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Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
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Abbiamo sempre pensato che la nostra battaglia per l’autodeterminazione, la rivendicazione di quello che riteniamo ci debba essere riconosciuto come libere soggettività, la libertà di scelta su cose che riguardano la nostra vita, ancor meglio i nostri corpi… insomma il nostro modo di essere femministe (ancora? Eh sì…), anzi ecofemministe, non possa essere disincarnato dal luogo che abitiamo….
In esso, che è luogo di enunciazione, nostra cartografia ed ontologia, ragioniamo contro il sessismo, contro la violenza, contro le prevaricazioni, contro ciò che colpisce noi ma anche il luogo intorno a noi.
Quando diciamo che “non vogliamo essere colonia di nessuno” lo diciamo in senso di rivendicazione individuale ma anche territoriale; per noi le due cose sono inscindibili.
Da noi, nella Bassa Friulana si incominciò a parlare concretamente di TAV nel 2006 quando fu propagandata l’idea del corridoio 5 con tutte le stronzate su ammodernamento, progresso ecc. ecc che gli avevano appiccicato addosso. Per noi si trattò dell’ultima invasione…
Come potremmo pensare di essere soggetti liberi in una terra letteralmente stuprata da quella porcheria che è il C5 (ora Corridoio 3) che la trapassa da Lisbona a Kiev (via Torino-Lione e Trieste-Divaca con ultime modifiche relative) per portare chi, cosa e perché ancora non si sa?…
In ValSusa hanno incominciato vent’anni fa a chiederselo arrivando sempre alla stessa risposta: non serve ma tutti lo vogliono perché è una gran fonte di denaro, -il nostro-, per politici (dx e sx), cricca e mafia. Punto. Perciò si deve fare. Ecco, tutto qua. Semplice, lineare, come la linea tracciata sulla carta geografica.
Quello che sta facendo lo stato in Val Susa è come quello che fa uno stupratore quando una donna gli dice “no”; volutamente sordo alle sue ragioni, semplicemente non ascolta, non si tira indietro ma usa tutte le armi a sua disposizione per prendere ciò che desidera. Violenta.
Ed in ValSusa le armi del potere si sono viste tutte ma proprio tutte: criminalizzare, terrorizzare, picchiare, gasare, arrestare, intimidire e poi, grazie a media servi più servi dei servi, censurare e falsificare. Continuamente.
Quello che succede adesso in ValSusa è quello che lo stato è; nell’espressione di tutti i suoi governi, di Prodi come di Berlusconi e di Berlusconi come di Monti; arrivati al dunque, davanti all’accesso (opportunamente creato con il project financing) alla grande mangiatoia si comportano tutti allo stesso modo: come una dittatura.
Dite voi, che significato ha che a Marta, una delle arrestate dopo la manifestazione del 3 luglio, sia negato il trasferimento richiesto per l’obbligo di dimora perché non ha mostrato resipiscenza?
Questo termine, come ha spiegato lei, che veniva usato durante il fascismo, indica “ l’atto del ravvedersi, riconoscendo espressamente il proprio errore”… ora, dal momento che Marta non aveva fatto niente se non fuggire dai lacrimogeni sparati, (ricordiamolo, ad altezza d‘uomo/di donna), il suo “errore” è essere No Tav, la sua resipiscenza perciò corrisponde all’abiura; perché questo si vuole: che non si possa più dire “NO!”, che non si deve dire “NO“, che non si può nemmeno pensare di dire “NO“!
La legge obiettivo è stata fatta per questo, i siti strategici di interesse nazionale sono stati fatti per questo, la militarizzazione è fatta per questo, l’esproprio coatto è fatto per questo.
Ciononostante, è “NO” ed ancora “NO!”. Semplicemente perché nessuna di noi può pensarsi in una terra colonizzata, ridotta ad un corridoio per passaggio di merci, ma ancor prima, devastata in un immenso cantiere, in un ladrocinio continuo mentre ci chiamano all’etica del sacrificio (tipo precarietà sempre, pensione mai!) e ci illustrano risibili misure di giustizia sociale.
