
NO agli F35
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
SCIENZA/ Un sacco di stupidaggini
Marzo 17th, 2017 — General, Scienza e tecnologia
Repubblica 13 gennaio 2012
Le scoperte che muteranno il mondo in 50 anni
L’astrofisico Giovanni Bignami ha raccolto in un libro le prossime frontiere del progresso. Le previsioni su ciò che succederà nel 2026: tra invenzioni, stili di vita e nuove fonti di energia
IL CASO
Viaggi su Marte e longevità
le scoperte dei prossimi 50 anni
L’astrofisico Giovanni Bignami ha raccolto in un libro le prossime frontiere del progresso umano. Le previsioni su ciò che succederà nel 2026: tra invenzioni, stili di vita e nuove fonti di energia
di RICCARDO LUNA
TRANQUILLI, fra 50 anni sarà molto meglio. Andremo su automobili che si guidano da sole, evitando multe ed incidenti grazie a una rete di microsensori. Mangeremo carne prodotta in laboratorio senza uccidere animali (e senza inquinare l’ambiente). Prenderemo tutta l’energia che ci serve dal centro della Terra dicendo finalmente addio a carbone e petrolio. Non avremo più soldi in tasca, ma gireremo con un chip sottocutaneo collegato al conto corrente. E la sera scaricheremo il cervello su una chiavetta, come quando facciamo il backup del telefonino per non perdere i dati della rubrica. Se vi sembrano le solite previsioni futuristiche un po’ strampalate, beh, sappiate che lo sono forse: ma qui parliamo di scienza. Di quello che la scienza sta preparando per noi.
Le previsioni le ha raccolte Giovanni Bignami, a sua volta scienziato di fama mondiale: da qualche mese guida l’Istituto Nazionale di Astrofisica e da lì si è inviato in giro per il mondo per capire Cosa resta da scoprire (Mondadori). Un viaggio alla ricerca delle prossime scoperte che ci cambieranno la vita. Lo ha fatto sapendo che prevedere il futuro è un esercizio divertente ma che quasi sempre comporta clamorose brutte figure: “Negli anni ’50 era considerato certo che nel 2000 gli aerei non avrebbero avuto le ali. Il capo della IBM nel 1943 disse che al mondo sarebbero bastati cinque computer. E nessuno aveva previsto le grandi scoperte del XX secolo…”. Allora perché farlo? Bignami cita una massima di Eisenhower: “Perché i piani sono inutili, ma la pianificazione è essenziale”. E i piani della scienza sembrano molto chiari: nel prossimo mezzo secolo cambierà davvero tutto.
La velocità del progresso scientifico infatti non è costante ma aumenta in maniera esponenziale. Bignami ha individuato un metronomo d’eccezione per dimostrarlo: la cometa di Halley. Da un paio di millenni passa regolarmente vicino alla Terra ogni 76 anni. “Passò prima della battaglia di Hastings del 1066 e la ritroviamo nell’arazzo di Bayeux. Nel 1301 ripassa e Giotto la dipinge nella cappella degli Scrovegni. Nel 1682 viene osservata per la prima volta col telescopio da Edmond Halley. Ci vollero altri tre passaggi e nel 1910 le scattammo la prima fotografia. La volta dopo, nel 1986, le abbiamo addirittura mandato incontro una flotta di sonde spaziali. E nel 2062? Magari la ingabbieremo con una grossa rete e la faremo atterrare su un deserto: è grande come Manhattan”.
Ecco perché il 2062. Come saremo, che faremo? Di una cosa Bignami è convinto da tempo: “E’ già nato il bambino che camminerà su Marte”. Perché tanta sicurezza? Intanto perché il turismo spaziale farà finalmente tornare di moda l’esplorazione umana dello spazio, sostiene il professore. E poi il Progetto Marte è già stato scritto tanto tempo fa: lo aveva fatto addirittura nel 1948 Wernher von Braun, padre del programma spaziale americano. Con qualche aggiustamento è ancora valido. Mentre la tecnologia per andarci e tornare in 369 giorni (di cui 41 sul pianeta rosso) è italiana: la dobbiamo a Carlo Rubbia e il progetto risale al 2008, quando Bignami guidava l’Agenzia Spaziale Italiana.
