AMIANTO: «Il lavoro non deve far morire, senza giustizia non c’è perdono»

da Il piccolo

 

MARTEDÌ, 11 MAGGIO 2010

«Il lavoro non deve far morire, senza giustizia non c’è perdono»

La drammatica testimonianza di una vedova a causa dell’amianto

di TIZIANA CARPINELLI

 

 

MONFALCONE Lino è morto quattro giorni prima di andare in pensione. Lo aveva detto, l’aiuto primario di Venezia, alla moglie Nevia, vedova dell’amianto, che «entro Natale un angelo avrebbe vigilato su di lei e sui suoi tre figli». E così è stato. Lino Buzzi, sancanzianese, 36 anni indefessamente spesi entro le mura del cantiere navale di Panzano, è mancato il 26 novembre 2001, un lunedì, nel suo letto di casa, la famiglia stretta al capezzale. Aveva 58 anni. Lo ha ammazzato un tumore che non dà scampo: mesotelioma maligno alla pleura. Se lo piglia chi respira le fibre d’amianto. Gli esperti in camice bianco affermano che non si tratta di un cancro frequente, ma in zona già 2mila persone sono decedute per lo stesso male.

«Per sua fortuna e nostra grande disgrazia, mia e dei miei figli, se n’è andato in breve tempo – racconta la vedova Nevia Pacco, 62 anni, originaria di San Martino di Terzo d’Aquileia -: otto mesi di malattia e mio marito non c’era più. Non so quante volte, nelle preghiere, ho supplicato Dio che non soffrisse. Che non morisse soffocato, come muore chi è colpito da mesotelioma, e sono stata ascoltata: ha ceduto il cuore, Lino non ha patito, è spirato serenamente. L’unica mia consolazione».

Nevia è una friulana. Di tempra forte. Una che non si perde d’animo, che si rimbocca le maniche e affronta le avversità a muso duro. Solo una volta ha pianto di fronte al marito e poi non l’ha fatto più per quattro anni. «Se n’è andato senza riscuotere neppure la liquidazione. Senza acquistare il camper con cui saremmo dovuti andare in gita a Firenze. Senza godersi quel po’ di vita che, dopo tante fatiche, gli spettava. È un’ingiustizia a cui non mi rassegnerò mai», aggiunge.

Lino Buzzi aveva iniziato nel 1965 a lavorare alla Fincantieri come operaio tracciatore. Col gesso disegnava le sagome delle lamiere da tagliare per imbastire le navi. Un mestiere faticoso. D’estate gli s’incollavano le scarpe di gomma alla lastra di ferro, mentre d’inverno batteva i denti ai capricci della bora. Si era detto: «Devo migliorare la mia posizione». E così aveva riaperto i libri e si era messo a studiare. S’era iscritto ai corsi serali dell’istituto San Marco e aveva fatto tre anni in uno, diplomandosi al Nautico di Trieste. Grazie al titolo di studio era diventato capofficina e poi impiegato all’ufficio Cop (Controllo produzione). Si prodigava affinché i giganti del mare venissero su bene. Eseguiva anche i sopralluoghi a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo varo del 1993.

«Era appena rientrato da una trasferta ad Ancona – riferisce Nevia – e una notte mi svegliò all’improvviso, dicendomi che sentiva una fitta sotto la scapola destra. Lì per lì pensai a un malore passeggero, mai avrei sospettato una malattia di questo tipo. Fu straziante. Il 19 marzo la prima radiografia, che evidenziò un alone alla pleura. Poi il prelievo delle cellule, per vedere se fossero cancerogene». Esito positivo. Ricovero a Monfalcone per una videotoracoscopia. Ad aprile, la conferma che si trattava di mesotelioma pleurico. «Tornammo a casa, senza tuttavia rassegnarci – prosegue -. È una frase fatta, ma davvero la speranza è l’ultima a morire. Andammo a Milano, all’Istituto oncologico diretto da Veronesi.

