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Marzo 17th, 2017 — General, La mafia della manutenzione delle strade
Video da Repubblica (23 aprile 2010)
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Inchiesta italiana – Il dissesto delle nostre strade è un pericolo costante. Per le città non è solo un problema di decoro: negli anni le “buche-killer” hanno provocato morti e feriti. Eppure per l’asfalto si spendono miliardi di euro. Il solo Comune di Roma investe ogni anno cento milioni. Come vengono impiegati questi soldi pubblici? E perché la situazione non migliora?
Per la prima volta si rompe il muro di silenzio che da sempre avvolge il mondo delle imprese e degli appalti. Ecco come vengono fatti realmente i lavori sulle strade delle nostre città. E come funziona il business dei “signori dell’asfalto”.
Marzo 17th, 2017 — Bollette, General
Il Gazzettino Giovedì 13 Maggio 2010,
SAN GIORGIO – (E.V.) Avrà 90 giorni di tempo per effettuare la perizia, l’ingegner Eva De Marco di Udine, cui è stato affidato ieri, davanti al gip Vernì, l’incarico di procedere all’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta sul Tubone condotta dal pm Finocchiaro a carico di Luisa De Marco, Alessandro Florit e Claudia Cattaruzzi.
L’avvocato Luca De Pauli, per De Marco e Cattaruzzi, si è riservato la nomina di un proprio perito di parte, mentre la difesa di Florit ha già nominato a tale scopo l’ingegner Giulio Gentili. Il perito e le parti torneranno davanti al gip il prossimo 29 settembre, salvo proroghe, per discutere gli esiti dell’incidente probatorio, che in questa prima fase avrà carattere puramente esplorativo delle opere che, come sottolineato già dalle difese, sono state tutte collaudate. Solo se dovessero emergere eventuali criticità, si approfondiranno le analisi.
L’articolo del Gazzettino del 12 maggio

Alberto Landi
Prosegue l’iter giudiziario a carico del presidente del Tubone, Luisa De Marco, del responsabile della rete fognaria, Alessandro Florit, e della responsabile amministrativa del predetto Ente, Claudia Cattaruzzi. Contro di loro una querela proposta da Paolo De Toni, presidente del Comitato Ambiente, ed altri quattro cittadini, due di San Giorgio e due di Cervignano, che ha dato il via al procedimento giudiziario che è in fase istruttoria. Oggi ci sarà l’udienza davanti al Gip per la nomina del perito per l’incidente probatorio riguardante gli appalti, volto “a verificare la rispondenza delle opere realizzate ai progetti approvati e finanziati con soldi pubblici”. In particolare si dovrà verificare tra l’altro se sussistano “le difformità e le irregolarità evidenziate dall’Ufficio Circondariale Marittimo di Porto Nogaro e dal Noe di Udine”. Vale a dire, come si legge nell’ordinanza del Gip, “preventivi non corrispondenti ai prezzi di mercato, richieste di finanziamenti per condotte fognarie di lunghezza maggiore rispetto alle vie in cui sarebbero collocate”. Inoltre si dovrà capire se le difformità vadano attribuite a un cambiamento delle condizioni, a imprevisti o se siano prive di giustificazione.
Una ipotesi di reato che dovrà essere verificata, ma al fuori dell’incidente probatorio,“la richiesta dei canoni per l’espletamento del servizio di depurazione delle acque reflue nonostante tale servizio non fosse espletato”. Richiesta contro la quale si è sempre battuto il Comitato difesa ambientale, che ha indetto per venerdì 14 un’assemblea pubblica nel salone di Villa Dora a San Giorgio di Nogaro alle 21 sul tema delle bollette, dei rimborsi e del regolamento di fognatura. Paolo De Toni ha anche comunicato di aver incontrato in tre occasioni il Presidente dell’Ato Andrea Zuliani, e di essere in attesa che risponda ai quesiti formulati dal Comitato, riguardanti la legittimità delle bollette ed il problema dei rimborsi. «Ma sono preoccupato – conclude – perché ho l’impressione che l’Ato sia sottomesso al “pensiero unico” imposto dai Gestori».
(Mercoledì 12 Maggio 2010)
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Errore tutt’altro che trascurabile nell’articolo del Messaggero Veneto
C’è poi il discorso Ato, che avrebbe i mesi contati, e forse per questo ha fretta di decidere sui rimborsi del canone di depurazione, dimostrando di non essere succube dei gestori che premono per decurtare gli importi da restituire.