Ma il punto è un altro: perché andarci? “Per capire il segreto della vita” secondo Bignami, “Come si è formata nell’universo?”. E’ questa la seconda grande scoperta delle dieci che faremo entro il 2062. “La prima sarà scoprire una nuova vita irraggiungibile. Ci vorrà fortuna per captare un segnale intelligente dallo spazio profondo, ma è possibile e ci darà la certezza che c’è vita in un altro sistema solare. Da quel momento in poi, cambierà qualcosa dentro ciascuno di noi”.
Una delle questioni fondamentali sarà l’energia. Bignami, come molti scienziati, è un nuclearista convinto: nel senso che considera il livello di sicurezza delle attuali centrali assolutamente accettabile. Ma si è anche rassegnato al fatto che l’opinione pubblica non cambierà idea, nemmeno in 50 anni. E allora, visto che i combustibili fossili stanno rapidamente distruggendo l’equilibrio del pianeta e che le energie alternative non sono sufficienti per la fame energetica del mondo, immagina una terza strada: la geotermia profonda. Ovvero andare a prendere il calore sotto la crosta terrestre.
Sarà migliore il mondo nel 2062? Guardiamo la vita delle persone. Il lavoro in grandissima parte sarà fatto da macchine: non parliamo di robot, ma di costruttori molecolari in grado di produrre qualunque oggetto. Nel frattempo la vita si allungherà sempre di più per cui “nel 2062 sarà nato il bambino che vedrà la cometa di Halley tre volte, cioé vivrà più di 152 anni”. Che faranno tutti questi ultra anziani senza lavoro? E’ uno scenario che fa intravedere problemi sociali immensi. Che non possiamo evitare. “Alla società non sarà data la scelta se invecchiare o no. Il futuro non si ferma e non ci aspetta”.
(13 gennaio 2012)
NOTAV: mancano i fondi per lo studio di fattibilità
Marzo 17th, 2017 — General, Tracciati FVG
sempre meglio….sempre NOTAV!
Dal Piccolo del 13/01/12
Tav, mancano 400mila euro per lo studio di fattibilità
TRIESTE Alta velocità ferroviaria? Al momento, almeno per questo estremo lembo d’Italia, resta solo un sogno. A definire la questione, del resto, basta l’ultimo episodio. In sostanza non si trovano neanche i 400mila euro necessari a realizzare lo studio di fattibilità avanzato per l’alta velocità della linea Mestre-Portogruaro-Ronchi dei Legionari. «Ho chiesto a Rfi – conferma il commissario della Tav Bortolo Mainardi – e hanno detto che non c’è un soldo… Resto fiducioso, però…». Mainardi si è comunque attivato subito e ha scritto al ministero e al ministro delle Infrastrutture Corrado Passera per chiedere a breve un incontro. Di carne al fuoco ce n’è molta. Arrivato nello scorso agosto Mainardi ha verificato la situazione e le criticità nei tratti progettati da Italfer, ha toccato con mano la carenza di consenso che esiste soprattutto in Veneto sul primo tracciato proposto e si è mosso di conseguenza. In primis, ricorda, era stato deciso di verificare la fattibilità del percorso Tav utilizzando quello preesitente, in prima battuta sulla tratta Mestre-Portogruaro. Serviva però, appunto, uno studio avanzato che, al momento almeno, non è neanche all’orizzonte. Ed è un peccato perchè la scelta di Mainardi era nata, dichiaratamente, dalla necessità di risparmiare fondi, uscire da quel cul de sac che parlava di costi di 77 milioni per chilometro da Mestre all’aeroporto Marco Polo di Tessera, altri 44 fino a Portogruaro e Ronchi e infine 50 milioni al chilometro per la tratta fino a Trieste. Di queusti tempi, fantascienza. Mainardi la prossima settimana sarà in Friuli Venezia Giulia. Parola d’ordine, «sorpassare Cervignano», perchè il grande imbuto, almeno per quel che riguarda la nostra regione, ha a che fare proprio con l’ex scalo logistico. (f.b.)