Avremmo molte cose di cui parlare per questo 8 marzo, tra le quali inevitabilmente la violenza contro le donne, lo stalking, gli stupri, i femmincidi, la precarietà, lo sfruttamento, la crisi … ma abbiamo deciso di caratterizzare questa giornata come NoTav, perché questo ci pare una lotta imprescindibile, perché non possiamo essere come vogliamo in un ambiente trasformato in servitù.
Perché siamo solidali con tutt* quell* che stanno resistendo in Val Susa e perché non sopportiamo le prepotenze delle lobby economiche di nessun genere, meno che meno del Tav, perché alla fin fine l’8 marzo ricorda proprio la morte di donne, per la maggior parte europee immigrate in America, [e non dimentichiamo le/gli immigrati sfruttat* o deportati nei CIE, nostri lager del ventunensimo secolo!], morte sul lavoro nell’incendio della fabbrica nella quale lavoravano come schiave alla catena, ed il Tav, essendo che lo pagheremo noi tutt* sarà comunque la catena che imbriglierà il nostro futuro.
Ma come “No significa No“, “No Tav significa No Tav“. Sempre.
Dumbles feminis furlanis libertaris – Volantino distribuito al presidio di Udine in solidarietà con la Val Susa il 3 marzo 2012
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Marzo 17th, 2017 — Uncategorized
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Malgrado la bora non abbia lasciato tregua per tutta la giornata, molti fra migranti e antirazzisti/e solidali si sono ritrovati in via delle Torri, nel pieno centro cittadino, per la manifestazione organizzata dal comitato Primo Marzo di Trieste. Benchè all’inizio fossero previste quattro piazze tematiche, nelle altre piazze sono stati effettuati dei volantinaggi, mentre la maggior parte delle persone si sono riunite in un unico luogo. Qui sono stati fissati gli striscioni e sono stati distribuiti centinaia di volantini ai pochi passanti infreddoliti. Non sono mancati gli interventi, fra cui quello della Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone, che ha ricordato il progetto del governo di deportare tutti i richiedenti asilo che si trovano nei CARA in un’ex-base della NATO a Mineo (Sicilia), contro il quale è necessario mobilitarsi. Inoltre è stato lanciato l’appuntamento di sabato 12 marzo a Gradisca davanti al CIE. Oltre a questo, si è svolta un’azione teatrale, organizzata per l’occasione, che ha saputo catalizzare l’attenzione di tutti i presenti. Nel complesso sono intervenute un centinaio di persone.
per aggiornamenti sulle prossime mobilitazioni del comitato: primomarzotrieste.blogspot.com
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Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Da Repubblica del 04/03/10
In gran segreto il governo ordina: via chi ha chiesto la sanatoria ma ha un’espulsione alle spalle
La linea dura applicata a Trieste, Riimini e Perugia. Clemenza a Milano, Venezia e Bologna
L’ultima beffa agli immigrati spunta la sanatoria trappola
Input contraddittori dal Viminale. Prima rassicura gli stranieri, poi avalla il giro di vite
dal nostro inviato PAOLO RUMIZ
TRIESTE – Come criminali comuni,
magnaccia o spacciatori di droga. Gli immigrati che hanno fatto domanda
di sanatoria ma in passato non hanno rispettato un decreto di
espulsione vanno rispediti a casa.Non ovunque, ma così, come gira agli
uffici stranieri delle questure. Qua e là, alla chetichella, partendo
dalla provincia, che nessuno mangi la foglia in anticipo. Uno sì e
l’altro no, in modo che tutti restino col fiato sospeso. Funziona così
la sanatoria Maroni: inflessibile in alcune province, a maglie larghe
altrove. Una dicotomia interpretativa che colora la carta d’Italia come
le chiazze del morbillo.