Il testo del comunicato-volantino diceva l’esatto contrario e cioè “dimostrando di essere succube dei gestori”
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Messaggero Veneto MARTEDÌ, 11 MAGGIO 2010
Pagina 11 – Udine
San Giorgio. Venerdì a villa Dora con il Comitato per la difesa ambientale
Bollette, altra assemblea in vista
SAN GIORGIO. Bollette del Consorzio Depurazione Laguna, rimborsi, allacciamenti, e nuovi eventi, sono i temi sui quali il Comitato di Difesa ambientale, farà il punto nel corso dell’assemblea pubblica di venerdì 14 maggio, ore 21, che si terrà a Villa Dora di San Giorgio di Nogaro. L’indizione dell’assemblea avviene a fronte dell’arrivo delle bollette in alcuni comuni della Bassa, come Porpetto e Terzo D’Aquileia, mentre in altri, come San Giorgio di Nogaro, Cervignano e Torviscosa, non sono state spedite, ed è questo che induce l’ambientalista Paolo De Toni, a chiedersene il perché. «Probabilmente – afferma – il Consorzio di Depurazione, non ha ancora deciso cosa fare sul problema degli “allacciabili” e degli “sfioratori”, essendo anche in corso un’inchiesta della Procura di Udine. Questo potrebbe essere il motivo che ha fatto sospendere l’emissione delle bollette nei comuni dov’è in piedi il contenzioso e ci sono state le autoriduzioni (parte degli utenti ha pagato solo lo scarico fognario e non la depurazione). Altri sono anche i temi in discussione, come l’emissione da parte del comune di San Giorgio delle bollette del 2007 con in pagamento solo lo scarico, affermando che si deve verificare con il tracciante, se gli utenti sono allacciati al Tubone e meno». O come le dure critiche di De Toni, al comune di Torviscosa che «dispiace dirlo, non sta facendo praticamente niente per difendere i cittadini su questo problema. In merito all’Autority Regionale di Vigilanza – continua De Toni -, dove è insediato Lucio Cinti, ha già detto non verrà all’assemblea, ha perà affermato di aver inviato una lettera all’Ato e al Tubone dove ribadirebbe che la questione degli “allacciabili” non regge! C’è poi il discorso Ato, che avrebbe i mesi contati, e forse per questo ha fretta di decidere sui rimborsi del canone di depurazione, dimostrando di non essere succube dei gestori che premono per decurtare gli importi da restituire. Che dire del Tubone, che si sta fondendo con il Cafc (è meglio o peggio?), che riteniamo sia peggio perché l’asse Paviotti-Galasso-Travanut è acquedotizzante!». «Infine – conclude -, la Provincia di Udine, che ora avrebbe le chiavi del gioco, ma non pare molto intenzionata a fare tutto quello che potrebbe effettivamente fare».
Francesca Artico
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Volantino per l’assemblea
Bollette del Tubone, rimborsi, allacciamenti
Facciamo il punto della situazione
(e prepariamoci ai nuovi eventi)
Le bollette sono già arrivate in molti Comuni, per esempio Porpetto e Terzo di Aquileia, ma non sono neanche state spedite per San Giorgio di Nogaro, Cervignano del Friuli e Torviscosa, come mai?
Probabilmente il Tubone non ha ancora deciso cosa fare sul problema degli “allacciabili” e degli “sfioratori“
Infatti è in corso un’inchiesta della Procura di Udine che vede indagati per truffa, truffa aggravata e danneggiamento ambientale, la Presidente del Consorzio Luisa De Marco, il Direttore, Alessandro Florit e la responsabile dell’Ufficio Tributi, Claudia Cattaruzzi. E’ stato oramai verificato che lo “sfioratore” è solo un trucco e che manca la “grigliatura” negli scarichi fognari. Probabilmente questo ha fatto sospendere le bollette nei Comuni dov’è in piedi il contenzioso e ci sono state le autoriduzioni.
In sintesi gli altri aspetti della situazione:
IL COMUNE DI SAN GIORGIO DI NOGARO. Nella Zona Peep il Comune ha mandato da pagare solo lo scarico (per le bollette del 2007) però dicono che devono verificare con la “fluorescina” (tracciante) se gli utenti sono allacciati al tubone o meno (svilupperemo i dettagli di questo problema nell’assemblea).
