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GRANDI OPERE/ Il Ponte sullo stretto: non si fa?

Il ponte di Messina? 250 milioni (e non si farà)

Ponte di Messina?

Spesi 250 milioni (e non si farà)

08:21 CRONACHE Corriere della Sera 24 giugno 2011

Infrastrutture La società va avanti: via all’esame del progetto definitivo

Quei 250 milioni spesi per il ponte
di Messina (che non si farà più)

La crisi, il no della Lega. E l’opera non parte

ROMA – «Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti…» Da quando Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole, era l’8 maggio 2005, sono trascorsi sei anni, e gli amanti siciliani e calabresi sono ancora costretti a fare la fila al traghetto fra Scilla e Cariddi. Sul ponte passeranno forse i loro pronipoti. Se saranno, o meno, fortunati (questo però dipende dai punti di vista).

La storia infinita di questa «meraviglia del mondo», meraviglia finora soltanto a parole, è nota, ma vale la pena di riassumerla. Del fantomatico ponte sullo Stretto di Messina si parla da secoli. Per limitarci al dopoguerra, la prima mossa concreta è un concorso per idee del 1969. Due anni dopo il parlamento approva una legge per l’attraversamento stabile dello Stretto. Quindi, dieci anni più tardi, viene costituita una società, la Stretto di Messina, controllata dall’Iri e affidata al visionario Gianfranco Gilardini. Che ce la mette tutta. Coinvolge i migliori progettisti, e per convincere gli oppositori arriva a far dimostrare che il ponte potrebbe resistere anche alla bomba atomica. Passerà a miglior vita senza veder nascere la sua creatura. La quale, nel frattempo, è diventata un formidabile strumento di propaganda. Ma anche un oggetto di scontro politico: mai un ponte, che per definizione dovrebbe unire, ha diviso così tanto. Da una parte chi sostiene che sarebbe un formidabile volano per la ripresa del Mezzogiorno, se non addirittura una sensazionale attrazione turistica, dall’altra chi lo giudica una nuova cattedrale nel deserto che deturperà irrimediabilmente uno dei luoghi più belli del pianeta. Fra gli strali degli ambientalisti, Bettino Craxi ci fa la campagna elettorale del 1992. E i figli del leader socialista, Bobo e Stefania, proporranno in seguito di intestarlo a lui. Mentre l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò avrebbe voluto chiamarlo Ponte «Carlo Magno» attribuendo il progetto di unire Scilla e Cariddi al fondatore del Sacro Romano Impero. Nientemeno.

Finché, per farla breve, arriva nel 2001 il governo Berlusconi con la sua legge obiettivo. Ma nemmeno quella serve a far decollare il ponte. Dopo cinque anni si arriva faticosamente a un passo dall’apertura dei cantieri, con l’affidamento dell’opera (fra polemiche e ricorsi) a un general contractor, l’Eurolink, di cui è azionista di riferimento Impregilo. Quando però cambia la maggioranza. Siamo nell’estate del 2006 e il ponte finisce su un binario morto. Il governo di centrosinistra vorrebbe addirittura liquidare la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera, ma il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sventa la mossa in extremis. Nessuno lo ringrazierà: ma se l’operazione non si blocca il «merito» è suo. Nel 2008 torna dunque Berlusconi e il progetto, a quarant’anni dal suo debutto, riprende vita.

Certo, nella maggioranza c’è qualcuno che continua a storcere il naso. Il ponte sullo Stretto di Messina, la Lega Nord di Umberto Bossi proprio non riesce a digerirlo. Ma tant’è. Nonostante le opposizioni interne ed esterne, la cosa va avanti sia pure lentamente. E si arriva finalmente, qualche mese fa, al progetto definitivo. Nel frattempo, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro.

Sarebbe niente, per un’opera tanto colossale, se però gli intoppi fossero finiti. Sulla carta, per aprire i cantieri, ora non mancherebbero che poche formalità, come la Conferenza dei servizi con gli enti locali e il bollino del Cipe, il Comitato interministeriale che deve sbloccare tutti i grandi investimenti pubblici. Sempre sulla carta, non sarebbe nemmeno più possibile tornare indietro e dire a Eurolink, come avrebbero voluto fare gli ambientalisti al tempo del precedente governo: «Scusate, abbiamo scherzato». Il contratto infatti è blindato. Revocarlo significherebbe essere costretti a pagare penali stratosferiche. Parliamo di svariate centinaia di milioni. Ma nonostante questo il percorso si è fatto ancora una volta più che mai impervio. Non per colpa dei soliti ambientalisti. Nemmeno a causa della crisi economica, il che potrebbe essere perfino comprensibile. Piuttosto, per questioni politiche. Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie.

