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UDINE/ il funerale dell’Università

Infoaction reporter

Oggi si è svolta la processione funebre per la morte dell’università pubblica organizzata dal presidio permanente degli universitari al rettorato. Partenza alle 18 circa da palazzo Florio per arrivare in piazza libertà e tornare all’università passando per la fiera di Santa Caterina.
L’iniziativa, organizzata nel pomeriggio, ha attirato l’attenzione dei passanti che si sono fermati a sentire i discorsi, a informarsi e a leggere i volantini distribuiti dagli universitari.
All’iniziativa hanno partecipato anche una delegazione di studenti del Movimento Studentesco di Udine che si erano recati a Palazzo Florio per cercare una collaborazione tra studenti medi e universitari.

 

MV 28 novembre 2010

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«La riforma uccide l’università»
Gli studenti seguono il funerale

università

«Stroncata da un riforma epocale l’università pubblica è morta». E gli studenti dell’ateneo friulano che da giorni occupano il rettorato, a palazzo Florio, hanno celebrato la cerimonia funebre. La protesta contro la riforma Gelmini è andata in scena, ieri pomeriggio, nel corso del sit-in organizzato dagli universitari in centro e tra le bancarelle della fiera di Santa Caterina.

 

«La riforma uccide l’università» e gli studenti celebrano il funerale

Manifestazione in centro e fra le bancherelle di Santa Caterina con gli allievi della Nico Pepe. E la gente applaude
di Giacomina Pellizzari

 

UDINE. «Stroncata da un riforma epocale l’u niversità pubblica è morta». E gli studenti dell’ateneo friulano che da giorni occupano il rettorato, a palazzo Florio, hanno celebrato la cerimonia funebre. La protesta contro la riforma Gelmini è andata in scena, ieri pomeriggio, nel corso del sit-in organizzato dagli universitari in centro e tra le bancarelle della fiera di Santa Caterina. Al fianco della bara nera di cartone anche una quindicina di attori dell’Accademia Nico Pepe che hanno drammatizzato le esequie dell’università, solidarizzando con gli studenti.

A piangere l’università c’erano dottorandi, assegnisti, borsisti, ricercatori, professori, ma soprattutto studenti che lungo le vie del centro hanno annunciato la morte dell’università. Chiaro l’i nvito sul manifesto listato a lutto: «Non fiori, ma voti contrari». Questo per invitare i deputati a votare, martedì alla Camera, contro il disegno di legge che taglia la figura del ricercatore a tempo indeterminato e che apre le porte ai privati.

Se l’obiettivo era quello di attirare l’attenzione della gente, gli studenti hanno fatto centro. In via Mercatovecchio, in piazza Libertà, in via Manin e in piazza Primo maggio, il “corteo funebre” con tanto di veli neri e ragazze addolorate, ha urlato i motivi del “decesso”: ovvero le «politiche miopi e campanilistiche verso ricerca ed istruzione, i tagli dei fondi statali al sistema universitario, lo sfruttamento dei ricercatori come docenti usa e getta e il blocco del turnover». La lettura dell’elenco è stata intervallata da ripetuti «amen». E la gente ha risposto non solo fermandosi ad ascoltare i punti nei della riforma, ma anche accompagnando la cerimonia con tanto di applausi.

Gli studenti da giovedì pomeriggio occupano il rettorato. A palazzo Florio, ieri mattina, hanno ricevuto la visita degli artisti Giancarlo Velliscig, Claudio De Maglio, Carlo Tolazzi e del direttore d’orchestra Davide Pittis, tutti solidali con i manifestanti proprio perché si sentono nelle medesime condizioni. «Anche noi siamo colpiti dai tagli alla cultura» ha sottolineato De Maglio invitando una delegazione di universitari a prendere la parola nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico della Nico Pepe fissata per martedì.