IL COMUNE DI TORVISCOSA. Dispiace dirlo ma è una totale delusione perché non sta facendo praticamente niente per difendere i cittadini. Ci attendiamo che si decida a fare qualcosa di concreto.
L’AUTORITA’ REGIONALE di VIGILANZA. Lucio Cinti, si è “insediato”, ma ha detto che non viene in assemblea, però ha anche detto di aver inviato una lettera all’ATO e al Tubone dove afferma che la questione degli “allacciabili” non regge, dobbiamo credergli?
L’ATO. Come sappiamo ha i mesi contati (gli ATO sono stati aboliti per legge) ed è per questo che ora l’ATO della Provincia di Udine ha improvvisamente premura di decidere sui rimborsi dimostrando di essere succube dei Gestori (e del Tubone in primo luogo) che premono per decurtare gli importi da restituire. Abbiamo avuto un incontro con il Presidente dell’ATO. Andrea Zuliani, il 7 aprile e poi abbiamo avuto ulteriori contatti telefonici, ma l’impressione ricevuta è molto negativa. Abbiamo concordato che l’ATO risponderà ai nostri quesiti (già formulati), ma non abbiamo ricevuto risposta.
Il TUBONE. Anche Il Consorzio Depurazione Laguna ha i mesi contati e si sta fondendo con il CAFC (Consorzio Acquedotto Friuli Centrale). E’ meglio o peggio? E’ peggio, anche perché per esempio la politica consociativa di Paviotti-Travanut-Galasso, ha imposto Florit come Direttore del nuovo Ente che si formerà dopo la fusione. Fra tutte le cose che già sappiamo, va detto che Florit è anche un acquedottista convinto (così pure la De Marco), quindi cercherà tutti i modi per tentare una acquedottizzazione strisciante.
LA PROVINCIA. Ora avrebbe in mano le chiavi del gioco, ma non pare molto intenzionata a fare tutto quello che potrebbe effettivamente fare.
Assemblea
Pubblica
venerdì 14 maggio ore 21.00
a Villa Dora –
San Giorgio di Nogaro
Partecipate !!
a cura del Comitato di Difesa Ambientale
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Messaggero veneto del 12/05/10
Cie, ancora minacce ai dipendenti
GRADISCA. Aggressioni in crescita e minacce, anche di morte, all’ordine del giorno. La tensione crescente all’interno del Cie di via Udine, dove nell’ultimo fine settimana si sono registrati anche due gravi atti di autolesionismo da parte degli immigrati clandestini, si ripercuote inevitabilmente anche sugli operatori dell’ente gestore dei servizi interni della struttura, a più riprese, nei giorni scorsi, costretti a lanciare l’allarme per una situazione giunta ormai al limite dell’insostenibile. Preoccupazione giustificata dagli ultimi due episodi che hanno avuto come vittime un’infermiera e un operatore, entrambi dipendenti del consorzio cooperativistico trapanese Connecting people. Nel primo caso la donna, minacciata da un immigrato con una lametta da barba per non avergli prestato le cure mediche richieste, aveva sporto denuncia portando all’arresto di un ospite del Cie, mentre più traumatico è stato l’esito dell’aggressione subita dal collega, la scorsa settimana finito all’ospedale, con prognosi di dieci giorni, per aver ricevuto un pugno al volto. Un’escalation che ha coinvolto anche le forze dell’ordine, con un poliziotto aggredito con l’asta di una flebo, due settimane fa, all’ospedale di Gorizia mentre stava sorvegliando un immigrato ricoverato a seguito dell’ennesimo gesto di autolesionismo. Tra le cause della tensione all’interno del Cie ci sarebbe la sensibile crescita di “ospiti” provenienti dal circuito carcerario e l’ormai evoluta organizzazione interna degli immigrati che, come confermato anche dall’ultima fuga (avvenuta la scorsa settimana), possono godere di “appoggi” esterni, presumibilmente contattati via telefonino. (m.c.)
