Marzo 17th, 2017 — General, Sbattezzo
dal Messaggero Veneto del 19 febbraio 2012
I risultati di una ricerca commissionata dai vescovi del Nord Est. Ogni cento bambini, ben 12 non vengono battezzati
UDINE. “Il credo dei friulani”. Era il titolo di un libro, pubblicato nel 1990, di monsignor Lucio Soravito De Franceschi (oggi vescovo di Adria-Rovigo) sulla religiosità nei paesi e nelle città della Piccola patria. Oggi, a 22 anni di distanza, una corposa e dettagliata ricerca dell’Osservatorio socio-religioso (Osret) ripropone lo stesso tema con risultati piuttosto sorprendenti, che faranno sicuramente riflettere. Due friulani su cinque non credono in Dio o quantomeno dubitano fortemente della sua esistenza.
Dodici bambini su 100 non vengono battezzati, mentre ai tempi della rilevazione di monsignor Soravito, i non battezzati erano appena 4 su 100. E il matrimonio? Ci crede solo un friulano su due, l’importante per la coppia, secondo il sondaggio, è stare insieme.
L’indagine, commissionata dai vescovi del Nord Est in preparazione al secondo convegno di Aquileia che si svolgerà in aprile, è stata presentata ieri in provincia di Venezia. La ricerca ha preso in considerazione una fascia della popolazione autoctona residente di età compresa fra i 18 e i 74 anni.
La scelta di concentrarsi sulla popolazione autoctona, deriva da due motivazioni: la prima di merito, e cioè l’interesse per descrivere i cambiamenti rispetto al passato nella religiosità delle popolazioni locali in una fase che probabilmente sarà di svolta; la seconda di tipo metodologico, derivante dalla sostanziale impossibilità di utilizzare elenchi diversi da quelli elettorali per definire il campione su cui condurre l’indagine. Stante la numerosità della popolazione così definita, oltre 7 milioni tra Veneto, Friuli Vg e Trentino Alto Adige, si è optato per un’indagine campionaria basata su 2.500 interviste.
Per quanto riguarda l’identità religiosa, i cattolici senza riserve sono il 19%, i cattolici con riserva rappresentano il 34,9%, i cosiddetti cattolici a modo mio sono il 29,9%, chi dice di non appartenere ad alcuna religione è il 12,9% del campione. La frequenza alla messa aumenta con l’innalzarsi dell’età. Il 48,1% dei credenti tra i 60 e i 74 anni va in chiesa ogni settimana, percentuale che scende al 27,3% per chi ha dai 45 ai 59 anni, cala ancora al 23,1% nella fascia d’età tra i 30 e i 44 anni, precipita al 13,4% per i giovani dai 18 ai 29 anni.
Quante volte ci si confessa? Poche, pochissime: questa pratica, almeno una volta all’anno, coinvolge solo il 35% del campione intervistato (e il 41% dei cattolici del Nord Est). E veniamo a un altro elemento interessante: il giudizio che la gente dà della Chiesa cattolica. In tutte le classi d’età i giudizi chiaramente positivi sono espressi da una minoranza. Si va dal 15% dei giovani tra i 18 e i 29 anni al 47,5% delle persone mature e anziane. E il giudizio negativo sulla Chiesa da parte dei più giovani è addirittura del 61%. Un elemento che preoccupa e certo dovrà far riflettere preti e operatori religiosi.
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Milano, Caselli in fuga per paura dei No Tav
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Marzo 17th, 2017 — General, Studenti
Dal Messaggero Veneto del 21/02/12
Scuole: più telecamere, ma gli studenti dicono ancora di no
La Provincia chiede a Trieste fondi per la videosorveglianza. Ragazzi contrari alla decisione, i presidi sono divisi
scuola sicurezza telecamere studenti
di Michela Zanutto
UDINE. Studenti contrari e dirigenti divisi sull’operazione anti vandali che la Provincia sta portando avanti nel Centro studi. Mentre l’assessore provinciale all’edilizia scolastica, Adriano Ioan, annuncia l’installazione di nuove telecamere davanti alle scuole friulane, l’intero progetto della videosorveglianza continua a fare discutere. Da un lato perché dopo 7 mesi di lavoro i 93 occhi elettronici non sono ancora entrati in funzione, dall’altro perché da più parti si sollevano dubbi sulla reale utilità delle telecamere contro gli atti vandalici.
A rinfocolare la polemica è stato lo stesso assessore Ioan: «Vogliamo proseguire nell’installazione di sistemi di videosorveglianza nelle scuole», ha detto e per ottenere i fondi necessari Ioan ha già inviato una missiva all’assessore regionale Federica Seganti.