Per dirne una, il «decreto sviluppo» ha materializzato un ostacolo imprevisto e insormontabile. Si è stabilito infatti che le cosiddette «opere compensative», quelle che i Comuni e gli enti locali pretendono per non mettere i bastoni fra le ruote al ponte, non potranno superare il 2% del costo complessivo dell’opera. E considerando che parliamo di 6 e mezzo, forse 7 miliardi di euro, non si potrebbe andare oltre i 130-140 milioni. Una cifra che, rispetto agli 800-900 milioni necessari per le opere già concordate con le amministrazioni locali, fa semplicemente ridere. Bretelle, stazioni ferroviarie, sistemazioni viarie…. Dovranno aspettare: non c’è trippa per gatti. Basta dire che il solo Comune di Messina aveva concordato con la società Stretto lavori per 231 milioni. Fra questi, una strada (la via del Mare) del costo di 65 milioni. Ma soprattutto il depuratore e la rete fognaria a servizio della parte nord della città, che ne è completamente priva: 80,7 milioni di investimento. Adesso, naturalmente, a rischio. Insieme a tutto il resto. Anche perché le opere compensative sono l’unica arma che resta in mano agli enti locali. Portarle a casa, per loro, è questione di vita o di morte.

A remare contro c’è poi il clima politico. Dopo la batosta elettorale alle amministrative la Lega Nord, che già di quest’opera faraonica non ne voleva sentire parlare, ha alzato la posta e questa è una difficoltà in più. Fa fede l’avvertimento lanciato dal leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso: «La gente non vuole voli pindarici, non è interessata a opere come il ponte sullo Stretto di Messina perché è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Quindi anche tu, Bossi, quando appoggi questi programmi da fantascienza, ricordati piuttosto di restare con i piedi per terra, perché gli alpini mettono un piede dopo l’altro».

Con l’aria che tira nella maggioranza basterebbe forse questa specie di «de profundis» che viene dalla pancia del Carroccio per far finire nuovamente il ponte su un binario morto. Senza poi contare quello che è successo in Sicilia. Dove ora c’è un governo regionale aperto al centrosinistra, schieramento politico che al ponte fra Scilla e Cariddi è sempre stato fermamente contrario. Una circostanza che rende estremamente complicato al governatore Raffaele Lombardo spingere sull’acceleratore. E questo nonostante i posti di lavoro che, secondo gli esperti, quell’opera potrebbe garantire. Sono in tutto 4.457: un numero enorme, per un’area nella quale la disoccupazione raggiunge livelli record.

 

Ma il fatto ancora più preoccupante, per i sostenitori dell’infrastruttura, è il disinteresse che sembra ormai circondarlo anche negli ambienti governativi. Evidentemente concentrati su ben altre faccende. La società Stretto di Messina ha diramato ieri un comunicato ufficiale per dare notizia che «il consiglio di amministrazione ha avviato l’esame del progetto definitivo del ponte». Un segnale che la cosa è ancora viva, magari nella speranza che Berlusconi si decida a rilanciare il ponte, annunciando l’ennesimo piano per il Sud? Forse. Vedremo quando e come l’esame si concluderà, e che cosa accadrà in seguito. Sempre che il governo vada avanti, sempre che si trovino i soldi per accontentare gli enti locali… Intanto nella sede messinese di Eurolink, dove lavoravano decine di persone, sembrano già cominciate le vacanze. Come avessero fiutato l’aria.