Durezza a Trieste, Rimini, Perugia. Clemenza
a Milano, Venezia, Bologna e in altre province. Incertezza ovunque, di
conseguenza. La voce si è sparsa e gli immigrati si scoprono a
bagnomaria, con un contratto regolare in mano ma senza sapere ancora se
saranno espulsi o no. In gran parte africani, gli stessi che la mafia
ha preso a fucilate a Rosarno. I più visibili, quelli espulsi più di
frequente, dunque più ricattabili e di conseguenza a costo più basso
sul mercato del lavoro. L’incertezza del diritto in Italia la vedi
sulla pelle degli stranieri.
La storia si gioca negli ultimi sette
mesi, da quando parte la sanatoria Maroni. A monte, la contraddizione
insita nella precedente legge Bossi-Fini, che all’articolo 14 individua
nella mancata ottemperanza all’espulsione l’unico reato veniale del
codice per il quale è previsto l’arresto obbligatorio. Come dire: non
hai fatto niente, ma ti ficco dentro lo stesso. Di fronte a questa
incertezza del diritto, molte organizzazioni vogliono vederci chiaro. I
condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione possono fare
domanda, sì o no?
La Confartigianato di Rimini per esempio, città
che in seguito vedrà espulsioni, pone il quesito al Viminale. Ottiene
circostanziata risposta ufficiale via mail in 48 ore: la richiesta si
può fare. Data: 23 settembre 2009. Anche il buon senso dice che non può
essere altrimenti. Che cosa si deve sanare se non una precedente
illegalità? Che senso avrebbe impedire la legalizzazione di coloro che
sono stati illegali? Insomma: lasciate che le pecorelle vengano a noi
con fiducia.
Tutto sembra mettersi bene. Il ministero raccomanda alle
prefetture, che devono istruire le domande, di lavorare con larghezza.
Ovunque si instaura un clima di efficienza ecumenica. Traduttori,
mediatori culturali, rispetto. L’Italia sembra improvvisamente un altro
Paese. Ma attenzione: la raccomandazione del Viminale non avviene per
iscritto ma con telefonate dirette a ogni prefetto d’Italia. L’elettore
medio non deve sapere che questo governo tratta gli immigrati come
persone.
Ma i prefetti non si formalizzano e la macchina s’avvia.
Scatta l’emersione. Decine di migliaia di stranieri escono dalle
catacombe, trovano datori di lavoro per un contratto, spesso minimale
ma sufficiente. Pagano l’Inps e le varie tasse di regolarizzazione.
Firmano montagne di carte. Fanno lo stesso i cittadini italiani che li
hanno assunti. Ma l’ultima parola spetta alla questura, che deve
controllare la fedina degli stranieri.
E qui il clima cambia di colpo.
Alcune questure convocano gli immigrati, comunicano il respingimento
della domanda e, contestualmente, il decreto di espulsione. Il pollo è
lì, si è autoconsegnato con i documenti in mano, e viene caricato su un
aereo. La sua colpa è appunto quella individuata dalla Bossi-Fini:
avere ignorato la condanna all’espulsione. Il tutto gli viene spiegato
senza preavviso prefettizio e senza dar tempo al malcapitato di
consultare un legale. Via subito. Il caso di Trieste.
La voce gira, e
gli immigrati si organizzano, cercano patrocinio legale. Alcuni
consegnano i passaporti ai loro datori di lavoro, non si sa mai. Tutti
fiutano il trappolone, temono che la larghezza iniziale sia stata
propedeutica alla chiusura successiva. E intanto partono nuove domande
al Viminale. Il giornale di Trieste, per esempio, segnala la cosa al
ministro, il quale risponde, ma con un appunto anonimo, cioè senza
firma, compilato dalla stessa questura.