«L’installazione di apparecchi per la videosorveglianza negli istituti superiori – ha spiegato Ioan – ha l’obiettivo di aumentare la sicurezza degli studenti e del personale docente e non docente. A oggi, negli istituti scolastici interessati, l’installazione è sostanzialmente completata e sono iniziate le operazioni di collaudo. Quanto alla missiva che abbiamo fatto pervenire all’assessore Seganti – ha chiosato Ioan – abbiamo sottolineato come, quello per la videosorveglianza, sia una sorta di investimento iniziale che si traduce in un rilevante risparmio per l’ente in termini di spese di manutenzione derivanti da danneggiamenti».
Critici i ragazzi del Movimento studentesco che già in passato avevano manifestato in diverse occasioni la propria contrarietà al progetto, tacciato di essere «lesivo della privacy e inutile nella lotta ai vandalismi». «Siamo assolutamente contrari alle telecamere – hanno aggiunto dal Movimento studentesco –: è una spesa ingiustificata ancor più in tempi di crisi. Inoltre non capiamo come si possano combattere i vandalismi quando le telecamere rimarranno accese al massimo dalle 23 alle 7 inquadrando soltanto l’esterno delle scuole».
Infatti, per ragioni di privacy gli occhi elettronici potranno entrare in funzione soltanto al di fuori del normale svolgimento delle attività scolastiche e non potranno in alcun modo entrare nelle aule. «È un problema teorico prima che pratico – commenta il dirigente del liceo scientifico Marinelli, Tomaso Di Girolamo – perché i ragazzi friulani si sono sempre dimostrati rispettosi della proprietà altrui e in particolare di quella pubblica. Al momento il vandalismo a scuola è limitato a piccoli sfoghi personali: l’incisione di un nome su un banco piuttosto che su una porta, comunque fatti che avvengono sempre all’interno dell’edificio».
E ancora: «Le telecamere possono dimostrarsi utili per evitare intrusioni da parte di ladri o spacciatori, ma limitatamente alle pertinenze». Del medesimo avviso pure Antonio Colussi, dirigente dell’Itc Zanon: «Non vedo questa grande utilità – ha detto –. Certo, le telecamere possono servire come deterrente, ma lo è anche la pattuglia della Polizia che fa due giri in più la notte». Ester Iannis, dirigente dell’Isis Malignani, invece promuove l’iniziativa: «La nostra scuola ha una superficie molto estesa e il controllo degli accessi è un elemento di grande sicurezza per le attrezzature e i laboratori».
Il centro studi sarà dunque controllato 24 ore su 24 da 50 telecamere fisse e 11 mobili comandate a distanza. I nuovi impianti, collegati direttamente con la Questura, saranno installati tra viale Leonardo da Vinci, viale Cadore, via Galilei e vicolo Aspromonte. Nel “triangolo” compreso tra via Planis, via Renati e via Diaz ce ne saranno altri 25 fissi e 7 mobili.
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Cose losche intorno al lager di Gradisca chi l’avrebbe mai detto!!!
Dal Messaggero Veneto del 22 febbraio 2012
Cie, si indaga su gestione e forniture
Inchiesta della Procura: blitz di Digos e Gdf nella Prefettura di Gorizia per acquisire fatture e documenti sull’appalto
GORIZIA. Lunedì, l’accesso degli agenti della Digos e degli uomini della Guardia di finanza di Gorizia negli uffici della Prefettura del capoluogo isontino, per l’acquisizione di una consistente mole di documenti, relativi all’ultima gara d’appalto per la gestione del Cie e del Cara di Gradisca d’Isonzo.
Oggi, al Tribunale amministrativo regionale di Trieste, la prima udienza per la trattazione di merito del ricorso proposto, lo scorso agosto, dal consorzio “Connecting people” di Trapani, gestore “uscente” dei due Centri, contro la Prefettura goriziana, per l’annullamento del decreto che, il 24 giugno, aveva aggiudicato l’appalto al raggruppamento temporaneo d’impresa guidato dalla francese Gepsa.
Impugnazione cui era seguita la sospensione del passaggio di consegne al gruppo vincitore e che aveva permesso alla cooperativa siciliana di mantenere la guida delle due strutture. Due fronti giudiziari, quello penale e quello amministrativo, per un unico oggetto d’indagine: il Centro di identificazione ed espulsione e il collegato Centro di accoglienza per richiedenti asilo di via Udine.