dal Il piccolo del 11/05/10
Nuovo gesto disperato di un tunisino al Cie: ferite da taglio al braccio
GRADISCA Nuovo, grave episodio di autolesionismo al Cie di Gradisca. Nel pomeriggio di ieri un ospite del centro di identificazione ed espulsione di via Udine si è deliberatamente procurato dei tagli, causandosi gravi lesioni all’arteria del braccio sinistro. L’uomo, un tunisino sulla trentina, è stato trovato in una pozza di sangue dagli operatori della Connecting People, l’ente che gestisce la struttura, ed è stato ricoverato in gravi condizioni al nosocomio di Gorizia. Non è chiaro con quale corpo contundente il nordafricano si sia procurato le ferite: nella sua stanza al momento del ritrovamento non erano stati rinvenuti oggetti potenzialmente pericolosi. La notizia segue di alcuni giorni quella relativa all’evasione di gruppo di nove immigrati di nazionalità tunisina, algerina e libanese, avvenuta nella notte fra mercoledì e giovedì. Un decimo clandestino era ricaduto pesantemente nel tentativo di scavalcare la recinzione, procurandosi la frattura a un piede e venendo ricoverato all’ospedale del capoluogo. La tensione nella struttura continua dunque ad essere alle stelle: i pochi dettagli che trapelano dall’ex Polonio raccontano di episodi di autolesionismo all’ordine del giorno, ma anche di continue scaramucce fra gruppi di diverse etnie e soprattutto delle difficilissime condizioni di lavoro degli operatori, oggetto di reiterate minacce e ritorsioni da parte degli immigrati. Un’infermiera recentemente era stata presa a schiaffi, mentre un operatore ha rimediato un pugno in un alterco e – all’ospedale – un agente di polizia è stato colpito con l’asta di una flebo da un ospite ricoverato nel nosocomio goriziano. (l. m.)
Marzo 17th, 2017 — General, Ultime
da Il piccolo
MARTEDÌ, 11 MAGGIO 2010
«Il lavoro non deve far morire, senza giustizia non c’è perdono»
La drammatica testimonianza di una vedova a causa dell’amianto
di TIZIANA CARPINELLI
MONFALCONE Lino è morto quattro giorni prima di andare in pensione. Lo aveva detto, l’aiuto primario di Venezia, alla moglie Nevia, vedova dell’amianto, che «entro Natale un angelo avrebbe vigilato su di lei e sui suoi tre figli». E così è stato. Lino Buzzi, sancanzianese, 36 anni indefessamente spesi entro le mura del cantiere navale di Panzano, è mancato il 26 novembre 2001, un lunedì, nel suo letto di casa, la famiglia stretta al capezzale. Aveva 58 anni. Lo ha ammazzato un tumore che non dà scampo: mesotelioma maligno alla pleura. Se lo piglia chi respira le fibre d’amianto. Gli esperti in camice bianco affermano che non si tratta di un cancro frequente, ma in zona già 2mila persone sono decedute per lo stesso male.
«Per sua fortuna e nostra grande disgrazia, mia e dei miei figli, se n’è andato in breve tempo – racconta la vedova Nevia Pacco, 62 anni, originaria di San Martino di Terzo d’Aquileia -: otto mesi di malattia e mio marito non c’era più. Non so quante volte, nelle preghiere, ho supplicato Dio che non soffrisse. Che non morisse soffocato, come muore chi è colpito da mesotelioma, e sono stata ascoltata: ha ceduto il cuore, Lino non ha patito, è spirato serenamente. L’unica mia consolazione».
Nevia è una friulana. Di tempra forte. Una che non si perde d’animo, che si rimbocca le maniche e affronta le avversità a muso duro. Solo una volta ha pianto di fronte al marito e poi non l’ha fatto più per quattro anni. «Se n’è andato senza riscuotere neppure la liquidazione. Senza acquistare il camper con cui saremmo dovuti andare in gita a Firenze. Senza godersi quel po’ di vita che, dopo tante fatiche, gli spettava. È un’ingiustizia a cui non mi rassegnerò mai», aggiunge.
Lino Buzzi aveva iniziato nel 1965 a lavorare alla Fincantieri come operaio tracciatore. Col gesso disegnava le sagome delle lamiere da tagliare per imbastire le navi. Un mestiere faticoso. D’estate gli s’incollavano le scarpe di gomma alla lastra di ferro, mentre d’inverno batteva i denti ai capricci della bora. Si era detto: «Devo migliorare la mia posizione». E così aveva riaperto i libri e si era messo a studiare. S’era iscritto ai corsi serali dell’istituto San Marco e aveva fatto tre anni in uno, diplomandosi al Nautico di Trieste. Grazie al titolo di studio era diventato capofficina e poi impiegato all’ufficio Cop (Controllo produzione). Si prodigava affinché i giganti del mare venissero su bene. Eseguiva anche i sopralluoghi a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo varo del 1993.
