NO TAV/ Bloccata l’A32 in Piemonte

17 marzo, Bussoleno bloccata l’autostrada

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DUMBLES / Stupro

Stupro: al di là di ogni ragionevole patrocinio
L’obiettivo è ovvio, la modalità per raggiungerlo è tristemente nota e palese: rendere la vittima causa del suo male, trasformare il carnefice in vittima di adescamento, seduzione, inganno, infine trasformare la vittima in carnefice sicchè il carnefice cioè l’imputato (o gli imputati) per stupro, possano godere del minimo della pena o dell’assoluzione.

Questa è la strategia adottata dalla maggior parte dei difensori nei processi per stupro.
Questa è invariabilmente anche la strategia adottata dal difensore del militare di stanza all’Aquila imputato per lo stupro di una  ragazza a Pizzoli (AQ).
La vicenda narrata dai quotidiani di circa un mese fa è questa: all’uscita da una discoteca una ragazza viene stuprata, in maniera estremamente violenta, probabilmente, come ha osservato successivamente  il chirurgo che l’ha operata,  anche con una sbarra di metallo, dato le profonde e forse permanenti lesioni all’apparato digerente; viene abbandonata nel retro della discoteca, nella neve dove rischia la morte per ipotermia. Solo l’uscita del titolare della discoteca nel giro esterno prima di chiudere, le salva la vita.
Ma, sia quel che sia, appresso al fatto ecco le prime mosse dentro lo schema prestabilito.
Il discredito della donna fondato sulla sua partecipazione consensuale, sull’uso di alcool giocato sempre come aggravante in quanto segno di  immoralità… (mentre, in genere, per l’uomo, l’assunzione di alcool o droghe, è spesso giocato come attenuante in quanto segno di momentanea incoscienza e quindi di non piena responsabilità del fatto che gli si vorrebbe ascrivere), infine, la riduzione del delitto ad un “rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite”.
Queste ultime sono le testuali parole dell’avvocato di cui sopra pronunciate in due trasmissioni televisive.
Di questo ne ha parlato il blog  Fuori genere che ha anche aggiunto i due video estratti dalle trasmissioni in questione. Guardateli, che siate uomini o donne, guardateli, immaginate di essere voi ferit* o mutilat* in qualcosa, immaginate di essere voi parte lesa, guardateli e tenete vicino il sacchetto per il vomito.
Il disgusto è assoluto, primo per l’uomo che si permette di sparare tali e tante oscenità da andare veramente oltre il miserabile uso, -possibile solo in un paese profondamente maschilista-, di patrocinare l’imputato secondo lo schema che abbiamo detto.
E poi c’è dell’altro, c’è quella comparazione tra il rapporto amoroso che provoca ferite, il parto fisiologico che provoca ferite, e quel particolare rapporto che ha provocato ferite. C’è quella implicita, suggerita, relazione di contiguità e uguaglianza tra il condiviso e il naturale accomunati dal provocare ferite sicchè lo stupro svanisce a meno di non pensare che o un rapporto naturale è uno stupro o uno stupro è un rapporto naturale. Un orrore.
Un orrore l’avvocato che svela in televisione il nome della vittima e poi dice “embhè… mi è scappato…
Un orrore le trasmissioni che permettono di dare voce a certi individui calati in pseudo dibattiti che hanno il solo scopo di eiaculare in piazza porcherie patriarcali in un finto contradditorio che in realtà è un’ulteriore stupro sul corpo di quella donna, ma anche di tutte le donne.
Alla fine quel po’ po’ di avvocato, si chiede come farà a spiegare a suo figlio che un uomo rischia di essere condannato a 15 anni per tentato omicidio e non ad un anno solo per “omissione di soccorso”. .
Noi ci chiediamo come facciamo noi, a spiegare, a noi ed alle nostre figlie, ma anche ai nostri figli che, ad anni ed anni da “processo per stupro” esistano ancora avvocati del genere…
Forse dobbiamo continuare a fare le femministe, ora più che mai.

DUMBLES / Torturando imparo

Quando il vecchio e sempre galileanamente buono “sperimentando imparo” praticato in molti laboratori universitari, centri di ricerca ecc., diventa quello del titolo, il sapere che se ne acquisisce è bacato. E’ ancora  Bacone che sussurra di mettere la natura in ceppi, di strappare i suoi segreti con la tortura…
Ma che cos’è la conoscenza che passa per la tortura e quindi la crudeltà?
A cosa ci sono serviti millenni di evoluzione e la capacità di parola se il linguaggio è l’arma che usiamo per giustificare il nostro diritto alla superiorità ed al causare dolore e morte?
Ieri a Trieste manifestazione  contro l’ampliamento dello stabulario dell’università.
Qui una nota e qui il resoconto.