Il Gazzettino di Venezia
Venerdi 13 Gennaio 2012
VENEZIA Dopo l’annuncio choc del commissario Mainardi: non ci sono neppure i 400 mila euro per lo studio di fattibilità
«Tav senza soldi? Servono altre soluzioni»
Gli industriali del Veneto: occorrono alternative rispetto al finanziamento pubblico dell’opera
Se non ci sono nemmeno i soldi per uno studio di fattibilità del costo di 400 mila euro, come si può realisticamente pensare che la linea dell’Alta Capacità-Alta Velocità possa essere realizzata? Ci sono tanti modi di reagire di fronte alla notizia choccante, ma neppure tanto sorprendente, secondo cui il commissario straordinario Bortolo Mainardi sta disperatamente cercando i soldi per far eseguire a Rfi lo studio lungo la ferrovia storica che da Mestre conduce a Ronchi dei Legionari, passando per Portogruaro.
«Che non ci siano soldi per la Tav non è una novità» allarga le braccia Franco Miller, responsabile per Confindustria del Veneto del settore infrastrutture. «Lo abbiamo detto in occasione del convegno organizzato da Confindustria a giugno. Per questo è necessario trovare strade diverse. Le preoccupazioni di Mainardi sono giustificate». L’analisi di quel convegno partiva proprio dalla certezza che in tempi di vacche magre i soldi pubblici per realizzare la Tav non ci siano. Ne seguì un appello per coinvolgere soggetti privati e banche in una grande partita per realizzare una delle infrastrutture più attese, ma chimeriche.
È venuta la stagione del fai-da-te? «Mi pare evidente – spiega Miller – che i costi ipotizzati da Rfi per il progetto fino a Trieste, circa 7 miliardi e 400 milioni di euro, siano una esagerazione. Abbiamo costituito un gruppo di lavoro misto, composto da Confindustria, Regione Veneto, Unioncamere e Anci Veneto. E abbiamo in corso una progettazione per la tratta Padova-Verona a costi assai inferiori rispetto a Rfi. Verrà certificata da una società di Milano».
Da qualche settimana, di fronte all’ammissione pubblica di mancanza di fondi, si sono aperte ipotesi alternative rispetto al “tracciato basso” della Tav, che attraversa la campagna veneziana poco a nord delle spiagge. È stato il commissario Mainardi a lanciare l’idea di un tracciato alternativo a quello che ha visto la Regione Veneto in prima fila. Ovvero la Tav lungo l’attuale linea storica.
È a questo che servono i 400 mila euro che Mainardi non riesce a trovare. «Noi lo appoggeremo, affinchè lo Stato li tiri fuori per un realistico progetto di fattibilità» conclude Miller.
Ma anche la Regione Veneto non sta alla finestra, nonostante il progetto di Mainardi possa sembrare alternativo a quello delle spiagge. L’assessore Renato Chisso: «Per decidere quale sia il percorso migliore serve un’alternativa progettuale. Ci sta bene lo studio di fattibilità per il tracciato della linea storica, che però dovrà prevedere l’attraversamento in galleria dei centri abitati. E ci daremo da fare perchè si trovino i soldi di cui Mainardi ha bisogno».
Dove? «In questo momento la Regione e i Comuni non ne hanno, ma c’è il governo. E c’è anche Rfi». L’assessore veneto guarda però oltre il problema – tutto sommato modesto rispetto alla mole di finanziamenti necessari – dello studio di fattibilità. «Sappiamo che le risorse per partire con la Tav non saranno disponibili per tre-quattro anni. Nell’attesa si può mettere mano alla linea storica dove oggi transitano 180-190 treni al giorno, pensando di potenziarla fino a far transitare 240-250 treni. Poi è attrezzata la Pontebbana ferroviaria che conduce a Tarvisio e di lì a Vienna. Ma c’è anche una line a binario unico non elettrificata da Portogruato a Casarsa che si innesta nella Pontebbana». La proposta? «Elettrifichiamola e potremo anticipare la Tav in questa direzione».
È un progetto che non lascia indifferenti neppure gli industriali, ai quali interessa fornire infrastrutture subito alle aziende produttive del sistema Nordest, piuttosto che attendere una futuribile linea ad alta capacità.
