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Onda Resistente
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
da Il Manifesto
Navi-Cie per immigrati
Li chiamano centri di raccolta galleggianti, ma non sono altro che prigioni in mezzo all’acqua. E’ l’ultima trovata del governo che piuttosto che smistare gli immigrati che si trovavano a Lampedusa nei varie Cie – con il rischio che qualcuno finisca magari anche al nord – preferisce ammassarli a bordo di tre navi nel porto di Palermo in attesa di rimpatriarli in Tunisia. Sorvegliati a vista da poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, limitati nei movimenti e costretti dormire sulle sedie. «Vengono trattati come animali», racconta un uomo che ha il cognato a bordo di uno dei traghetti. Che ieri sera, per evitare possibili contestazioni da terra, sono stati addirittura fatti allontanare dalla banchina.
Spenti i riflettori su Lampedusa, l’ultimo atto della guerriglia che per due giorni ha sconvolto l’isola si gira in un porto di Palermo blindato per l’arrivo dei tunisini. Il molo di Santa Lucia è stato requisito dal Viminale per quindici giorni, e lì sono state fatte approdare la Moby Fantasy, l’Audacia e la Moby Vincent, le tre navi trasformate in Cie. Complessivamente a bordo ci sono 700 tunisini, ognuno dei quali è sorvegliato da due poliziotti. Vietato, per gli immigrati, anche solo mettere piede sul ponte. «Viste da fuori sembrano navi vuote», dice l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, uno dei legali che seguono gli immigrati, preoccupato per l’inconsueto stato di detenzione in cui si trovano i tunisini.
Le condizioni di vita a bordo sarebbero a dir poco pesanti. Ai tunisini sono stati sequestrati i cellulari per evitare ogni contatto con l’esterno, ma soprattutto per impedire che sappiano che verranno rimpatriati. Una preoccupazione inutile, visto che comunque quasi tutti hanno capito che non resteranno in Italia Ogni giorno, 100 di loro vengono presi e trasportarti all’aeroporto da dove vengono poi imbarcati sui voli per la Tunisia. «Di fatto si tratta di rimpatri di massa, esplicitamente vietati dall’articolo 4 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo», spiega Paleologo.
In attesa di essere rispediti nel loro paese, i tunisini restano prigionieri a bordo tenuti tutti insieme nei saloni delle navi, due bagni per 50 persone, le docce che non funzionano e costretti a dormire sulle sedie. Molti di loro porterebbero addosso ancora i segni della rivolta, ma a bordo non c’è nessuna assistenza medica. Il Viminale non permette infatti alle organizzazioni non governative o agli avvocati di salire sulle navi anche per parlare con gli immigrati.
Una situazione che preoccupa sotto molti aspetti: «Rinchiudere i migranti tunisini in una nave che è un ‘non luogo’. fuori da qualsiasi classificazione di legge e da ogni controllo giurisdizionale, significa tenerli prigionieri senza che un giudice ne abbia confermato la detenzione» accusa Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci. Dello stesso avviso anche Amnesty internatiornal, per la quale «siamo di fronte a un ulteriore esempio del ricorso alla detenzione con cui le autorità italiane trattano la gestione degli arrivi e dei flussi dei migranti». Protesta infine anche il sindacato di polizia Siulp, che individua nell’«assurdo, improduttivo e costoso trattenimento fino a 18 mesi nei Cie», una delle cause delle rivolte degli immigrati.
Intanto sempre ieri un’altra contestazione si è avuta a Linosa, dove un gruppo di 98 tunisini si è rifiutato di imbarcarsi su due motovedette per paura di essere rimpatriato chiedendo di poter salire sul traghetto diretto a Porto Empedocle. La protesta è andata avanti fino a sera, quando agli immigrati è stato consentito di salire sul traghetto.
da ansa.it
(ANSA) – PALERMO, 26 SET – Sono ancora nel porto di Palermo nella zona della Fincantieri, le navi ‘Vincent’ e ‘Audacia’ con circa 340 tunisini a bordo. Duecento migranti sono nella Vincent, il resto nell’altra imbarcazione. Provengono tutti dal centro di accoglienza di Lampedusa distrutto nei giorni scorsi da un incendio. Nella tarda serata di sabato aveva invece tolto gli ormeggi la Moby Fantasy, con a bordo oltre 220 migranti da trasferire nel centro di prima accoglienza (Cpsa) di Elmas, vicino all’aeroporto di Cagliari. (ANSA).