Era stata la Procura della Repubblica di Gorizia, qualche mese fa, ad aprire un fascicolo, per far luce, in particolare, sulla regolarità delle fatturazioni delle varie forniture. L’attenzione degli investigatori, coordinati dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, si era subito indirizzata verso la “Connecting people”. L’ipotesi di reato alla quale i magistrati stanno lavorando è la frode in pubbliche forniture.
Ma i filoni d’indagine, a quanto appreso, sarebbero molti di più. Compresa l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato, a sua volta riconducibile a una presunta incongruenza tra il numero degli ospiti di volta in volta presenti nei due Centri e le fatture presentate al ministero. Al momento, l’unica persona iscritta sul registro degli indagati risulta essere il legale rappresentante della cooperativa, peraltro già sottoposta a perquisizione. Il sospetto, a quanto è dato sapere, è che non sia stata rispettata la convenzione, che prevede l’assegnazione da parte del Viminale di una quota forfettaria per ciascun ospite. L’ipotesi, insomma, è che le forniture – a cominciare dalla mensa – non siano state conformi, rispetto alle liste degli immigrati realmente accolti al Cie e al Cara.
Da qui, la necessità di acquisire quanta più documentazione possibile non soltanto sull’ultima gara d’appalto, ma anche sulle fatture presentate al ministero. Per farlo, la Procura ha istituito un apposito pool di investigatori, formato da agenti della Digos e militari delle Fiamme gialle. Sono stati loro, lunedì mattina, a fare visita alla Prefettura di Gorizia. Ossia, all’organo di governo locale che ha gestito la gara d’appalto e che, in quanto emanazione del Viminale, ha curato i vari pagamenti. Di più, al momento, gli inquirenti non dicono. L’impressione, però, è che si sia soltanto all’inizio di un’inchiesta molto più ampia.
Da Il Piccolo del 22 febbraio 2012 — pagina 39
Indagine sulla fornitura di materiali al Cie e al Cara
GRADISCA Le forniture del Cie e del Cara di Gradisca finiscono sotto indagine. E oggi il Tar dovrebbe pronunciarsi in maniera definitiva sull’esito dell’appalto da 15 milioni di euro per la nuova gestione dei due centri nei prossimi tre anni. Le indagini riguardanti Cie e Cara andrebbero avanti già da alcuni mesi, disposte dal sostituto procuratore Luigi Leghissa ed eseguite dal comando provinciale della Guardia di Finanza. In particolare, le Fiamme Gialle vorrebbero vederci chiaro sulle forniture di materiali per l’assistenza alla persona (indumenti, vettovaglie, pasti, medicinali e quant’altro) che l’ente gestore delle due strutture per immigrati – il consorzio siciliano Connecting People – fattura poi alla Prefettura di Gorizia come previsto dal contratto d’appalto. Parliamo dei 42 euro al giorno che la coop trapanese deve giustificare allo Stato come pagamento per l’assistenza alla persona. Una cifra “pro die e pro capite”: vale a dire al giorno e per immigrato. Gli uomini del capitano Zorzut in queste settimane avrebbero svolto diversi accertamenti all’ex caserma Polonio e acquisito numerosi documenti contabili per verificare la regolarità di queste forniture e delle relative fatturazioni emesse. Il responsabile della Connecting People sarebbe stato raggiunto da un avviso di garanzia: fra le contestazioni anche il numero di ospiti dichiarati dalla cooperativa. «A livello informale avevamo sentito che c’erano stati dei controlli al Cie e al Cara – spiega il viceprefetto vicario Gloria Allegretto – ma questo è tutto. In Prefettura infatti sinora non è pervenuta alcuna richiesta di accertamenti o di acquisizione documenti». Oggi, intanto – sciopero degli avvocati permettendo – il Tar è chiamato a dipanare l’intricata matassa della gestione dei due centri, ormai prorogata di quasi un anno a Connecting People. L’appalto era stato provvisoriamente aggiudicato al colosso francese Gepsa in associazione temporanea d’impresa con tre soggetti italiani (le romane Cofely e Sinergasia, la siciliana Acuarinto) con un’offerta da 34 euro pro die e pro capite. Ma alcuni elementi di perplessità emerse nella cordata avevano congelato l’aggiudicazione definitiva. Era stato il soggetto secondo classificato, l’uscente Connecting People a presentare ricorso contro la Prefettura per l’assegnazione al colosso francese, ottenendo il congelamento e – di fatto – la proroga della propria gestione. Il contro-ricorso transalpino venne bocciato (ma non nel merito) dal Consiglio di Stato in attesa dell’odierno pronunciamento del Tar. Alla finestra la “Minerva” ma soprattutto i dipendenti delle due strutture. Luigi Murciano
Marzo 17th, 2017 — General, La mafia della manutenzione delle strade
da il Messaggero Veneto del 22 febbraio 2012
“Cartello” di imprese per pilotare gli appalti
E’ l’ipotesi della magistratura per un’ottantina di gare pubbliche. Gdf anche nella sede di Fvg Strade
di Piero Tallandini
UDINE. Un ristretto gruppo di imprese all’interno delle quali operavano soggetti capaci di accordarsi tra loro per fare “cartello” e turbare le gare pubbliche “pilotando” appalti e subappalti per lavori stradali nel Friuli Venezia Giulia e, in parte, nel Veneto. Così sarebbe stato alterato l’esito di un consistente numero di gare: fino a un’ottantina, soprattutto in provincia di Gorizia, Udine e Pordenone.
