nel caso di Alina Bonar Diachuk, forse non sono stati correttamente rispettati. «C’è un dato fondamentale in questa vicenda – osserva Schiavone -. La giovane ucraina versava in un’oggettiva condizione di vulnerabilità. Una condizione peraltro nota alla Questura visto che la ragazza aveva già avuto comportamenti autolesionisti durante la sua detenzione. Di conseguenza le autorità competenti, questore ma anche prefetto, avrebbero dovuto verificare attentamente la situazione di Alina, sottoponendola a visite mediche anche psichiatriche, per poi capire se le modalità di trattamento previste avrebbero potuto aggravare il suo stato di fragilità e optare magari per una sospensione o una dilazionare del provvedimento di allontanamento. Attenzioni, sia chiaro, che non sono lasciate alla discrezionalità e al buon cuore del singolo, ma sono espressamente previste dalle normative ». Nel caso della 32enne ucraina, invece, il sospetto è che l’unico criterio seguito sia stato quello dell’abbreviamento dei tempi. «Ciò che stupisce è l’automatismo dei processi di espulsione – continua Schiavone, da sempre in prima linea nell’attività dell’Ics, il Consorzio italiano di solidarietà -. Un automatismo cieco, che in alcuni casi può avere effetti tragici. Eppure la logica della direttiva europea è chiara: al rimpatrio forzato andrebbe sempre preferito il rimpatrio volontario, concedendo un termine per la partenza. Può capitare poi che, per evitare il rischio che la persona scappi e si allontani, si agisca diversamente, ma non può essere la regola. Non si può procedere automaticamente alle espulsioni forzate per scongiurare potenziali pericoli di fuga. Questa è una logica di polizia, comprensibile in alcuni casi ma di certo non in tutti. Non sicuramente quando di fronte ci sono persone in evidente stato di vulnerabilità». Di qui il monito finale. «Le pubbliche autorità triestine – conclude Schiavone – dovrebbero essere chiamate a riflettere, senza scorciatoie o semplificazioni, se i principi della direttiva europea sono stati rispettati e se qualcosa vada cambiato rispetto a quanto avviene nel processo di assunzione e attuazione dei provvedimenti di espulsione». (m.r.)

 

SABATO, 05 MAGGIO 2012

Suicida al Commissariato Almeno 100 casi “abusivi”

 

L’ucraina impiccata non avrebbe dovuto essere trattenuta così a lungo.

Ascoltati quattro poliziotti, acquisiti tutti i fascicoli relativi alle

espulsioni di stranieri

 

ORDINE DEGLI AVVOCATI

«Udienze di convalida, serve un giudice»

«Ferma contrarietà che le udienze di convalida dei provvedimenti di

espulsione siano svolte al di fuori dei luoghi deputati per legge, con

la verbalizzazione affidata ad appartenenti alle Forze di polizia». È

questo il punto nodale del documento diffuso ieri dall’Ordine degli

avvocati di Trieste e inviato al prefetto Alessandro Giacchetti, al

questore Giuseppe Padulano, al presidente del Tribunale Raffaele Morvay

e al coordinatore dei giudici di pace Francesco Pandolfelli. L’Ordine

degli avvocati, attraverso il suo presidente Roberto Gambel Benussi

(foto), spiega le ragioni della propria “ferma contrarietà” allo

svolgimento eventuale delle udienze di convalida delle espulsione

all’interno della Questura e con la verbalizzazione affidata a un

appartenente alla polizia. «La ratio delle legge è proprio quella di

affidare al controllo di un giudice, e quindi di un soggetto terzo, la

legittimità di un provvedimento a carattere amministrativo, nel

contraddittorio tra la difesa e l’Autorità che ha deciso l’espulsione.

