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Monfalcone / Indagini poco ortodosse carabinieri a giudizio

Il Piccolo, 15 luglio 2010

Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».

NOTAV: il sindaco di Monfalcone si piega alle lobby

Da Il Piccolo del 15/07/10

 

Mitigato l impatto ambientale della Tav

 

Anche il nuovo progetto della Tav non risparmia impatti importanti al territorio monfalconese. Il confronto già avviato con la Regione e i tecnici di Rfi ha però consentito di mitigarli in modo consistente. E’ quanto ha affermato il sindaco Gianfranco Pizzolitto, rispondendo alla domanda di chiarimenti del consigliere comunale di Rifondazione comunista Emiliano Zotti nella seduta di martedì sera del Consiglio comunale. «Il tracciato, comunque, non si discute, perché rientra in una pianificazione europea e questo l’assessore regionale ai Trasporti Riccardi l’ha chiarito da subito», ha aggiunto il sindaco. «La fase è quella della predisposizione del progetto preliminare – ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo – e il confronto con le amministrazioni locali è servito per fornire le osservazioni dei territori attraversati dalla linea. Il coinvolgimento del Consiglio comunale ci sarà». In ogni caso si parla ormai, stando all’assessore all’Urbanistica di Ronchi dei Legionari, Sara Bragato, di Alta capacità e non più di Alta velocità. La proposta progettuale di Rfi è quindi quella di interrare la linea storica Udine-Trieste a partire pressapoco dal confine tra i comuni di Ronchi e Monfalcone, per permettere lo scavalco della stessa da parte della linea ”storica” Trieste-Venezia e della futura linea AC. «Se tale interramento fosse fatto partire già prima della stazione di Ronchi Nord – afferma Sara Bragato – potrebbe essere risolto d’un colpo il problema dell’isolamento del rione dello Zochet e delle frazioni di Vermegliano e Selz, sulle quali pesa anche il traffico proveniente da Doberdò e altri comuni carsici, attraverso la strada provinciale numero 15». La possibilità di progettare fin d’ora le opere legate alla soluzione del bivio San Polo e al passaggio dell’AC, prevedendo l’interramento della linea Udine-Trieste già in territorio di Ronchi, è però legato alla soppressione della ”lunetta”. Vale a dire del binario unico di collegamento tra le due linee Udine-Trieste e Trieste-Venezia, che interseca la statale 305 in prossimità del cimitero di Ronchi. (la. bl.)

MONFALCONE / Indagini poco ortodosse carabinieri a giudizio

Il Piccolo, 15 luglio 2010

Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».

IL DELIRIO DELLA CORRUZIONE AL POTERE

Il delirio del potere

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Cancellati: Strasburgo striglia Lubiana: «Violati i diritti umani, dovete riparare»

STRASBURGO ”Cancellati”. Anche la giustizia europea striglia la Slovenia. La Corte europea per i diritti umani, nei giorni scorsi, ha pubblicato una sentenza – su denuncia di un gruppo di cittadini – nella quale invita Lubiana a provvedere quanto prima a rimediare all’ingiustizia commessa a danno di queste persone. I ”cancellati” sono vittime di una situazione di illegalità ormai da più di 15 anni – si rileva nella sentenza della Corte europea – ma lo stato non ha ancora rimediato, per cui sta violando la Convenzione europea sui diritti umani. La stessa Corte costituzionale slovena ha definito illegale questa situazione, hanno sottolineato ancora i giudici della Corte europea per i diritti umani, ma finora tutti i tentativi di porvi rimedio non hanno dato risultati soddisfacenti. Non lascia spazio ad alcun dubbio, la sentenza della Corte europea: Lubiana ha sbagliato e non ha ancora rimediato. I ”cancellati” sono le circa ventimila persone, native delle altre repubbliche ex jugoslave, che nel febbraio del 1992 sono state radiate dall’Anagrafe dei residenti in Slovenia perché fino a quel momento non avevano chiesto la cittadinanza slovena né regolato il proprio status come stranieri. La ”cancellazione”, per molti di essi, ha rappresentato l’inizio di un autentico calvario. Per effetto di un provvedimento amministrativo, infatti, non erano più residenti, ma clandestini, anche se vivevano in Slovenia da anni e fino a quel momento avevano tutte la carte in regola. Le conseguenze, per una parte dei ”cancellati” sono state pesantissime: hanno perso il diritto al lavoro, allo studio, all’assistenza sanitaria, alcuni hanno dovuto separarsi dalle famiglie. Quel provvedimento amministrativo è stato poi per ben due volte definito illegale dalla Corte costituzionale slovena, ma le forze del centrodestra sono sempre riuscite a bloccare i provvedimenti legislativi con cui si sarebbe dovuto riconoscere retroattivamente la residenza a queste persone. Lo hanno fatto accusando i ”cancellati”, o una parte di essi, di essere stati all’epoca contrari all’indipendenza della Slovenia o agitando lo spettro di indennizzi esorbitanti. Ora però è intervenuta anche la giustizia europea. La sentenza della Corte per i diritti umani per il ministro dell’interno Katarina Kresal non è una sorpresa. Proprio perché si era consapevoli dell’ingiustizia, ha rilevato la Kresal, il suo ministero ha affrontato con priorità la questione dei ”cancellati”. La nuova legge che regola finalmente lo status – anche retroattivamente – di questi cittadini delle altre repubbliche ex jugoslave entra in vigore il 24 luglio, e alla fine del mese sarà attivato anche un numero verde per facilitare l’accesso alle informazioni necessarie per chiedere di riottenere la residenza. Soddisfazione per la sentenza della Corte europea è stata espressa anche dagli stessi ”cancellati”, che continuano comunque la loro battaglia per ottenere giustizia. La decisione dei giudici di Strasburgo non segna infatti ancora la fine della vicenda e delle loro sofferenze.