 

Nel corso del confronto, gli artisti hanno voluto sapere come si pone l’istituzione nei confronti della protesta. «Con il rettore che, nonostante sia consigliere del ministro si dichiara contro la riforma e i tagli ai finanziamenti, il dialogo c’è. In ogni caso, dopo il 30 novembre valuteremo se continuare a seguire o meno questo percorso» ha riposto Joshua Cesa, mentre Federico Pirone ha assicurato che la loro «è una condanna forte al disegno di legge Gelmini. Non è una protesta per avere più risorse a Udine – ha ribadito Pirone –, bensì contro la riforma».

Sabato notte, dopo la mezzanotte, anche il sindaco, Furio Honsell, ha portato la sua solidarietà agli studenti intenzionati a proseguire nella protesta sicuramente fino a martedì. Giorno in cui la Camera dovrebbe votare la riforma.

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STUDENTI TRIESTE: continua la lotta

Da Il Piccolo

 

MARTEDÌ, 30 NOVEMBRE 2010

STUDENTI IN FERMENTO

Università, occupazione simbolica del Rettorato

Oggi sit-in in piazza Oberdan per i tagli all’Erdisu imposti dalla Regione

Drappi gialli sulla statua della Minerva e sugli edifici del campus universitario. Hanno optato per una protesta ”cromatica” ieri pomeriggio gli studenti e i ricercatori dell’ateneo triestino, decisi a mantenere accesi i riflettori sulla riforma dell’istruzione superiore voluta dal ministro Gelmini. Protesta che, da piazzale Europa, si è poi spostata all’interno del rettorato, dov’è andata in scena una sorta di occupazione simbolica.

Alcune decine di studenti, ricercatori e professori associati, raggiunti dal tam tam scattato via sms, hanno preso possesso della sala Cammarata, in cui si svolgono normalmente le sedute del Senato accademico e Consiglio d’amministrazione, attendendo l’arrivo del rettore. Non una vera azione di forza, dunque, bensì una nuova occasione per innescare il dibattito e fare il punto sull’iter della riforma, che vivrà oggi un passaggio decisivo. Tra poche ore, infatti, l’aula di Montecitorio sarà chiamata ad esprimersi sul tanto contestato ddl.

E proprio in concomitanza con il voto alla Camera, gli studenti triestini daranno vita ad un sit-in in programma alle 11. Non più in piazzale Europa bensì, questa volta, in piazza Oberdan, davanti all’ingresso del Consiglio regionale. In città, infatti, l’opposizione alla rivoluzione disegnata da Maria Stella Gelmini si salda alla contrarietà ai tagli decisi dall’esecutivo regionale. «Chiederemo all’assessore all’Istruzione Roberto Molinaro o direttamente al presidente Tondo di rispettare gli impegni e di assicurare la copertura delle 2200 borse di studio assegnate in origine ad altrettanti studenti risultati idonei – spiega Jacopo Lillini – . Vogliamo capire con che criteri vengono assegnati i fondi. Perchè si tagliano le borse di studio e si destinano 3 milioni di euro per i buoni da assegnare alle famiglie che scelgono di iscrivere i figli alle scuole paritarie e private? Quello dell’allocazione delle risorse – conclude lo studente – è un problema politico». (m.r.)

ACQUA/ Bollette del Tubone: ancora su Cervignano (dal Piccolo)

IL Piccolo

MARTEDÌ, 16 MARZO 2010 Pagina 10 – Gorizia

Allacciamenti al Tubone,inchiesta della Procura

Riguarda l’inquinamento dell’Ausa e la mancata restituzione di somme indebitamente pagate