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
Messaggero Veneto del 27/09/11
Restano sequestrati i campi coltivati a Ogm
Ogm, i giudici del tribunale di Pordenone hanno sciolto la riserva e respinto l’istanza di dissequestro dei terreni di Maniago, presentata da un agricoltore di Vivaro, sui quali, secondo la procura, sarebbe stato coltivato mais trangenico. La decisione è uniforme a quella dei giudici di Udine, che la scorsa settimana si erano espressi su un caso analogo. Il sequestro cautelare era stato eseguito tra il 25 e 26 agosto, su disposizione del pubblico ministero Annita Sorti, dal Corpo forestale della Regione e aveva riguardato due campi di Maniago, di proprietà del vivarese Antonio Zolin. L’accusa contestata dalla procura al proprietario degli appezzamenti è di avere seminato illegalmente mais Ogm. Per la difesa, sostenuta dall’avvocato Francesco Longo, sulla base di una sentenza del Consiglio di Stato coltivare mais Ogm è un diritto degli agricoltori. Mercoledì scorso il tribunale del Riesame (presidente Eugenio Pergola, a latere Rodolfo Piccin e Francesco Saverio Moscato) aveva discusso il ricorso col quale la difesa chiedeva il dissequestro degli appezzamenti. Analogo riesame era stato discusso a Udine, relativamente a un sequestro cautelativo disposto dal pubblico ministero Raffaele Tito, e riguardante i campi di Mereto di Tomba e Coseano di proprietà di Raffaele Midun di Campoformido. I due agricoltori erano stati indagati per avere seminato mais Ogm senza l’autorizzazione ministeriale. Ieri, dunque, il tribunale di Pordenone ha depositato la sentenza: ha rigettato la richiesta di dissequestro dei campi di Maniago. I giudici hanno dunque aderito alla tesi della pubblica accusa, secondo la quale, per coltivare mais transgenico, è necessaria un’autorizzazione del ministero dell’Agricoltura, respingendo quella sostenuta dalla difesa, che, richiamandosi a una sentenza del Consiglio di Stato, individua invece in quel tipo di coltivazione un diritto degli agricoltori. Il legale, in pratica, aveva invocato la prevalenza del Diritto comunitario su quello nazionale che, con apposita direttiva, consentirebbe la coltivazione del seme certificato, già sottoposto a una serie di controlli sanitari e di compatibilità ambientale, come appunto il Mon810. E ciò senza la necessità di ulteriori provvedimenti o autorizzazioni, come richiedono invece le norme italiane. «Il tribunale di Pordenone si era già pronunciato per una vicenda analoga. Attendiamo di leggere le motivazioni del riesame – ha detto l’avvocato Longo -, per poi decidere il da farsi. Non è escluso l’appello in Cassazione: lo vedremo con molta serenità, rispettando la sentenza dei giudici». Intanto la procura ha concesso la granella già trebbiata per esigenze di conservazione: in caso non fosse utilizzabile ai fini agricoli, potrebbe infatti essere impiegata come combustibile
Marzo 17th, 2017 — General, Noi
Continua l’attività NO TAV ad Udine e in Provincia
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Superate le 400 visite | Foto | Bruxelles
Buona riuscita dell’iniziativa pomeridiana – serale di sabato 1° ottobre ad Udine. Alcune centinaia di persone si sono avvicendate alla proiezione dei filmati del “TG in Piazza” sulla repressione in Valsusa e sulla tratta Veneto-Friulana del Corridoio 5. Sono stati distribuiti 400/500 volantini, in maniera selezionata, soprattutto alla gente che circolava nella Piazza attorno al presidio, ai comizi e alle proiezioni. |
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
USA. Sempre più repressione, arrestata una bambina
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Ieri pomeriggio siamo stati vittime dell´ennesimo episodio di
repressione violenta e ingiustificata durante
un presidio dichiaratamente pacifico davanti al CIE di Corso
Brunelleschi a Torino. I manganello ed i
lacrimogeni della Polizia di Stato sembrano essere ormai diventati in
Italia i mezzi indiscussi per ricordare
costantemente a tutti cosa sono la democrazia, chi comanda e cos´è la
libertà d´espressione.