CIE: Fuoco a Gradisca

Quella appena trascorsa è stata un’altra notte di rivolte, incendi ed evasioni nei Cie italiani.

Dopo il “Serraino Vulpitta” di Trapani e corso Brunelleschi a Torino, è toccato ora a Gradisca d’Isonzo e a via Corelli a Milano.

 

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Cancellati: Strasburgo striglia Lubiana: «Violati i diritti umani, dovete riparare»

STRASBURGO ”Cancellati”. Anche la giustizia europea striglia la Slovenia. La Corte europea per i diritti umani, nei giorni scorsi, ha pubblicato una sentenza – su denuncia di un gruppo di cittadini – nella quale invita Lubiana a provvedere quanto prima a rimediare all’ingiustizia commessa a danno di queste persone. I ”cancellati” sono vittime di una situazione di illegalità ormai da più di 15 anni – si rileva nella sentenza della Corte europea – ma lo stato non ha ancora rimediato, per cui sta violando la Convenzione europea sui diritti umani. La stessa Corte costituzionale slovena ha definito illegale questa situazione, hanno sottolineato ancora i giudici della Corte europea per i diritti umani, ma finora tutti i tentativi di porvi rimedio non hanno dato risultati soddisfacenti. Non lascia spazio ad alcun dubbio, la sentenza della Corte europea: Lubiana ha sbagliato e non ha ancora rimediato. I ”cancellati” sono le circa ventimila persone, native delle altre repubbliche ex jugoslave, che nel febbraio del 1992 sono state radiate dall’Anagrafe dei residenti in Slovenia perché fino a quel momento non avevano chiesto la cittadinanza slovena né regolato il proprio status come stranieri. La ”cancellazione”, per molti di essi, ha rappresentato l’inizio di un autentico calvario. Per effetto di un provvedimento amministrativo, infatti, non erano più residenti, ma clandestini, anche se vivevano in Slovenia da anni e fino a quel momento avevano tutte la carte in regola. Le conseguenze, per una parte dei ”cancellati” sono state pesantissime: hanno perso il diritto al lavoro, allo studio, all’assistenza sanitaria, alcuni hanno dovuto separarsi dalle famiglie. Quel provvedimento amministrativo è stato poi per ben due volte definito illegale dalla Corte costituzionale slovena, ma le forze del centrodestra sono sempre riuscite a bloccare i provvedimenti legislativi con cui si sarebbe dovuto riconoscere retroattivamente la residenza a queste persone. Lo hanno fatto accusando i ”cancellati”, o una parte di essi, di essere stati all’epoca contrari all’indipendenza della Slovenia o agitando lo spettro di indennizzi esorbitanti. Ora però è intervenuta anche la giustizia europea. La sentenza della Corte per i diritti umani per il ministro dell’interno Katarina Kresal non è una sorpresa. Proprio perché si era consapevoli dell’ingiustizia, ha rilevato la Kresal, il suo ministero ha affrontato con priorità la questione dei ”cancellati”. La nuova legge che regola finalmente lo status – anche retroattivamente – di questi cittadini delle altre repubbliche ex jugoslave entra in vigore il 24 luglio, e alla fine del mese sarà attivato anche un numero verde per facilitare l’accesso alle informazioni necessarie per chiedere di riottenere la residenza. Soddisfazione per la sentenza della Corte europea è stata espressa anche dagli stessi ”cancellati”, che continuano comunque la loro battaglia per ottenere giustizia. La decisione dei giudici di Strasburgo non segna infatti ancora la fine della vicenda e delle loro sofferenze.