Il professor Pastorini, uno bravo, me lo disse chiaramente: ”Le prospettive sono due: il calvario ospedaliero oppure decidere di mollare tutto, andare alle Bahamas, e godere di quel po’ che resta”». Scelsero il calvario. Sapevano che non c’era speranza, ma optarono per le terapie. Seguì la tappa a Venezia. «Eravamo assistiti dal primario Vittorio Pagano – chiarisce – il reparto era ottimo. La ”sentenza” venne a giugno, il suo vice mi disse: ”A Natale avrete un angelo che veglierà su di voi”. Usò parole delicate, ma a me parve di sciogliermi sulla sedia. A lui non dissi nulla. E andammo avanti».

Lino iniziò la chemio al San Polo. Sei cicli, ma non andò oltre il quarto. «La terapia era un cocktail sperimentale di 7 farmaci diversi, provenienti dagli Usa – riferisce -. Inizialmente resistette, poi deperì sempre di più. Per l’organismo fu devastante. ”Se no xè per mi, almeno servirà a qualchidun altro”, diceva. È sempre stato un altruista. Ma i dolori si fecero più forti: andava avanti a bombole d’ossigeno e antidolorifici. Poi passò alla morfina. Gliela sminuzzavo, perchè non riusciva a deglutire». Morì a casa, per sua volontà. Era l’una di notte, vicino aveva la moglie e i tre figli Andrea, Federica e Roberta.

«Sarò sempre grata alla dottoressa Alessandra Cantarutti, che pur avendo un bimbo rimase con noi fino alla fine – aggiunge -. Lino è stato il primo e l’ultimo uomo che ho conosciuto: abbiamo trascorso 34 meravigliosi anni di matrimonio. Poi sono rimasta in apnea: per 4 anni non ho dormito, mi svegliavo a brevi intervalli e sentivo il suo respiro, mi voltavo a dargli un aiuto e lui non c’era. Avrei voluto stare male al posto suo, mai avrei pensato che se ne sarebbe andato prima di me. Non auguro a nessuno il mio calvario. Mi hanno salvato i nipotini».

«Morire per colpa del lavoro è ingiusto – conclude la vedova, dal 2002 in prima linea con l’Associazione esposti amianto -. Lino non s’è mai scagliato contro l’azienda: era orgoglioso di lavorare al cantiere. Ma per me è insopportabile accettare d’aver perso un marito per questo. Sarò serena solo quando chi ha reso ciò possibile se ne assumerà le responsabilità. E non parlo solo di mio marito, ma di tutte le 2mila vittime dell’amianto. Perchè si sapeva ch’era nocivo. Il perdono è una grande cosa, ma non può esserci senza giustizia. Va resa dignità ai nostri morti che non pensavano di sacrificarsi al lavoro». Nevia è una donna di fede. Dopo aver pregato per una morte senza dolore, ora prega per i processi.

 

 

TRIESTE: si riapre il caso di Riccardo Rasman

da Il piccolo

 

NUOVI REPERTI DEPOSITATI DALLA FAMIGLIA DEL MORTO IN VISTA DEL PROCESSO D’APPELLO

Per l’intervento ”sbagliato” a Borgo San Sergio, condannati tre poliziotti a sei mesi con la condizionale

Caso Rasman, spunta il manico di un’ascia

di CLAUDIO ERNÈ

 

Un manico d’ascia e un filo di ferro sporchi di sangue.

Questi due tragici reperti potrebbero consentire ai giudici della Corte d’appello di appello di fare definitiva chiarezza sulla morte di Riccardo Rasman, il giovane di 34 anni stroncato nel suo monolocale di via Grego 38 nel corso di un intervento «sbagliato» della polizia. Era il 27 ottobre 2006 e nel processo di primo grado il giudice Enzo Truncellito ha condannato a sei mesi di carcere con la condizionale nel maggio del 2009 il capopattuglia Mauro Miraz e i suoi colleghi Maurizio Mis e Giuseppe De Biase. Assolta la poliziotta Francesca Gatti. Ora si apre il processo di secondo grado e la famiglia Rasman intende dare battaglia.