NO MAFIA / La camorra punta su Trieste e Monfalcone
Marzo 17th, 2017 — General, Isontino
da Il Piccolo del 12 gennaio 2012
La camorra punta su Trieste e Monfalcone
Secondo uno studio della Confesercenti la penetrazione malavitosa riguarderebbe soprattutto le aree portuali
di Silvio Maranzana
TRIESTE
La camorra preme su Trieste e Monfalcone. Il clan cosiddetto degli scissionisti, i gruppi camorristici Alleanza di Secondigliano e Licciardi: con queste sue frange la criminalità organizzata del Sud sta tentando a più riprese di porre basi anche in quest’area geografica del Nordest. Il tredicesimo rapporto di Sos impresa, l’associazione di Confesercenti nata per difendere gli imprenditori da estorsioni e usura, rilevando come “Mafia spa” si confermi la prima industria italiana con un fatturato di 140 miliardi di euro, accende un faro di luce sinistra anche sul Friuli Venezia Giulia «dove – rileva la relazione – si registra la presenza di malavitosi di origine campana perché la camorra anche in questa regione mostra notevoli interessi soprattutto nelle attività imprenditoriali che orbitano intorno ai cantieri navali di Monfalcone e al porto di Trieste». Ma non è finita perché lo scalo triestino «attira le attenzioni anche di organizzazioni criminali straniere perché considerato un crocevia strategico per svariati traffici illeciti, primo fra tutti quello degli stupefacenti». E i numerosi sequestri di quantitativi enormi di eroina oltre che di hashish che si sono susseguiti negli ultimi quindici anni in particolare sui camion sbarcati dai traghetti turchi al terminal di riva Traiana rivelando il coinvolgimento dei principali boss della mafia turca recano l’avvallo a questa affermazione.
Ma negli ultimi tempi la minaccia della criminalità interna si è fatta più forte e pressante. Il clan degli scissionisti, legato al boss Raffaele Amato, ha almeno apparentemente fallito un tentativo di sbarco a Trieste con l’arresto a Napoli su mandato di cattura dei magistrati triestini di Michele Maraucci, uomo della “cupola” di quell’organizzazione. Aveva guidato un canale di rifornimento della droga dalla Campania al Friuli Venezia Giulia. Poco prima di lui a finire in trappola era stato un altro pezzo da novanta dell’organizzazione, Giuseppe Iavarone “beccato” a Fiumicino di ritorno dalla Spagna dove aveva trascorso un periodo di tempo per sfuggire alla cattura. Erano il vertice della piramide conficcata nel Nordest di una gang che aveva alla base come “cavalli”, cioé pusher che avevano il compito di spacciare in Friuli Venezia Giulia l’hashish targato camorra, tre napoletani abitanti a Trieste e un triestino. Il centro locale di spaccio era la bottega, in via Nordio, di un calzolaio triestino, Luigi Zinno, dal quale ha preso nome l’operazione che i carabinieri hanno chiamato, usando il termine dialettale, “Operazione calighér”. E al “caligher” gli investigatori erano giunti dopo aver intercettato nei pressi dell’università due Peugeot 308 incolonnate. La prima fungeva da staffetta, la seconda aveva un doppiofondo dove erano stati nascosti 41 chili di hashish, già suddivisi in pacchetti da 50 e 100 grammi. Era invece in Borgo Teresiano e in particolare a un commerciante, Renato Affinito, e a un barista, Franco Fontanella che giungeva un canale di rifornimento della cocaina che faceva capo al clan dei Gallo – Limelli – Vangone che controlla gran parte dei traffici illeciti nell’area di Torre Annunziata, Trecase e Boscotrecase. Regista dell’operazione Ciro Limelli, napoletano, uno dei boss del clan.