E’ lo scenario che sta emergendo da un’inchiesta avviata dalla Procura di Gorizia per turbativa d’asta continuata e non è escluso che nel prosieguo del lavoro investigativo possa configurarsi anche l’associazione a delinquere. Risultano indagate non meno di 6 persone che fanno parte a vario titolo di ditte con sedi in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, operanti nel settore dei lavori stradali.
All’attenzione degli investigatori, come detto, non meno di un’ottantina di gare per lavori sulla rete stradale in particolare nel Goriziano, nel territorio udinese, nell’area tolmezzina e nel Pordenonese oltre che, parzialmente, nel Veneto. Viene preso in considerazione il periodo compreso tra il 2009 ed il 2011. La Guardia di finanza ha acquisito nei giorni scorsi materiale documentale nella sede triestina di Fvg Strade ma le Fiamme gialle hanno raccolto nei mesi scorsi documenti sulle gare d’appalto anche negli uffici di varie amministrazioni pubbliche, soprattutto comunali ma anche provinciali.
L’inchiesta è stata avviata dalla magistratura di Gorizia perché proprio nell’Isontino è emerso il primo caso di appalto “sospetto”. Il lavoro investigativo coordinato dal sostituto procuratore Luigi Leghissa è partito nella seconda metà del 2011. Anche nella sede municipale del capoluogo isontino la Guardia di finanza ha proceduto, già la scorsa estate, ad acquisire materiale documentale su tutte le gare d’appalto proprio tra il 2009 e il 2011.
Da precisare che non sono emersi elementi accusatori a carico di dipendenti delle amministrazioni pubbliche: la posizione di queste ultime è semmai quella della parte lesa. Insomma, nessun pubblico ufficiale “compiacente”. Lo stesso vale per Fvg Strade. Sono state effettuate perquisizioni anche in alcune delle imprese nelle quali operano i soggetti indagati. La magistratura, comunque, non ha ritenuto necessario far scattare provvedimenti cautelari e nessuno degli indagati, fino ad ora, è stato interrogato. Tutta la ponderosa documentazione fin qui raccolta viene ora attentamente esaminata. Massimo riserbo, da parte degli inquirenti, sul nome delle ditte coinvolte e su quali siano i lavori stradali la cui aggiudicazione risulta sospetta visto che la fase delle indagini preliminari è ancora aperta.
Da sottolineare che i controlli tra le carte degli appalti, a FvgStrade, erano già in corso da mesi: ben prima dell’avvio dell’inchiesta, la società presieduta da Giorgio Santuz si era adeguata alla normativa in materia di controlli interni. Ora, a maggior ragione, gli organi di controllo stanno spulciando tutte le carte, per capire se l’ipotesi della turbativa d’asta, del “cartello” tra le aziende in gara, sia corretta.
Le indagini – secondo quanto si è saputo da fonti della società – riguardano almeno sette opere. Appalti che sfiorano o superano di poco il milione di euro. Fvg Strade è organizzata sul territorio con un ufficio di competenza a Trieste, uno a Udine e uno a Pordenone. Gli appalti sospetti sarebbero 5 o 6 di competenza dell’ufficio di Pordenone e uno di competenza dell’ufficio di Udine. Le gare riguardano il periodo dal 2009 al 2011. L’inchiesta dovrà verificare l’ipotesi del “cartello” e spiegarne la tecnica. Come potevano le imprese conoscere le altre ditte invitate a gare da 10 o 15 soggetti? Come poteva, il “cartello”, sapere chi avrebbe partecipato e l’entità delle offerte?