Sergio Rizzo
24 giugno 2011

NO OGM: la questione torna alla ribalta

Messaggero Veneto del 24/06/11 Sentenza Ogm, Violino: «Il Friuli Vg è al riparo» L’assessore all’Agricoltura: si riferisce a vicende antecedenti alla legge regionale Futuragra; ma l’Europa ha stabilito che la clausola di salvaguardia è superata. di Martina Milia PORDENONE. «Stiamo facendo degli approfondimenti, ma, stando alle prime verifiche, la sentenza non avrà ripercussioni per la nostra Regione perché fa riferimento a vicende antecedenti all’approvazione della legge regionale». L’assessore regionale all’agricoltura Claudio Violino, è moderatamente ottimista. La sentenza del Tribunale amministrativo regionale «che va rispettata» e che cassa il decreto Zaia, con il quale fu impedito a Silvano Dalla Libera (il vicepresidente di Futuragra) di seminare mais transgenico pur in presenza di un via libera del Consiglio di Stato, non dovrebbe avere altri effetti in Friuli Venezia Giulia. In pratica, la nuova legge regionale – «che non è stata impugnata dallo Stato» – dovrebbe fare da ombrello per il futuro. Sul passato si attende ancora il verdetto del tribunale sulla vicenda di Giorgio Fidanto (processo per la semina 2010 il 19 giugno; udienza in Cassazione per il dissequestro preventivo delle sementi, avvenuta ad aprile scorso, il 15 novembre). L’assessore Violino ribadisce «che il no agli Ogm in regione non è preconcetto: siamo convinti che sia una scelta inopportuna, dal punto di vista economico, per l’agricoltura regionale». E se la Regione il suo dovere l’ha fatto, «non resta che aspettare che lo Stato legiferi. Potrebbe anche adottare la clausola di salvaguardia» ricorda Violino. A chiedere l’intervento del neo ministro delle Politiche agricole Romano in questa direzione,«per scongiurare le conseguenze nefaste per la nostra agricoltura che potrebbero derivare dalla eventuale coltivazione di Ogm nel nostro Paese», è anche il vicepresidente dei deputati della Lega Nord, Sebastiano Fogliato. Secondo Fogliato «il decreto Zaia puntava a sostenere un modello di sviluppo agroalimentare ancorato al territorio e finalizzato a valorizzare le nosre peculiarità». Invece, Legambiente Friuli Venezia Giulia, con Emilio Gottardo, invita «la Regione a vigilare sulle attività degli agricoltori che lo scorso anno si sono resi colpevoli di semina abusive» e chiede al ministro di adottare un provvedimento analogo a Zaia per «ripristinare il vuoto normativo anti Ogm, determinato dalla sentenza del Tar Lazio». Ma la risposta di Futuragra non si fa attendere. «Chi continua a evocare la clausola di salvaguardia sa bene che non è applicabile. La Commissione europea si è già pronunciata sull’uso distorto di questo strumento che può essere invocato solo a fronte di rischi provati per la salute e per l’ambiente» evidenziano i pro Ogm».

 

Dal Corriere on line 24 giugno

Tar Lazio annulla sentenza anti-Ogm

07:09 PRIMO PIANO Dopo la sentenza che annulla il divieto di coltivazione, Lega nord e ambientalisti chiedono la clausola di salvaguardia all’Ue. Assobiotec esulta: «Via libera alla ricerca»

 

Assobiotec esulta: «Ora via libera alla ricerca»

Tar Lazio annulla sentenza anti-Ogm
«Italia chieda clausola salvaguardia»

Bocciata la richiesta della Lega nord
e delle associazioni ambientaliste

Manifestazione anti-Ogm di Greenpeace in Friuli
Manifestazione anti-Ogm di Greenpeace in Friuli

MILANO – Dopo l’annullamento mercoledì da parte del Tar del Lazio del decreto del marzo 2010, con cui l’allora ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, aveva vietato all‘agricoltore friulano Silvano Dalla Libera di coltivare sementi Ogm, da varie parti viene chiesto al ministro Saverio Romano, che ha preso il posto di Zaia, di avanzare in sede Ue la clausaola di salvaguardia, come hanno già fatto Francia e Germania, per salvare la peculiarità agro-alimentare italiana.

LEGA – «Le Regioni hanno già deliberato all’unanimità (con l’esclusione della Lombardia di Formigoni, ndr) la scelta di richiedere al ministero delle Politiche agricole l’esercizio della clausola di salvaguardia» contro il mais Mon810 e la patata Amflora, afferma Sebastiano Fogliato, vicepresidente dei deputati della Lega Nord e componente della commissione Agricoltura della Camera. «È un errore rincorrere modelli agro-industriali che nulla hanno in comune con le nostre caratteristiche e potenzialità. Invitiamo pertanto il ministro Romano, che sugli Ogm ha mostrato di condividere la posizione della Lega nord, di adoperarsi nelle sedi e nei modi opportuni».

