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Marzo 17th, 2017 — General, Montagna
ASSEMBLEA PUBBLICA
ad ALESSO di Trasaghis (Ud)
presso il CENTRO SOCIALE
VENERDI 10.09.2010 – ORE 20.00
Il progetto Edipower distruggerà il nostro lago,
il più grande della regione, che non sarà più
Lago di Cavazzo o Lago dei Tre Comuni
ma
LAGO di EDIPOWER
Di fronte a questa prospettiva
TU cosa fai per evitarla?

Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Dal Messaggero Veneto del 08/09/10
Cie, capi-rivolta condannati
Il processo Sono stati condannati a otto mesi di reclusione, senza condizionale, i due maghrebini accusati di aver capeggiato la rivolta scoppiata, nella notte fra il 28 e il 29 agosto al Cie di Gradisca, che ha causato sei feriti tra i militari chiamati a svolgere il servizio di vigilanza nella struttura di via Friuli. La sentenza è stata pronunciata ieri, attorno a mezzogiorno, dal gup Massimo Vicinanza, che ha riconosciuto gli imputati colpevoli del reato di violenza a pubblico ufficiale: caduti invece i capi di imputazione relativi a lesioni e danneggiamento, dei quali erano stati accusati in un primo momento gli immigrati. Il processo è stato celebrato con la formula del rito abbreviato. Il pm Luigi Leghissa, pur riconoscendo agli imputati le attenuanti generiche per le difficili condizioni che la permanenza al Cie comporta, aveva chiesto per i due un anno e tre mesi di reclusione. Rimangono, dunque, rinchiusi nella casa circondariale di via Barzellini L.A., 24enne marocchino, e il 25enne tunisino G.N., che nei giorni scorsi si era inferto profonde ferite agli avambracci con un’arma da taglio. L’avvocato difensore dei due immigrati, Flavio Samar, attenderà ora che la sentenza venga depositata per presentare eventualmente l’istanza per l’ottenimento dei domiciliari, che i maghrebini dovrebbero in ogni caso scontare nelle strutture del Cie. I due, ospitati dal centro gradiscano rispettivamente da luglio e marzo, erano già stati condannati lo scorso anno a otto mesi di reclusione per violazione della Bossi-Fini.
Marzo 17th, 2017 — General, Tracciati FVG
Da Il Piccolo del 09/09/10
I No-Tav chiedono un Consiglio straordinario
BAGNARIA Nuovo appello del comitato No Tav di Bagnaria: «Il Comune convochi un Consiglio straordinario». «La frazione di Castions sarà toccata dalla linea – insorge il portavoce Gian Carlo Pastorutti – . É perciò fondamentale che lì venga convocato un Consiglio comunale straordinario, aperto agli interventi dei cittadini». Secondo i No Tav i punti da chiarire sono molti: «Il Consiglio comunale di Bagnaria – continua Pastorutti – non ha ancora approvato il protocollo d’intesa Sonego, che nel 2008 è stato firmato solo dal sindaco. Bisogna ridiscutere anche del protocollo a latere firmato da Comune, Regione e Rfi, dove le parti si impegnavano a fare opportune verifiche. E il sindaco deve rispondere pubblicamente degli ultimi gravi avvenimenti, che hanno visto avviare i carotaggi senza interpellare gli enti locali». «Non ho alcun problema a parlarne pubblicamente – risponde il sindaco Anselmo Bertossi – oggi si riunirà la giunta. Ma i Consigli comunali non prevedono interventi da parte dei cittadini, per cui si potrà pensare a un’assemblea pubblica». Anche per l’assessore all’Ambiente Lorenzo Ferigutti «solo sulla base di dati oggettivi, bisogna ridiscutere della necessità o meno di rinnovare la rete ferroviaria, sul tracciato esistente o quello nuovo. Rimango però contrario al modo in cui sembra che sia stato deciso il tracciato, con il protocollo a latere che non è stato considerato. In quel documento, Comune, Regione e Rfi si impegnavano a verificare se fosse possibile rimanere sul tracciato esistente invece di