Fine dello sciopero della fame. Tobia ha ottenuto un pezzettino di libertà

Fine dello sciopero della fame. Tobia ha ottenuto un pezzettino di libertà

Dopo 13 giorni Tobia ha interrotto lo sciopero della fame. Da oggi torna e mangiare, perché da oggi può nuovamente scrivere lettere e mail, telefonare, ricevere visite. Non potrà però andare a lavorare. La sua lotta – anche grazie all’ampio sostegno ricevuto – ha pagato.
Questa sera lo abbiamo riabbracciato, bevuto insieme un dito di vino e parlato delle tante cose capitate dal 26 gennaioquando Ada, la sua compagna, chiamò per avvertire che gli uomini dello Stato se lo stavano portando via.
Un fiume di parole, il racconto di un pezzetto di vita separata nei corpi, ma unita nel comune sentire una lotta che cresce giorno dopo giorno.

Di seguito la prima lettera di Tobia.

Ho ricevuto nel pomeriggio, da parte del mio avvocato, la comunicazione che il giudice ha revocato il “divieto di comunicare con qualsiasi mezzo”, emesso nei miei confronti dal giorno della concessione – da parte del tribunale del riesame – della detenzione domiciliare – il 13 febbraio – e mantenuto sino ad oggi. L’altra mia richiesta, di poter recarmi al lavoro presso l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, è stata negata.
Pur amareggiato per il fatto che non venga riconosciuto il mio diritto a guadagnarmi il pane, reputo la conquista del diritto a comunicare, imposizione che non aveva ragioni dal punto di vista delle esigenze cautelari, un passo avanti verso il ridimensionamento dell’inchiesta contro il movimento No Tav, che ogni giorno di più si rivela per quello che è: un’odiosa macchinazione repressiva ad uso meramente politico e mediatico.
Pertanto dichiaro di aver sospeso da stasera lo sciopero della fame iniziato il giorno il 3 marzo.
Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto in questa battaglia.
A sarà dura!

Tobia Imperato

Torino, 15 marzo 2012

da anarresinfo.noblogs.org

NO TAV/ Arriva la Commissione Europea trasporti, ma Trenitalia diserta la riunione sul trasporto locale

No Tav News

Testo conferenza + Lettera dei 360 | Portogallo abbandona Corridoio 5 | Rassegna sulla conferenza stampa |

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imb

Ma di cosa parlano questi imbecilli?? Nello stesso giorno le stupidaggini sul TAV della Commissione Europea  e la debacle di Riccardi sui pendolari.

Non è ora di aprire gli occhi?

E’ inutile e patetico perdere tempo dietro i politici, la commissione europea, la regione, i tavoli tecnici: bisogna organizzare la lotta!

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RIGASSIFICATORE: indaga la procura

Dal Piccolo del 20/03/12

Rigassificatore sotto la lente della Procura

Sentito ieri dal pm Frezza il sindaco di Muggia Nerio Nesladek sulla sicurezza e su presunti artifici progettuali

di Claudio Ernè

Il sindaco di Muggia Nerio Nesladek ieri mattina ha passato quasi un’ora nello studio del pm Federico Frezza. Quando al termine del colloquio è riemerso nel corridoio della Procura della Repubblica, il sindaco non ha avuto difficoltà a spiegare la sua presenza in un ufficio che da anni e anni la stragrande maggioranza di politici e degli amministratori pubblici non ama certo frequentare.

«Sono venuto a spiegare i dettagli dell’esposto che ho presentato a febbraio sul rigassificatore di Zaule. Sono qui da testimone, da persona informata sui fatti».

Sui dettagli del colloquio col magistrato inquirente, Nerio Nesladek non ha voluto addentrarsi. Il segreto istruttorio protegge infatti le sue parole ma soprattutto le domande che gli ha posto il magistrato. Certo è che se un esposto è stato presentato e un pm ha sentito l’esigenza di ascoltare una persona informata sui fatti, è evidente che un fascicolo di indagine è stato formalmente aperto dal pm Federico Frezza.

«Sono stato convocato – ha affermato il sindaco di Muggia, svelando un dettaglio non secondario: la richiesta di sentirlo come testimone era arrivata da chi sta indagando. Prima di allontanarsi dal palazzo di Giustizia il sindaco ha svelato un altro particolare significativo. «Oltre della vicenda del rigassificatore di Zaule, indicentalmente ho parlato anche del progetto del terminal ro-ro e dell’area un tempo occupata dagli impianti della raffineria Aquila».

Non è un mistero per nessuno che il Comune di Muggia, così come quelli di Trieste e di San Dorligo sono contrari all’insediamento dell’impianto progettato dalla società spagnola “Gas Natural”. L’esposto presentato alla Procura della Repubblica all’inizio dello scorso febbraio ne sottolinea le carenze e i presunti “artifici” progettuali.

Il punto nodale delle critiche al progetto ma anche dell’esposto presentato alla magistratura, è rappresentato dal problema della sicurezza di migliaia di persone che l’impianto di rigassificazione metterebbe a repentaglio in caso di un incidente.