ASSOCIAZIONI – Anche la Fondazione diritti genetici, tramite il suo presidente Mario Capanna, chiede che il ministro Romano «invochi subito la clausola di salvaguardia sul mais transgenico, rispettando la volontà dei presidenti di tutte le regioni italiane, ma anche quella degli stessi cittadini, che più volte si sono espressi contro la coltivazione di piante transgeniche sul territorio nazionale». Legambiente chiede al ministro «di fare immediatamente ricorso al Consiglio di Stato» contro la sentenza del Tar del Lazio che «non tiene conto in alcun modo delle conseguenze irreparabili che la dispersione di Ogm nell’ambiente può provocare alla qualità del sistema agricolo italiano».

ASSOBIOTEC: «ORA VIA LIBERA A RICERCA» – Di parere opposto Assobiotec (Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, aderente a Federchimica). «È un segnale di grande importanza, che deve far riflettere le istituzioni su talune decisioni miopi che hanno tagliato fuori l’Italia dalle biotecnologie in agricoltura», è il commento del presidente dell’associazione, Alessandro Sidoli, che ha espresso la disponbilità di Assobiotec a un confronto, ma ha ribadito la necessità di appplicare anche in Italia le norme comunitarie sulla sperimentazione delle sementi Ogm, «anche alla luce delle tante eccellenze che il nostro Paese esprime nel campo della ricerca agroalimentare».

Redazione online
23 giugno 2011(ultima modifica: 24 giugno 2011)

FERROVIE: ecco l’esposto che ha inguaiato Moretti

Messaggero Veneto del 24/06/11

Trenitalia, ecco l’esposto che ha inguaiato Moretti

di Natalia Andreani ROMA C’è anche un esplicito riferimento alla strage ferroviaria avvenuta a Viareggio il 28 giugno del 2009 nell’esposto contro Trenitalia finito agli atti dell’inchiesta P4. «Una dettagliatissima denuncia riguardante abusi d’ufficio, irregolarità, turbative d’asta, frodi inerenti appalti gestiti da Trenitalia spa» e nello specifico da alcuni personaggi legati all’amministratore delegato del gruppo Mauro Moretti, scrivono i pm, che l’imprenditore napoletano Giuseppe De Martino, direttore e socio di maggioranza della Ib Italiana Brakers (società di produzione di sistemi frenanti partecipata al 35 per cento da Luigi Bisignani e in ugual misura da Iritec Finmeccanica) si apprestava a consegnare alla procura di Napoli negli ultimi giorni del giugno scorso. Cosa che avrebbe fatto se ad ostacolarlo non fossero intervenuti Bisignani, che non voleva scontrarsi col vertice di Ferrovie e in particolare con Moretti, e l’onorevole Alfonso Papa che con Moretti, ora indagato per favoreggiamento, ebbe poi un colloquio. Secondo l’ad di Trenitalia (ma la procura non gli ha affatto creduto) Papa lo chiamò per lamentarsi della maleducazione di un controllore. In quell’esposto De Martino affermava, pezze d’appoggio alla mano, l’illecita esclusione dalle gare di Trenitalia sui sistemi frenanti per l’alta velocità in favore di ditte amiche, ma soprattutto la mancata omologazione di un nuovo tipo di ceppi freno per carri merci messo a punto già nel 2000 con risultati «assolutamente positivi» sotto il profilo dell’efficienza e delle sicurezza, come ha riconosciuto ad un certo punto lo stesso gestore ferroviario: un calvario di ostacoli, di rinvii e di inspiegabili ritardi durante i quali anche le prove in esercizio, che in genere non superano l’anno, si sono invece protratte per quasi cinque anni, fino al maggio 2006. E ancora oggi il report ufficiale con i risultati, necessario per autorizzare l’utilizzo dei ceppi in ambito internazionale, non è stato consegnato. «Il tutto nonostante sia in atto una campagna europea – lamentava De Martino – per la sostituzione dei ceppi in ghisa proprio con i nuovi ceppi in composito organico». I ceppi freno in ghisa, aggiungeva Martino, «comportano molti inconvenienti in quanto in frenata provocano fortissimi stridii fonte di inquinamento acustico, rischiosi pattinamenti e scintillii causa d’incendio dei sottocassa». A questo punto De Martino annota: «Salvo i dovuti accertamenti in corso presso la magistratura di Lucca, lo scintillio provocato dai ceppi in ghisa a contatto con la ruota in frenata potrebbe essere la concausa dello scoppio di cui al drammatico incidente ferroviario di Viareggio costato la vita a tante persone»