«Era appena rientrato da una trasferta ad Ancona – riferisce Nevia – e una notte mi svegliò all’improvviso, dicendomi che sentiva una fitta sotto la scapola destra. Lì per lì pensai a un malore passeggero, mai avrei sospettato una malattia di questo tipo. Fu straziante. Il 19 marzo la prima radiografia, che evidenziò un alone alla pleura. Poi il prelievo delle cellule, per vedere se fossero cancerogene». Esito positivo. Ricovero a Monfalcone per una videotoracoscopia. Ad aprile, la conferma che si trattava di mesotelioma pleurico. «Tornammo a casa, senza tuttavia rassegnarci – prosegue -. È una frase fatta, ma davvero la speranza è l’ultima a morire. Andammo a Milano, all’Istituto oncologico diretto da Veronesi.
Il professor Pastorini, uno bravo, me lo disse chiaramente: ”Le prospettive sono due: il calvario ospedaliero oppure decidere di mollare tutto, andare alle Bahamas, e godere di quel po’ che resta”». Scelsero il calvario. Sapevano che non c’era speranza, ma optarono per le terapie. Seguì la tappa a Venezia. «Eravamo assistiti dal primario Vittorio Pagano – chiarisce – il reparto era ottimo. La ”sentenza” venne a giugno, il suo vice mi disse: ”A Natale avrete un angelo che veglierà su di voi”. Usò parole delicate, ma a me parve di sciogliermi sulla sedia. A lui non dissi nulla. E andammo avanti».
Lino iniziò la chemio al San Polo. Sei cicli, ma non andò oltre il quarto. «La terapia era un cocktail sperimentale di 7 farmaci diversi, provenienti dagli Usa – riferisce -. Inizialmente resistette, poi deperì sempre di più. Per l’organismo fu devastante. ”Se no xè per mi, almeno servirà a qualchidun altro”, diceva. È sempre stato un altruista. Ma i dolori si fecero più forti: andava avanti a bombole d’ossigeno e antidolorifici. Poi passò alla morfina. Gliela sminuzzavo, perchè non riusciva a deglutire». Morì a casa, per sua volontà. Era l’una di notte, vicino aveva la moglie e i tre figli Andrea, Federica e Roberta.
«Sarò sempre grata alla dottoressa Alessandra Cantarutti, che pur avendo un bimbo rimase con noi fino alla fine – aggiunge -. Lino è stato il primo e l’ultimo uomo che ho conosciuto: abbiamo trascorso 34 meravigliosi anni di matrimonio. Poi sono rimasta in apnea: per 4 anni non ho dormito, mi svegliavo a brevi intervalli e sentivo il suo respiro, mi voltavo a dargli un aiuto e lui non c’era. Avrei voluto stare male al posto suo, mai avrei pensato che se ne sarebbe andato prima di me. Non auguro a nessuno il mio calvario. Mi hanno salvato i nipotini».
«Morire per colpa del lavoro è ingiusto – conclude la vedova, dal 2002 in prima linea con l’Associazione esposti amianto -. Lino non s’è mai scagliato contro l’azienda: era orgoglioso di lavorare al cantiere. Ma per me è insopportabile accettare d’aver perso un marito per questo. Sarò serena solo quando chi ha reso ciò possibile se ne assumerà le responsabilità. E non parlo solo di mio marito, ma di tutte le 2mila vittime dell’amianto. Perchè si sapeva ch’era nocivo. Il perdono è una grande cosa, ma non può esserci senza giustizia. Va resa dignità ai nostri morti che non pensavano di sacrificarsi al lavoro». Nevia è una donna di fede. Dopo aver pregato per una morte senza dolore, ora prega per i processi.
Marzo 17th, 2017 — General, Repressione diffusa
da Il piccolo
NUOVI REPERTI DEPOSITATI DALLA FAMIGLIA DEL MORTO IN VISTA DEL PROCESSO D’APPELLO
Per l’intervento ”sbagliato” a Borgo San Sergio, condannati tre poliziotti a sei mesi con la condizionale
Caso Rasman, spunta il manico di un’ascia
di CLAUDIO ERNÈ
Un manico d’ascia e un filo di ferro sporchi di sangue.