In una recente assemblea anche lo studio geotecnico è stato giudicato “errato”; critiche pesanti hanno coinvolto anche l’utilizzo massiccio dell’acqua di mare del vallone di Muggia utilizzata, secondo il progetto- per riscaldare il gas liquido, portandolo alla stato gassoso. Altrettanto cristallino è stato di recente l’atteggiamento del sindaco di Muggia sulla scelta tra rigassificatore e terminal ro-ro. Le aree coinvolte dai due progetti sono adiacenti. L’una di fronte all’altra. Ecco perché Nerio Nesladeck ha affermato di temere «fortemente che lo sviluppo economico del territorio sia in pericolo. Un terminal ro-ro insediato nei 200 mila metri quadrati dell’ex Aquila, è un’ipotesi che caldeggiamo da sempre. Per questo auspichiamo che la contrapposizione si risolva presto…» La contrapposizione a cui accenna il sindaco di Muggia è quella che è già approdata al Tribunale civile di Trieste: da una parte è schierata la “Samer Shipping”, dall’altra la “Teseco spa”, proprietaria dei terreni dell’ex Aquila. Nella causa la società di armamento chiede al giudice di impedire alla controparte di poter disporre dei terreni dell’ex Aquila: allo stesso tempo viene chiesto alla magistratura di inibire all’Ezit e all’Autorità portuale la possibilità di firmare concessioni e autorizzazioni che consentano di svolgere attività economiche in quell’area.

Una selva di attori in gioco a sparigliare le carte

Sempre più complessa, sempre più articolata e sfaccettata. Si complica ulteriormente la vicenda annosa del rigassificatore di Zaule. Nuovi “attori” entrano in scena e si affiancano ai comitati, ai voti unanimi espressi dai Consigli municipali, alle scelte dei sindaci e della Provincia e alle indecisioni delle Regione. Sullo sfondo della scena è presente lo Stato, nel senso dell’esecutivo, del Governo “tecnico” che gode oggi di un consenso senza uguali e sembra deciso a decidere. Ora sono entrati in scena nuovi attori e nuovi “mattatori”. C’è il Tribunale civile a cui è ricorsa la “Samer Shipping” a tutela del proprio interesse a realizzare nell’area dell’ex Aquila un terminal traghetti destinato ai Tir. C’è anche la magistratura amministrativa che dovrà dipanare gli inevitabili ricorsi che accompagnano ogni realizzazione di una qualche importanza pubblica. E ora sappiamo che c’è anche la Procura della Repubblica che ha il ruolo istituzionale di verificare che negli annosi iter dei vari progetti e delle richieste di finanziamento, non sia stato commesso qualche reato. Proviamo a mettere in fila tutti coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda. C’è la Gas Natural, c’è la Samer Shipping, la Teseco, l’Ezit, l’Autorità portuale, i Comuni di Trieste, Muggia, San Dorligo, con i rispettivi sindaci e assessori, la Provincia, la Regione, il Ministero dell’Ambiente e quello delle Attività industriali. C’è il Tribunale civile, quello amministrativo, la Procura della Repubblica e forse anche, a breve scadenza, la Procura della Corte dei Conti che dove vigilare sui presunti danni erariali. Ci sono poi i consulenti tecnici e quelli legali alla cui assistenza nessuno nel nostro Paese è disposto ragionevolmente a rinunciare. Nel momento in cui una soluzione sulla realizzazione del rigassificatore si stava profilando all’orizzonte, nuovi attori sono entrati in scena. Il gioco si amplia, la “carte”, una volta in più vengono “sparigliate”.

NOTAV: report dalla Valsusa sul Piccolo e il Messaggero

VAL DI SUSA»IL REPORTAGE

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di Maria Rosa Tomasello inviata a TORINO