CERVIGNANO Nelle case di Cervignano indagini a tappeto sugli scarichi fognari. Bollette del Tubone sempre nella bufera, dopo che, l’anno scorso, il Comitato di difesa ambientale della Bassa friulana ha segnalato alla Procura della Repubblica il problema degli scarichi fognari delle abitazioni che riverserebbero direttamente nel fiume Ausa. Il punto non sarebbe tanto questo, quanto piuttosto le bollette pagate da alcuni cittadini non dovute perchè non allacciati a un impianto di depurazione.
Ora, a distanza di un anno, la Procura della Repubblica si è mossa incaricando la Guardia Costiera di svolgere indagini a tappeto nelle abitazioni di via Volontari della Libertà, di via Divisione Julia e di via del Mercato. Lo ha affermato ieri Giampaolo Chendi del Comitato ambientale di Cervignano, che dice di aver ricevuto le informazioni direttamente dalle famiglie coinvolte dalle nuove indagini. Le recenti verifiche nelle case disposte lungo il fiume Ausa, sarebbero svolte anche da tecnici del Comune, dell’Arpa e dello stesso Consorzio depurazione laguna Spa, conosciuto da tutti come il “Tubone”.
In sostanza, negli ultimi giorni l’equìpe di tecnici avrebbe messo piede direttamente nelle abitazioni dei cervignagnesi per verificare la consistenza degli scarichi fognari. Le verifiche consistono nel versare, nei lavandini e negli altri scarichi, un apposito colorante non nocivo, che permetterebbe, poi, di capire quali abitazioni non sono allacciate all’impianto di depurazione del Tubone. Torna quindi alla ribalta delle cronache cittadine la spinosa questione dell’addebito delle bollette a carico dei cittadini, che avrebbero pagato anche per una depurazione che non sarebbe mai avvenuta.
«Tutto mentre – spiega Chendi – la sentenza della Corte costituzionale 335 dell’ottobre 2008 afferma che, in assenza di depurazione, gli utenti non sono tenuti a pagarla e che i pregressi degli ultimi dieci anni devono essere restituiti. Nel frattempo la delibera della Corte dei Conti regionale del 7 maggio 2009 e la sentenza della Commissione tributaria del 16 marzo 2009 si sono dichiarate favorevoli alle istanze dei cittadini che non avevano la depurazione. Pure il decreto Prestigiacomo di ottobre 2009 e recentemente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ha stabilito che le somme indebitamente pagate negli ultimi 5 anni vanno restituite».
Ora il Comitato ambiente ha contato che, in tutti i paesi afferenti al Tubone, i pregressi ammonterebbero in tutto a di 1 milione e500mila euro. Dal canto suo, il sindaco di Cervignano, Pietro Paviotti, difende il lavoro del Consorzio «che ha sempre lavorato nel rispetto della norma. La sentenza della Corte costituzionale – sottolinea – che pur va rispettata, crea una disparità tra i cittadini fortunati che inquinano e non pagano e quelli più sfortunati che non inquinano e pagano. La denuncia del comitato ambiente mette in moto un meccanismo perverso che obbligherà ad allacciarsi anche chi, soprattutto per problemi economici, non era stato vincolato a farlo dal Comune».
Elena Placitelli

ESPULSIONI: stanno per deportare Joy, Hellen e le altre donne

E’ importante continuare le pressioni sull’ambasciata della Nigeria dopo il presidio che si è svolto lì sotto questa mattina.
L’ambasciatore e gli altri funzionari devono sapere che l’attenzione nei loro confronti come complici delle deportazioni è forte e non circoscrivibile alla sola città di Roma. La loro complicità sta nel riconoscimento, dietro congruo corrispettivo economico, di nigeriane/i senza documenti rinchiusi nei Cie. Così l’ambasciata di Nigeria autorizza l’espulsione di donne e uomini senza tener conto del loro passato e del pericolo di vita in cui incorrono sempre e comunque ritornando al loro paese d’origine.
Chi non può essere fisicamente a Roma può mandare telegrammi o telefonare:
Ambasciata di Nigeria
Via Orazio 14, Roma
Tel. 06 683931

da
http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/
LA POLIZIA STUPRA… LA QUESTURA DEPORTA!!
Luglio 2009: Joy, una ragazza nigeriana rinchiusa nel centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano, subisce un tentativo di stupro da parte dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso.
La sua determinazione e quella della sua compagna di stanza, Hellen, riescono ad allontanare l’uomo.
Agosto: scoppia una rivolta nel CIE, a cui partecipano tutti i detenuti. Vengono arrestati nove uomini e cinque donne. Tra queste anche Joy ed Hellen, dopo essere state umiliate e picchiate dal solerte aguzzino e stupratore Addesso.
Dopo sei mesi di carcere, e la deposizione della denuncia per tentato stupro da parte di Joy, tutte le ragazze vengono rinchiuse un’altra volta in un CIE, in attesa del rimpatrio coatto verso i paesi d’origine.