Gli avvocati Claudio De Filippi e Giovanni Di Lullo hanno depositato ieri nella cancelleria della Corte d’appello la richiesta di disporre una perizia sul manico dell’ascia sporco di sangue per individuare eventuali impronte digitali. Lo scopo è quello di capire chi ha usato quel bastone. Rasman o i poliziotti?

Anche il filo di ferro continua a suscitare molti interrogativi. Il giovane che pesava 120 chili ed era alto un metro e 85, dopo aver ingaggiato una colluttazione con i poliziotti era stato ammanettato con le mani dietro la schiena e «gli agenti con l’ausilio dei Vigili del fuoco, avevano provveduto a legargli anche le caviglie con un filo di ferro». Successivamente Rasman era stato fatto stendere con la pancia a terra, in posizione prona. In tre gli erano saliti alternativamente sulla schiena per tenerlo fermo col loro peso. Rasman aveva iniziato a rantolare, tanto che le ultime fasi della sua vita erano state sentite distintamente da una vicina di casa.

Quando erano intervenuti gli uomini del «118» era troppo tardi. Il giovane non respirava più ed era cianotico. «Asfissia posizionale» l’ha definita nella perizia il medico legale Fulvio Costantinides. Fin qui, purtroppo, tutto è stato chiarito dalla sentenza di primo grado peraltro non appellata dalla Procura ma solo dai familiari del giovane deceduto. Al contrario non si sa nulla di chi abbia usato il manico d’ascia, trovato dai genitori della vittima sporco di sangue all’interno del monolocale. Nessuno aveva ritenuto di sottoporlo a perizia e i genitori al momento della restituzione dell’alloggio lo avevano trovato a terra.

Secondo gli avvocati della famiglia va approfondito quanto è accaduto nelle prime fasi della colluttazione. L’autopsia ha rivelato infatti che la vittima ha riportato molteplici lesioni in tutte le parti del corpo. Al contrario, i quattro agenti che avevano fatto irruzione nel monolocale, secondo gli avvocati, «non avevano riportato alcun tipo di lesione, nè ecchimosi, nè lacerazioni della divisa d’ordinanza. Si deve, preliminarmente osservare – scrive Claudio De Filippi – che il traumatismo cranico, nonostante non abbia prodotto delle lesioni interne significative, dall’altra doveva essere stato reiterato con particolare consistenza e violenza».

I legali ipotizzano che gli agenti potrebbero aver usato mezzi di offesa in maniera indiscriminata, anche verso parti del corpo delicate come il viso dove sono state rilevate nell’autopsia diverse ferite lacero contuse. Viene citato a questo proposito proprio il manico dell’ascia «rinvenuto sul luogo o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d’ingresso del monolocale». Da lì Riccardo Rasman, assistito dal Centro di salute mentale di Domio, aveva lanciato in strada alcuni petardi in libera vendita e gli scoppi avevano innescato l’intervento della polizia.

 