«La vedi la Madonna del Rocciamelone? E’ là, in alto, in mezzo alla neve». Dal sentiero balcone, il tracciato che da Giaglione porta al cantiere militarizzato, unico accesso dopo che la via da Chiomonte è stata vietata, la statua sulla montagna è invisibile. E’ un atto di fede, la metafora della lotta della Val di Susa contro l’alta velocità in un territorio già sezionato da due linee ferroviarie, due statali e un’autostrada, contro la paura dell’amianto e dell’uranio, contro il rischio di sventramento delle falde acquifere e di un’emorragia di denaro pubblico, insopportabile in un territorio che viveva di tessile e indotto Fiat e oggi è dissanguato dalla disoccupazione. Il vecchio Italo Pent, che cammina con la figlia verso la baita Clarea, il punto zero della protesta, protetto dal filo spinato israeliano e da un esercito di divise, ripone il binocolo: «Noi andiamo a pregare» dice, «sapete che anche un carabiniere ha detto il Padre nostro con noi?». Nella valle la preghiera e la lotta procedono insieme: «Noi non dobbiamo tirare pietre» osserva Pent, «ma loro ci sparano addosso lacrimogeni ad altezza d’uomo…». La protesta che per alcuni è il nuovo laboratorio dell’antagonismo italiano e per altri solo un atto di abiura al progresso ha diviso la politica, col centrosinistra sul fronte del no, il Pd spaccato e il centrodestra a favore dell’opera, ma ha creato una nuova comunità. Un singolare melting pot che va dai Cattolici per la valle fino agli anarchici e ai centri sociali come Askatasuna, passando per gli ambientalisti e i docenti universitari che contestano l’opera a suon di dati. «Vogliono andare avanti? Sarà dura» fa Gigi Richetto, il filosofo, mentre distribuisce opuscoli sulla non violenza, «perché devono portare una trivella grande come un missile e noi potremmo essere lì, e dovranno mettere le mine, e trecento persone potrebbero essere sedute sulla montagna: sì che vorrebbero farci saltare, ma sono 23 anni, sono cambiati i governi, e noi siamo ancora qui…». Nello storico presidio no Tav di Venaus, uno dei tanti venuti su a partire da Rivoli, il primo brindisi è sempre per l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi: «E’ lui che ci ha riuniti». Ma la valle che conserva l’eco delle lotte partigiane è sempre stata sulle barricate: «Negli anni Ottanta scendevamo al casello a protestare contro l’autostrada» ricorda il sindaco di San Didero Loredana Bellone, «ora ci parlano di compensazioni, allora ci dicevano: niente pedaggio. Non è stato così». «E’ un’opera inutile, venti miliardi che a consuntivo saranno triplicati, e finirà come il Tunnel sotto la Manica, sottoutilizzato» dice Piero Sobrà di Legambiente. Il nuovo giorno X è l’11 aprile, quando la società Ltf prenderà formalmente possesso dei terreni della Val Clarea, già occupati – «illegalmente» secondo il movimento – con ordinanza prefettizia: 64 particelle, solo una manciata delle quali appartengono ai 72 No Tav che avevano comprato i terreni per ostacolare le ruspe. Uno è Luca Abbà, il contadino volato giù dal traliccio dell’alta tensione: per dargli una mano gli amici hanno raccolto nei suoi campi cavoli, broccoli e melanzane e li hanno venduti durante un’assemblea nella sala consiliare di Bussoleno stipata all’inverosimile. «Noi non ci fermiamo, faremo opposizione agli espropri, ma se ne fregheranno come sempre: finora nessun ricorso è stato discusso» commenta Alberto Perino, portavoce delle proteste. Per l’11 aprile Perino, un braccio rotto e la voce roca per i gas respirati durante lo sgombero dell’autostrada di fine febbraio, ha proposto una mobilitazione nazionale. «Il tavolo convocato dal governatore Cota è una foglia di fico, la politica ha perso, tant’è che hanno detto ai sindaci: “non possiamo darvi la valutazione costi-benefici perché la fareste girare”. Non è serio: se io fossi Monti non prenderei a scatola chiusa quello che mi racconta il primo che si presenta» dice, lanciando una stoccata al commissario straordinario Mario Virano. Il 28 marzo Virano dovrà illustrare ai sindaci i dettagli del progetto «low cost», che prevede, dopo il tunnel geognostico, la realizzazione della galleria di 57 chilometri tra Italia e Francia e della stazione internazionale di Susa, spesa prevista per Roma circa 3 miliardi di euro. «Ma il collegamento c’è, la Fiat ha spostato auto durante il boom senza che nessuno rilevasse la saturazione della linea» commenta al primo piano del municipio di Avigliana Carla Mattioli, uno dei sindaci dissidenti ed ex del Pd in una pausa della riunione convocata per discutere delle elezioni di maggio, obiettivo una candidatura No Tav: «Ci parlano di 20 milioni di compensazioni per 87 Comuni, ma solo io in 10 anni, qui, ho speso 43 milioni: 20 mi fanno il solletico». L’ipotesi di portare da 7 a 4 ore la percorrenza Milano-Parigi, dice, è una «viranata»: «La tratta di cui stiamo parlando permetterà di risparmiare solo un’ora tra Torino e Chambery». Neppure l’abbattimento della pendenza, oggi 1250 metri, porterà un aumento del trasporto merci: «Per convogli con quel tonnellaggio, lunghi anche 750 metri, bisogna sistemare tutta la linea» sostiene, «perché se dopo il tunnel il treno si reimmetterà sul tracciato esistente, com’è previsto nella prima fase, dovrà usare i criteri della linea meno efficiente». «Se vorranno andare avanti, dovranno militarizzare sempre di più la valle: continueremo a fare azioni, vedremo chi si stanca» avverte Mario Actis, che guida Legambiente in Val di Susa mentre apre la strada tra le capanne del villaggio neolitico che sovrasta il cantiere. Tutti qui rifiutano l’equazione No Tav uguale violenza, nata dopo gli incidenti dell’estate scorsa, quando fu sgomberato l’accampamento della Maddalena, con un bilancio di 200 agenti feriti e uno strascico di 26 persone arrestate a gennaio, tra le quali un ex Br: «Una parte fisiologica che tira le pietre ci sarà sempre, questo non significa che il movimento sia violento, noi abbiamo fatto solo iniziative pacifiche. I violenti ci sono anche dall’altra parte: dopo l’occupazione dell’autostrada a Chianocco c’è stata una vergognosa caccia all’uomo, con persone inseguite e pestate, e non c’è nessuna indagine». In basso, il museo del Neolitico e la cantina della cooperativa Clarea, sono irraggiungibili: «L’accesso al vigneto è vietato ai non autorizzati, la cantina è chiusa con dentro 50 mila litri di vino» protesta Andrea Turio, «e quello che vediamo non è niente rispetto al cantiere vero. Noi di cosa vivremo? Parlano di duemila posti di lavoro, ma io voglio fare il vignaiulo, non l’operaio. Ho sempre creduto nello Stato, ma questa è una imposizione».