Il 15 marzo Joy è stata trasferita dal CIE di Modena a quello di Ponte Galeria a Roma, insieme a molte altre donne nigeriane. Ieri il console nigeriano è entrato nel CIE per identificare una decina di ragazze. Sappiamo bene cosa significa questo: l’espulsione a brevissimo termine. Domani tornerà per finire il loro lavoro mercenario, identificazione e espulsione in cambio di soldi.
Entro un paio di giorni le vogliono espellere tutte: una vera e propria deportazione di massa.

Già da giorni giravano voci riguardo alle pressioni da parte della questura di Milano perché Joy venisse espulsa. Pur di proteggere Vittorio Addesso, i suoi colleghi sono disposti ad agire nelle maniere più vili.

Come il 25 novembre scorso quando, manganelli alla mano, hanno più volte caricato un presidio di donne che volantinavano alla stazione Cadorna di Milano per denunciare che i CIE sono luoghi di tortura per tutti i reclusi, e che se i reclusi sono donne tortura vuole dire anche abusi sessuali da parte dei guardiani.

O come quando, nella notte fra l’11 e il 12 febbraio, la questura ha deciso di far “sparire” le cinque ragazze dalle carceri in cui erano rinchiuse per riportarle nei CIE, solo per non far loro incontrare i numerosi solidali che già dalla mattina attendevano la loro scarcerazione.

Oggi la questura spinge per l’espulsione di Joy e con lei si libera anche di quella fastidiosa denuncia che porterebbe alla luce tutte le nefandezze che ogni giorno avvengono, con l’avallo e la complicità di polizia e croce rossa, in questi moderni lager per immigrati chiamati CIE.

La storia di joy ci dimostra come gli apparati repressivi e di controllo dello stato esigano soprattutto che i ricatti sessuali che ogni donna e trans subisce dentro i CIE rimangano taciuti.
La forza che hanno dimostrato Hellen e Joy fa paura, perché è la forza che smaschera la verità di quello che accade dentro le mura di quei lager per migranti. Gli aguzzini che li controllano stanno facendo di tutto per impedire che questo precedente apra un varco o una breccia in quelle mura.

Che nessuno/a ci venga più a dire che in Italia ci sono leggi contro la violenza sessuale e lo stalking e che è necessario denunciare. Chiunque ancora lo pensa, da oggi in poi si ricordi bene questo: le forze dell’ordine hanno licenza di stuprare, anche grazie alle coperture di cui godono e grazie a un apparato istituzionale connivente.

I cie sono luoghi di tortura fisica e psicologica per tutti i reclusi: le persone vengono picchiate, costrette a prendere psicofarmaci, private della loro libertà solo perchè non provviste di un regolare pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno; e dove le donne subiscono continue molestie sessuali fatte di battute sessiste, sguardi obliqui delle guardie uomini, fino ai veri e propri tentativi di stupro.

Nessuna pace per chi stupra e molesta le donne e con chi gestisce questi CIE, tanto più se lo fa forte della divisa che indossa e delle connivenze di cui gode!!!

LA ZAIA TERRA

10 agosto

La Repubblica

Le critiche del Carroccio. L’attacco arriva dai senatori della Lega Nord in commissione Agricoltura del Senato, Gianpaolo Vallardi ed Enrico Montani,

che annunciano un ddl sulla  moratoria totale agli organismi geneticamente modificati. “Noi siamo con Zaia”, precisano i due senatori della Lega,

“perché stiamo andando incontro a una situazione che compromette sicuramente la fiducia e anche la salute dei consumatori e

non è assolutamente ammissibile

 

che un ministro dell’ Agricoltura

 

faccia finta di niente

 

o si schieri a difendere i coltivatori di ogm

 

perché delle persone come i no global hanno


finalmente avuto il coraggio di riportare la legalità

 

in quella coltivazione che era illegale”.