Questa autorità sta in giudizio con propri funzionari appositamente

delegati. Appare pertanto evidente che, se l’udienza si svolgesse in

locali appartenenti a forze di polizia che devono poi eseguire il

provvedimento di espulsione e la verbalizzazione fosse affidata a

funzionari della stessa polizia, le parti non sarebbero più sullo stesso

piano, ma anche la terzietà del giudice verrebbe irrimediabilmente

compromessa nel suo apparire». L’Ordine degli avvocati esprime il

proprio rammarico per non essere stato convocato alla riunione

direttamente collegata al suicidio della giovane ucraina rinchiusa nel

Commissariato di Opicina.

di Claudio Ernè Quattro poliziotti che lavorano all’Ufficio immigrazione

della Questura sono stati interrogati ieri mattina dal pm Massimo De

Bortoli. Non erano accompagnati da avvocati in quanto sono stati

“sentiti” come testimoni. Uno alla volta sono entrati nello studio del

magistrato che – dopo il suicidio di Alina Bonar, la giovane ucraina

impiccatasi in una stanza del Commissariato di Opicina due settimane fa

– vuole fare chiarezza sulle modalità con cui vengono espulsi i

cittadini stranieri. Alina Bonar, secondo quanto è finora emerso, non

avrebbe dovuto essere trattenuta tanto a lungo in un posto di polizia.

Non avrebbe dovuto essere privata della libertà dopo che il giudice

Laura Barresi l’aveva fatta scarcerare dal Coroneo, dove la donna pochi

giorni prima aveva tentato di mettere fine per disperazione ai propri

giorni. Anche per questo suo conclamato stato di depressione psichica

Alina Bonar avrebbe dovuto essere o liberata nei tempi previsti dalla

legge o per lo meno sorvegliata attentamente. Invece sotto l’occhio

gelido di una telecamera si è impiccata e la registrazione video ha

detto che per almeno mezz’ora nessuno si è accorto del suo gesto

estremo. Non se n’è accorto nemmeno chi doveva periodicamente osservare

le immagini della stanza in cui era rinchiusa la donna, trasmesse su un

piccolo schermo. Nell’ambito di questa inchiesta in cui ieri sono stati

interrogati i quattro agenti dell’Ufficio immigrazione, sono all’esame

degli inquirenti più di cento fascicoli che raccontano la storia e le

vicissitudini burocratico-giudiziarie di altrettante persone che sono

state bloccate, trattenute, espulse e riaccompagnate alla frontiera nel

territorio affidato alla Questura di Trieste. Un pool di investigatori,

di cui fanno parte agenti di polizia e uomini della Guardia di finanza

coordinati dal pm Massimo De Bortoli, ha già acquisito nell’archivio del

Commissariato di Opicina tutti i documenti collegati a queste cento e

più espulsioni. Altrettanti documenti sono stati acquisti dallo stesso

pool di investigatori negli uffici di via del Coroneo del Giudice di

pace che per legge deve convalidare alla presenza di un avvocato

difensore, il decreto di espulsione emesso dalla Prefettura. Le

acquisizioni di questo centinaio di fascicoli consentiranno di

verificare se le procedure adottate fin dallo scorso agosto dalla

Questura, e in dettaglio dall’Ufficio immigrazione, hanno sempre

rispettato i tempi e le procedure scansite dalla legge. Per Alina Bonar

questo sembra non essere accaduto e il coordinatore dei giudici di pace,

Francesco Pandolfelli, sentito come testimone dal pm Massimo De Bortoli,

ha precisato che i suoi uffici erano pronti a organizzare l’udienza e a

convocare il difensore di Alina Bonar, ma nessun documento è mai

arrivato fino a lunedì mattina dalla Questura. L’inchiesta al momento è

protocollata come “atti relativi”. In sintesi non ci dovrebbero essere

ancora indagati. Certo è che se le ipotesi investigative dovessero

trovare conferma, la scelta ricadrebbe sull’arresto arbitrario o sul

sequestro di persona.

 

MARTEDÌ, 01 MAGGIO 2012

 

Agenti-cancellieri per gli immigrati: gli avvocati bocciano la proposta

 

Il presidente dell’Ordine Gambel Benussi: «Non siamo mai stati

interpellati. La soluzione non mi pare praticabile, chi è stato

scarcerato è libero a tutti gli effetti. Non è un detenuto»

 

Inchiesta aperta sulla morte dell’ucraina Alina Bonar

Dalla morte di Alina Bonar, alla riorganizzazione delle procedure di

espulsione. C’è un dranmmmatico filo rosso che collega queste vicende. I

motivi che hanno indotto al suicidio di Alina Bonar, la giovane ucraina

che due settimane fa si è impiccata all’interno del commissariato di

Opicina dove era stata rinchiusa dopo essere stata liberata dal giudice

Laura Barresi, è ora al vaglio del pm Massimo De Bortoli. Il pm ha

interrogato come testimone il giudice di pace Francesco Pandolfelli.