Ovviamente nessuno si aspettava alcun tipo di attenzione mediatica
considerato il tema caldissimo della
lotta contro i CIE e le politiche razziste del governo italiano. Si
correrebbe il rischio che nell´opinione
pubblica si insinui il dubbio che l´assioma “CIE = carcere per il
marocchino che spaccia e violenta le tue figlie
quando vanno ai Murazzi” non sia del tutto valido.
Due i dispacci di stampa (dettati verosimilmente dalla Questura di
Torino) e pubblicati da Adnkronos ed
AGI: «Torino, 1 ottobre. Tensioni a Torino davanti al Centro di
permanenza temporanea di corso
Brunelleschi, dove una cinquantina di anarchici si è ritrovata per una
delle periodiche proteste davanti alla
struttura, con battitura di ferri sui pali. La polizia ha effettuato
una carica di alleggerimento quando il
gruppo di contestatori si è gettato contro i muri di cinta. Quindi la
situazione è tornata tranquilla.»
Ecco i fatti.
Ieri pomeriggio una cinquantina di persone di varie “sensibilità” si
sono riunite dalle 17 davanti al CIE di
Corso Brunelleschi a Torino per un presidio di solidarietà ad Ismael,
ragazzo peruviano in attesa di
espulsione, ed a tutti i gli altri prigionieri. Le intenzioni erano
davvero delle migliori: tutti a volto scoperto,
qualcuno ha portato i bambini per farli giocare insieme nel giardino,
anche una donna incinta fra di noi.
Un presidio davvero tranquillo, a tratti festante, che alternava a
momenti musicali interventi al microfono
da parte della comunità peruviana, messaggi di solidarietà in francese
ed arabo e “battiture” con materiale
di fortuna sui pali della luce (variante nostrana dei “cazerolados”
argentini). Che avessero proprio voglia di
menare le mani i celerini e i funzionari di polizia si vedeva già
dall´inizio del presidio. Tirava un´aria strana.
Carreggiata sbarrata, tante camionette, una cinquantina di poliziotti
sovraeccitati in bella fila con casco
sulla testa, il tamburellare sulla mitraglietta d´ordinanza, gli
sguardi di sfida, il manganello ed il lancia-
lacrimogeni pronti per l´uso. Anche un funzionario con fascia
tricolore a tracolla – fascia che, come sapranno
alcuni, sarebbe d´obbligo indossare perché gli ordini di “carica”
siano ben fatti da un punto di vista legale.
Negli occhi dei celerini un odio ed una rabbia sconcertanti: la voglia
di spaccare teste ed uccidere è
chiaramente palpabile. Ed infatti intorno alle 19 arriva il pretesto:
un cagnolino malauguratamente fugge
verso di loro. Alcuni ragazzi si staccano dal presidio per
recuperarlo. Viene interpretato come
inequivocabile gesto di minaccia nei loro confronti e di tentativo di
penetrare all´interno di un carcere
circondato da due fila di mura alte più di 6 metri (!). Parte una
carica violentissima senza alcuna
preoccupazione per la presenza fra noi di bambini e donne (una anche
visibilmente incinta). Si tenta di fare
un cordone per permetterne la fuga ma dura pochi attimi. La polizia
carica ripetutamente e violentemente
inseguendo addirittura le persone per interi isolati e picchiando
selvaggiamente chi durante questa corsa è
caduto a terra. Una vera e propria caccia all´uomo con insulti rivolti
alle donne (“togliti di mezzo troia se
non ne vuoi altre”) e con diversi feriti causati dall´accanimento
delle forze dell´ordine. Il bilancio è di
qualche testa aperta, molte contusioni ed alcune fratture agli arti
superiori. Le biciclette rimaste in terra ed
il furgone con l´impianto audio vengono vandalizzati da poliziotti
probabilmente troppo lenti per
raggiungere qualcuno ma sicuramente abbastanza frustrati per accanirsi
e danneggiare i nostri oggetti. “
Simonetta
Sabato 1 ottobre. Nel prato di fronte al CIE di corso Brunelleschi l’atmosfera è serena. Se non fosse per quel muro, mille volte segnato da graffiti di libertà, mille volte cancellati e mille volte rifatti, sarebbe un pomeriggio come tanti in quest’estate tardiva.