 

 

Il Corriere

BLITZ CONTRO IL MAIS

Zaia-Galan, lite sugli Ogm friulani

 


E il presidente elogia i centri sociali

 

09:39 CRONACHE Un gruppo di «No blobal» ha invaso un campo a Vivaro.

Il ministro contrario, il presidente del Veneto favorevole

Blitz dei gruppi «No blobal» a Vivaro

con il plauso del presidente della Regione Veneto

VIVARO/ Blitz dei Disobbedienti

MV 10 agosto

Vivaro, blitz dei no-global Abbattuto il mais ogm

Ogm, mais transgenico

Incursione di una sessantina di giovani dei centri sociali in un campo di mais a Vivaro: hanno distrutto tutto, calpestando completamente le piante. Rasi al suolo 3.500 metri quadrati di coltivazioni, già sotto sequestro della Procura di Pordenone. Scoppia la polemica politica, per il ministro Galan è “squadrismo”. Mentre per il leghista Luca Zaia: “E’ stata ripristinata la legalità”

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MARTEDÌ, 10 AGOSTO 2010 Pagina 1 – Pordenone

Vivaro invasa dai disobbedienti in tuta bianca

Il referente del movimento no global: «Tutte le comunità dovrebbero fare come noi»

LOTTA AGLI OGMx

A essere preso di mira è stato un terreno di 3.500 metri quadrati coltivato da Giorgio Fidenato Pannocchie tagliate e infilate in sacchetti da una sessantina di attivisti dei centri sociali del Nordest