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
da il Messaggero Veneto del 23 febbraio 2012
Appalti al Cie, nuovo blitz in Prefettura
Digos e Gdf hanno acquisito documenti su un secondo filone d’indagine: nel mirino, le procedure di gara del giugno 2011
GORIZIA. Seconda mattinata di lavoro nella Prefettura di Gorizia per la task-force formata da agenti della Digos e da militari della Guardia di finanza, costituita ad hoc dalla Procura della Repubblica di Gorizia, per indagare sul caso di presunta frode in pubblica fornitura al Cie e al Cara di Gradisca d’Isonzo, finito al centro di un’inchiesta coordinata dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi. Questa volta, però, l’accesso degli inquirenti agli uffici del palazzo di Governo di piazza Vittoria è servito a raccogliere documentazione utile a far luce su un secondo filone d’indagine: le procedure seguite per bandire e poi aggiudicare l’ultima gara d’appalto per la gestione 2011-2014 dei due Centri a un raggruppamento temporaneo d’impresa guidato dalla francese Gepsa.
Appalto aggiudicato con decreto del 24 giugno scorso, ma rimasto in “stand-by”, a seguito del ricorso al Tar proposto dalla “Connecting people” di Trapani – la cooperativa che aveva gestito le strutture isontine fino al 2011 e che continua a mantenerne la conduzione in “prorogatio” – contro la Prefettura goriziana, per ottenere l’annullamento di quello stesso decreto, con il quale avrebbe dovuto avvenire il passaggio di consegne alla ditta vincitrice.
Fatti collegati all’altro filone, dunque, e inseriti nello stesso fascicolo, ma per i quali, al momento, non figura alcuna persona indagata. Anche perchè – fanno sapere i magistrati – molto dipenderà dall’esito che avrà il procedimento in corso davanti al Tribunale amministrativo regionale del Fvg. Ieri, a Trieste, è stata celebrata la prima udienza per la trattazione del merito del ricorso. La sentenza è attesa entro sette giorni. Ma sono gli stessi pm a invitare alla prudenza e a escludere un’immediata corrispondenza tra l’eventuale illegittimità amministrativa e un altrettanto eventuale profilo di illecito penale rispetto alla validità della gara. La situazione, insomma, si presenta ancora molto fluida.
Qualora le carte acquisite in Prefettura ieri mattina dovessero confermare le ipotesi al vaglio degli inquirenti, tuttavia, l’inchiesta si allargherebbe a un nuovo fronte investigativo, riconducibile all’ipotesi di reato della turbativa d’asta. Ipotesi ascrivibile, in astratto, sia ai soggetti che hanno partecipato alla gara, sia a coloro che l’hanno gestita.
Tutta da chiarire anche la vicenda legata alle forniture di beni, che aveva portato il pool di poliziotti e finanzieri in Prefettura la mattina di lunedì e che vede già iscritto nel registro degli indagati il legale rappresentante della “Connecting people”. L’avviso gli è stato notificato in occasione della perquisizione cui la cooperativa era stata sottoposta alcuni mesi fa. Nel mirino, le fatturazioni delle forniture: dalla mensa, all’acqua, alle schede telefoniche. Tutti beni finanziati dal ministero degli Interni, in base a una precisa convenzione, che fissa una quota forfettaria per ciascun ospite.
Gli investigatori intendono dunque verificare la regolarità delle fatture emesse dall’ente gestore: capire, cioè, se siano state conformi rispetto al numero degli immigrati di volta in volta presenti all’interno del Centro di identificazione ed espulsione e del collegato Centro di accoglienza per richiedenti asilo e rispetto a quanto poi erogato dal ministero degli Interni attraverso la Prefettura. Non basta. L’indagine punta anche a verificare se il denaro erogato sia stato poi effettivamente utilizzato, per realizzare i servizi indicati. Da qui, l’ipotesi della frode, anche se – a detta degli stessi magistrati – il confine è talmente labile, da non escludere, in futuro, di formulare anche o riformulare il capo nell’ipotesi di truffa ai danni dello Stato.
Entrata nel vivo l’estate scorsa, l’inchiesta era partita poco più di sei mesi fa sulle ceneri di vecchi procedimenti relativi a vicende non ancora chiarite e collegate a diverse segnalazioni e proteste di ospiti dei due Centri di via Udine.