REPRESSIONE/ Torino sgomberi, perquisizioni ed arresti

> Torino. Perquisizioni ed arresti
>
> L’operazione è cominciata alle 6,30.
> La polizia ha effettuato perquisizioni in tre squat (Asilo, Barrocchio,
> Mezcal) e in un centro sociale (Askatasuna). Gli occupanti degli squat
> sono saliti sul tetto. La Digos si è presentata anche in alcune case
> private.
> All’Asilo hanno fatto irruzione divellendo porte e finestre. Le
> perquisizioni si sono tuttavia limitate alle stanze dei compagni oggetto
> di misure cautelari.
>
> I perquisiti ed inquisiti sono in tutto 16. Tre sono stati arrestati e
> tradotti in carcere, quattro ai domiciliari, gli altri con obbligo di
> firma. Le accuse sono di resistenza, lesioni, travisamento il tutto
> condito dal fatto dall’aver agito in più di cinque.
> Il Pm è Antonio Rinaudo, specializzatosi negli ultimi tempi nella caccia
> agli anarchici.
> Vari lanci di agenzia e La Stampa on line parlano di 16 arresti ma si
> tratta di notizie false.
>
> La cornice pare siano i fatti del 10 dicembre 2009, quando, in una sola
> mattinata, vennero sgomberati Cà Neira e Lostile. Nel tardo pomeriggio noi
> di Cà Neira occupammo un nuovo stabile (ex cinema Zeta) e venimmo
> sgomberati e tradotti in questura in quattro, mentre il presidio di
> solidali sotto Lostile fu duramente caricato e due ragazzi condotti in
> questura.
> Dopo la prima carica ce ne furono altre due arginate da cassonetti in
> strada. Pare che i provvedimenti di questa mattina si riferiscano alle
> cariche del pomeriggio in corso Vercelli.
>
> La nostra solidarietà attiva a tutti i compagni colpiti dalla repressione.
>
> Per info e contatti:
> Federazione Anarchica -Torino
> Corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
> 338 6594361 – fai_to@inrete.it

PETROLIO/ Golfo del Messico/ Le immagini della falla

L’energia padrona e i padroni dell’energia. E’ proprio una catastrofe. «Perdita greggio 12 volte superiore alle ammissioni»

L'onda nera, ecco la falla sottomarina

TERRITORIO-BIOREGIONI/ Notizie da tenere sotto osservazione

Messaggero Veneto 13 maggio 2010

Commento. Non c’è da fidarsi molto del tavolo “Laboratorio Tagliamento”

Sicurezza per il Tagliamento:
e adesso si riparte da zero

Tagliamento

Il metodo di lavoro individuato dalla Regione per garantire la messa in sicurezza del fiume Tagliamento passerà attraverso la costituzionedi una struttura tecnico-operativa denominata Laboratorio Tagliamento che dovrà individuare soluzioni che evitino la realizzazione di opere impattanti per il medio corso del Tagliamento come le casse di espansione.


Commento. Tondo pare incastrato o meglio “interrato”

Elettrodotto, i sindaci carnici:
la linea deve essere interrata

elettrodotto

di Tanja Ariis

Elettrodotto Wurmlach-Somplago: i sindaci attendono di incontrare la Regione dopo che Tondo ha di fatto dato semaforo verde alla realizzazione di un elettrodotto aereo realizzato dalla cordata Pittini-Fantoni alla quale si è aggiunta la Burgo. I sindaci chiedono che la linea sia interrata.


Commento. Il solito problema: manca la manutenzione

Il maltempo sferza Pordenone
Sbalzo elettrico: Enel sotto accusa

maltempo

di Manuela Boschian

A Pordenone la pioggia ha allagato alcune strade e si sono verificati incidenti stradali, fortunatamente senza feriti gravi. Intanto infuriano le polemiche per lo sbalzo di tensione che ha provocato gravi danni in 20 case. La Cisl ha accusato l’Enel per la carenza di manutenzione della rete. <!– &lt;! var pCid=”it_kataweb-it_0″;var w0=1;var refR=escape(document.referrer);if (refR.length&gt;=252) refR=refR.substring(0,252)+”…”;// &gt; // –> <!– &lt;! var w0=0;// &gt; // –>

CIE DI GRADISCA: il conto dei danni…

SPERIAMO AUMENTI SEMPRE PIU’!