C’è una settantina di persone: antirazzisti di un po’ tutte le aree, giovani immigrati che le gabbie le hanno assaggiate, famiglie, specie peruviane venute a sostenere la lotta di Ysmael, un attivista molto noto anche al di fuori della sua comunità. Ysmael è rinchiuso in una delle gabbie e da settimane si sta battendo perché la sua vita è a Torino e non la vuole lasciare. Il 27 settembre hanno provato a caricarlo su un aereo diretto a Lima. Pareva l’epilogo scontato della vicenda ma Ysmael ha cominciato a gridare, a divincolarsi, finché la sua protesta ha attirato l’attenzione del pilota, che gli ha fatto la domanda più ovvia, gli ha chiesto se voleva partire per il Perù. Di fronte al suo diniego ha ordinato di farlo sbarcare: i poliziotti non hanno potuto fare altro che ricondurlo al CIE, nella cella di isolamento nella quale ha trascorso buona parte della sua prigionia.
Il presidio di sabato è un segnale di solidarietà che mette insieme tanta gente diversa, accomunata dalla volontà di chiudere i CIE, di dare sostegno alla lotta di tutti i reclusi, in questi mesi sempre più forte in ogni angolo d’Italia.
Che gli uomini in divisa siano maldisposti lo si capisce sin dal primo momento: controviale bloccato dalle camionette, antisommossa schierati con casco e manganello, funzionari in fascia tricolore, quella che, almeno a Torino, mettono solo per poter dichiarare legittima una carica.
Musica, interventi, slogan. Niente altro.
Il pretesto lo fornisce un cucciolo di cane, un quattro zampe impertinente che non ha ancora capito che ci sono limiti che non è salutare valicare. Il cucciolo attraversa la strada, si dirige verso gli uomini in divisa, una ragazza lo rincorre gridando “vado a prendere il cane!”. I gentiluomini in divisa fanno partire qualche insulto, qualcuno risponde. Poi calano i caschi e partono.
Sembravano “una mandria di bufali impazziti” scriverà il giorno dopo una donna. Ha una mano gonfia: sin è guadagnata una manganellata quando ha sporto il braccio nel vano tentativo di fermare un poliziotto che si stava accanendo contro il figlio di 15 anni, che, come lei, era seduto nel prato. Al pronto soccorso al ragazzo metteranno il collare e daranno 7 giorni di prognosi.
I feriti sono numerosi. Una compagna viene colpita ripetutamente alla testa, si ripara con la mano e si aggiudica una frattura scomposta al mignolo. Gli altri hanno sul viso e sul corpo i segni dei colpi ricevuti.
Un folto gruppo di antirazzisti viene caricato per centinaia di metri lungo via Monginevro, affollata di auto e bus, come in ogni sabato pomeriggio. Solo all’angolo con corso Montecucco i funzionari richiamano la forza.
In questura devono aver deciso. Basta presidi solidali davanti ai CIE: i prigionieri devono restare isolati, come i tunisini rinchiusi nelle navi-prigione dopo aver incendiato il centro di contrada Imbriacola.
Diciamolo chiaro. A questi picchiatori in divisa, dopo quattro mesi rinchiusi nella gabbia di cemento e filo spinato alla Maddalena di Chiomonte, qualche soddisfazione bisognava pur darla. In Valsusa i manganelli, i calci in faccia, lo scricchiolar d’ossa sinora glielo hanno potuto concedere solo a piccole dosi. Gas sparati ad altezza d’uomo, qualche sasso dall’autostrada ma nulla più. In via Grattoni sanno che la Valsusa è una polveriera e non hanno il coraggio di scatenare i bufali.