Dal Piccolo del 23/02/12
Cie, ipotesi di truffa per i trapanesi
di Luigi Murciano wGRADISCA Frode. O persino truffa ai danni dello Stato. Queste le ipotesi di reato avanzate dalla Procura di Gorizia nei confronti della Connecting People di Trapani, attuale gestore di Cie e Cara di Gradisca, per presunte anomalie nelle forniture e nelle fatturazioni. L’esistenza dell’indagine, coordinata dai sostituti procuratori Leghissa e Bossi, era emersa a sorpresa martedì, appena 24 ore prima dell’udienza con cui ieri il Tar di Trieste ha discusso il ricorso del medesimo consorzio siciliano contro la Prefettura di Gorizia. Oggetto del contendere, l’aggiudicazione della gestione del centro immigrati ad una cordata capeggiata dalla francese Gepsa, cui Connecting contesta alcune carenze documentali. La sentenza sarà depositata entro una settimana. Ma intanto a fare rumore è ben altro, e cioè l’indagine della Procura volta a chiarire se la mole di forniture dichiarate da Connecting People alla Prefettura di Gorizia sia regolare. E soprattutto rispondente al reale numero di ospiti presenti nella doppia struttura gradiscana. Sotto la lente l’acquisto dei materiali per l’assistenza alla persona (indumenti, vettovaglie, pasti, medicinali, schede telefoniche, sigarette): materiali che Connecting People deve rendicontare alla Prefettura per ottenere dal Viminale il forfait da 42 euro al giorno per immigrato alla base del contratto. L’inchiesta potrebbe sfociare in un rivolo civile e uno penale: dalla frode in forniture alla truffa allo Stato. L’inchiesta sarebbe scattata già prima dell’estate, dopo alcuni controlli periodici. Sono stati presi in esame pure fascicoli già aperti in passato sulle forniture dell’ultimo biennio. Digos e Guardia di Finanza hanno acquisito documenti nei locali del Cie e altrettanto avrebbero fatto nella sede goriziana della Prefettura. Un avviso di garanzia ha già raggiunto il legale rappresentante di Connecting People. Per la coop trapanese come detto sono ore calde anche su un altro fronte. Ieri al Tar di Trieste si è svolto il dibattimento sul ricorso che Connecting People ha presentato contro l’aggiudicazione della gestione (per il prossimo triennio) alla francese Gepsa in associazione temporanea con le italiane Cofely, Sinergasia e Acquarinto. Una “torta” da 15 milioni di euro. Giunta seconda nell’appalto dell’anno scorso, Connecting (in carica dal 2008) aveva ricorso contro la Prefettura ottenendo il congelamento dell’aggiudicazione e la proroga della propria gestione per un altro anno.
Marzo 17th, 2017 — General, Sequestro e futuro
Messaggero Veneto 23 febbraio 2012
Chi gli ha dato la notizia non si sa, comunque la cosa è finita perfino in on-line

di Luana de Francisco
Occupò l’ex macello
il pm «Va multato»
E De Toni si oppone
Chiesta la condanna a 500 euro per l’invasione di agosto.
Il difensore: accusa infondata, fu un’azione dimostrativa

UDINE. Era stata un’“occupazione lampo”, iniziata e finita nel giro di 24 ore, ma – a detta del suo stesso promotore – perfettamente riuscita sia sul piano pratico, sia su quello dimostrativo. Era il 10 agosto del 2011 e Paolo De Toni, portavoce del Centro sociale autogestito, con un blitz assolutamente “solitario” e dopo avere affisso due cartelli a un portone arrugginito su via della Roggia, era entrato in due edifici dell’ex macello di via Sabbadini.
Entrambi di proprietà del Comune e ricadenti in un’area dichiarata dismessa e inagibile. A farlo sloggiare, quella stessa sera, erano stati gli agenti della Digos. La mattina successiva, la Polizia municipale aveva completato l’opera, “blindando” l’area e sbarrando così la strada all’irriducibile anarchico.
Soddisfazione personale a parte, tuttavia, da quella sortita De Toni aveva ricavato anche una nuova denuncia per occupazione abusiva. Denuncia che era finita sul tavolo del sostituto procuratore Andrea Gondolo e che era in breve confluita in un fascicolo che lo vedeva indagato per l’ipotesi di reato di invasione di terreni o edifici. Per l’esattezza, nella fattispecie che esclude la perseguibilità a querela, trattandosi di terreni ed edifici pubblici. L’indagine si è chiusa in questi giorni con la richiesta da parte del magistrato di un decreto penale di condanna: 500 euro di multa la pena proposta. Assistito dall’avvocato Andrea Sandra, De Toni ha comunque deciso di resistere. E, quindi, di presentare opposizione, chiedendo di andare a dibattimento.
«Riteniamo l’accusa non fondata – ha spiegato l’avvocato Sandra – . Per poter parlare di invasione di edifici, occorre che vi sia una presa di possesso o che vi si realizzino delle opere. De Toni, invece, si era limitato a entrare in una delle tante aree del Comune in stato di totale abbandono, come avvenne anche per quella di via Scalo nuovo, per dare corso a una classica azione dimostrativa. Soltanto proclami, dunque, finalizzati a ribadire la richiesta al Comune di mettere a disposizione del Csa spazi altrimenti inutilizzati».