 

 

GRANDI OPERE/ TAV Torino-Lione: entro il 30 giugno o niente soldi

Repubblica 24 giugno

Alta velocità, l’ultimatum dell’Europa
“Via entro il 30 giugno o perderete i fondi”

Una lettera del commissario Ue ai Trasporti inviata a Matteoli: in forse sia i finanziamenti attuali sia quelli futuri

Adesso è ufficiale, o meglio ancora più ufficiale. “Se i lavori della Tav non partono entro il 30 giugno l’Europa toglierà i soldi che ha destinato all’opera”. L’ha scritto mercoledì’ il commissario europeo ai Trasporti Siim Kallas in una lettera spedita dal vicepresidente della commissione, Siim Kallas, al ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, e anticipata dal Sole-24 ore. Non è più’ tempo di rinviii e quel famoso “buco” alla Maddalena di Chiomonte in Val di Susa deve iniziare.

Tre le condizioni da soddisfare entro meno di una settimana: i lavori alla Maddalena, dove i No Tav da un mese hanno allestito un presidio di opposizione, l’approvazione del progetto preliminare e la firma dell’accordo fra Italia e Francia. Altrimenti: “vi è un rischio evidente che una parte sostanziale del finanziamento globale Ue di 672 milioni di euro andrà persa”. Non solo: anche i fondi futuri (il totale è di 2 miliardi) potrebbero essere in forse se il Governo non dovesse rispettare questa scadenza, con il rischio che la Torino-Lione venga cancellata dal piano di infrastrutture strategiche dell’Europa  “I progressi che saranno effettuati in questo senso – si legge nella lettera – saranno cruciali per la possibilità di inserire la Torino-Lione nella futura proposta della commissione del “core network””. “La commissione – continua la lettera – mantiene il suo impegno a realizzare questo grande progetto di infrastruttura, ma è giunto il momento per i due beneficiari di impegnarsi a iniziare quanto concordato e da tanto atteso”.

L’opera rischia quindi di essere cancellata totalmente e definitivamente da tutte le mappe e da tutti i programmi infrastrutturali di Bruxelles.

APPELLI dalla Valsusa/ Imminente l’attacco dello Stato (in camicia verde)

Tocca a noi! Dopo 20 anni di serate informative, di cortei, di manganelli e cantieri liberati, di trivelle e lampeggianti blu nella notte, di Valle militarizzata e di informazione manipolata, ora è forse arrivato il momento decisivo. Probabilmente già questa notte ci sarà il tentativo di entrare nella libera repubblica della Maddalena da parte dei burattini mandati da uno stato privo di scrupoli e capace di fare solo gli interessi dei mafiosi e delle lobby a loro connesse.

Adesso tocca a noi! a noi con la forza della nostra ragione, con la forza dei nostri numeri e con la forza di voler difendere un territorio e il futuro delle generazioni a venire.

Oggi, questa notte, domani notte…e fino a quando non ritireranno questo progetto non si può delegare più nulla. serve esserci. serve essere alla Maddalena con il proprio corpo, con la propria determinazione e con quella consapevolezza di poter scrivere una pagina fondamentale della Storia.
Fermarlo è possibile! Fermarlo tocca a noi!

Roberto Maroni (Ansa)

il fascismo ha indossato la camicia verde


Valsusa. Alla faccia del federalismo, dell’autonomia e della retorica sui valligiani, la Lega si è assunta la responsabilità ufficiale della repressione, a tutti i livelli. Che si tratti anche di “prove tecniche” per future alleanze con il PD? Sulla TAV si intendono così bene!
maroni_truppe

NO TAV/ Rassegna stampa 26 giugno 2011

Corriere 26 giugno

ALTA VELOCITA’

«Tav, i cantieri si aprono entro il 30»

Tav, conto alla rovescia. Maroni: «Via ai lavori»