 

 

Da Il  piccolo del 14/05/10

 

Al Cie provocati danni per un milione

 

di MARGHERITA REGUITTI GRADISCA Ci vorrà oltre un milione di euro per riparare i danni alla struttura del Centro identificazione ed espulsione (Cie) causati dai sempre più frequenti atti di violenza, risse e evasione verificatesi in quest’ultimo anno , in alcuni casi con successo. Lo ha dichiarato il questore Antonio Tozzi durante la presentazione della Festa della Polizia, che ha anche preannunciato la possibile chiusura del centro durante i lavori di sistemazione. «Il progetto per l’intervento – ha dichiarato Tozzi – c’è già e a giorni il Dipartimento centrale in accordo con la Prefettura di Gorizia avvierà l’iter per la gara europea d’appalto dei lavori la cui durata sarà definita entro l’estate. Potendo procedere per lotti il centro non verrà chiuso e solo una parte dei detenuti sarà certamente trasferita. Ma – conclude Tozzi – si potrebbe rendere necessaria anche la chiusura totale durante il cantiere». Il piano d’ intervento prevede opere sia edili e strutturali, necessarie per riparare i danni causati durante i disordini scoppiati nel centro, sia l’installazione di sofisticate apparecchiature elettroniche con il potenziamento della sorveglianza con telecamere. I danni maggiori sono stati provocati in due occasioni quando un folto gruppo di extracomunitari nel dicembre del 2008 tentarono più volte di fuggire e nell’agosto dello scorso anno quando, durante una sommossa completarono i danneggiamenti dei sistemi di sorveglianza. Il questore, però, garantisce che anche così il Cie è abbastanza sicuro. «Le carenze delle difese passive vengono coperte dalla maggiore presenza e impegno nella sorveglianza garantita dal personale delle forze dell’ordine – ha sottolineato Tozzi -. Al momento sono 170 i detenuti ospitati al Cie su una capacità di 240. Molti di loro hanno alle spalle l’esperienza del carcere per reati diversi. Sono per la maggior parte nord e centro africani, tunisini e magrebini, etnie con una forte conflittualità ancestrale. In alcuni casi – precisa il dottor Tozzi – vi sono anche problemi di dipendenza da droghe. La tensione fra gruppi è alta anche causa dalla mancanza di speranza di poter restare in Italia e di essere destinati all’espulsione. Negli ultimi tempi inoltre si sono registrati casi di autolesionismo. Fatti che accadono più spesso dopo pochi giorni dall’arrivo», aggiunge Tozzi». Ferite da lametta sulle braccia, cucitura delle labbra, ingerimento di oggetti sono funzionali ad essere ricoverati nelle strutture sanitarie cittadine, sia per uscire dal centro, sperando in condizioni più agevoli di vita, sia per conquistare una sorta di leadership nei confronti degli altri detenuti. Non sono comunque segnalati atti di vessazione da parte del personale. «La situazione – conclude il questore di Gorizia – è sotto controllo e l’organico è sufficiente a garantire la sicurezza». Apprensione per le ricadute sul tessuto sociale della presenza del Cie a Gradisca è stata ripetutamente manifestata dalla popolazione e dalle forze politiche. In particolare l’amministrazione comunale, dando una prima risposta alla città, ha avviato, con fondi regionali per la sicurezza, interventi di potenziamento dell’illuminazione pubblica nella zona.

REPRESSIONE/Torino: Ancora arresti!

da indymedia
http://lombardia.indymedia.org/node/29179

 