Walter Nobile era invece un basista dei clan Alleanza di Secondigliano e Licciardi che aveva preso domicilio a Ronchi dei Legionari e come attività di copertura faceva il consulente di una delle tante ditte inpegnate nei subappalti della Fincantieri. In realtà curava lo spaccio di cocaina e hashish provenienti dal Sudamerica non solo nell’Isontino, ma in buona parte del Nordest. Nella stessa operazione di polizia, oltre a lui sono finite in carcere 29 persone ed è stato arrestato a Santo Domingo il boss camorrista Ciro Mazzarella. Dal momento che il padre Gennaro e il fratello Francesco erano già dietro le sbarre, era Ciro a reggere le redini del clan ed era inserito nella lista dei cento latitanti più pericolosi d’Italia. Era sbarcato da fuggitivo in Sudamerica, si era trasferito in Costarica per approdare infine a Santo Domingo da dove coordinava per vie telematica le attività criminose del clan. I finanzieri del Gico lo hanno smascherato in una lussuosa residenza in avenida Josè Cotreras. Un altro esponente di spicco del clan, Paolo Romagnoli, è stato bloccato a Bucarest.
Centri commerciali, dipendenti costretti a restituire la paga
Marzo 17th, 2017 — General, Nocività
E a chi sostiene la necessità di nuovi centri commerciali nell’isontino giustificandoli anche con i posti di lavoro ecco la risposta!
da Il Piccolo, 13 gennaio 2012
Centri commerciali, dipendenti costretti a restituire la paga
Gorizia, un caso limite nella selva inestricabile dei contratti. Il sindacato isontino: «Ci sono commesse che resistono con gli psicofarmaci»
di Tiziana Carpinelli
GORIZIA Solo l’occhio attento lo nota. Tra le corsie a impilare rigatoni e bottiglie tra gli scaffali. Oppure in cassa, a battere scontrini. Perché lui, il precario della grande distribuzione mica lavora a turni regolari. Non ha l’opportunità di diventare, per il cliente, un volto familiare. Perché una volta macina 8 ore di domenica, per dar fiato al commesso part-time che è stato assunto a tempo indeterminato (il turno pieno è merce rara in questa selva di contratti), la settimana seguente ne fa 4 di sabato. E si busca pure due ore infrasettimanali di apertura e due di chiusura nella stessa giornata, così non riesce a seguire neppure uno dei tanti corsi formativi promossi dagli enti pubblici.
È l’altra faccia del luccicante mondo della Grande distribuzione organizzata (Gdo), in provincia di Gorizia. Dove fra supermercati, ipermercati e discount, la superficie commerciale è cresciuta così intensamente negli ultimi anni (145mila metri quadrati nell’Isontino, dove risiedono 142mila 400 abitanti) che l’offerta ha quasi finito per superare la domanda. Una faccia deprimente, sia capisce, dove si arriva perfino ad assumere un lavoratore col voucher, camuffando come occasionale una prestazione quale quella di scaricare la merce dai camion che, in realtà, viene svolta con regolarità, almeno per un certo periodo e fino alla soglia massima di 5mila euro annui. L’anomalo impiego di questo strumento, che non assicura al lavoratore né maternità o malattia, né disoccupazione o assegni familiari, è di recente finito nel mirino degli ispettori dell’Inps che, a quanto pare, hanno avviato accertamenti in un ipermercato della provincia. Ma si tratta solo dell’esempio più macroscopico di una situazione che, la segreteria di Gorizia della Filcams-Cgil, non esita a definire allarmante. Il contratto più diffuso è quello, pure a tempo indeterminato, del part-time ma col correttivo di una flessibilità spinta (pagata sotto forma di indennità mensile di 10 euro lordi al mese), che di fatto rende il dipendente alla mercé dell’azienda. Azienda che comunica i diversi turni settimanali solo il venerdì precedente e distribuisce i lavoratori 7 giorni su 7, rafforzando l’organico in particolare nel week-end, quando l’afflusso di clienti è maggiore. Se la formula può andar bene a chi ha vent’anni, diversamente avviene per madri o padri di famiglia, che invece hanno bisogno di stipendi più consistenti rispetto ai medi 600 euro netti al mese (per 20-24 ore alla settimana) previsti per la categoria ed elemosinano la possibilità di fare ore in più, assecondando ogni richiesta del datore. Chi si trova in questa situazione è comunque fortunato, perché almeno ha il lavoro garantito, pur sacrificando la vita familiare. Poi ci sono tutti gli altri, e tutte le altre forme di contratto. Con meno diritti e tutele. «Ho visto lavoratori andare avanti a psicofarmaci per la situazione stressante cui erano sottoposti a causa della stipula di documenti – spiega Ilaria Costantini della segreteria provinciale Filcams-Cgil – di cui non avevano compreso del tutto le clausole». Il caso è quello di una giovane che era stata assunta con contratto di associazione in partecipazione, una «modalità diffusa soprattutto nei piccoli negozi monomarca delle gallerie dei centri commerciali, con alle spalle un marchio noto». In pratica funziona così – chiarisce -: la paga dell’associata in partecipazione, cioè la commessa, dovrebbe avvenire per contratto a consuntivo di bilancio: a fine anno la catena ripartisce gli utili tra gli associati e se è andata bene la lavoratrice percepisce quanto le è dovuto, altrimenti il rischio, come ci è capitato di osservare, è che il lavoratore debba coprire la sua parte della perdita, chiaramente in termini di retribuzione. Non solo: può essere minacciata, come è accaduto, di dover restituire gli stipendi percepiti. Questo perché i pagamenti in realtà non avvengono a consuntivo di bilancio, ma attraverso degli anticipi mensili sugli utili, ovvero quote fisse di compenso del valore di una paga base da commessa.