Negli atti inviati alla Procura dall’Ufficio immigrazione della Questura

risulta che «lo svolgimento delle operazioni veniva rinviato alla

mattina di lunedì 16 secondo le intese in vigore tra la Questura e il

locale Ufficio del Giudice di Pace». «Avremmo potuto esaminare il caso

già sabato mattina. Bastava avvisarci», ha dichiarato il coordinatore

del giudici di pace Francesco Pandolfelli

di Claudio Ernè Gli avvocati non ci stanno. Anzi sono stupiti ed

esprimono attraverso i loro organismi istituzionali tutte le perplessità

della loro categoria per il progetto messo a punto dal questore Giuseppe

Padulano che vorrebbe assegnare a un ispettore di polizia il ruolo di

cancelleriere nelle udienze dei fine settimana in cui viene decisa

l’espulsione di un cittadino straniero. Il presidente dell’Ordine

Roberto Gambel Benussi ieri ha sottolineato come nella riunione

convocata venerdì scorso in Prefettura, non fosse stato invitato nemmeno

un rappresentante dell’avvocatura, da sempre impegnata a difesa dei

diritti civili delle persone. «Nessuno ci ha avvisato anche se la legge

ci assegna un preciso ruolo nelle pratiche necessarie alle procedure di

espulsione degli stranieri. Un legale deve essere necessariamebnte

presente all’udienza convocata di fronte al giudice di pace o in

Tribunale. Quanto è stato proposto dal questore non mi sembra sia una

soluzione praticabile. Chi è stato scarcerato su ordine di un magistrato

e deve essere espulso, è comunque una persona libera e non un detenuto.

Avremmo voluto portare il nostro contributo tecnico e umano alla

riunione di venerdì, ma nessuno ci ha avvisato». Prima di dichiarare il

proprio disappunto per l’esclusione dalla riunione in Prefettura,

l’avvocato Roberto Gambel Benussi ha compiuto una ricognizione

all’interno della segreteria dell’Ordine. Ha cercato eventuali fax o

messaggi sfuggiti in un primo momento o giunti in ritardo. La

ricognizione non ha avuto esito. Gli avvocati intesi come Ordine non

erano stati proprio convocati. Poi il presidente si è incontrato con il

giudice Raffaele Morway, presidente del Tribunale. Al centro

dell’incontro proprio la bozza di soluzione messa a punto in prefettura

e la praticabilità sul piano della legge della soluzioni prospettate. Va

detto che l’udienza in cui il giudice di pace dovrebbe affrontare il

problema dell’espulsione, secondo quanto emerso venerdì, si svolgerebbe

proprio negli uffici di via del Teatro Romano e non nella sede

istituzionale del Giudice di pace, ospitata in uno stabile di via del

Coroneo. Inoltre, per rendere più spedito l’iter dell’espulsione, la

verbalizzazione delle udienze nei fine settimana, sarebbe affidata a un

ispettore di polizia e non più a un cancelliere. Questa proposta di

organizzazione è entrata anche nel mirino della Camera penale di

Trieste. Il presidente, l’avvocato Andrea Frassini, la ritiene poco

praticabile anche dal punti di vista legale dal momento che le udienze

devono essere celebrate nelle sedi istituzionali; in sintesi in un’aula

del Giudice di pace, non in un ufficio della Questura. «Non vedo perché

un agente di polizia, dipendente dall’esecutivo a cui deve comunque

rispondere, debba redigere il verbale quando per legge questo compito

spetta ai cancellieri. Se così fosse rischia di venir meno il momento

giurisdizionale e come avvocati non possiamo accettare soluzioni di

questo genere su problemi così complessi c sul piano dei diritti

civili». In effetti nemmeno nei momenti storici più bui del nostro Paese

le udienze si sono svolte negli uffici di polizia. Va aggiunto che le

Camere penali da tempo stanno pesantemente criticando la scelta del

Ministro della Giustizia Paola Severino che con un apposito Decreto ha

deciso che nelle celle di sicurezza dei Commissariati di polizia, della

caserme e Stazioni dei carabinieri nonché delle Questure, possono essere

trattenute persone fermate o arrestate. «Mancano i servizi igienici; a

livello sanitario la situazione è precaria. Non è chiaro come venga

fornito il cibo. I diritti costituzionali vanno rispettati senza cercare

scorciatoie o vie di comodo», ha concluso l’avvocato Andrea Frassini.