CIE DI GRADISCA: rassegna stampa sulla rivolta

Da Il Piccolo del 19/07/10

 

Scoppia la rivolta al Cie, ustionato un algerino

 

di STEFANO BIZZI

GRADISCA È di un ferito il bilancio della rivolta scoppiata la scorsa notte al Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca. Si tratta di un nordafricano di 51 anni. L’uomo, di nazionalità algerina, si è ustionato dopo aver dato fuoco insieme ai compagni a dei materassi al centro del cortile della zona Blu, una delle tre in cui è diviso il Cie. Nelle stesse ore al Cie di Milano si è scatenata una rivolta analoga: un gruppo di oltre 100 immigrati ha inscenato un sit-in sul tetto e ha distrutto distributori di bevande, porte, suppellettili e arredi vari. C’è il sospetto che non siano state casuali le simultanee rivolte nei Cie di Milano e di Gradisca. L’algerino ustionatosi a Gradisca dopo aver ricevuto le prime cure da parte dei sanitari della struttura e dei sanitari del 118, considerata la gravità delle ferite, ieri mattina è stato trasferito all’ospedale di Udine dove ora si trova ricoverato nel reparto ustionati. All’origine della rivolta scatenata dagli immigrati ospiti a Gradisca d’Isonzo ci sarebbe il timore di imminenti rimpatri. Da quanto si è potuto apprendere da fonti non ufficiali, a innescare la protesta sarebbe stata proprio l’espulsione di un nordafricano a tre giorni dalla scadenza dei sei mesi di trattenimento previsti dalla normativa attuale. Secondo la ricostruzione, dei 140 clandestini presenti nella struttura, a tentare la fuga sarebbe stata una trentina di persone. I disordini sono iniziati intorno alle 21 e l’attività è andata avanti fino alle 3 di notte. In principio la rabbia degli immigrati si è scatenata contro le vetrate anti-sfondamento che circondano il campetto da calcio. L’obiettivo era quello di abbattere i vetri per poi scappare in massa scavalcando la recinzione esterna della struttura sul lato posteriore. L’intervento degli agenti di polizia e dei militari della Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” ha fatto desistere il gruppo che è quindi arretrato e ha avviato un’azione diversiva. Ammassati i materassi nel cortile della zona Blu, hanno prima incendiato le suppellettili quindi hanno alimentato le fiamme con l’olio da condimento della mensa che avevano conservato nelle camerate. Una parte degli immigrati è salita sui tetti, un’altra parte, in segno di sfida, si letteralmente messa a giocare con il fuoco. È a questo punto che l’algerino si è provocato le ustioni. Prima di entrare all’interno dell’area gestita dal consorzio trapanese Connecting people, gli agenti di guardia hanno atteso l’arrivo dei colleghi del turno successivo per avere maggiore forza d’urto. Nonostante i rinforzi, al loro ingresso nella zona Blu i poliziotti sono stati aggrediti con oggetti contundenti. Nessuno degli immigrati è comunque riuscito a fuggire. Per domare l’incendio sono intervenuti anche i vigili del fuoco del comando provinciale di Gorizia. I pompieri hanno lavorato fino alle 3 di notte. Una squadra è tornata a Gradisca anche ieri mattina per smassare il materiale in cenere. I danni sono ancora da quantificare, ma da una prima valutazione sarebbero ingenti. Tra le altre cose sono state distrutte due videocamere di sorveglianza e il sistema di controllo è stato compromesso in modo definitivo. «Sarebbe bene dividere i soggetti pericolosi e non metterli tutti assieme a Gradisca – osserva in proposito il segretario provinciale del Sap, il sindacato autonomo di polizia, Angelo Obit -. Tra gli altri, al Cie di via Udine si trovano anche soggetti sospettati di terrorismo. Sono stati spostati qui da Bergamo».

