TRIESTE: 25 anni fa Pedro veniva assassinato…non dimentichiamo!

Esattamente 25 pedroanni fa Pietro Greco detto “Pedro” militante dell’autonomia padovana, latitante a causa di una delle tante inchieste repressive contro i movimenti di quegli anni, veniva ucciso a sangue freddo da una squadra mista di agenti dei servizi segreti e della Digos mentre usciva di casa, al portone al numero 39 di via Giulia a Trieste. Pedro era disarmato ed è stato vigliaccamente ucciso in strada. Per ricordarlo quest’oggi alcuni compagni/e hanno affisso una targa e messo dei fiori sul portone di via Giulia luogo dell’omicidio. Targa che non ricorda solo Pedro ma tutti/e le vittime della violenza dello stato. Nonostante la targa sia stata staccata dopo poco tempo i fiori sono rimasti e altri ne sono arrivati nel corso della giornata. Nel tardo pomeriggio una nuova targa con lo stesso testo è stata riaffissa sul portone. Nella zona anonimi hanno anche affisso dei volantini per ricordarlo.

I compagni e le compagne

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PORDENONE: Disumanità, presidio contro la chiusura dell’ambulatorio per clandestini e in solidarietà ai migranti

antilega3ORE 16.30
P.tta Cavour PORDENONE

DISUMANITA’

VOGLIONO CHIUDERE GLI AMBULATORI
PER IMMIGRATI IRREGOLARI
CIOE’ VOGLIONO NEGARE LE CURE
E LA POSSIBILITA’ DI AVERE SALVA LA VITA
A PERSONE CHE NON HANNO UN
PERMESSO DI SOGGIORNO OPPURE
PERCHE‘ GIA’ SCADUTO.
QUESTA ABERRAZIONE, FRUTTO DI
UN DISEGNO POLITICO GENERALE
A SFONDO RAZZIALE STA INDUCENDO
MOLTE DONNE, UOMINI E ADDIRITTURA
FAMIGLIE INTERE A NON CURARSI PER
NON RISCHIARE DI ESSERE ESPULSI O
RINCHIUSI NEI C.I.E (LAGER PER IMMIGRATI)
STA ACCADENDO ANCHE A PORDENONE !
POCHI GIORNI FA UNA RAGAZZA DI 22 ANNI
HA RISCHIATO DI MORIRE IN MODO ATROCE
PER LA PAURA DI ESSERE DENUNCIATA IN
QUANTO IRREGOLARE.

SOLO PERSONE ORRENDE POSSONO RESTARE INDIFFIRENTI
ED ESSERE COMPLICI DI TALI LEGGI.

INDIGNATI, PARTECIPA, ATTIVATI:
FERMIAMO LA LEGA
FERMIAMO IL FASCISMO!

Aperto a tutti, microfono libero

Inziativa Libertaria

ARIA/ Cosa si respira in classe?

Polveri sottili e formaldeide mettono a rischio la salute degli studenti

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Pordenone: contro la chiusura dell’ambulatorio per clandestini (Rassegna stampa)

Messaggero Veneto di Pordenone

Due africane salvate in extremis a Pordenone: temevano la denuncia dei medici

di Elena Del Giudice

PORDENONE. Sono già due, due storie clandestine di aborto e disperazione provocate dalla paura di rivolgersi all’a mbulatorio di via Montereale per ricevere aiuto e assistenza. Due giovani donne salvate in extremis e che hanno rischiato di morire. «Forse a qualcuno non interessa, ma a noi sì. Era già accaduto» racconta Gabriel Tshimanga, uno dei due medici che garantiscono assistenza agli “irregolari” in città.

Qualche tempo fa a una giovane donna africana che era rimasta incinta e aveva abortito in casa ricorrendo a dei farmaci, forniti chissà da chi, erano sopravvenute complicazioni. La ragazza era arrivata a Pordenone per cercare lavoro dalla Sardegna, e siccome era troppo spaventata per rivolgersi al nostro ambulatorio, «è tornata in quella regione per farsi medicare ed è stata ricoverata con urgenza».

Pochi giorni fa il secondo episodio: un’altra giovane donna straniera ha fatto ricorso a medicinali per procurare l’aborto, salvo trascorrere poi i dieci giorni successivi alle prese con dolori atroci. Solo l’intervento del dottor Tchimanga, avvertito della situazione, ha impedito che per questa donna non ci fosse più scampo. Si è recato nella casa dove la ragazza risiedeva, l’ha caricata in auto e l’ha portata al Santa Maria degli Angeli dove è stata curata.