Le hanno abbattute come birilli. In poco più di dieci minuti una sessantina di ragazzi dei centri sociali del Nordest (l’azione promossa da Trieste ha avuto molti partecipanti che arrivavano dal Veneto), con le tute bianche che ricordavano quelle utilizzate per le disinfestazioni, ha raso al suolo le pannocchie cresciute nel campo di  Vivaro coltivato da Giorgio Fidenato. Pannocchie transgeniche secondo Greenpeace, pannocchie da esaminare per la magistratura che, il 4 agosto, aveva sequestrato il campo e condotto analisi a campione sui terreni circostanti. In pochi minuti i disobbedienti che fanno riferimento al movimento yabasta hanno distrutto un campo di 3.500 metri quadri.
L’ARRIVO. Intorno alle 11.20 una decina di auto provenienti dalle province di Trieste, Gorizia, Venezia, Padova ha attraversato il centro di Vivaro. Il paese è piccolo e quella comitiva di giovani “foresti”, molti coi capelli rasta, non è passata inosservata. Dopo avere posteggiato le automobili davanti all’agriturismo di Gelindo, i disobbedienti hanno recuperato il materiale nelle auto – tute bianche da disinfestazione, adesivi yabasta e un mega-striscione – per quello che sembrava un presidio come gli altri. Non appena è arrivata un’auto in borghese della polizia, la comitiva ha accelerato e si è diretta a piedi verso il campo che risulta in conduzione a Giorgio Fidenato, il campo che sei giorni fa era stato messo sotto sequestro dalla magistratura e aveva ricevuto la visita degli ispettori del ministero delle Politiche agricole.
IL BLITZ. Indossata la tuta, nonostante la temperatura segnasse 30 gradi, i disobbedienti sono entrati in azione. Con lo striscione “Dall’Italia a Cancun. No Ogm” – per ricordare «uno degli scenari più sfregiati dalle logiche di devastazione ambientale dell’intero Messico», nonché la sede del vertice Cop16 (conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della madre terra) che si terrà a fine novembre – alcuni no global hanno costeggiato la strada su cui si affaccia il campo. Gli altri, formando alcune file ordinate, sono partiti all’assalto del mais al grido di “Ya basta!”. Con la sola forza dei piedi, hanno calpestato e abbattuto le piante che, ogm o no, sono cadute progressivamente come nel gioco del domino. Arrivati in fondo al campo, dopo avere piegato metà filari, i disobbedienti sono ripartiti alla carica e hanno completato l’opera. Alle 11.51 le piante erano tutte accasciate al suolo. Alcuni ragazzi hanno cominciato a tagliare le pannocchie e infilarle in sacchetti neri con la scritta “pericolo Ogm”. Il materiale raccolto in forma dimostrativa (gran parte delle pannocchie è rimasta al suolo) è stato lasciato nel campo. Il cartello “Campo sequestrato dalle comunità indigene di tutto il mondo” a certificare il gesto.
EFFETTO SORPRESA. Il blitz è stato deciso senza preavviso per non dare tempo alle forze dell’ordine di intervenire. I rinforzi, chiamati dai primi agenti e carabinieri giunti sul posto, sono arrivati quando ormai le piante erano state distrutte. A guardare lo spettacolo incuriositi sono stati alcuni residenti. Tra il piccolo pubblico anche un attonito Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra e sostenitore della sperimentazione biotech. Alle forze dell’ordine sopraggiunte in un secondo momento non è rimasto che identificare – non senza difficoltà visto che i giovani hanno cercato di sottrarsi alla procedura – i partecipanti all’azione.
LE RAGIONI. «Oggi siamo qui con le nostre facce alla luce del sole – ha rimarcato Luca Tornatore, referente triestino del movimento no global – per un atto di disobbedienza civile pubblica, un atto che dovrebbero compiere tutte le comunità». Un atto, secondo i disobbedienti, rimasto l’ultimo possibile visto che «il 28 aprile abbiamo consegnato un esposto alla Procura di Pordenone. Che cosa è stato fatto in questi mesi? Perché è dovuta intervenire Greenpeace per fare le analisi?». Domande che arrivano da più parti e che si aggiungono alle polemiche di un’inchiesta sempre più complicata. Il campo raso al suolo, infatti, era comunque stato sequestrato dalla magistratura.
Martina Milia

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LA GAIA TERRA

NO ALLE DENUNCE. SI AL RIPRISTINO DELL’AGRICOLTURA NATURALE, CONTRO GLI ABUSI DEI SINGOLI, GLI INTERESSI DELLE MULTINAZIONALI E LA LEGALITA’ DELLO STATO.
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Ottima azione, ma troppo mediatica, con pochi contenuti e troppa confusione.  Peraltro non possiamo certo permettere che la nostra difesa della natura si confonda con quella di Zaia. Noi vogliamo la Gaia Terra e non la “Zaia Terra”. Inoltre non si tratta di difesa della legalità giuridica. Questo è un terreno perdente e demenziale e non solo perché alla fin fine la legalità giuridica è sempre dalla parte del sistema di dominio, come mostrano le immediate denunce (e alcuni capi di imputazione sono anche gravi), ma perché non si fa chiarezza ontologica, cosa che, nella situazione attuale, alla resa dei conti con la catastrofe ecologica in atto, è una precondizione se si vuole che un nuovo movimento eco-politico si faccia strada; questa è l’ultima occasione.

Commento a cura del Gruppo “Ecologia Sociale”

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Pericolo contaminazione OGM: ecco le prove!

11 agosto

La canola ogm diventa “selvatica” e fa paura


Aiuto, mi è scappata la canola
Se l’ogm si riproduce in natura

Per la prima volta una pianta geneticamente modificata è stata osservata allo stato selvatico. Accade in North Dakota. Gli scienziati temono che possano minacciare la biodiversità. L’esperto italiano Rosellini: “Geni vagliati e considerati sicuri, nessun pericolo” di JACOPO PASOTTI

Piante di canola OGM si stanno propagando dai terreni agricoli del Nord Dakota, negli Stati Uniti, invadendo aree incoltivate. Le piante transgeniche possono dunque abbandonare i campi ed invadere le zone naturali circostanti. Lo sostengono alcuni scienziati statunitensi che hanno osservato, per la prima volta, la presenza di piante geneticamente modificate che si sono riprodotte in aree naturali, e che sono quindi una minaccia per la biodiversità. La scoperta, secondo gli esperti, avrà “implicazioni importanti” nelle politiche agricole degli Stati Uniti.