 

«La salute è a rischio, qui abbiamo paura»

Il racconto di un abitante di Susa: durante i lavori pericoli per l’esposizione da amianto e polveri

dall’inviata SUSA La prima cosa che fa Luca Perino è mostrare un estratto dello studio di impatto ambientale allegato al progetto preliminare della Ltf, la società Lyon Turin Ferroviaire. Data 9 luglio 2010. «Monti dice che ha letto la documentazione, ma l’ha fatto?» chiede. La casa in cui Luca vive con la sua famiglia è un’abitazione bianca e marrone che sorge all’uscita dello svincolo autostradale di Susa, nel punto in cui nascerà la stazione internazionale della Torino-Lione. Al balcone c’è uno striscione: «Qui condannati a morte dal Tav». La ragione è contenuta nelle pagine 268 e 269 dello studio: «Dicono che durante il cantiere non potranno garantirci dai rischi per la salute, che ci sarà un aumento del mesotelioma, e io che abito qui che faccio?». «Il rischio di esposizione della popolazione non può essere scongiurato dal mantenimento di livelli di contaminazione al di sotto di quanto previsto dalle norme» si legge alla voce amianto. A preoccupare è la presenza di vene asbestifere ipotizzata nei primi 400 metri dello scavo, mentre a causa degli ossidi nitrosi è possibile attendersi «un incremento delle affezioni respiratorie intorno al 10/15%», e le polveri potrebbero determinare un incremento di patologie cardiocircolatorie e respiratorie del 10%. Alla gente le rassicurazioni di Ltf non bastano: per ridurre i potenziali rischi «la prima attività di prevenzione coincide con il progetto stesso» sottolinea la società, mentre all’eventuale dispersione di fibre di amianto si farà fronte con barriere ad acqua e incapsulamento del materiale. Ma Perino non si fida. «Noi siamo stati informati del progetto nel 2010 dal Comitato no Tav, quando mancavano dieci giorni alla scadenza delle osservazioni» racconta. «La casa è stata fotografata e l’immagine allegata al progetto perché avremo dei problemi: mia moglie ha notato qualcuno scattare foto a bordo di un’auto, ha cercato di fermarli per chiedere spiegazioni, ma sono scappati. Un sotterfugio, un metodo non democratico». A poche decine di metri dall’abitazione di Perino tre case dovranno essere abbattute: il gigantesco cantiere della stazione, otto anni di lavori, nascerà accanto alla residenza per anziani san Giacomo e al centro psichiatrico. «Il piazzale dello scalo internazionale sarà a un’altezza di 12 metri, sopra ci sarà la stazione per i treni locali e la caffetteria, con il tetto a 26 metri. E attorno a casa mia passerà lo svincolo della nuova viabilità. Ma a che serve tutto questo, se già oggi si va da Ulzio a Parigi in 4 ore e mezza, e se l’Autostrada ferroviaria che trasporta i grandi tir viaggia semivuota?». Francesco, 17 anni, non ha dubbi: «Resteremo qui, faremo resistenza». Per non avere guai durante le manifestazioni si è fatto regalare il codice penale: «Un giorno ho scoperto che si era seduto per terra con altri a bloccare l’autostrada» ricorda il padre, «l’ho chiamato, ma lui mi ha detto: stai tranquillo, conosco la legge: resto qua, questa è la mia terra». (m.r.t.)

 

 

Un maxi tunnel lungo 57 chilometri

il progetto

Il progetto preliminare della nuova ferrovia Torino-Lione è stato approvato dal Cipe nel gennaio scorso. E’ prevista la realizzazione dell’opera in due fasi: prima la costruzione del tunnel di base da 57 chilometri, 12,3 dei quali in territorio italiano, e gli interventi di adeguamento del nodo di Torino. Quindi se dovesse essere ritenuto necessario, si procederà con la tratta in bassa Valle di Susa (Bussoleno-Avigliana). Il cosidetto “progetto low cost” prevede anche la costruzione delle due stazioni internazionali di Susa e S. Jean de Maurienne. Il costo complessivo è 8,2 miliardi di euro, di cui meno di 3 a carico dell’Italia. I lavori dovranno essere preceduti dallo scavo del cosiddetto tunnel geognostico della Val Clarea, la zona oggi militarizzata: 7,4 chilometri di galleria esplorativa (143 milioni, 35 a carico dell’Italia) che, a opera completata, sarà usata come collegamento di servizio.