Gli aborti clandestini, tra le donne extracomunitarie, non sono poi molto diversi dalle interruzioni di gravidanza che, fino a qualche anno fa – e forse anche adesso – si praticavano con l’aiuto delle “ mammane” o di pozioni-miscuglio di medicinali prescritti per altre patologie ma che sono anche in grado di indurre l’aborto. E ora queste donne «praticano le interruzioni di gravidanza “fai da te” – prosegue il medico -, assumono dosi eccessive di aspirina o di altri farmaci, rimedi suggeriti da amiche e conoscenti, perchè non sanno come altro fare».

Non solo aborti nell’ombra della clandestinità, anche «malattie infettive che andrebbero seguite nella loro evoluzione – prosegue Tshimanga -. Ci capita di visitare ragazzi che, per l’appunto, hanno contratto una malattia infettiva e che trascorrono molto tempo senza farsi vedere, rischiando la propria salute. Preoccupano situazioni come queste, di malattie acute che vengono trascurate perchè la gente ha paura di farsi visitare da un medico e di recarsi all’ambulatorio per ricevere cure e assistenza, perchè possono degenerare e c’è il rischio che possano morire. Magari a qualcuno potrà far piacere questa cosa, ma a noi, che siamo medici, certamente no».

Al dottor Tshimanga accade di fare ricette per strada, a persone che hanno davvero bisogno di medicine, e che trascurano una patologia importante perchè non sono in grado di valutarla. E andrà sempre peggio. «Chi propone il test per la tubercolosi a chi chiede il visto per l’Italia – rimarca il medico – bisognerebbe ricordare che i clandestini non richiedono il visto» e che solo gli ambulatori come quello pordenonese possono intercettare casi di Tbc o di altre malattie.

Finchè non ci saranno atti ufficiali, l’ambulatorio di via Montereale continuerà a restare aperto: «domani noi saremo lì regolarmente», è l’impegno del medico. E in difesa di questo presidio sabato in piazzetta Cavour, dalle 16.30, ci sarà una manifestazione promossa da Iniziativa libertaria alla quale hanno aderito l’Associazione immigrati e il Comitato per i diritti civili delle prostitute, che non a caso richiama l’attenzione sulla “ Disumanità”.

Anche domani sera si parlerà di “Immigrazione tra legalità e solidarietà” nell’ambito di un convegno promosso da Cittàdomani, Centro servizi del volontariato, l’associazione San Pietro Apostolo, con il sostegno della Bcc Pordenonese e il patrocinio, guarda caso, della Regione Friuli Venezia Giulia.

L’incontro inizierà alle 20.30, nella sala convegni della Bcc di via Mazzini a Pordenone, e interverranno Chiara Mio, assessore del Comune di Pordenone e docente universitaria, Beatrice De Vouka, operatrice sociale Fai e Anffas, Maria Tereza Zanolin, referente progetti intercultura e Andrea Barachino, referente servizi Segno della diocesi.

NOTIZIE FLASH/ Chi paga la crisi

Sempre più poveri.

Ad Udine diecimila richieste di aiuto

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ACQUA/ Il Popolo delle Fontane: No alla fusione CAFC Tubone

Messaggero Veneto 14 marzo

 

DOMENICA, 14 MARZO 2010 Pagina 11 – Udine

«Nessun rischio acquedottizzazione»

I presidenti di Cafc e Tubone rassicurano il “popolo delle fontane”

udine_11

ACQUA NELLA BASSA

Gomboso e De Marco intervengono dopo l’allarme dei comitati e della Lega Nord «La nostra fusione non cancellerà i pozzi che sono previsti dalla legge regionale»