Questi due tragici reperti potrebbero consentire ai giudici della Corte d’appello di appello di fare definitiva chiarezza sulla morte di Riccardo Rasman, il giovane di 34 anni stroncato nel suo monolocale di via Grego 38 nel corso di un intervento «sbagliato» della polizia. Era il 27 ottobre 2006 e nel processo di primo grado il giudice Enzo Truncellito ha condannato a sei mesi di carcere con la condizionale nel maggio del 2009 il capopattuglia Mauro Miraz e i suoi colleghi Maurizio Mis e Giuseppe De Biase. Assolta la poliziotta Francesca Gatti. Ora si apre il processo di secondo grado e la famiglia Rasman intende dare battaglia.
Gli avvocati Claudio De Filippi e Giovanni Di Lullo hanno depositato ieri nella cancelleria della Corte d’appello la richiesta di disporre una perizia sul manico dell’ascia sporco di sangue per individuare eventuali impronte digitali. Lo scopo è quello di capire chi ha usato quel bastone. Rasman o i poliziotti?
Anche il filo di ferro continua a suscitare molti interrogativi. Il giovane che pesava 120 chili ed era alto un metro e 85, dopo aver ingaggiato una colluttazione con i poliziotti era stato ammanettato con le mani dietro la schiena e «gli agenti con l’ausilio dei Vigili del fuoco, avevano provveduto a legargli anche le caviglie con un filo di ferro». Successivamente Rasman era stato fatto stendere con la pancia a terra, in posizione prona. In tre gli erano saliti alternativamente sulla schiena per tenerlo fermo col loro peso. Rasman aveva iniziato a rantolare, tanto che le ultime fasi della sua vita erano state sentite distintamente da una vicina di casa.
Quando erano intervenuti gli uomini del «118» era troppo tardi. Il giovane non respirava più ed era cianotico. «Asfissia posizionale» l’ha definita nella perizia il medico legale Fulvio Costantinides. Fin qui, purtroppo, tutto è stato chiarito dalla sentenza di primo grado peraltro non appellata dalla Procura ma solo dai familiari del giovane deceduto. Al contrario non si sa nulla di chi abbia usato il manico d’ascia, trovato dai genitori della vittima sporco di sangue all’interno del monolocale. Nessuno aveva ritenuto di sottoporlo a perizia e i genitori al momento della restituzione dell’alloggio lo avevano trovato a terra.
Secondo gli avvocati della famiglia va approfondito quanto è accaduto nelle prime fasi della colluttazione. L’autopsia ha rivelato infatti che la vittima ha riportato molteplici lesioni in tutte le parti del corpo. Al contrario, i quattro agenti che avevano fatto irruzione nel monolocale, secondo gli avvocati, «non avevano riportato alcun tipo di lesione, nè ecchimosi, nè lacerazioni della divisa d’ordinanza. Si deve, preliminarmente osservare – scrive Claudio De Filippi – che il traumatismo cranico, nonostante non abbia prodotto delle lesioni interne significative, dall’altra doveva essere stato reiterato con particolare consistenza e violenza».
I legali ipotizzano che gli agenti potrebbero aver usato mezzi di offesa in maniera indiscriminata, anche verso parti del corpo delicate come il viso dove sono state rilevate nell’autopsia diverse ferite lacero contuse. Viene citato a questo proposito proprio il manico dell’ascia «rinvenuto sul luogo o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d’ingresso del monolocale». Da lì Riccardo Rasman, assistito dal Centro di salute mentale di Domio, aveva lanciato in strada alcuni petardi in libera vendita e gli scoppi avevano innescato l’intervento della polizia.
Marzo 17th, 2017 — Centri Sociali, General
> Torino. Perquisizioni ed arresti
>
> L’operazione è cominciata alle 6,30.
> La polizia ha effettuato perquisizioni in tre squat (Asilo, Barrocchio,
> Mezcal) e in un centro sociale (Askatasuna). Gli occupanti degli squat
> sono saliti sul tetto. La Digos si è presentata anche in alcune case
> private.
> All’Asilo hanno fatto irruzione divellendo porte e finestre. Le
> perquisizioni si sono tuttavia limitate alle stanze dei compagni oggetto
> di misure cautelari.