NO TAV/ Udine, conferenza stampa Venerdì 23 marzo ore 18.00 P.Libertà

IL TESTO LETTO NELLA CONFERENZA STAMPA DEL 23 MARZO   |   Rassegna stampa

Il Comitato NoTAV di Udine da tempo è impegnato nell’informare la popolazione sull’impatto economico, sociale ed ambientale del TAV.
Attraverso conferenze con invitati quali Ivan Cicconi (ingegnere, esperto di infrastrutture ed appalti pubblici), Claudio Cancelli (ingegnere, docente al Politecnico di Torino), Ferdinando Imposimato (ex magistrato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione) e Sandro Provvisionato (giornalista), ma anche con iniziative in piazza, abbiamo cercato di sensibilizzare la gente fornendogli quell’informazione che continua ad essergli altrove negata.
Questo perché consideriamo la corretta informazione un elemento imprescindibile affinché ciascuno possa partecipare attivamente alla vita sociale e politica collettiva come soggetto critico e non come suddito vincolato a decisioni rispetto alle quali non ha avuto alcuna voce in capitolo. Di fronte alla disinformazione generalizzata, la millantata partecipazione di cui chi ci governa fa vanto non è altro che un grottesco siparietto per arrogarsi una legittimità altrimenti assente.
In tal senso, esprimiamo disappunto rispetto al ruolo che i mass media main stream hanno giocato e continuano a giocare nel mantenere il dibattito sulla questione TAV relegato a questioni di ordine pubblico, così come nel fornire un’informazione frammentaria e carente dal punto di vista delle ragioni che hanno portato noi come altri ad assumere una posizione nettamente contraria alla realizzazione di quest’opera.
Consideriamo che sia svilente un giornalismo che si limita a riportare dichiarazioni rilasciate da chiunque senza voler verificane l’attendibilità, come nel caso delle affermazioni puramente propagandistiche dei fautori del TAV.
A titolo d’esempio, le dichiarazioni rilasciate da Monti circa la necessità strategica dell’opera sono, al pari di quelle dei suoi predecessori, non supportate da alcun tipo di evidenza e numerose sono state le obiezioni puntuali e precise che ne hanno sottolineato le carenze. Eppure di ciò non v’è traccia su giornali e televisioni, nonostante la facile reperibilità di queste ultime, così come di studi più approfonditi che evidenziano l’inutilità e la dannosità dell’opera.
Come primo passo, chiediamo la pubblicazione dell’ “Appello per un ripensamento del progetto di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione, Progetto Prioritario TEN-T N°6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali” redatto da Sergio Ulgiati (fisico dell’università degli studi di Napoli Parthenope, si occupa di Life Cycle Assestment, ossia Valutazione del Ciclo di Vita), Ivan Cicconi (ingegnere, esperto di infrastrutture e appalti pubblici), Luca Mercalli (climatologo membro della Società Metereologica Italiana) e Marco Ponti (economista del Politecnico di Milano). L’appello, indirizzato al presidente del consiglio Mario Monti, è stato sottoscritto da altri 356 studiosi e professionisti, oltre ad innumerevoli altri cittadini.
A sostegno di questo appello è stata indetta una raccolta firme in cui si chiede “che il professor Mario Monti riceva i promotori dell’appello” e che ha già raccolto 15170 adesioni. Inoltre dal 17 marzo si sta svolgendo un digiuno pubblico a staffetta promosso dall’iniziativa “Ascoltateli!”.
Tutto ciò, così come ulteriori informazioni sono reperibili sui siti di informazione notav.info, notav.eu, il sito del politecnico di Torino e molti altri.
Con l’auspicio che l’informazione possa essere libera da qualsiasi tipo di controllo e manipolazione vi auguriamo buon lavoro.

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Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino–Lione
al Presidente del Consiglio Mario Monti
Gennaio 2012
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Prof. Mario Monti
Palazzo Chigi
ROMA
gennaio 2012

Oggetto: Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali.

Onorevole Presidente,
ci rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo esporLe sulla base della nostra esperienza e competenza professionale ed accademica. Il problema della nuova linea ferroviaria ad alta velocità/alta capacità Torino-Lione rappresenta per noi, ricercatori, docenti e professionisti, una questione di metodo e di merito sulla quale non è più possibile soprassedere, nell’interesse del Paese. Ciò è tanto più vero nella presente difficile congiuntura economica che il suo Governo è chiamato ad affrontare.