In luglio i ricercatori hanno raccolto, fotografato ed analizzato 406 piante di canola cresciute fuori dai terreni coltivati lungo un transetto di 5.400 chilometri che attraversa vaste regioni agricole. Di queste, ben 347 (l’86%) sono risultate positive ai test sulla presenza di proteine che le rendono più resistenti ad alcuni erbicidi (la CP4 EPSPS e la PAT).

Un segnale d’allarme, dunque, che non giunge da associazioni ambientaliste ma da Meredith Schafer, ricercatrice presso Università dell’Arkansas, insieme a colleghi della Environmental Protection Agency (Epa, l’agenzia federale che si occupa della protezione dell’ambiente). Secondo lei queste piante “scappate” dai campi potrebbero influenzare la biodiversità della regione. Meredith Schafer ha presentato i risultati delle sue analisi alla conferenza annuale della Società Ecologica Americana (ESA) tenutasi nei giorni scorsi a Pittsburgh. Gli scienziati non sanno se questo possa essere accaduto anche ad altre colture OGM.

Secondo Daniele Rosellini, biologo presso l’Università di Perugia, la scoperta dei ricercatori statunitensi è una conferma di un fenomeno già noto. “Che i geni introdotti mediante ingegneria genetica persistano nell’ambiente in piante coltivate presenti fuori dai campi o in piante spontanee di specie affini che possono incrociarsi con loro è indesiderato da molti. Questo non è comunque pericoloso per l’ambiente e la salute, perché quei geni sono stati vagliati e considerati sicuri prima di autorizzare la coltivazione delle piante OGM che li contengono”, conclude Rosellini.

Ma c’è di più. I ricercatori hanno anche trovato “due casi di modificazioni multiple all’interno di singoli individui”. Un fatto che, secondo gli scienziati, “indica che alcune colture si sono inselvatichite, cioè oltre ad essersi stabilite al di fuori dei campi coltivati, si stanno riproducendo in natura”.
Niente di male per le piante di canola, che sono in questo modo più resistenti e di maggior produttività. Ma la scoperta potrebbe essere l’indizio che il controllo esercitato dai biotecnologi sugli organismi OGM ha maglie più larghe di quanto si pensasse. “I nostri risultati hanno conseguenze rilevanti sulla ecologia e la gestione sia per le piante native che per i prodotti OGM del paese”, dicono gli scienziati.

La scoperta non può passare inosservata in Europa. La commissione europea ha infatti appena dato il via libera alle prime colture OGM, ponendo fine a un embargo in vigore dal 1998. Dalla primavera di quest’anno il gruppo tedesco Basf è autorizzato a produrre la patata transgenica Amflora per usi industriali e come mangimi.

La canola è una varietà della colza, prodotta inizialmente in Canada (il suo nome deriva appunto da Canada e olio). È impiegata nell’alimentazione degli animali da allevamento e per la produzione di biocarburanti. Attualmente i campi di canola ricoprono 2 milioni di ettari del territorio statunitense, ma l’estensione delle coltivazioni è destinata a crescere a causa del continuo aumento dell’impiego dei bio-combustibili.