SAN GIORGIO. «Nessun rischio acquedottizzazione per i Comuni della Bassa Friulana a seguito della fusione Cafc Consorzio Depurazione Laguna spa». I presidenti dei due Enti Gestori, Eddi Gomboso e Luisa De Marco rassicurano il “popolo delle fontane”.
E ribadiscono che l’attuale sistema di approvvigionamento idrico autonomo (pozzi) è tutelato dalla normativa regionale vigente che nessuno intende mettere in discussione. Il piano industriale allegato al progetto di fusione, già illustrato ai sindaci, che sarà portato all’attenzione dei consigli comunali entro il 30 aprile «non prevede  alcun investimento in materia di acquedotto e il sistema delle fontane che storicamente contraddistingue alcuni comuni della Bassa Friulana è pertanto assolutamente garantito. I timori espressi dai Comitati attraverso le pagine del giornale – affermano Gomboso e De Marco – appaiono dunque assolutamente immotivati. Per quanto concerne l’installazione dei contatori, il piano fa chiaramente riferimento agli acquedotti di quartiere e non alle fontane». I due presidenti ricordano inoltre, che gli enti gestori non hanno alcuna competenza in merito ai Piani di investimento che sono di esclusiva competenza dell’assemblea dell’Ato (Ambito territoriale ottimale) che è composta da tutti i sindaci della Provincia. I sindaci della Bassa, al fine di ribadire ulteriormente e sottolineare l’importanza di mantenere l’attuale sistema di approvvigionamento, hanno chiesto attraverso un documento, che verrà approvato dalle assemblee delle due società, un unanime impegno alla tutela dei pozzi. Fondamentale è quindi che l’attuale organizzazione del ciclo idrico che è saldamente in mano agli enti locali in seno all’assemblea dell’Ato non venga ridisegnata.
«Nessuna gestione che prescinda dal coinvolgimento dei sindaci – concludono -, in temi così delicati e importanti per l’intera cittadinanza, potrebbe dare le stesse garanzie». La De Marco e Gomboso non lo dicono, ma è evidente che la fusione Cafc-Tubone abbia dei “nemici” che fomentano per boicottare l’accordo. Ricordiamo che la nuova società che nascerà dalla fusione tra i due Enti Gestori, raggrupperà 83 comuni in Provincia di Udine (17 Consorzio Depurazione e 66 Cafc) per un bacino di utenza pari a 326 mila abitanti, con un fatturato di 30 milioni di euro e investimenti previsti per 800 milioni di euro. Avrà impianti valutati sui 300 milioni di euro e 180 dipendenti. Insomma, una società in grado di far fronte alle gare europee previste nel 2011 per la gestione del ciclo idrico integrato, con un potenziale in grando di non far “colonizzare” il territorio mantenendo la governance in loco.
Francesca Artico

 

Messaggero Veneto 13 marzo 2010

 

Accordo sull acqua, è già polemica

di DOMENICO PECILE S.GIORGIO DI NOGARO. L’accordo tra Cafc e Consorzio Depurazione Laguna (Tubone) ormai in dirittura di arrivo scuote i Comuni della Bassa friulana che temono la cosiddetta acquedottizzazione del territorio con la “soppressione” delle fontane. Da qui il rischio di quella che in molti già definiscono la rivolta dell’acqua . La stessa “rivolta” che scoppiò per analoghi motivi nel 1994 quando furono raccolte circa 15 mila firme a difesa delle fontane. I Comuni interessati sono quelli di Porpetto, San Giorgio, Muzzana, Carlino, Torviscosa, Cervignano, Terzo di Aquileia, Fiumicello. I Comitati sono già in stato di agitazione, mentre anche la Lega Nord del Friuli è pronta a cavalcare la tigre della protesta. Dice al proposito il neo segretario provinciale del Carroccio, Matteo Piasente: «La Bassa deve mantenere la caratteristica del fontane del prelievo che storicamente c’è sempre stato e che va tutelato, garantendio nel contempo anche le falde. L’acquedottizzazione della Bassa non ha senso. Saremo a fianco di chi dirà di mantenere le fontane, anzi, siamo stati protagonisti per il mantenimento delle fontane. Quanto all’accordo Cafc-Tubone, l’ex presidente del primo ente, Alessandro Colautti, commenta così: «Se garantiremo la governance agli enti locali eviteremo di farci colonizzare perché nel 2011 scatteranno le gare europee. Da qui la necessità di creare aggregazioni competitive proprio per evitare quelle gare, garantendo appunto la governance in loco. Parole che non tranquillizzano i Comuni della Bassa che da sempre agitano la bandiera dell’acqua “pulita” e, soprattutto, gratis, e lottano contro la prospettiva dell’acquedottizzazione. Una situazione che rischia di far deflagrare proteste e sollevazioni popolari ovunque, non appena i particolari del piano industriale usciranno dalle stanze del palazzo e diverranno di pubblico dominio. Paolo De Toni presidente del Comitato a difesa delle fontane e ambientalista storico della Bassa friulana si dice pronto alla mobilitazione che scatterà non appena «l’accordo Cafc-Tubone diventerà operativo e il sistema dell fontane rischierà l’azzeramento». A seguito della fusione – sostengono i “nemici” dell’accordo, Cafc si occuperebbe degli allacciamenti ad acquedotto di tutti i Comuni della Provincia. Inoltre, secondo il piano industriale, nei prossimi due anni i contatori dovrebbero crescere del 10%, e anche il Tubone spingerebbe per nuove installazioni nei Comuni di competenza. Il Cafc quindi, si appresterebbe a fagocitare tutta la Provincia, e a trasformare l’acqua da “bene inalienabile a disposizione della comunità” (definizione usata ed abusata anche di recente in Consiglio regionale nel corso della discussione degli effetti del cosiddetto “decreto Ronchi, che ha aperto le porte della gestione dell’acqua anche a soggetti privati) in preziosissima merce. Ed è su questo che si giocherà la partita dentro e fuori i consigli comunali interessati.