 

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Da Il Messaggero Veneto del 19/07/10

 

Controlli a filmati e telefonate

 

GORIZIA.

La questura di Gorizia ha acquisito le immagini riprese dalle telecamere del circuito di sorveglianza del Cie di Gradisca d’Isonzo, con l’obiettivo di risalire ai responsabili dei disordini avvenuti nella notte di sabato all’interno del centro. Gli investigatori non escludono che la rivolta possa essere in qualche modo collegata agli episodi avvenuti contemporaneamente nell’analoga struttura di Milano: sono in corso accertamenti da parte della Digos anche sulle telefonate. Secondo la ricostruzione fornita dagli uffici della Prefettura di Gorizia, nei disordini sono stati coinvolti una settantina di ospiti del centro, di cui una trentina ha invano tentato di scavalcare le recinzioni, incendiando materassi e suppellettili e rendendo necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco. Attualmente in Italia, secondo quanto riporta il sito del ministero dell’Interno, ci sono 13 Centri di identificazione temporanea con una capacità complessiva di 1.920 posti, una capienza che è comunque soggetta a variazioni in caso di eventuali lavori di manutenzione. Si tratta di Bari-Palese (196 posti), Bologna (95), Caltanissetta (96), Lamezia Terme (75), Gradisca d’Isonzo (248), Milano (132), Modena (60), Roma (364), Torino (204), Trapani (43), Brindisi (83), Lampedusa (200) e Crotone (124). A questi, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni lo scorso 5 luglio a Trieste, se ne aggiungeranno entro la fine dell’anno altri quattro: uno in Veneto, uno in Toscana, uno nelle Marche e uno in Campania.

 

Dal centro di Milano scappano in tre: una coincidenza che insospettisce

 

MILANO. Non si esclude una «regia» unica tra la rivolta di Milano e quella avvenuta, la scorsa notte alla stessa ora al centro di Gradisca. A Milano la rivolta è scoppiata al Cie di via Corelli che ospita poco più di 100 immigrati attorno a mezzanotte e mezza di sabato. Un gruppo ha distrutto suppellettili e ha inscenato un sit-in sul tetto. Alcuni immigrati hanno tentato di scavalcare le recinzioni e la fuga. In un primo momento il peggio sembrava scongiurato, ma poi si sono perse le tracce di tre immigrati. Nel frattempo altri due immigrati erano ricoverati per accertamenti rispettivamente al San Raffaele e al Policlinico, mentre sei poliziotti e un militare erano costretti a cure mediche. Secondo quanto si è appreso la protesta sarebbe stata motivata da quelle che sono definite le «pessime condizioni» di accoglienza nel Cie di Milano. Sono state danneggiate le macchine di distribuzione di bevande, porte, suppellettili e arredi del Cie. I tentativi di fuga dai Centri di identificazione di Milano e Gradisca d’Isonzo sono l’ennesimo campanello d’allarme: la situazione nei Cie, dopo l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza che ha allungato da 2 a 6 mesi i tempi di trattenimento dei clandestini, «rischia di rivelarsi esplosiva». Medici senza frontiere aveva dato l’allarme già a febbraio, pubblicando il rapporto «Al di là del muro», un viaggio all’interno dei Centri per gli immigrati svolto tra l’inverno del 2008 e l’estate del 2009. E sono diversi i motivi per i quali i 13 Cie italiani, sottolinea Msf nel suo rapporto, rischiano di esplodere: la «mancanza di linee guida per la pianificazione e la gestione dei servizi, elevata presenza di stranieri ex detenuti (40%), promiscuità tra trattenuti con condizioni sociali, legali e psicofisiche eterogenee». Ma soprattutto, segnalava Msf, «l’allungamento da 60 a 180 giorni del limite massimo di trattenimento sembra determinare uno stravolgimento definitivo della funzione originaria della detenzione amministrativa: non più una misura straordinaria e temporanea di limitazione della libertà per attuare l’allontanamento, ma una sanzione, estranea tuttavia alle garanzie e ai luoghi del sistema penale». Una misura che «se attuata con rigore, rischia di rendere ancora più esplosivo il clima all’interno dei centri». Proprio la «carenza di attività ricreative» per occupare gli immigrati, «obbligandoli ad un’inattività forzata» è, secondo Msf, il punto su cui bisognerebbe intervenire con la massima attenzione. Nel Cie di Gradisca d’Isonzo, per esempio, spazi abitativi e bagni «sono molto spaziosi e in buone condizioni» ma «le condizioni di trattenimento appaiono seriamente compromesse dall’assenza di attività ricreative».