Sentiamo come nostro dovere riaffermare – e nel seguito di questa lettera, argomentare – che il progetto1 della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, inspiegabilmente definito “strategico”, non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto merci e passeggeri, non presenta prospettive di convenienza economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse pubbliche degli ingenti capitali investiti (anche per la mancanza di un qualsivoglia piano finanziario), è passibile di generare ingenti danni ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole impatto sociale sulle aree attraversate, sia per la prevista durata dei lavori, sia per il pesante stravolgimento della vita delle comunità locali e dei territori coinvolti.

Diminuita domanda di trasporto merci e passeggeri
Nel decennio tra il 2000 e il 2009, prima della crisi, il traffico complessivo di merci dei tunnel autostradali del Fréjus e del Monte Bianco è crollato del 31%. Nel 2009 ha raggiunto il valore di 18 milioni di tonnellate di merci trasportate, come 22 anni prima. Nello stesso periodo si è dimezzato anche il traffico merci sulla ferrovia del Fréjus, anziché raddoppiare come ipotizzato nel 2000 nella Dichiarazione di Modane sottoscritta dai Governi italiano e francese. La nuova linea ferroviaria Torino-Lione, tra l’altro, non sarebbe nemmeno ad Alta Velocità per passeggeri perché, essendo quasi interamente in galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h, come risulta dalla VIA presentata dalle Ferrovie Italiane. Per effetto del transito di treni passeggeri e merci, l’effettiva capacità della nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il suo ammodernamento terminato un anno fa e per il quale sono stati investiti da Italia e Francia circa 400 milioni di euro.

Assenza di vantaggi economici per il Paese
Per quanto attiene gli aspetti finanziari, ci sembra particolarmente importante sottolineare l’assenza di un effettivo ritorno del capitale investito. In particolare:
1. Non sono noti piani finanziari di sorta
Sono emerse recentemente ipotesi di una realizzazione del progetto per fasi, che richiedono nuove analisi tecniche, economiche e progettuali. Inoltre l’assenza di un piano finanziario dell’opera, in un periodo di estrema scarsità di risorse pubbliche, rende ancora più incerto il quadro decisionale in cui si colloca, con gravi rischi di “stop and go”.
2. Il ritorno finanziario appare trascurabile, anche con scenari molto ottimistici.
Le analisi finanziarie preliminari sembrano coerenti con gli elevati costi e il modesto traffico, cioè il grado di copertura delle spese in conto capitale è probabilmente vicino a zero. Il risultato dell’analisi costi-benefici effettuata dai promotori, e molto contestata, colloca comunque l’opera tra i progetti marginali.
3. Ci sono opere con ritorni certamente più elevati: occorre valutare le priorità
Risolvere i fenomeni di congestione estrema del traffico nelle aree metropolitane così come riabilitare e conservare il sistema ferroviario “storico” sono alternative da affrontare con urgenza, ricche di potenzialità innovativa, economicamente, ambientalmente e socialmente redditizie.
4. Il ruolo anticiclico di questo tipo di progetti sembra trascurabile.
Le grandi opere civili presentano un’elevatissima intensità di capitale, e tempi di realizzazione molto lunghi. Altre forme di spesa pubblica presenterebbero moltiplicatori molto più significativi.
5. Ci sono legittimi dubbi funzionali, e quindi economici, sul concetto di corridoio.
I corridoi europei sono tracciati semi-rettilinei, con forti significati simbolici, ma privi di supporti funzionali. Lungo tali corridoi vi possono essere tratte congestionate alternate a tratte con modesti traffici. Prevedere una continuità di investimenti per ragioni geometriche può dar luogo ad un uso molto inefficiente di risorse pubbliche, oggi drammaticamente scarse.

Bilancio energetico-ambientale nettamente negativo.
Esiste una vasta letteratura scientifica nazionale e internazionale, da cui si desume chiaramente che i costi energetici e il relativo contributo all’effetto serra da parte dell’alta velocità sono enormemente acuiti dal consumo per la costruzione e l’operatività delle infrastrutture (binari, viadotti, gallerie) nonché dai più elevati consumi elettrici per l’operatività dei treni, non adeguatamente compensati da flussi di traffico sottratti ad altre modalità. Non è pertanto in alcun modo ipotizzabile un minor contributo all’effetto serra, neanche rispetto al traffico autostradale di merci e passeggeri. Le affermazioni in tal senso sono basate sui soli consumi operativi (trascurando le infrastrutture) e su assunzioni di traffico crescente (prive di fondamento, a parte alcune tratte e orari di particolare importanza).