realizzarne uno nuovo. In ogni caso si prevedeva di realizzare barriere anti rumore e d’impatto visivo». Il tema investe anche Torviscosa, da dove il sindaco Roberto Fasan è intervenuto nuovamente per chiarire la sua posizione: «Nessuna presa di distanza dal “protocollo Sonego firmato dai sindaci”: la mia è soltanto una presa d’atto, in attesa che l’amministrazione venga interessata alla valutazione degli elaborati tecnici che ci verranno presentati dopo la loro predisposizione da parte di Rfi. Per coerenza e per non prestare il fianco a critiche di carattere politico l’amministrazione non prenderà alcuna posizione che possa essere strumentalizzata. La mia presenza all’assemblea di venerdì era dovuta semplicemente alla necessità di chiarire che il Comune ha firmato il protocollo d’intesa del 2008, contrariamente a quanto trafugato». Elena Placitelli
Marzo 17th, 2017 — General, Loro
INIZIATI I CAROTAGGI ANCHE IN CARSO…MA NON TUTTO GLI E’ANDATO LISCIO
La scorsa settimana fra venerdì e sabato (fonte il giornale in lingua slovena Primorski) ci sono stati dei carotaggi per la TAV (analoghi a quelli bloccati a Bagnaria Arsa) sia a Duino-Aurisina che a Santa Croce. La ditta pare sia di Genova quindi potrebbe essere diversa da quella dei lavori a Bagnaria a cui hanno revocato il contratto pochi giorni fa.
Mentre a Duino sono riusciti a farli tranquillamente (il sindaco Ret ha dichiarato che era stato informato), a Santa Croce (Comune di Sgonico) hanno iniziato a fare il carotaggio in un terreno delle comunelle (associazioni slovene) che non erano state avvertite così come il Comune.
Alcuni esponenti delle comunelle si sono accorti della cosa, sono piombati sul terreno e hanno fatto interrompere a metà il carotaggio e la trivella ha fatto fagotto.
Le comunelle stanno decidendo se fare denuncia per danni al terreno.
Pare che il comune di Sgonico abbia chiesto alle ferrovie un incontro urgente per la prossima settimana.
A breve nuovi aggiornamenti.
Uno del Comitato NOTAV di Trieste e del Carso
Marzo 17th, 2017 — General, Precari
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Il futuro negato alla scuola pubblica
Lettera aperta a studenti e genitori
Oggi, 13 settembre 2010, inizia un nuovo anno scolastico e pensiamo sia urgente, come insegnanti che vedono nella dignità del lavoro il fondamento di ogni sistema veramente democratico, rivolgerci a studenti, genitori e a tutta l’opinione pubblica per denunciare la gravissima situazione in cui versa la scuola italiana.
Ad uno sguardo superficiale tutto sembra procedere nei modi consueti; in realtà la “riforma” della ministra Gelmini e i provvedimenti finanziari adottati dal governo stanno determinando cambiamenti strutturali che non potranno non affossare il sistema d’istruzione pubblico del nostro paese.
Nell’anno scolastico 2010/2011 nella nostra regione:
1. L’offerta formativa è decisamente peggiorata per le seguenti ragioni:
· il monte ore di diverse discipline è stato ridotto e alcune materie sono scomparse dai curricoli;
· sono stati tagliati, in tutti gli ordini di scuola, 378 posti di lavoro per docenti e 259 per il personale amministrativo tecnico ausiliario, con la conseguenza che oggi centinaia di lavoratori e lavoratrici della scuola si trovano senza lavoro;
· sono state eliminate 890.000 ore di lezione;
· sono state ridotte le ore di sostegno per gli allievi portatori di handicap.
2. È diminuito il numero delle classi e contemporaneamente è aumentato il numero di alunni per classe (a partire da un minimo di 27), con la conseguenza che le singole aule spesso non sono adatte a contenere un numero così elevato di allievi, secondo quanto previsto dalle norme di sicurezza (leggi 626/1994 e 81/2008).