>
> I perquisiti ed inquisiti sono in tutto 16. Tre sono stati arrestati e
> tradotti in carcere, quattro ai domiciliari, gli altri con obbligo di
> firma. Le accuse sono di resistenza, lesioni, travisamento il tutto
> condito dal fatto dall’aver agito in più di cinque.
> Il Pm è Antonio Rinaudo, specializzatosi negli ultimi tempi nella caccia
> agli anarchici.
> Vari lanci di agenzia e La Stampa on line parlano di 16 arresti ma si
> tratta di notizie false.
>
> La cornice pare siano i fatti del 10 dicembre 2009, quando, in una sola
> mattinata, vennero sgomberati Cà Neira e Lostile. Nel tardo pomeriggio noi
> di Cà Neira occupammo un nuovo stabile (ex cinema Zeta) e venimmo
> sgomberati e tradotti in questura in quattro, mentre il presidio di
> solidali sotto Lostile fu duramente caricato e due ragazzi condotti in
> questura.
> Dopo la prima carica ce ne furono altre due arginate da cassonetti in
> strada. Pare che i provvedimenti di questa mattina si riferiscano alle
> cariche del pomeriggio in corso Vercelli.
>
> La nostra solidarietà attiva a tutti i compagni colpiti dalla repressione.
>
> Per info e contatti:
> Federazione Anarchica -Torino
> Corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
> 338 6594361 – fai_to@inrete.it
Marzo 17th, 2017 — General, Petrolio
L’energia padrona e i padroni dell’energia. E’ proprio una catastrofe. «Perdita greggio 12 volte superiore alle ammissioni»
Marzo 17th, 2017 — General, Overview
Messaggero Veneto 13 maggio 2010
Commento. Non c’è da fidarsi molto del tavolo “Laboratorio Tagliamento”
Il metodo di lavoro individuato dalla Regione per garantire la messa in sicurezza del fiume Tagliamento passerà attraverso la costituzionedi una struttura tecnico-operativa denominata Laboratorio Tagliamento che dovrà individuare soluzioni che evitino la realizzazione di opere impattanti per il medio corso del Tagliamento come le casse di espansione.
Commento. Tondo pare incastrato o meglio “interrato”
di Tanja Ariis
Elettrodotto Wurmlach-Somplago: i sindaci attendono di incontrare la Regione dopo che Tondo ha di fatto dato semaforo verde alla realizzazione di un elettrodotto aereo realizzato dalla cordata Pittini-Fantoni alla quale si è aggiunta la Burgo. I sindaci chiedono che la linea sia interrata.
Commento. Il solito problema: manca la manutenzione
di Manuela Boschian
A Pordenone la pioggia ha allagato alcune strade e si sono verificati incidenti stradali, fortunatamente senza feriti gravi. Intanto infuriano le polemiche per lo sbalzo di tensione che ha provocato gravi danni in 20 case. La Cisl ha accusato l’Enel per la carenza di manutenzione della rete. <!– <! var pCid=”it_kataweb-it_0″;var w0=1;var refR=escape(document.referrer);if (refR.length>=252) refR=refR.substring(0,252)+”…”;// > // –> <!– <! var w0=0;// > // –>

Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
SPERIAMO AUMENTI SEMPRE PIU’!