(10 agosto 2010) Repubblica

NOTAV: corsa contro il tempo della lobby pro-tav

Da il Piccolo del 14 agosto 2010

 

 

IL COORDINATORE EUROPEO DEL CORRIDOIO V

 

ULTIMO TRENO

 

ISOLAMENTO

 

Tav a Nordest, Brinkhorst avverte l’Italia: «Progetto entro l’anno o addio finanziamenti»

 

Scarse connessioni con l’entroterra avranno conseguenze negative per Veneto e Friuli Venezia Giulia

 

Non spetta a me dare ultimatum ma nuove proroghe mi sembrano molto improbabili

 

di MARTINA MILIA

 

TRIESTE L’ultimo treno per l’alta velocità veneto-friulana parte il 31 dicembre. Laurens Jan Brinkhorst, coordinatore del progetto europeo 6, che più volte ha dichiarato che il 2010 sarà l’anno della verità per verificare lo status dei progetti e soprattutto l’impegno dei governi, è chiaro. Non darà ultimatum all’Italia, «non è il mio compito», ma a buon intenditor poche parole: «L’Unione può spendere i soldi previsti per questo progetto anche per altri progetti». Rfi, quindi, ha meno di quattro mesi per presentare un preliminare per la tratta del Nordest e poco importa se il Veneto ha sciolto solo da poco le riserve sul tracciato, scegliendo il passaggio a sud lungo il litorale. L’Italia dovrà spingere sull’acceleratore. Se la scadenza non fosse rispettata, all’Unione Europea «non resteranno strade se non quella di tagliare i soldi previsti per l’elaborazione del progetto». L’ipotesi di una proroga «è difficile. Ne avete già beneficiato».

Coordinatore Brinkhorst, a suo avviso ci sono ancora tempi sufficienti per presentare una progettazione preliminare?

Le ultime informazioni che il ministero e le Ferrovie italiane ci hanno fornito, indicano che hanno sempre l’intenzione di presentare il progetto preliminare nei tempi previsti, cioè entro il 31 dicembre prossimo.

Viste le premesse potreste decidere di definanziare la tratta?

Per il momento, non abbiamo in animo di tagliare i finanziamenti, però, se il progetto preliminare dovesse farsi aspettare oltre dicembre, non ci saranno molte strade per l’Unione se non quella di tagliare i soldi previsti per l’elaborazione del progetto.

Prenderete a breve qualche provvedimento per dare un ultimatum all’Italia?

Nei miei contatti con le autorità italiane mi informo costantemente sulla situazione. Non spetta a me dare ultimatum all’Italia, a parte indicare che l’Unione può spendere i soldi previsti per questo progetto anche per altri progetti.

Se il Governo accantonasse prima di fine anno delle risorse da affiancare a quelle europee potrebbe ottenere una proroga dei tempi oltre il 31 dicembre?

In questo momento non posso pronunciarmi su un’eventuale proroga, ma mi risulta che proroghe per questo progetto siano già state date nel passato. Questo renderebbe più difficile concedere un’altra proroga.

Italia e Slovenia hanno trovato un accordo sul nuovo tracciato della tratta transfrontaliera Trieste-Divaccia. Risolti tutti i nodi di quel progetto?

Adesso stanno studiando la variante cosiddetta “alta” da Bivio Aurisina a Divaccia. Il risultato di questo studio sarà proposto alla Commissione intergovernativa che si terra quest’autunno. E quella sarà la sede in cui si capirà se l’accordo possa essere accolto.

Se il collegamento Venezia-Trieste non venisse realizzato, in che modo ne risentirebbe il progetto prioritario 6?

Il collegamento Venezia-Trieste fa parte integrante del progetto prioritario 6. Ovviamente il traffico est-ovest è essenziale quanto quello nord-sud e sud-nord ed entrambi possono fungere reciprocamente da opzioni di riserva. È quindi essenziale per la posizione concorrenziale dei porti italiani del nord adriatico (Venezia, Monfalcone e Trieste tra gli altri) e ovviamente per il loro entroterra, che è molto più vasto delle regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, che tutto il progetto venga realizzato.

Crede che Friuli Venezia Giulia e Veneto rischino l’isolamento?

Una mancanza di buone connessioni con l’entroterra avrà delle conseguenze negative per l’economia del Friuli Venezia Giulia e del Veneto.