C’è scritto: la condanna per
mancata obbedienza all’espulsione è da considerarsi reato grave, tant’è
vero che comporta arresto obbligatorio. La cacciata dall’Italia è
dunque legittima. L’esatto contrario di quanto sostenuto ufficialmente
il 23 settembre. Ora nemmeno al ministero ci capiscono più niente. Gli
uffici cui fanno capo le prefettura ignorano quanto pensano e fanno al
piano di sopra gli uffici delle questure. Il marasma è tale che le
stesse questure chiedono istruzioni, vedi Pavia e Alessandria. E il
ministro risponde con appunti senza firma perché non può sostenere un
nonsenso e contraddirsi.
“Noi applichiamo la legge” dichiara il
questore di Trieste, il quale peraltro aggiunge subito dopo che il
reato in questione “può rientrare” tra quelli ostativi alla concessione
della sanatoria. “Può rientrare”, si badi bene: non “rientra”. Dunque
quell’interpretazio
ne è, per sua stessa ammissione, facoltativa. Ed è
quanto avviene, per l’appunto, in giro per l’Italia. Chi vuol mostrare
i muscoli col ministro espelle; gli altri no. E le prefetture, laddove
subalterne alle questure, si adeguano all’anarchia interpretativa.
Sulla quale sarebbe ora che il ministro si pronunciasse in prima
persona, in nome dello stato di diritto.
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Quelle dei terremoti, quelle di questo paese tritacarne senza vergogna che calpesta, sporca, sbriciola e fagocita l’acqua come l’aria, le menti come la terra e infine i corpi. E infine le donne.
Eccoci qua in prossimità di questo otto marzo a fare il punto della situazione; e, come sempre; non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Dal Piccolo
13/11/10
Dalle telecamere di Annozero al Cie di Gradisca
GRADISCA Dalle telecamere di Annozero al Cie di Gradisca. È la storia di un immigrato di nazionalità indiana che ha preso parte al presidio con cui, a Brescia, veniva manifestata solidarietà ai 6 immigrati barricati dal 30 ottobre sul braccio meccanico del cantiere Metrobus, a 35 metri d’altezza, per protestare contro quella che definiscono “sanatoria-truffa” da parte del governo. L’uomo, connazionale di uno dei sei migranti, è stato fermato dagli agenti della Questura bresciana al termine dell’azione di sgombero del presidio, ripresa dalle telecamere della trasmissione di Michele Santoro. Trovato senza documenti, l’indiano è stato immediatamente tradotto nel Centro di Identificazione ed espulsione di Gradisca. Un’altra vicenda singolare che riguarda la struttura isontina è emersa invece nei giorni scorsi dal Tribunale di Udine: un immigrato irregolare ha evitato l’espulsione in quanto dichiaratosi omosessuale. L’uomo, un cittadino tunisino, è finito nella struttura isontina dopo avere impugnato attraverso il suo legale il decreto di espulsione. Nel suo Paese d’origine la sodomia è considerata un reato grave, punito con la reclusione sino a tre anni. Ecco perchè il 40enne tunisino lotta da anni per l’ottenimento dell’asilo politico come perseguitato per motivi religiosi.. L’immigrato è stato assolto dal Tribunale di Udine per il reato contestatogli, la violazione della Bossi-Fini, ma è stato ugualmente tradotto nel Cie di Gradisca finchè un secondo tribunale, quello di Trieste, non si sarà espresso sulla bocciatura della domanda di asilo avvenuta nel frattempo ad opera della Commissione territoriale per i rifugiati. Sentenza attesa per il 29 novembre. (l.m.)