A questo proposito, il legale ha ricordato la sentenza di assoluzione pronunciata lo scorso aprile dal giudice monocratico, Angelica Di Silvestre, al termine del processo che vedeva lo stesso De Toni e altre 35 persone accusate di invasione arbitraria di proprietà altrui, in relazione all’occupazione della palazzina di via Scalo nuovo, di proprietà di Trenitalia e Ferrovie dello Stato. Occupazione cominciata il 2 giugno 2006, poco dopo lo sgombero dalla storica “sede” nell’ex mercato ortofrutticolo di via Volturno, e terminata il 10 dicembre 2009, con un’operazione a sorpresa dei carabinieri. Il blitz dello scorso agosto nasceva proprio da lì: dalla promessa con la quale De Toni si era impegnato a individuare una nuova sede, entro la scadenza del secondo “esilio”.
Una volta dentro, il leader degli anarchici friulani aveva definito i locali “occupati” – la sala bovini e quella posta di fronte – «per nulla pericolanti, nè soggetti a infiltrazioni d’acqua, come la maggior parte degli altri edifici dell’area, ma pieni di rifiuti e bisognosi di una massiccia bonifica. Qui – aveva affermato – è facile entrare e questo ne ha fatto spesso i dormitori per i “senza tetto”. Io stesso mi sono limitato a passare attraverso una rete, dal parcheggio dell’ex frigorifero, senza bisogno di scavalcare».
Marzo 17th, 2017 — General, Val Susa
Ambiente & Veleni | Il Fatto Quotidiano | 22 febbraio 2012
Commenti (112)
Sono 360 i docenti, ricercatori e professionisti che chiedono al presidente del Consiglio di tener conto dei risultati scientifici sull’Alta velocità ferroviaria in Val Susa. I cui benefici economici sono incerti, a fronte di costi elevatissimi e di un pesante impatto ambientale

Saggia decisione quella del governo Monti di non avallare la candidatura di Roma alle Olimpiadi. Proseguendo con lo stesso rigore si dovrebbe ora affrontare la questione della linea ferroviaria ad Alta velocità Torino-Lione. Il 9 febbraio scorso 360 docenti universitari, ricercatori e professionisti hanno inviato al professor Monti un appello che sollecita ancora una volta, dopo quello inascoltato inviato al presidente Napolitano nel luglio 2011, l’applicazione del metodo scientifico all’oggettiva valutazione degli scenari che – secondo i proponenti – motiverebbero l’opera. Attualmente si viaggia già in Tgv da Milano a Parigi sulla linea esistente via tunnel del Frejus, incluse le fermate Torino e Lyon, separate da poco più di tre ore e mezza di viaggio.
La nuova linea con tunnel di 57 chilometri appare sempre più anacronistica e priva di priorità: un’opera con tempi di realizzazione ultradecennali, del tutto rigida sul piano degli adattamenti alla rapidissima evoluzione sociale – generata dalla onnipresente penetrazione delle tecnologie informatiche – ed economica in tempo di crisi e contrazione strutturale dei consumi.
Detto in altro modo, mentre cablare l’Italia con la banda larga è un progetto che presenta innumerevoli vantaggi in tutti i settori della vita quotidiana e professionale, quel tunnel serve a una e una sola cosa: farci passare delle merci e forse dei passeggeri che un domani potrebbero non esserci e che già oggi dispongono di valide alternative. Se si sbaglia, è un lavoro buttato, oltre ai danni ambientali locali.
Recenti studi suggeriscono al professor Monti di considerare attentamente la scelta di lanciarsi in un cantiere così ambiguo: una ricerca di Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, del Politecnico di Milano, di cui è comparsa notizia su il Sole 24 Ore del 31 gennaio scorso, svela la grave sofferenza economica delle linee Av italiane; un’analisi di Bent Flyvbjerg della Said Business School dell’Università di Oxford, pubblicata nel 2009 sulla Oxford Review of Economic Policy, ha esaminato il caso di 258 grandi infrastrutture trasportistiche in 20 nazioni, dimostrando che le previsioni dei costi sono regolarmente sottovalutate e le stime dei benefici regolarmente sopravvalutate, al punto che il titolo del paper è “la sopravvivenza del meno adatto, perché la peggior infrastruttura è quella che viene costruita”.