Da Il piccolo del 14/05/10
Al Cie provocati danni per un milione
di MARGHERITA REGUITTI GRADISCA Ci vorrà oltre un milione di euro per riparare i danni alla struttura del Centro identificazione ed espulsione (Cie) causati dai sempre più frequenti atti di violenza, risse e evasione verificatesi in quest’ultimo anno , in alcuni casi con successo. Lo ha dichiarato il questore Antonio Tozzi durante la presentazione della Festa della Polizia, che ha anche preannunciato la possibile chiusura del centro durante i lavori di sistemazione. «Il progetto per l’intervento – ha dichiarato Tozzi – c’è già e a giorni il Dipartimento centrale in accordo con la Prefettura di Gorizia avvierà l’iter per la gara europea d’appalto dei lavori la cui durata sarà definita entro l’estate. Potendo procedere per lotti il centro non verrà chiuso e solo una parte dei detenuti sarà certamente trasferita. Ma – conclude Tozzi – si potrebbe rendere necessaria anche la chiusura totale durante il cantiere». Il piano d’ intervento prevede opere sia edili e strutturali, necessarie per riparare i danni causati durante i disordini scoppiati nel centro, sia l’installazione di sofisticate apparecchiature elettroniche con il potenziamento della sorveglianza con telecamere. I danni maggiori sono stati provocati in due occasioni quando un folto gruppo di extracomunitari nel dicembre del 2008 tentarono più volte di fuggire e nell’agosto dello scorso anno quando, durante una sommossa completarono i danneggiamenti dei sistemi di sorveglianza. Il questore, però, garantisce che anche così il Cie è abbastanza sicuro. «Le carenze delle difese passive vengono coperte dalla maggiore presenza e impegno nella sorveglianza garantita dal personale delle forze dell’ordine – ha sottolineato Tozzi -. Al momento sono 170 i detenuti ospitati al Cie su una capacità di 240. Molti di loro hanno alle spalle l’esperienza del carcere per reati diversi. Sono per la maggior parte nord e centro africani, tunisini e magrebini, etnie con una forte conflittualità ancestrale. In alcuni casi – precisa il dottor Tozzi – vi sono anche problemi di dipendenza da droghe. La tensione fra gruppi è alta anche causa dalla mancanza di speranza di poter restare in Italia e di essere destinati all’espulsione. Negli ultimi tempi inoltre si sono registrati casi di autolesionismo. Fatti che accadono più spesso dopo pochi giorni dall’arrivo», aggiunge Tozzi». Ferite da lametta sulle braccia, cucitura delle labbra, ingerimento di oggetti sono funzionali ad essere ricoverati nelle strutture sanitarie cittadine, sia per uscire dal centro, sperando in condizioni più agevoli di vita, sia per conquistare una sorta di leadership nei confronti degli altri detenuti. Non sono comunque segnalati atti di vessazione da parte del personale. «La situazione – conclude il questore di Gorizia – è sotto controllo e l’organico è sufficiente a garantire la sicurezza». Apprensione per le ricadute sul tessuto sociale della presenza del Cie a Gradisca è stata ripetutamente manifestata dalla popolazione e dalle forze politiche. In particolare l’amministrazione comunale, dando una prima risposta alla città, ha avviato, con fondi regionali per la sicurezza, interventi di potenziamento dell’illuminazione pubblica nella zona.
Marzo 17th, 2017 — General, Ultime
da indymedia
http://lombardia.indymedia.org/node/29179
Torino, 14 maggio 2010 ore 16 Porte Palatine.
LIBERTA’ IMMEDIATA PER ANDREA -ASILO-, GABRIELE, I COMPAGNI DEL 12 MAGGIO E TUTTI!!
Doveva essere la solita azione pacifica ad effetto mediatico per chiedere la libertà dei nostri compagni arrestati e quelli inquisiti il 12 Maggio 2010, ma questa volta qualcosa, non per colpa nostra, è andato storto…
Verso le 16 di venerdì 14 Maggio, un gruppo di solidali si è avvicinato pacificamente alle Porte Palatine, situate a pochi passi dal Duomo, dove dal 10 Aprile c’è la kermesse folcloristica dell’ostensione della sindone, ed ha steso uno striscione nero -vedi foto- .
Immediatamente è arrivato un agente in borghese del commissariato vicino, e con fare minaccioso e vioolento ha ordinato ai propri colleghi di fermare alcuni nostri Compagni. E così fra la tensione alle stelle che hanno creato gli uomini in divisa, Andrea e Gabriele sono stati strattonati, ammanettati e portati in questura. Sembrava, ed in effetti era una cosa da poco… Nel senso che, se si ragiona, ma gli sbirri difficilmente lo fanno… è talmente assurdo che, per uno striscione esposto si vada in galera… Qui ormai viene violato il seppur minimo diritto d’espressione… La tanto democrazia di merda che va a sventolare il presidente Napolitano…
No! La polizia non ci sta a fare l’ennesima figura di merda, come la sera precedente al Salone del libro… Ecco perchè sono intervenuti così violentemente contro un azione pacifica…. Ecco perchè i Nostri Compagni Andrea e Gabriele ora sono in galera con le accuse di resistenza, violenza e lesioni!
Ci faremo sentire molto presto!
TUTTE E TUTTI LIBERI!!!
Già da domani saremo in strada a lottare!