 

NO TAV/ Grave malfunzionamento sulla linea Bologna Firenze

 

Dal Manifesto

ANCORA UN GRAVE MALFUNZIONAMENTO
DELL’ETR 485 CON RISCHIO INCENDIO IN GALLERIA. *

*LA COMPLESSITA’ DEL SISTEMA DI TRAZIONE MODIFICATO PER I 25.000 VOLT
E IL SISTEMA DI TRAINO DEDICATO (NON COMPATIBILE CON ALTRI TRENI)
AMPLIFICANO RISCHI E DISAGI PER VIAGGIATORI E FERROVIERI

LA LINEA BOLOGNA FIRENZE E LE SUE GALLERIE PUR CON L’ ACCORGIMENTO
DELLE “VIE D’ESODO” RESTA UN’OPERA NON SODDISFACENTE
SOTTO IL PROFILO DELLA SICUREZZA E DELL’AFFIDABILITA’
———————–

*

*TAV: Principio di incendio sull’Eurostar. Tre ore nel tunnel per 400
persone*

*Il convoglio si è fermato nella galleria Emilia 1, l’interconnessione
provvissoria con l’Alta velocità. Un tratto in cui c’è solo un binario*

*Cinzia Gubbini
ROMA

*
*Un botto, il fumo, preoccupazione. E tre ore sotto una galleria. E’
stato un incubo per i 400 passeggeri che venerdì sera viaggiavano
sull’Etr 9421 Venezia- Roma. Dovevano arrivare nella capitale alle
20,13. Sono arrivati dopo tre ore e mezza. Secondo il comunciato di
Trenitalia a bloccare il treno che era appena entrato nella tratta ad
Alta velocità – dunque sotto la nuovissima (e contestatissim) serie di
gallerie lunga 78 chilometri – è stato «un guasto». L’evento, scrive
Trenitalia, ha creato «un certo nervosismo tra i passeggeri». Certo,
stare fermi per tanto tempo sotto una galleria non è ilmassimo della
vita. Tanto più che lo stop non è il primo da quando la Tav è entrata in
servizio, pochi mesi fa. Stavolta, però, il nervosismo era dovuto anche
a qualcosa di più contingente: non si è trattato infatti di un semplice
guasto, ma di un principio di incendio. A scoppiare, con parecchio fumo
annesso, è stato ilmotore posizionato nella vettura numero 5. Il
problema si è verificato quando il treno dalla linea tradizionale a
3mila volts doveva passare ai 25 mila della linea ad alta velocità, in
un punto che in gergo si chiama «Poc». Un passaggio che non funziona
sempre, e che sta creando qualche problema alla super-linea che
l’amministratore delegato Mario Moretti propaganda come un grandissimo
successo. Invece i vecchi treni modificati per correre sulla nuova linea
– come il pendolino Etr 485 che si è fermato l’altra sera – non sempre
funzionano come dovrebbero. E come accadrebbe se si collegasse un
telefonino a una linea di corrente più alta del dovuto, imotori possono
andare in tilt. Per fortuna, però, l’incidente è avvenuto a un paio di
chilometri dalla stazione periferica bolognese di San Ruffillo. La
domanda sorge spontanea: perché i passaggeri (c’erano anche donne con
bambini piccoli e anziani) hanno dovuto aspettare tre ore prima di
essere tirati fuori dalla galleria? Trenitalia spiega: «L’attesa si è
prolungata perché in un primo momento si è pensato che il treno potesse
retrocedere da solo fino alla vicina stazione di Bologna San Ruffillo,
ma invece è stato necessario inviare un altro locomotore dal capoluogo
emiliano». Ma anche si fosse pensato di operare un trasbordo dei 400
passeggeri su un altro treno – operazione che comunque Trenitalia
sostiene non essere solitamente attivata in casi di questo tipo – non
sarebbe stato possibile. Il convoglio – 9 carrozze – infatti si è
bloccato nel punto più infelice della mega galleria, già sotto accusa
perché è composta da una serie di tunnel monotubo senza galleria di
soccorso e perché in alcunitratti le uscite di sicurezza non rispettano
le distanze prescritte dalle normative più avanzate.Mala Emilia 1, dove
è avvenuto l’incidente, è più pericolosa delle altre. Non a caso è
provvissoria, in esercizio solo in attesa che il nodo di Bologna venga
concluso. In questo tratto, lungo 5 chilometri, il binario infatti è
unico. A sinistra c’è un marciapiede. Ma certo sarebbe stato poco
razionale far scendere i passeggeri e farli camminare in fila fino
all’uscita: un esodo biblico. L’unica soluzione era quindi aspettare che
arrivasse una locomotrice diesel (ce n’è una ferma a Bologna), far
attaccare il treno e farlo arrivare fino all’uscita. Così è stato fatto,
solo che ci sono volute tre ore. Da quanto risulta, inoltre, Trenitalia
non ha fatto scattare alcun piano di emergenza: ad intervenire sono
stati ad un certo punto solo i carabinieri. La Polfer, ad esempio,
sarebbe stata avvertita solo con un certo ritardo. E per quanto riguarda
l’assistenza, ecco cosa scrive un anonimo blogger su youreporter:
«Assistenza? Ce la siamo fatta da soli, neanche una bottiglia d’acqua ci
hanno dato».