15:20 POLITICA Il ministro: «Il cantiere si apre entro il 30, se no diciamo addio al contributo Ue»

Ferrero: «Il ministro dell’interno vuole sostituire la repressione alla politica»

«Tav, i cantieri si aprono entro il 30»

Maroni a La Padania: «L’opera si fa, se no diciamo addio alle centinaia di milioni del contributo Ue»

Roberto Maroni (Ansa)
Roberto Maroni (Ansa)

MILANO – Entro il 30 giugno dovranno partire i lavori della Tav Torino-Lione. Pena l’addio ai finanziamenti europei. Cosa che il governo vuole a tutti i costi evitare. «Il cantiere si apre entro il 30, e l’opera si fa, se no diciamo addio alle centinaia di milioni del contributo Ue ma soprattutto ai collegamenti con l’Europa, e quindi diciamo addio al futuro» afferma il ministro dell’Interno Roberto Maroni in un’intervista alla Padania. Dall’altra parte però si respira tensione. I No Tav si preparano alla «resistenza finale» in val di Susa, in attesa dello sgombero da parte delle forze dell’ordine dell’area del cantiere di Chiomonte.

MARONI – Il quotidiano della Lega dedica il titolo di apertura e due pagine all’interno del giornale alla Tav con un’intervista anche al viceministro delle Infrastrutture Roberto Castelli e un articolo che riferisce dell’allerta lanciato dal Viminale sui contestatori. «Chi si oppone non credo che riuscirà a fermare il cantiere, non deve farlo, perchè vuol dire arrecare un danno gravissimo soprattutto alle future generazioni, vuol dire, come è stato calcolato, far perdere due punti di Pil al Piemonte», dice Maroni. In merito alle critiche di carattere ecologista, «è stato fatto di tutto, è stato aperto un osservatorio, sono state fatte tutte le valutazioni necessarie», assicura il ministro. «Ciononostante c’è un no pregiudiziale che non può essere accettato». Più duro il viceministro Castelli, che definisce le ragioni addotte dai No-Tav «tutte balle». «Sono le solite argomentazioni trite e ritrite che i Verdi ad oltranza tirano fuori contro qualsiasi opera pubblica». In realtà, sostiene, «agli ultimi irriducibili rimasti, della Tav non frega più nulla. È diventata il pretesto per una sfida allo Stato. Partigiani contro lo stato nazista: sono ormai fuori dalla realtà». Senza la Tav, avverte Castelli, l’Italia sarebbe «tagliata fuori dai grandi traffici internazionali. Senza contare le perdite in prospettiva sul fronte dell’occupazione, pari a centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ogni miliardo speso – sottolinea – genera 20 mila posti di lavoro». Il quotidiano, nell’articolo «In arrivo gli estremisti più duri per provocare violenti scontri», riferisce di alcuni «rapporti in possesso del Viminale» in cui si documenta che «i No-Tav hanno avviato una serie di iniziative per contrastare l’arrivo sul posto delle forze dell’ordine e l’inizio dei lavori».

FERRERO – Il «pugno di ferro annunciato da Maroni per far partire i lavori della Tav in Piemonte, suscita la replica di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista: «Questa sera parteciperò alla fiaccolata che da Chiomonte porterà al presidio della Maddalena e poi mi fermerò tutta la notte al presidio. Il proposito di Maroni di risolvere attraverso una manovra militare quello che è un problema politico che vede la contrarietà della maggioranza della popolazione interessata è completamente irresponsabile. Come Bava Beccaris, Maroni vuole sostituire la repressione alla politica. A Chiomonte si difende un bene comune, la vivibilità della Val di Susa contro uno spreco di danaro insensato in una fase di ristrettezze economiche».