 

Disordini e tentativo di fuga al Cie di Gradisca

 

GRADISCA D’ISONZO. Disordini e un tentativo di fuga, da parte di una settantina di persone, sono avvenute nella notte fra sabato e domenica all’interno del Cie di Gradisca d’Isonzo. La protesta – contemporaneamente organizzata al Cie di Milano – è stata inscenata sui tetti della struttura, che ospita circa 140 immigrati clandestini. I protagonisti dell’episodio, fallito il tentativo di scavalcare la recinzione del centro, hanno dato fuoco ad alcune suppellettili. Ha avuto la peggio un algerino di 51 anni, trasportato d’urgenza al reparto di chirurgia plastica dell’ospedale di Udine, per ustioni diffuse su tutto il corpo. Stando alle prime ricostruzioni i primi disordini si sono registrati poco dopo le 21.30, coinvolgendo i circa settanta clandestini ospitati in quel momento nella cosiddetta “zona blu”, una delle due sezioni in cui è diviso il Cie di via Udine, dove sono complessivamente trattenute circa 140 persone (a fronte di una capacità di 195 posti). A scatenare la sommossa, l’imminente avvio di una serie di rimpatri da parte delle forze dell’ordine. La rivolta si è quindi estesa anche al di fuori della zona notte, con gli immigrati che, una volta guadagnati gli spazi esterni, hanno a più riprese tentato di sfondare le lastre antisfondamento che separano la zona notte dal campetto di calcio. Una trentina ha quindi preso di mira le grate posizionate sui soffitti delle camerate e dei corridoi, riuscendo a guadagnare il tetto, da dove ha tentato, inutilmente, la fuga. L’immediato intervento delle forze dell’ordine ha impedito un’evasione di massa, ma non ha impedito che i rivoltosi distruggessero definitivamente il sistema anti-intrusione a infrarossi (già danneggiato nel corso di precedenti rivolte e per questo non attivato al momento della rivolta) e due telecamere del circuito interno. In più zone, poi, sono stati bruciati materassi e altre suppellettili, rendendo necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco di Gorizia, arrivati nella struttura isontina verso le 23.30. Nell’occasione un 51enne immigrato algerino, per protesta, si è gettato sul fuoco, rimediando ustioni su tutto il corpo. Immediatamente soccorso e trasferito nel centro medico interno al Cie, l’uomo è stato medicato e, su indicazione del personale medico, trasferito all’ospedale di Udine, dove è stato accolto nel reparto di chirurgia plastica. Poco dopo l’una di notte, sfruttando il cambio del turno e una forza operativa praticamente doppia rispetto alla norma, finalmente le forze dell’ordine sono potute intervenire all’interno della struttura per placare i rivoltosi. Voci ancora non confermate riferiscono di scontri tra le parti, con i poliziotti che avrebbero trovato una decisa resistenza da parte degli immigrati, armati di spranghe e altri oggetti contundenti. Soltanto verso le 2 di notte, confinati gli immigrati in alcune camerate, i vigili del fuoco sono intervenuti all’interno della struttura, completando la messa in sicurezza un’ora più tardi, poco prima delle tre di notte. Gli inquirenti della Questura isontina stanno, ora, analizzando i filmati della rivolta e i tabulati delle utenze telefoniche degli ospiti del Cie: si ritiene ci possa essere una connessione con l’analoga rivolta avvenuta nel Cie di Milano pressappoco la stessa ora. Marco Ceci

ACQUA/ Bollette: il Tubone allo sbando. Assemblea pubblica

Messaggero Veneto MARTEDÌ, 20 LUGLIO 2010 Pagina 10 – Udine

SAN GIORGIO DI NOGARO

Canoni di depurazione, stasera assemblea

DAI PAESI
SAN GIORGIO DI NOGARO. Oggi alle 21 nella sala conferenze di Villa Dora si svolgerà un’assemblea pubblica sui canoni di depurazione e sugli allacciamenti alla fognatura separata. Anche nei comuni di San Giorgio, Cervignano e Torviscosa sono quindi arrivate le bollette del Tubone per l’annualità 2009. Si registrano due fatti: da un lato l’introduzione della quote fisse (di 16 euro per chi ha solo lo scarico o di 20 euro per chi ha anche la depurazione), per utenza e dall’altro il riconoscimento per una larga parte dell’utenza della sola quota di scarico mentre per l’annualità precedenti c’era anche la depurazione.