Dal punto di vista energetico e delle emissioni, lo sbandierato minor consumo e inquinamento del treno rispetto alla gomma viene messo in dubbio nel caso del gigantismo ferroviario in tunnel dal lavoro di Westin e Kageson del Royal Institute of Technology di Stoccolma, comparso a inizio 2012 sulla rivista Transportation Research. Insomma, quando un’opera serve, come un acquedotto o una fognatura, non ci sono dubbi sulla sua utilità e si cerca di realizzarla nel modo migliore e senza sprechi. Nel caso del Tav Torino-Lione, per non tacere poi la Napoli-Bari e il terzo valico di Genova, il carico di incertezze, dubbi, contraddizioni e scarsa trasparenza è così elevato, a fronte di costi spaventosi, che non vi dovrebbero essere indugi da parte della pubblica amministrazione a mettere tutto in un cassetto e chiudere la pratica.
Se poi in futuro le condizioni economiche e sociali richiederanno queste opere, si potrà sempre realizzarle, invece quelli che nel presente risulterebbero solo inutili buchi nella roccia e nella pubblica finanza, una volta fatti, sarebbero irreversibili e nessun tribunale potrà dopo risanare i danni. Facciamo tesoro della vicenda Eternit, ora che è ancora possibile!
di Luca Mercalli
Marzo 17th, 2017 — General, Treni
I pendolari: pronti
a chiudere i binari
Ultimatum a Rfi sui lavori per adeguare le pensiline 7 e 8. Via al sondaggio sui bonus agli abbonati: in ballo un milione
treni ferrovie pendolari
di Alessandra Ceschia
UDINE. La mobilitazione partirà lunedì, quando i questionari saranno distribuiti a centinaia sui treni e in stazione ai pendolari chiamati a esprimersi su come spendere il milione di euro di multa inflitta a Trenitalia dalla Regione. L’iniziativa è promossa dal Comitato pendolari Alto Friuli il quale mostra i muscoli sulla situazione dei binari 7-8 e lancia un ultimatum: «Siamo stufi di farci prendere in giro – sentenziano –. Se i lavori non saranno realizzati come promesso, non solo il ricorso all’Azienda per i servizi sanitari sarà un atto dovuto per accertare l’indecente situazione igienico sanitaria, ma richiederemo anche all’autorità giudiziaria competente di procedere alle verifiche del caso e di assumere le necessarie determinazioni, compresa quella di chiudere al pubblico i binari 7 e 8 atteso che la pensilina e il sottostante marciapiede non presentano, a nostro parere, le benchè minime condizioni legali per offrire un servizio pubblico decoroso».
Tutto è partito da un esposto denuncia presentato dal Comitato sulla situazione delle pensiline. Rfi, dopo un sopralluogo nel gennaio scorso che ha visto impegnato l’assessore Riccardo Riccardi, si è assunta l’impegno di avviare i lavori di riqualificazione dei binari 7 e 8 della stazione di Udine, come già fatto con i binari 3 e 4. «I lavori, dal costo di un milione di euro – spiegano i rappresentanti del Comitato – nel progetto dovrebbero permettere di riqualificare l’area con l’installazione di nuove pensiline, dotate di reti antipiccione il rinnovo del sistema di illuminazione a led e dell’impianto elettrico, la sostituzione dei monitor partenze/arrivi e, soprattutto, l’eliminazione di tutto l’eternit nelle pensiline. I lavori, che dovevano iniziare ad aprile, avrebbero dovuto protrarsi sino alla prossima estate interessando prima il binario 7/8, poi il binario 1».
Ma si tratta di interventi che ora sembrano essere sempre meno certi, punta l’indice il Comitato. «Dopo le promesse e gli impegni assunti, Rfi sembra voler fare marcia indietro visto che sul marciapiede sono già state predisposte le attrezzature e si conta di partire in anticipo sul binario 7-8 con un intervento che non sarà risolutivo, ma che servirà solo a installare una rete provvisoria per risolvere l’annoso problema dei piccioni tralasciando il resto. Il marciapiede dei binari 7/8 – continuano – versa in condizioni igienico-sanitarie ancora peggiori rispetto a quelle del gennaio scorso, atteso che la promessa di Rfi in ordine alla pulizia straordinaria non è stata mantenuta».
Da qui la minaccia di andare in Procura per far chiudere i binari da parte del comitato se gli impegni non saranno mantenuti.
Intanto, fra un ritardo e una cancellazione, da lunedì i pendolari saranno chiamati a dire se preferiscono che il milione di euro che Trenitalia ha pagato a titolo di sanzione alla Regione sia restituito agli utenti sotto forma di buoni sconto in favore degli abbonati a titolo di risarcimento da riconoscere all’atto dell’acquisto del nuovo abbonamento o se desiderano che vengano utilizzati per la realizzazione di interventi mirati e aggiuntivi del servizio.
Marzo 17th, 2017 — General, Noi
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