3. è prevista un’ulteriore riduzione dei finanziamenti ministeriali alle scuole a tal punto da compromettere il normale funzionamento dell’attività scolastica, con alcune conseguenze facilmente prevedibili:
· i singoli istituti saranno costretti a chiedere contributi sempre più onerosi alle famiglie;
· i diversi istituti incontreranno una crescente difficoltà nel pagamento delle supplenze e nell’acquisto dei materiali didattici necessari allo svolgimento delle lezioni.
4. I lavoratori e le lavoratrici della scuola hanno visto peggiorare la propria condizione a causa del blocco degli scatti stipendiali e del mancato rinnovo del contratto nazionale per i prossimi tre anni.
Mentre negli altri stati europei, pur in presenza di una profonda crisi economica, i governi hanno tutelato la qualità del proprio sistema scolastico, riconoscendolo come patrimonio fondamentale per il futuro del paese, in Italia si è deciso di togliere risorse alla scuola, in un’ottica ottusa ed esclusiva di risparmio, che non può avere altra conseguenza che il degrado del sistema educativo pubblico, incapace già oggi di garantire i livelli di eccellenza raggiunti negli anni passati.
Di fronte a questa gravissima situazione noi docenti rifiutiamo di rimanere inerti e silenziosi e intendiamo avviare una forte mobilitazione, proponendo le seguenti forme di protesta:
-immediata segnalazione alle autorità competenti delle situazioni di sovraffollamento delle aule che contrastano con le vigenti norme di sicurezza;
-blocco dei viaggi e delle visite d’istruzione, attualmente possibili solo grazie all’impegno volontario e non retribuito dei docenti, sui quali ricadono pesanti responsabilità civili e penali;
-rifiuto di progettare e svolgere attività aggiuntive al normale orario di cattedra, che attualmente sono possibili grazie all’impegno volontario e solo parzialmente retribuito dei docenti, quali ad esempio scambi culturali con scuole estere, laboratori artistici e teatrali, cineforum, conferenze, progetti di approfondimento culturale e professionale…;
-rifiuto da parte degli insegnanti di ruolo di accettare ore eccedenti all’orario di cattedra, per favorire il lavoro dei colleghi precari;
-rifiuto da parte degli insegnanti di svolgere supplenze eccedenti all’orario di cattedra, per favorire il lavoro dei colleghi precari.
In questi anni ci siamo impegnati/e con convinzione in tanti progetti per elevare la qualità del nostro intervento educativo e per arricchire la scuola di nuove esperienze formative; è quindi con sofferenza che assumiamo e rendiamo pubblica una scelta così radicale, ma riteniamo necessario denunciare la contraddizione di un governo che da una parte degrada con tagli drastici il sistema pubblico di istruzione, e dall’altra propone attraverso i mass media una falsa immagine di scuola pubblica riformata e di qualità.
Con questa lettera intendiamo portare in superficie il disagio vissuto da chi opera nella scuola e avviare una riflessione approfondita sul sistema educativo, che coinvolga studenti e famiglie allo scopo di difendere la qualità dell’istruzione pubblica statale.
CHIEDIAMO A STUDENTI E GENITORI DI COMPRENDERE LE MOTIVAZIONI DELLA NOSTRA PROTESTA E DI ESSERE SOLIDALI CON NOI.
GRUPPO AUTOCONVOCATO DOCENTI
SCUOLE SUPERIORI DI UDINE
Cip. Via Bassi 36, Udine
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Da Il Piccolo del 10/09/10
L’INCHIESTA
Nell’inferno del Cie poliziotti contro operatori
Grave conflitto di competenze tra i controllori mentre gli ospiti seminano il terrore
Drammatico paradosso
di GIOVANNI TOMASIN
GRADISCA D’ISONZO I dipendenti di una cooperativa costretti a fare i ”poliziotti” ma perseguiti dai poliziotti veri ogni volta che all’interno scoppia una rivolta. La Polizia che non può fare il proprio mestiere, gli ”ospiti” che ne combinano di tutti i colori. Beffa e paradossi nell’inferno del Cie.