Risorse sottratte al benessere del Paese
Molto spesso in passato è stato sostenuto che alcuni grandi progetti tecnologici erano altamente remunerativi e assolutamente sicuri; la realtà ha purtroppo dimostrato il contrario. Gli investimenti per grandi opere non giustificate da una effettiva domanda, lungi dal creare occupazione e crescita, sottraggono capitali e risorse all’innovazione tecnologica, alla competitività delle piccole e medie imprese che sostengono il tessuto economico nazionale, alla creazione di nuove opportunità lavorative e alla diminuzione del carico fiscale. La nuova linea ferroviaria Torino-Lione, con un costo totale del tunnel transfrontaliero di base e tratte nazionali, previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più, per l’inevitabile adeguamento dei prezzi già avvenuto negli altri tratti di Alta Velocità realizzati), penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine all’entità della stessa manovra economica che il Suo Governo ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa. è legittimo domandarsi come e a quali condizioni potranno essere reperite le ingenti risorse necessarie a questa faraonica opera, e quale sarà il ruolo del capitale pubblico. Alcune stime fanno pensare che grandi opere come TAV e ponte sullo stretto di Messina in realtà nascondano ingenti rischi per il rapporto debito/PIL del nostro Paese, costituendo sacche di debito nascosto, la cui copertura viene attribuita a capitale privato, di fatto garantito dall’intervento pubblico.

Sostenibilità e democrazia
La sostenibilità dell’economia e della vita sociale non si limita unicamente al patrimonio naturale che diamo in eredità alle generazioni future, ma coinvolge anche le conquiste economiche e le istituzioni sociali, l’espressione democratica della volontà dei cittadini e la risoluzione pacifica dei conflitti. In questo senso, l’applicazione di misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione ci sembra un’anomalia che Le chiediamo vivamente di rimuovere al più presto, anche per dimostrare all’Unione Europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i cittadini, basato su valutazioni trasparenti e documentabili, così come previsto dalla Convenzione di Århus2.
Per queste ragioni, Le chiediamo rispettosamente di rimettere in discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell’opera.

Non ci sembra privo di fondamento affermare che l’attuale congiuntura economica e finanziaria giustifichi ampiamente un eventuale ripensamento e consentirebbe al Paese di uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese.

Con viva cordialità e rispettosa attesa,

Sergio Ulgiati, Università Parthenope, Napoli
Ivan Cicconi, Esperto di infrastrutture e appalti pubblici
Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana
Marco Ponti, Politecnico di Milano
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Riferimenti bibliografici: cfr. http://www.lalica.net/Appello_a_Monti

USI-AIT/ Congresso del centenario 1912-2012

23-24-25 marzo 2012 Libera Officina Modena

USI-AIT Congresso del Centenario

L’importanza dell’anarcosindacalismo per un futuro autogestionario

 

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NO OGM: la cassazione da torto a Fidenato

dal Messaggero del 23/03/12

Cassazione: Ogm illegali «Lo Stato può vietarli»

 

L’ultima parola sulle colture Ogm spetta allo Stato italiano. Lo dice la Corte di Cassazione nelle motivazioni dell’ordinanza con cui ha rigettato la richiesta di dissequestro – l’udienza si era tenuta il 15 novembre – dell’azienda agricola In Trois di Giorgio Fidenato. Ma la Cassazione dice di più: esclude che la questione sia da sottoporre alla Corte di giustizia Europea. Coltivazioni fuorilegge. Per la Corte non è sufficiente che i semi ogm siano muniti di autorizzazione al commercio, in quanto iscritti al catalogo comunitario delle sementi geneticamente modificate. L’autorizzazione del Ministero dell’agricoltura italiana – contrariamente a quanto sostenuto da Fidenato che fa leva sul rango superiore della direttiva europea – per la Cassazione ci deve essere. La suprema Corte sottolinea infatti che «la disciplina comunitaria si occupa di tutelare l’ambiente, la vita e la salute di uomini, animali e piante, ma consente alla normativa interna la possibilità di adottare le misure più opportune per limitare gli effetti economici connessi alle potenzialità diffusive degli ogm e, quindi, non compromettere la biodiversità dell’ambiente naturale in modo da garantire la libertà di iniziativa economica, il diritto di scelta dei consumatori e la qualità e la tipicità della produzione agroalimentare nazionale». Potere allo Stato. «La normativa comunitaria, in altre parole – aggiunge – lascia alla legislazione degli Stati membri la possibilità di adottare ogni misura preventiva in grado di evitare commissioni fra prodotti individuando le modalità più idonee in grado di far convivere tra loro le tre filiere (agricoltura transgenica, convenzionale e biologica)». Per i giudici le autorizzazioni alla coltivazione ogm, richieste in Italia, tutelano «aspetti economici» e sono rivolte a «perseguire la finalità (specificamente riconosciuta dalla disciplina europea) che le colture transgeniche vengano introdotte senza pregiudizio per le attività agricole esistenti». Ecco perché secondo la Cassazione «Non si configura una questione da sottoporre alla Corte Europea di Giustizia». Giustizia infinita. Prima di mettere la parola fine alla vicenda Ogm passerà ancora molto tempo. La sentenza sulla semina 2010 messa a segno da Fidenato si avrà solamente il 12 novembre di quest’anno. Disobbedienti a giudizio. A febbraio, invece, Fidenato sarà in aula come parte offesa per la distruzione del campo sequestrato a Vivaro (il 9 agosto 2010). Citati in giudizio una quindicina di disobbedienti. (m.mi.)