Redazione online
26 giugno 2011

 

 

Repubblica 26 giugno

Tav, Maroni: "I lavori partiranno"

Tav, Maroni: “I lavori partiranno”

Tensione nel “fortino” dei contestatori

Il ministro dell’Interno in un’intervista alla Padania: “Chi si oppone non credo che riuscirà a fermare il cantiere, non deve farlo, perché vuol dire arrecare un danno gravissimo soprattutto alle future generazioni”. Nel presidio dei No Tav si attende l’arrivo delle forze dell’ordine, previsto per domani all’alba di FABIO TANZILLI

 

 

CRONACA

Tav, al “fortino” di Chiomonte
aspettando l’alba di fuoco

Vigilia piena di tensione al presidio degli oppositori della Torino-Lione. Perino: “Arriveranno in 1500 con i manganelli”. Stasera fiaccolata

di FABIO TANZILLI

TRANQUILLI, ma determinati. Sono le ore più lunghe, queste, per i presidianti “No Tav” della Maddalena, il Fort Apache della Valle di Susa. Quassù, sui sentieri sopra le vigne di Chiomonte, in una calda giornata di estate, da ieri si attende l’ora “X”, il giorno dei giorni, previsto per l’alba di domani. I “No Tav” lo sanno, e senza sorpresa aspettano le forze dell’ordine al varco per la battaglia finale. Per essere in regola con l’occupazione dell’area, ieri mattina hanno pure pagato l’utilizzo del suolo pubblico al Comune, con una spesa di ben 821 euro. Intanto, per 2 o 3 volte passa sulle teste un elicottero dei carabinieri, che viene salutato con battute ironiche e sberleffi.

Intanto stasera alle 21 partirà una fiaccolata no tav dal centro di Chiomonte, con partenza dalla stazione ferroviaria e diretta al presidio della Maddalena, da fine maggio base operativa  degli oppositori alla Torino-lione.

“Non ci porteranno i fiorellini, ma useranno i lacrimogeni. Arriveranno 1500 agenti, suddivisi in gruppi da 500  –  tuona in assemblea Alberto Perino  –  il loro obiettivo è raggiungere la Maddalena attraverso tre strade, passando anche da Giaglione e dalla via dell’Avanà. Molto probabilmente giungeranno qui a piedi attraverso i sentieri”.
Chi pensa però che al presidio No Tav siano tutti in assetto di guerra, si sbaglia di grosso: il clima è sereno, pacifico, molto simile ad un campeggio estivo. In tutta la giornata, saranno passate 7-800 persone.

All’arrivo alla Maddalena, a fare da Cicerone ci pensa Luca, programmatore informatico di Bussoleno che si occupa di “scortare” i giornalisti alla visita del presidio: “Le barricate sono un simbolo di resistenza passiva, ma è assurdo definirci eversivi. Qui ci sono famiglie e persone normali. La forza del nostro movimento è proprio questa”. Ci sono ragazzi dei centri sociali e del movimento antagonista, ma la maggioranza della Maddalena è fatta di gente comune, valsusini di tutte le età: bambini che giocano a pallone, o che si rincorrono con le pistole ad acqua. C’è Bertelloni, medico a Bussoleno, che insieme ad altri 130 dottori valsusini ha lanciato l’allarme salute in caso di partenza del cantiere, “essendo queste terre piene di uranio e asbesto”.

Donne e anziani che passeggiano e fanno picnic, e non solo rasta che bevono una birra di troppo. Il clima è di festa popolare, di aggregazione pacifica. Nulla fa pensare alla preparazione di uno scontro con le forze dell’ordine: appare quindi difficile definire questi presidianti come dei “para-terroristi”. Tra un dibattito e un piatto di spaghetti, tra una birra un momento di musica, i manifestanti aspettano l’irruzione delle forze dell’ordine, con un filo di preoccupazione. E sanno benissimo che questa battaglia potrà anche andare “persa”, con lo smantellamento del presidio: “Non sarebbe una tragedia  –  riflette Lele Rizzo – l’importante è riattivare la mobilitazione permanente della Valle di Susa, anche dopo la notte di domenica, che potrà fare la storia”. Anche perché l’esperienza di Venaus insegna che dopo le botte notturne, ci fu la mobilitazione popolare dell’8 dicembre, con migliaia di valsusini che rioccuparono i terreni conquistati dalla polizia: in molti pensano già ad un bis per Chiomonte. Ci sono anche gli avvocati del movimento, a turno giorno e notte alla Maddalena: “Se la polizia occuperà i terreni privati farà una violazione” spiega Stefano Bertone. Anche perché in molti attendono già di essere picchiati e malmenati dalle forze dell’ordine, come avvenne a Venaus: “E’ da 34 giorni che aspettiamo di prendercele, ce le hanno sempre date  –  aggiunge ancora Perino  –  arriveranno con i manganelli. Voi giornalisti dovete fare domande più intelligenti” aggiunge il Bovè valsusino con un filo di arroganza.