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Volantino per l’assemblea

 

Il Piccolo LUNEDÌ, 19 LUGLIO 2010 Pagina 7 – Gorizia

SODDISFAZIONE DEL COMITATO PER LA DIFESA DELL’AMBIENTE

Tubone, via dalle bollette il costo della depurazione

Interessati gli utenti dei comuni di Cervignano, San Giorgio di Nogaro e Torviscosa

CERVIGNANO Bollette del Tubone, “scompare” il costo della depurazione. Non per tutti, ma nella maggior parte delle bollette che sono arrivate agli abitanti di Cervignano, San Giorgio di Nogaro e Torviscosa. Lo ha affermato ieri Paolo De Toni, del Comitato difesa ambientale, in vista della prossima assemblea, convocata per martedì alle 21 nella sala conferenze di Villa Dora a San Giorgio. «Cosa risponde il sindaco di Cervignano, Pietro Paviotti – subito la frecciata di De Toni – nel constatare che a gran parte dei cervignanesi non viene più chiesto di pagare la depurazione? E perché, nelle bollette relative al 2007/08, il Consorzio depurazione laguna ha continuato a chiedere la riscossione della depurazione, nonostante fosse già stata emessa la sentenza del 10 ottobre 2008, con cui la Corte costituzionale ha definito che non si può pretendere il pagamento di un servizio che non è stato effettivamente reso?».
«Molti altri utenti – continua De Toni – invece sono stati sottoposti anche questa volta alla quota di depurazione pur non essendo depurati». La ”lotteria del Tubone”, come la definisce il comitato popolare sorto per la difesa dell’ambiente, verrà analizzata nell’assemblea insieme ad altri due temi. Primo, l’introduzione della quote fissa per l’utenza, di 16 euro per chi ha solo lo scarico e di 20 per chi ha anche la depurazione. Poi il problema delle notifiche degli allacciamenti, che il Consorzio di depurazione sta inviando agli utenti e al Comune.
«Chiediamo – chiosa il Comitato – garanzie per il massimo contenimento delle spese, individuabili nella semplificazione delle procedure, nell’evitare la posa della vasca condensa grassi non obbligatoria, e nel riconoscimento dei casi di obiettiva impossibilità tecnica o eccessivamente onerosi. Così come è stato valutato fin da quando sono iniziati i lavori della posa della seconda fognatura, oramai 15 anni fa, senza che però sia mai stato affrontato concretamente il problema degli allacciamenti». (el. pl.)
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RIVOLTA AL CIE DI GRADISCA: nuova rassegna stampa

Dal Messaggero Veneto del 20/07/10

La rivolta al Cie scatenata da un arresto

 

GRADISCA. Sarebbe stato l’arresto, per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, di un immigrato destinatario di un’ordinanza di rimpatrio la scintilla che, sabato notte, ha fatto scatenare la rivolta nel Cie di via Udine. Una notizia, seppur non confermata da Prefettura e Questura, arrivata a confermare le prime indiscrezioni, che volevano legata proprio alle operazioni di rimpatrio l’insofferenza dei circa 70 clandestini protagonisti della sommossa e responsabili dell’incendio appiccato nella struttura isontina. Ricostruzione dei fatti ancora ufficiosa, mentre è confermata l’apertura di un’indagine da parte della Digos sia per accertare eventuali collegamenti tra la rivolta scoppiata nel Cie di Gradisca e quello di via Corelli a Milano, avvenute praticamente in contemporanea, sia per individuare i responsabili della sommossa nella struttura isontina, che ha coinvolto una settantina di clandestini. La Questura di Gorizia, a quanto si è potuto apprendere, ha acquisito i filmati delle telecamere a circuito chiuso interne al Cie di via Udine, ma nessuna conferma è arrivata in merito a un procedimento analogo riguardante i tabulati telefonici delle utenze cellulari degli immigrati ospitati nella struttura. Un’azione, quest’ultima, promossa in più occasioni in passato, visto che la normativa interna al Cie non soltanto consente agli immigrati di possedere un cellulare (è vietato soltanto il possesso di apparecchi cellulari dotati di foto-videocamera), ma riconosce agli stessi anche una scheda telefonica, al pari delle sigarette prevista nella “diaria” degli ospiti. Potrebbe essere dimesso già in giornata e, di conseguenza, riportato nel Cie di Gradisca, invece, il 51enne immigrato algerino che, sabato notte, si era gettato per protesta sui materassi ai quali gli stessi immigrati, nel corso della sommossa, avevano dato fuoco. Ricoverato d’urgenza nell’ospedale di Udine, infatti, l’uomo aveva riportato ustioni di vario grado sul 20% del corpo. Dopo la rivolta di sabato notte la situazione nel Cie di via Udine è tornata sotto controllo, ma all’interno della struttura la tensione resta alta. Sull’accaduto è intervenuto anche il senatore del Pd Francesco Ferrante, che ha ricordato come «le fughe e i disordini scoppiati nei centri di identificazione ed espulsione di Milano e Gradisca d’Isonzo sono il risultato delle fallimentari politiche immigratorie del governo italiano, che fa suoi provvedimenti degni di passate dittature sudamericane. Sospendere i diritti civili dei cittadini stranieri, rinchiudendoli nei Cie per sei mesi, è indegno per uno Stato civile». (ma.ce.)