Se il brand ha avuto un’annata difficile, basta ventilare la possibilità di richiedere indietro una parte della retribuzione e, nel 99% dei casi, il dipendente terrorizzato molla il lavoro, così la catena si è facilmente sbarazzata di una persona».
Nuovo progetto di un rigassificatore di Fincantieri e Ansaldo nel golfo di Trieste….e siamo a tre
Marzo 17th, 2017 — Gas, General
Durante l’incontro con l’amministrazione di Monfalcone e l’ad di fincantieri Bono, avvenuta un paio di settimane fa, un politico della destra aveva parlato di un inceneritore per sollevare le sorti della fincantieri in crisi… pensavamo fosse una boutade e, invece, qualcosa covava e il furbo della cucciolata ha spiattellato … ora spunta poi anche l’ipotesi rigassificatore: cosa sa la sindaca? E la sinistra di lotta e di governo che amministra Monfalcone?
da Il Piccolo del 13 gennaio 2012
Patto Fincantieri-Ansaldo per un rigassificatore
DUMBLES/ Il paese della perdonanza
Marzo 17th, 2017 — General, Rassegna stampa
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L’altra sera, parlando fra di noi di violenza contro le donne e femminicidi, cercavamo ancora di capire che cosa impedisca a questi continui reiterati delitti di essere trattati dai media come allarme sociale, di suscitare dibattiti, di sviscerare le questioni, di sentire le parti ecc. ecc. Non che questo garantisca nulla, ovviamente, le oscene strumentalizzazioni alla Alemmano, per intenderci o la vacua spettacolarizzazione televisiva, sarebbero anche peggio; ma volendo essere speranzose, se trattato in modo corretto, potrebbe essere almeno l’indicatore di un primo step di consapevolezza rispetto al “fenomeno”. Nulla di tutto questo. Le donne continuano ad essere massacrate e nessuno si scompone.