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Dal Messaggero Veneto del 17/09/10
Cara e Cie sono un peso troppo grande
GRADISCA. «Il Cie e il Cara di via Udine rappresentano l’unico centro per immigrati presente nel nord est e come tale rappresentano una problematica per un territorio ampio: non può essere solo Gradisca a sostenere un simile peso». Questa una delle motivazioni che hanno portato l’amministrazione gradiscana a convocare per stamattina (alle 10), a palazzo Torriani, una tavola rotonda tra enti, istituzioni e politica regionale. Una nuova richiesta di aiuto, quella spedita dalla città della Fortezza, motivata dalla «preoccupante escalation di tensione – hanno ribadito da palazzo Torriani – che ha trasformato agosto in un mese a dir poco torrido per quanto riguarda il Cie isontino. Disordini, rivolte, incendi e fughe stanno minando la percezione di sicurezza della comunità gradiscana e ampliando uno stato di disagio civico e sociale in maniera preoccupante, oltre che quotidiana». Confermata la presenza a Gradisca dell’assessore regionale alla sicurezza, Federica Seganti, degli onorevoli Angelo Compagnon (Udc), Isidoro Gottardo (Pdl) e Ivano Strizzolo (Pd), del senatore Carlo Pegorer (Pd), del prefetto e del questore di Gorizia, del presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta, dell’assessore provinciale alle politiche socio-assistenziali Rita Licia Morsolin e dei sindaci dei Comuni isontini, tra cui anche i primi cittadini del capoluogo goriziano, Ettore Romoli, e Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, nel corso del summit il sindaco Franco Tommasini aggiornerà i presenti anche sulle ricadute, non solo d’immagine, che la presenza di Cie e Cara provocano sulla cittadina isontina. «Il Comune di Gradisca – hanno aggiunto da palazzo Torriani – intende ribadire con forza non solo la necessità ma anche l’urgenza dei previsti lavori di messa in sicurezza della struttura di via Udine. Non è pensabile che in una cittadina di nemmeno 7 mila anime ci siano fughe e disordini con una simile frequenza. Il tema della sicurezza della struttura non compete certo a noi ma come amministratori abbiamo il dovere di garantire una tranquillità quotidianità ai nostri concittadini, cosa onestamente difficile alla luce di quanto sistematicamente accade al Cie. Gradisca ha bisogno d’aiuto perché la situazione è ormai insostenibile». Non solo Cie, tuttavia, tra le problematiche per Gradisca, con gli amministratori comunali che ricordano come anche la struttura vicina, il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) rappresenti una problematica quotidiana. «La diversità delle due strutture spesso porta a distorcere la realtà ed è nostra intenzione specificare come l’esistenza dei due centri comporti problematiche differenti. Quanto il Comune sta facendo per agevolare e promuovere l’integrazione con i richiedenti asilo, con iniziative e collaborazioni uniche in Italia, è la manifestazione di come l’accoglienza sia sempre stata una prerogativa di Gradisca e dei gradiscani ma ci sono anche dei costi per operare in questo senso. Costi che, purtroppo, ricadono soprattutto sulla comunità gradiscana e non riteniamo che questo sia un fondamento corretto per una reale e concreta politica di integrazione sul territorio». (ma.ce.)
Strizzolo: situazione insostenibile, il Governo deve intervenire subito
GRADISCA. «Una situazione non più sostenibile: deve essere affrontata con urgenza dal Governo». Alla vigilia della conferenza gradiscana su Cie e Cara in programma oggi a palazzo Torriani è stato il deputato Ivano Strizzolo (Pd) a riportare all’attenzione della politica nazionale le problematiche legate al Cie (centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca. L’onorevole ha reso noto ieri che il ministro dell’interno, Roberto Maroni, sarà invitato in audizione presso il Comitato parlamentare di Schengen, Europol e Immigrazione per relazionare sulle vicende che stanno interessando il Cie di Gradisca. Un’anticipazione data intervenendo ai lavori dell’Ufficio di presidenza del Comitato, riunitosi per programmare l’attività istituzionale dei prossimi mesi. Nel corso del suo intervento, Strizzolo ha anche ricordato all’Ufficio di presidenza che il sindaco di Gradisca, Franco Tommasini, nell’organizzare l’odierna conferenza ha inteso sottolineare come la situazione nel centro per immigrati isontino sta creando forte preoccupazione non solo nella comunità locale ma anche tra le forze dell’ordine e gli operatori della struttura. A sollecitare una presa di posizione da parte degli onorevoli eletti sul territorio del Friuli Venezia Giulia nei giorni scorsi è stata anche l’azione del Sap (Sindacato autonomo di Polizia), che ha inviato un dettagliato dossier sul Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca. Un documento incentrato sulle carenze strutturali del Cie e sulla necessità, oltre che di eseguire in tempi brevi lavori volti all’innalzamento degli standard di sicurezza, anche di una radicale rivalutazione della distribuzione del personale delle forze dell’ordine preposte a garantire la sorveglianza e il controllo della struttura di via Udine. (ma.ce.)