 

I Msf: «C è carenza di attività ricreative»

 

GRADISCA. La situazione «rischia di rivelarsi esplosiva». A lanciare l’allarme è Medici senza frontiere, (l’organizzazione umanitaria internazionale, indipendente, di soccorso medico), intervenuta in merito ai tentativi di fuga, verificatisi sabato notte, dai Centri di identificazione ed espulsione di Milano e Gradisca d’Isonzo. L’ennesimo campanello d’allarme, secondo Msf, che ricorda come la situazione nei Cie sia peggiorata dopo l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, che ha allungato da 2 a 6 mesi i tempi di trattenimento dei clandestini. Diversi i motivi per i quali, secondo l’organizzazione umanitaria, i Cie sarebbe a rischio di esplosione. «La mancanza di linee guida per la pianificazione e la gestione dei servizi, elevata presenza di di stranieri ex detenuti (40%), promiscuità tra trattenuti con condizioni sociali, legali e psicofisiche eterogenee» ma, soprattutto, l’allungamento a 6 mesi del limite massimo di trattenimento, che «sembra determinare uno stravolgimento definitivo della funzione originaria della detenzione amministrativa: non più una misura straordinaria e temporanea di limitazione della libertà per attuare l’allontanamento ma una sanzione, estranea tuttavia alle garanzie e ai luoghi del sistema penale». Una misura che «se attuata con rigore, rischia di rendere ancora più esplosivo il clima all’interno dei centri». La carenza di attività ricreative per occupare gli immigrati, obbligandoli a un’inattività forzata, inoltre, per Medici senza Frontiere è il punto su cui bisognerebbe intervenire con la massima attenzione. Nel Cie di Gradisca, stando al rapporto reso pubblico già a febbraio, spazi abitativi e bagni «sono molto spaziosi e in buone condizioni, ma le condizioni di trattenimento appaiono seriamente compromesse dall’assenza di attività ricreative». Al momento di stilare il rapporto, Msf annotava che «nessun ente gestore ipotizza di modificare le modalità di erogazione dei servizi», problema che si riscontra anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria degli immigrati, Se, tuttavia, «nel complesso il servizio sembra reattivo a fornire cure minime e a breve termine», diverso è il discorso se si prende come punto di riferimento i 180 giorni di trattenimento: ci si trova di fronte a un rapporto «che rischia di non essere più sostenibile». (ma.ce.)

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Da Il Piccolo del 20/07/10

 

«Sommosse di Gradisca e di Milano, unica regia»

 