Torino, 14 maggio 2010 ore 16 Porte Palatine.
LIBERTA’ IMMEDIATA PER ANDREA -ASILO-, GABRIELE, I COMPAGNI DEL 12 MAGGIO E TUTTI!!
Doveva essere la solita azione pacifica ad effetto mediatico per chiedere la libertà dei nostri compagni arrestati e quelli inquisiti il 12 Maggio 2010, ma questa volta qualcosa, non per colpa nostra, è andato storto…
Verso le 16 di venerdì 14 Maggio, un gruppo di solidali si è avvicinato pacificamente alle Porte Palatine, situate a pochi passi dal Duomo, dove dal 10 Aprile c’è la kermesse folcloristica dell’ostensione della sindone, ed ha steso uno striscione nero -vedi foto- .
Immediatamente è arrivato un agente in borghese del commissariato vicino, e con fare minaccioso e vioolento ha ordinato ai propri colleghi di fermare alcuni nostri Compagni. E così fra la tensione alle stelle che hanno creato gli uomini in divisa, Andrea e Gabriele sono stati strattonati, ammanettati e portati in questura. Sembrava, ed in effetti era una cosa da poco… Nel senso che, se si ragiona, ma gli sbirri difficilmente lo fanno… è talmente assurdo che, per uno striscione esposto si vada in galera… Qui ormai viene violato il seppur minimo diritto d’espressione… La tanto democrazia di merda che va a sventolare il presidente Napolitano…
No! La polizia non ci sta a fare l’ennesima figura di merda, come la sera precedente al Salone del libro… Ecco perchè sono intervenuti così violentemente contro un azione pacifica…. Ecco perchè i Nostri Compagni Andrea e Gabriele ora sono in galera con le accuse di resistenza, violenza e lesioni!

Ci faremo sentire molto presto!

TUTTE E TUTTI LIBERI!!!
Già da domani saremo in strada a lottare!

Monfalcone / Indagini poco ortodosse carabinieri a giudizio

Il Piccolo, 15 luglio 2010

Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».

NOTAV: il sindaco di Monfalcone si piega alle lobby

Da Il Piccolo del 15/07/10

 

Mitigato l impatto ambientale della Tav

 

Anche il nuovo progetto della Tav non risparmia impatti importanti al territorio monfalconese. Il confronto già avviato con la Regione e i tecnici di Rfi ha però consentito di mitigarli in modo consistente. E’ quanto ha affermato il sindaco Gianfranco Pizzolitto, rispondendo alla domanda di chiarimenti del consigliere comunale di Rifondazione comunista Emiliano Zotti nella seduta di martedì sera del Consiglio comunale. «Il tracciato, comunque, non si discute, perché rientra in una pianificazione europea e questo l’assessore regionale ai Trasporti Riccardi l’ha chiarito da subito», ha aggiunto il sindaco. «La fase è quella della predisposizione del progetto preliminare – ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo – e il confronto con le amministrazioni locali è servito per fornire le osservazioni dei territori attraversati dalla linea. Il coinvolgimento del Consiglio comunale ci sarà». In ogni caso si parla ormai, stando all’assessore all’Urbanistica di Ronchi dei Legionari, Sara Bragato, di Alta capacità e non più di Alta velocità. La proposta progettuale di Rfi è quindi quella di interrare la linea storica Udine-Trieste a partire pressapoco dal confine tra i comuni di Ronchi e Monfalcone, per permettere lo scavalco della stessa da parte della linea ”storica” Trieste-Venezia e della futura linea AC. «Se tale interramento fosse fatto partire già prima della stazione di Ronchi Nord – afferma Sara Bragato – potrebbe essere risolto d’un colpo il problema dell’isolamento del rione dello Zochet e delle frazioni di Vermegliano e Selz, sulle quali pesa anche il traffico proveniente da Doberdò e altri comuni carsici, attraverso la strada provinciale numero 15». La possibilità di progettare fin d’ora le opere legate alla soluzione del bivio San Polo e al passaggio dell’AC, prevedendo l’interramento della linea Udine-Trieste già in territorio di Ronchi, è però legato alla soppressione della ”lunetta”. Vale a dire del binario unico di collegamento tra le due linee Udine-Trieste e Trieste-Venezia, che interseca la statale 305 in prossimità del cimitero di Ronchi. (la. bl.)

MONFALCONE / Indagini poco ortodosse carabinieri a giudizio

Il Piccolo, 15 luglio 2010

Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».