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
E’ uscito il numero 112 di Germinal, giornale anarchico e libertario di Trieste, Friuli,Veneto e…
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Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
Il Piccolo, 15 luglio 2010
Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu
di LAURA BORSANI
Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».
Marzo 17th, 2017 — General, Uncategorized
il Piccolo — 17 luglio 2010 pagina 06 sezione: ISTRIA
STRASBURGO ”Cancellati”. Anche la giustizia europea striglia la Slovenia. La Corte europea per i diritti umani, nei giorni scorsi, ha pubblicato una sentenza – su denuncia di un gruppo di cittadini – nella quale invita Lubiana a provvedere quanto prima a rimediare all’ingiustizia commessa a danno di queste persone. I ”cancellati” sono vittime di una situazione di illegalità ormai da più di 15 anni – si rileva nella sentenza della Corte europea – ma lo stato non ha ancora rimediato, per cui sta violando la Convenzione europea sui diritti umani. La stessa Corte costituzionale slovena ha definito illegale questa situazione, hanno sottolineato ancora i giudici della Corte europea per i diritti umani, ma finora tutti i tentativi di porvi rimedio non hanno dato risultati soddisfacenti. Non lascia spazio ad alcun dubbio, la sentenza della Corte europea: Lubiana ha sbagliato e non ha ancora rimediato. I ”cancellati” sono le circa ventimila persone, native delle altre repubbliche ex jugoslave, che nel febbraio del 1992 sono state radiate dall’Anagrafe dei residenti in Slovenia perché fino a quel momento non avevano chiesto la cittadinanza slovena né regolato il proprio status come stranieri. La ”cancellazione”, per molti di essi, ha rappresentato l’inizio di un autentico calvario. Per effetto di un provvedimento amministrativo, infatti, non erano più residenti, ma clandestini, anche se vivevano in Slovenia da anni e fino a quel momento avevano tutte la carte in regola. Le conseguenze, per una parte dei ”cancellati” sono state pesantissime: hanno perso il diritto al lavoro, allo studio, all’assistenza sanitaria, alcuni hanno dovuto separarsi dalle famiglie. Quel provvedimento amministrativo è stato poi per ben due volte definito illegale dalla Corte costituzionale slovena, ma le forze del centrodestra sono sempre riuscite a bloccare i provvedimenti legislativi con cui si sarebbe dovuto riconoscere retroattivamente la residenza a queste persone. Lo hanno fatto accusando i ”cancellati”, o una parte di essi, di essere stati all’epoca contrari all’indipendenza della Slovenia o agitando lo spettro di indennizzi esorbitanti. Ora però è intervenuta anche la giustizia europea. La sentenza della Corte per i diritti umani per il ministro dell’interno Katarina Kresal non è una sorpresa. Proprio perché si era consapevoli dell’ingiustizia, ha rilevato la Kresal, il suo ministero ha affrontato con priorità la questione dei ”cancellati”. La nuova legge che regola finalmente lo status – anche retroattivamente – di questi cittadini delle altre repubbliche ex jugoslave entra in vigore il 24 luglio, e alla fine del mese sarà attivato anche un numero verde per facilitare l’accesso alle informazioni necessarie per chiedere di riottenere la residenza. Soddisfazione per la sentenza della Corte europea è stata espressa anche dagli stessi ”cancellati”, che continuano comunque la loro battaglia per ottenere giustizia. La decisione dei giudici di Strasburgo non segna infatti ancora la fine della vicenda e delle loro sofferenze.