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NO OGM: arrivano le condanne per le azioni no-ogm del 2010
Marzo 17th, 2017 — General, No OGM
dal Messaggero Veneto del 14/01/12
Ogm e tafferugli arriva il conto per i “disobbedienti”
di Enri Lisetto Per le invasioni dei campi di proprietà dell’imprenditore Giorgio Fidenato e della sede di Agricoltori federati, a Pordenone, all’epoca delle manifestazioni anti Ogm nell’estate del 2010, è in arrivo una raffica di decreti penali di condanna, le cui notifiche sono in corso di esecuzione attraverso le varie questure d’Italia e polizie estere nelle cui circoscrizioni risiedono i destinatari. Sono tre i fascicoli dove sono ricompresi altrettanti eventi a seguito dei quali sono scaturiti tre filoni di inchiesta del pubblico ministero Piera De Stefani: riguardano l’invasione del terreno di Fidenato a Vivaro il 30 luglio 2010, l’invasione dello stesso appezzamento il 9 agosto 2010 e la manifestazione nella sede di Agricoltori federati il 30 aprile 2010. Fascicolo chiuso per quest’ultimo episodio: il giudice per le indagini preliminari di Pordenone ha emesso 34 decreti penali di condanna a carico di altrettanti manifestanti “disobbedienti” residenti tra le province di Pordenone, Udine, Belluno, Padova, Trento, Treviso, Venezia e Vicenza. Gli indagati sono stati identificati dal personale della Digos di Pordenone attraverso l’analisi di filmati e foto. In concorso e a vario titolo sono contestate le ipotesi di reato di violazione di domicilio, violenza privata, ingiuria, danneggiamento, imbrattamento e deturpamento di cose altrui. Le condanne ammontano a due mesi e 15 giorni di reclusione, convertiti in 18 mila 750 euro di multa ciascuna, con la sospensione condizionale della pena. Per i rimanenti 13 indagati, tutti con recidiva specifica infraquinquennale, è stato chiesto il giudizio. L’ipotesi di reato di lesioni personali viene contestata solo a un manifestante in quanto una segretaria di Agricoltori federati, nel tentativo di chiudere la porta della sede di via Lino Zanussi per evitare l’occupazione, rimase ferita. In fase poi di emissione i decreti penali di condanna per 40 manifestanti (tra cui alcuni attivisti di Greenpeace) a Vivaro: a vario titolo vengono contestati perlopiù le ipotesi di reato di violazione di domicilio e invasione di terreni, il 30 luglio 2010 quando il mais venne tagliato. Un’altra trentina di decreti penali sono in corso di emissione nei confronti dei dimostranti “disobbedienti” che manifestarono nello stesso appezzamento il 9 agosto 2010. In questi casi alcune notifiche saranno effettuate all’estero in quanto alcuni dimostranti provenivano da Germania, Ungheria e Austria. «Io sono stato subito condannato, per loro è passato più di un anno – ha rilevato il presidente di Agricoltori federati Giorgio Fidenato – ma finalmente comincio ad avere un po’ di giustizia: i violenti cominciano a pagare». L’imprenditore – del quale sono ancora sotto sequestro sia l’azienda sia il conto corrente – ha infine reso noto di avere intrapreso una causa civile nei confronti dell’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz e di Gianni Cavallini, nelle sue funzioni di presidente dell’Arci Cral di San Vito al Tagliamento.
Sul movimento dei forconi in Sicilia
Marzo 17th, 2017 — General, Ultime
In questi giorni si sta parlando molto del movimento dei forconi siciliano che sta bloccando l’isola.
Riportiamo i link a due contributi da parte di compagni anarchici siciliani.
Il primo è un’intervista di Radio Blackout di Torino ad un anarchico di Ragusa:
http://radioblackout.org/2012/01/protesta-dei-forconi-luci-ed-ombre-di-un-movimento-popolare/
il secondo è un contributo della Redazione del giornale anarchico Sicilia Libertaria:
Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia
Mentre scriviamo è in atto in tutta la Sicilia la protesta organizzata da Movimento dei forconi, Aias ed altre associazioni minori che si sono man mano aggregate. Si tratta di una realtà eterogenea, le cui potenzialità erano note, ma la cui portata sociale si potrà cominciare a verificare a partire da questa settimana. Di fatto, dopo la protesta degli anni ottanta degli “abusivi per necessità”, non si erano più verificati movimenti così diffusi e radicali, in grado di intercettare il crescente malcontento e di dare delle risposte alla crescente voglia di protagonismo, da anni repressa nei meccanismi del clientelismo e della delega.
Un movimento di tal fatta non poteva non destare l’attenzione di chiunque abbia interesse a creare un clima di “rivolta” per pescare nel torbido, o da parte di chi sente sia giunto il momento di portare allo scoperto le proprie rivendicazioni corporative. E’ così che la destra, da tempo attenta agli sviluppi di questo movimento, ne canta le lodi, e dove può, partecipa in maniera anonima con i suoi militanti ai blocchi stradali; è il caso di Forza Nuova e di altre sigle della galassia neofascista; è il caso dell’arcipelago indipendentista. E’ anche il caso di Zamparini, l’industriale presidente del Palermo calcio, e del suo Movimento per la gente, costituito per lottare contro Equitalia. Quest’ultimo pare abbia anche fornito risorse economiche al Movimento, ovvero a “Forza d’Urto”, la sigla unificante sotto cui si svolgono le manifestazioni di questi giorni.