di STEFANO BIZZI GRADISCA «Niente di nuovo, sono cose che sono successe anche in passato». È la reazione del ministro dell’Interno Roberto Maroni riguardo le rivolte scoppiate in contemporanea nei Cie di Gradisca e di Milano. La polizia sta indagando su eventuali collegamenti tra i due episodi, ma la situazione non sembra destare particolare preoccupazione nel mondo politico. Ieri, intanto è emerso da fonti non ufficiali, che a scatenare la furia dei rivoltosi del Cie isontino sarebbe stato l’arresto di un nordafricano che si era opposto al rimpatrio. Da Desenzano del Garda il ministro Maroni si è limitato a ribadire indirettamente la posizione del governo sul tema della lotta all’immigrazione clandestina. Lo ha fatto riferendosi in modo implicito ai termini di trattenimento previsti dal pacchetto sicurezza. Il provvedimento estende il periodo utile per il riconoscimento degli immigrati da due a sei mesi. Se prima dell’entrata in vigore della norma attuale il termine massimo di 60 giorni veniva tollerato dagli immigrati, successivamente i 180 giorni sono stati letti dagli stessi come una condanna detentiva ingiusta e le rivolte sono state sempre più violente. «Sono cose che noi contrastiamo perché chi sta nei Cie ci sta perché ha titolo per starci prima di essere espulso», ha detto il titolare del Viminale alle agenzie. L’assessore regionale alla Sicurezza Federica Seganti ricorda che nei Cie le misure di sicurezza sono di molto attenuate rispetto al ruolo realmente svolto dalle strutture stesse. «Basta pensare che per definire le persone trattenute si usa il termine ospite», ricorda l’assessore prima di sottolineare la sospetta coincidenza delle rivolte concomitanti di Gradisca e di Milano. A dicembre la cittadina isontina e il capoluogo lombardo erano stati gli obiettivi degli attentati con bombe carta rivendicati dal Fronte anarchico informale. «Il collegamento c’è, anche se potrebbe non essere strutturale – osserva l’assessore Seganti -. È probabile che ad agire ci possa essere un’organizzazione esterna. Non dimentichiamo che, una volta, chi fuggiva finiva con il vagabondare per il territorio e, in genere, veniva ripreso dagli agenti. Oggi i fuggitivi spariscono velocemente. La situazione è complessa e va tenuta sotto controllo. Al Cie non è il singolo delinquente che deve preoccupare, è piuttosto l’immigrato che entra in contatto con una rete malavitosa. Credo sia questo il passaggio che deve richiedere particolare attenzione». Il senatore Pdl Ferruccio Saro ha intanto preparato un’interrogazione affinché le forze dell’ordine possano operare in sicurezza all’interno dei Cie e sia organizzato un servizio di prevenzione adeguato in occasione dei rimpatri.

 

«Un grido inascoltato da quelle mura»

 

GRADISCA «È un grido che ci interpella, ma che resta soffocato da quelle mura alte di via Udine». Così il parroco di Gradisca, don Maurizio Qualizza, commenta i fatti all’interno del Centro di identificazione ed espulsione. «Molti non sanno quello che sta accadendo all’interno del Cie – afferma il sacerdote – ma la situazione a quanto è dato da sapere sembra molto precaria. Troppi sono infatti gli episodi di violenza che si ripetono, come le manifestazioni come quella dell’altro giorno. Ma i tentativi di fuga – denuncia don Qualizza – sono solo la punta dell’iceberg di una realtà sommersa, di un’immane sofferenza umana». A Gradisca d’Isonzo tutto è cominciato, ancora una volta, con un tentativo di espulsione di alcuni tunisini. «Per resistere, i reclusi dell’area rossa salgono sui tetti delle celle, e la polizia sembra aver risposto con un lancio di lacrimogeni. In solidarietà con i loro compagni, i reclusi dell’area blu trascinano i materassi in cortile e li incendiano, mentre un recluso – è la ricostruzione dei fatti secondo il parroco – viene colpito da un candelotto lacrimogeno. Altri sono feriti per atti di autolesionismo, le strutture fortemente danneggiate, sporche e inagibili I reclusi sembra abbiano rifiutato i pasti. Potrebbe rimanere un fatto di cronaca di mezza estate, e invece è un grido che ci interpella – denuncia il sacerdote – ma che resta soffocato da quelle mura alte di via Udine. Certo i miracoli non si possono fare, ma quando penso alle chiacchiere di tanti, anche in seno alla comunità, e a certi suoi organismi la delusione è tanta. Nessuno ha chiamato in parrocchia per chiedere se si potesse fare qualcosa, dare una mano, cercare un dialogo. Solo con una sinergia si potrebbero ottenere dei risultati, ma l’impressione è che ormai abbiamo fatto il callo a tutto e che la comunità gradiscana viva il Cie con assoluta indifferenza». Ma c’è anche chi, come i sindacati di polizia, sottolinea l’assoluta necessità di ripristinare la sicurezza nel centro. Nella struttura dell’ex caserma Polonio si attende da oltre un anno l’intervento chiamato a rendere il centro di identificazione ed espulsione una struttura finalmente a prova di fughe e rivolte interne. (l.m.)