14 marzo 2010

NOTIZIE FLASH/ Nordest: crisi strutturale

Nordest: ma guarda un po’, adesso ci dicono che la crisi durerà ancora a lungo

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NOTIZIE/ Aquila: continua la lotta del popolo delle carriole

Domenica 21 marzo: e adesso riprendiamoci altre Piazze

 

Repubblica 14 marzo 2010

aquila14marzo

VIDEO

Ancora carriole, vittoria dei comitati

(14 marzo 2010)

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Nessuna resistenza dell’esercito, zona rossa aperta per tre ore ai cittadini. Il servizio di Giuseppe Ferrante

ACQUA ED ELETTRODOTTI/ Riprende la lotta in Carnia

Il Gazzettino

 

Domenica 14 Marzo 2010

 

Elettrodotto, riparte la lotta

 

«Speravano che ci addormentassimo, invece siamo ancora qui, e venderemo cara la pelle». Renato Garibaldi di Carniainmovimento lo promette in apertura di serata, con lui oltre 400 persone politicamente trasversali che hanno preso d’assedio, molte delle quali imbufalite, soprattutto per gli aumenti delle bollette dell’acqua, la Sala della Comunità montana a Tolmezzo, di nuovo in campo come cinque anni fa, in difesa del futuro della Carnia, alle prese “tra scippi d’acqua ed ecomostri aerei”. Moderata dal giornalista Alberto Terasso ed introdotta dall’analisi “profetica” di Don Pierluigi Di Piazza, per il quale il movimento dovrà «sapersi tradurre ineludibilmente in politiche ed in politici nuovi per la Carnia», l’incontro ha visto lo sviscerarsi delle diverse questioni care ai cittadini montani.
«Ci troviamo qui per confermare la nostra resistenza – ha proseguito Garibaldi -; spacciano la Carnia nemica del Friuli e dell’occupazione, invece noi dimostreremo che vogliamo la difesa dei diritti naturali dei popoli, acqua, cibo, salute, libertà ed anche l’Austria per secoli ostile, oggi è in prima fila con noi grazie agli amici del Tirolo e della Carinzia». Adelvis Tibaldi, del Comitato Friuli Rurale che si sta opponendo all’elettrodotto aereo tra Redipuglia e Udine Ovest ha ripercorso la battaglia di questi mesi per far ragionare la Regione e le amministrazioni locali «non con bastonate ma con forti convincimenti» in merito all’interramento della linea, denunciando poi il rischio di un «progetto monopolistico che vuole costruire macrolinee in tutto il nordest» da contrastare con «un federalismo delle decisioni». A seguire Enore Picco, consigliere regionale della Lega Nord, che non curandosi dei colleghi di maggioranza che non vedono di buon grado le sue posizioni, ha annunciato che venerdì «è stata protocollata in Consiglio regionale una richiesta affinché l’elettrodotto carnico venga trattato come quello della Bassa friulana», segnalando poi «l’essersi vergognato di risiedere in Alto Friuli visto come sta venendo trattata la questione delle compensazioni sia per le infrastrutture energetiche sia per il progetto della centrale di Somplago».
Hannes Guggenberg del comitato carinziano Pro Gailtal ha confermato la vicinanza alla lotta carnica «per evitare che anche queste terre vengano riempite di tralicci come le nostre». Franceschino Barazzutti del Comitato per la difesa del bacino del Tagliamento si è scagliato ancora una volta contro «i foresti che stanno conquistando tutte le acque della montagna, tra concessioni di centraline, acque minerali e acquedotti» invitando i comuni a «ritornare ad una gestione in economia, l’unica via d’uscita per non finire sul mercato dei pescicani».