La sinistra, anche quella rivoluzionaria, aristocraticamente, ha osservato da lontano e con fastidio quanto andava nascendo in mezzo a categorie – contadine in particolare – sprofondate in una profondissima crisi, andando a cercare i peli nell’uovo. Eppure di occasioni in questi mesi ve ne sono state per incontrare i “forconi”, ad esempio nel movimento contro il Muos di Niscemi.
Gran parte dei fondatori e degli aderenti al Movimento dei forconi (come pure all’Aias, il sindacato degli autotrasportatori), provengono dal bacino elettorale del centro-destra o dell’MPA, questo è notorio. Può bastare questo a definire i “forconi” un movimento di destra, o addirittura fascista?
Una delle cause scatenanti del loro scendere in piazza è infatti la delusione verso i governi regionale e nazionale nei confronti delle rispettive categorie degli agricoltori, dei camionisti dei pescatori, ecc.; oggi gridano, assieme a tanta gente, contro Lombardo e contro i deputati tutti, chiedendo che se ne vadano; oggi si organizzano per consegnare le tessere elettorali, avendo perso la fiducia nella democrazia parlamentare.
Noi dobbiamo analizzare il movimento a partire da una dichiarazione retroattiva di voto? (una exit pol molto post-datata), o a partire da quanto ne scrivono Forza Nuova e camerati?, o a partire dalle simpatie del singolo personaggio?, oppure dobbiamo dare un giusto peso a una rivolta sociale che comincia a definirsi, dopo anni che scriviamo e critichiamo la calma piatta regnante e che ci interroghiamo sul perchè la gente non si ribelli? Adesso la gente si sta ribellando; porta nei blocchi stradali tutto il suo disgusto, la sua disperazione, la sua rabbia, e le sue certezze: non ostenta un obiettivo specifico; non è la rivolta contro la discarica o la tav o i licenziamenti; non è più solo la protesta dei contadini contro la concorrenza sleale e le leggi del mercato, o quella dei camionisti contro il caro-carburanti, o dei piccoli commercianti snervati dalle tasse e dalla Serit, ma comincia a delinearsi come la protesta diffusa di tutti; una rivolta contro lo sfruttamento; contro un infame trattamento per il Sud e la Sicilia, contro lo Stato esattore della povera gente, costretta, assieme alle piccole imprese – quindi ciò che regge l’economia di intere regioni – al fallimento. Questa è la novità che non si riesce a cogliere, e che invece noi poniamo alla base del nostro ragionamento.
Certamente siamo su un terreno scivoloso. Ma quando mai le rivolte sociali sono state linde e chiare, politicamente corrette, esenti da contraddizioni, orientate a sinistra, eccetera eccetera?
Noi che viviamo nel profondo Sud sappiamo bene come i fascisti abbiano progressivamente occupato spazi sociali e fisici lasciati vuoti dai movimenti di sinistra, radicali e anche rivoluzionari. Sappiamo bene come le strategie del neofascismo siano improntate ad approcci formalmente non ideologici, volti a creare consensi nei quartieri e laddove regna la rabbia e l’emarginazione. Del resto non è una novità dal punto di vista storico, e non è più neanche una caratteristica del solo meridione.
Ma sappiamo anche che il terreno perduto si riconquista metro per metro standovi sopra, non lontani; sappiamo anche che le contraddizioni della gente possono essere portate alla luce del sole se si sta in mezzo alla gente. Abbiamo fatto delle scelte che ci impongono di stare laddove il popolo soffre e soprattutto laddove si ribella e mette in discussione assetti sociali e politici, privilegi e ruberie, corruzione e meccanismi truffaldini del consenso. Avremmo dovuto farlo prima; avremmo dovuto essere stati noi a tessere le fila di questo movimento di protesta e di lotta. Non è stato così, ma questo non vuol dire che la cosa non ci riguardi.
La redazione di Sicilia libertaria
18-1-2012
SICILIA/ Già meglio: brucia il tricolore
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
SICILIA: non male questa
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