Lungo il percorso si vedono le barricate fatte di ferraglia, gommoni e legno, ma niente di più. Il più grosso timore dei manifestanti è quello che domani all’alba prevalga la frangia violenta: “Non dobbiamo mandare in malora 22 anni di lotta non- violenta, con azioni aggressive rimarremo isolati. Diciamo no alle pietre e alla violenza, non siamo in Vietnam” afferma il prof. Richetto, insegnante di Bussoleno. Della stessa idea la chiomontina Marisa Meyer, 66 anni, cuoca ufficiale del presidio: “I ragazzi che vengono dai centri sociali qui non hanno mai dato problemi. Devono rispettare la nostra ospitalità, e comportarsi bene”.
Intanto, questa sera  –  con ritrovo alle ore 21 e partenza alle 22  –  si terrà una fiaccolata dal centro di Chiomonte fino al presidio, per coinvolgere maggiormente il paese e la gente, e non rimanere isolati alla Maddalena. In attesa della notte più lunga.

NOTIZIE/ Magari peggio!

Repubblica 26 giugno

Tiro alla fune alla festa della Lega
la corda si spezza sul Ticino, 30 feriti

La manifestazione organizzata dal Carroccio tra le sponde lombarda e piemontese
Il cavo teso attraverso il fiume ha ceduto facendo cadere tutti i lombardi

Tiro alla fune alla festa della Lega /   foto   la corda si spezza sul Ticino, 30 feriti

Sono una trentina, secondo quanto si è appreso sul posto, i contusi e due le sospette fratture fra i militanti leghisti caduti a terra oggi pomeriggio, quando alla festa della Lega di Sesto Calende, si è spezzata la fune che era stata tesa sul Ticino per la sfida tra le due sponde. Tra i feritin il segretario regionale Giancarlo Giorgetti. La manifestazione lungo il fiume si è poco dopo conclusa, ovviamente più in fretta di quanto previsto.

Sul lungofiume di Sesto Calende è fra l’altro arrivato da poco il leader della Lega Nord Umberto Bossi. A piazza ormai semivuota, Bossi ha rinunciato al previsto intervento dal palco e si è seduto a sorseggiare una bibita ai tavolini all’aperto di un bar, senza fermarsi a parlare coi giornalisti. Il leader del Carroccio è in compagnia, tra gli altri, del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del presidente del Piemonte, Roberto Cota, del capo delegazione all’Europarlamento Francesco Enrico Speroni e dell’europarlamentare Mario Borghezio.

TRIESTE 25/06: foto e volantino del presidio contro la sanatoria-truffa

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Sabato 25 giugno siamo scesi nuovamente in piazza, in una manifestazione  organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste, per due motivi: festeggiare la positiva conclusione di una battaglia durata due anni e, allo stesso tempo, rimarcare il fatto che quella battaglia non è ancora del tutto finita, anzi. Stiamo parlando della vicenda della “sanatoria-truffa”, che dopo quasi due è giunta ad una svolta.

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VALSUSA/ Ore 6.48 inizia l’aggressione dello Stato

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pinza

 

pietre

 

 No Tav, battaglia in Val di Susa  -   video   /   foto    La polizia sfonda e avanza con i lacrimogeni

 

 No Tav,  duri scontri in Val di Susa -   Tutti i video    La polizia sfonda,  40 feriti: via ai lavori   -   mappa

Diretta da notav.info | Diretta da notav.eu

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E’ morto LUCIANO GIORGI

Questa notte nell’ospedale di Monfalcone è venuto a mancare Luciano Giorgi colpito da mesotelioma pleurico, probabilmente contratto durante il periodo di lavoro come addetto alle caldaie nelle navi. Avevamo ricordato la sua figura il 9 giugno prima dei referendum.

Luciano Giorgi quindi ha avuto, come tutti noi del resto, la grande soddisfazione di veder fermato il nucleare, desiderio che egli aveva espresso con un geniale atto di militanza politica facendo leva proprio sulla sua situazione esistenziale. Uno stato d’animo che, al di là delle impostazioni politiche, è  comune a tutti coloro i quali credono fermamente nelle proprie idee soprattutto quando coinvolgono l’ecologia ed il futuro del pianeta.

Paolo De Toni

 

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