Le rivolte e le fughe degli immigrati si stanno moltiplicando in tutta Italia, spezzando reti e rompendo le gabbie. A Torino il 22 settembre si sono ripresi la vita in 22.
La voglia di libertà brucia le frontiere, simboliche e reali messe a guardia di un ordine feroce. Spezzarlo è una scelta morale ben prima che politica.
Ormai lo stanno imparando anche i cuccioli di cane: c’è un lato sbagliato della strada, quello che corre lungo i muri cinti di filo spinato, difesi da uomini armati e cattivi.
Domenica 2 ottobre. In serata c’è agitazione tra le gabbie del CIE. L’Ansa parla di un tentativo di fuga, bloccato dalla polizia. Un immigrato colpito al viso da un candellotto lacrimogeno sparato come un proiettile è stato ricoverato all’ospedale Martini.
Marzo 17th, 2017 — General, Noi
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Una quindicina di solidali NO TAV hanno atteso Debora Serracchiani all’incontro del circolo del PD di Porcia in cui sarebbe intervenuta per il tesseramento sabato 1 ottobre. All’entrata della barchessa di Villa Dolfin, uno strisicione “TAV=MAFIA”, bandiere no tav e distribuzione di un centinaio di volantini in cui veniva spiegato il perché della contestazine e soprattutto di cosa fosse la TAV, dei costi e dei motivi per rigettarla. Dopo qualche colloquio c’è stato consentito d’intervenire alla fine della relazione della Serracchiani e ad apertutra del dibattito.
Occasione accettata e che ha dato la possibilità d’insinuare diversi dubbi alla gente intervenuta (poco meno di un centinaio) all’incontro.
Il referente no tav ha fatto un discorso molto diretto partendo da alcune dichiarazioni della segretaria del PD friulano accusandola di non voler mai entrare nel merito della questione, di non voler informare elettori ed intervenuti neppure su cosa davvero sia e sui costi enormi (in continua lievitazione) estorti ovviamente dalle tasche dei lavoratori. Un’intervento che ha fatto poi emergere i maggiori punti critici e assurdi della “grande opera” in un momento così grave di crisi economica ed evidenziando infine le non poche contraddizioni emerse dagli stessi protagonisti del progetto come l’ingener Comin piuttosto che Moretti (FS) e Golliani (RFI).
La risposta (senza diritto di replica) della Serracchiani è stata tutta politica (non una parola sul progetto a conferma dell’impresentabilità dell’operazione) partendo dalla democracità sua e del PD che ci fa parlare sempre (bugia) e sul nostro accanimento contro il centrosnistra rispetto al governo regionale e in generale al centrodestra (altra bugia),
Un po’ surreale è stata la smentita del primo intervento al dibattito da parte di un suo collega di partito che ha invece parlato di “eccesso di democrazia” dicendosi contrariato della scelta di farci parlare e chiudendo con “a me non interessa sapere della TAV, mi fido del partito”, suscitando per altro disappunto tra molti del pubblico.
Chi ha potuto assistere alle fasi successive del dibattito ha poi sottolineato come diversi altri interventi partivano invece dalla preoccupazione che le nostre informazioni avevano procurato, testimoniando che l’occasione è stata utile.
Un considerazione finale su Pordenone va fatta: l’appello lanciato perché ci fosse una partecipazione alla contestazione è caduto nel vuoto mostrando, soprattutto nell’area del centrosinistra, un balbettìo che lascia intendere il solito opportunismo in vista delle possibili alleanze per le prossime elezioni regionali; ed ancora è bene sottolineare come nel pordenonese (non toccato direttamente dalla tratta) sussista un’apatia diffusa nonostante i recenti rigurgiti di entusiasmo per le vittorie ai referendum dell’acqua e in generale sui “beni comuni”.
Tutte questioni che impongono un maggiore lavoro sul territorio di consapevolezza e di azione.
Nestor
Marzo 17th, 2017 — General, Noi
Rassegna fotografica del 1° ottobre 2011 in Piazza Matteotti ad Udine. TG No Tav in Piazza