Le evasioni in massa e le rivolte hanno guadagnato più volte un posto nelle cronache nazionali al Centro di intentificazione ed espulsione di Gradisca. Negli ultimi mesi, poi, questi eventi si sono ripetuti a scadenza quasi settimanale. Eppure sono soltanto gli effetti più eclatanti delle dinamiche e delle tensioni che si accumulano all’interno del centro: conficcato come un corpo estraneo nel bel mezzo alla campagna gradiscana, il Cie è un mondo a parte, privo di contatti con l’esterno. Dietro alle mura i rapporti tra i cosiddetti ”ospiti”, gli operatori socio-sanitari e le forze dell’ordine sono regolati da meccaniche proprie. Le porte del Cie sono ermeticamente chiuse per la stampa, così il Piccolo ha ricostruito la vita nel Cie facendola raccontare ad alcuni dei suoi protagonisti.
LO SCONTRO. «All’interno del Cie è in corso un vero e proprio conflitto tra operatori socio-sanitari e le forze dell’ordine, perché le funzioni degli uni e degli altri non sono chiare».
A dirlo è un sindacalista della Cisl che lavora all’interno del Cara, il centro per i richiedenti asilo che si trova all’interno del complesso. La controversia tra polizia e operatori è una conseguenza delle normative ambigue che regolano il centro: ufficialmente gli immigrati del centro non sono carcerati, ma persone trattenute per motivi amministrativi.
Per questo motivo le forze dell’ordine non sono autorizzate a trattare gli ospiti del Cie: si limitano a sorvegliare il perimetro esterno per evitare che si verifichino evasioni. I rapporti con gli immigrati sono gestiti invece dagli operatori socio-sanitari di Connecting People, il consorzio che ha in appalto la gestione del centro. Come dimostrano le rivolte delle ultime settimane questa organizzazione non è efficace nel gestire rivolte e fughe.
«Ora le forze dell’ordine pretendono che gli operatori facciano anche da guardie – dice il sindacalista -. E quando gli ospiti riescono a scappare la colpa viene data agli operatori».
LE SOSPENSIONI. Tra agosto e settembre la prefettura ha sospeso l’accesso al Cie a due operatori di Connecting people impedendogli, di fatto, di lavorare: in entrambi i casi le sospensioni sono legate a evasioni di ospiti. «Ma dovrebbe essere la polizia a impedire le fughe – dice il sindacalista -. Sta passando il concetto per cui se il poliziotto sbaglia, è il dipendente a dover pagare». La Cisl ha richiesto un incontro con il prefetto Maria Augusta Marrosu per dirimere la questione: «Il problema è politico – prosegue -, e la prefettura deve stabillire con le responsabilità degli uni e degli altri».
LA STRUTTURA. Il Cie è un mondo a sè, celato dietro il muro di cinta, alto diversi metri, che si affaccia sulla strada regionale 305. Se ci si addentra nella campagna retrostante il centro, però, si scopre il suo volto autentico. Sul retro della struttura non c’è traccia del muro in cemento: forse la sua presenza risponde a esigenze più estetiche che di sicurezza. Si vedono invece le sbarre altissime che servono a impedire le fughe degli ospiti, e gli edifici in cui vengono alloggiati. Lungo il perimetro passeggiano i militari del servizio di guardia.
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VENERDÌ, 10 SETTEMBRE 2010
Otto ospiti su 10 sono ex detenuti
GRADISCA Secondo un rapporto di Medici senza frontiere l’80% degli ospiti del Cie era composto da ex detenuti. Il rapporto risale al 2008 ma quella percentuale è valida ancora oggi, assicura la Cisl. La presenza di criminali all’interno di un centro pensato per trattenimenti a carattere amministrativo crea inevitabilmente pesanti scompensi: «Sconcerta la rilevante presenza di ex detenuti tra la popolazione detenuta nei Cie – spiega il rapporto di Msf – nei cui confronti sarebbe stato possibile procedere all’identificazione nel corso della detenzione. In tale modo, per l’incapacità delle strutture amministrative preposte, nei fatti si determina un indebito allungamento del periodo di detenzione». Gli ex detenuti intervistati intervistati da Msf denunciano il periodo di reclusione nel Cie con rabbia e frustrazione come un’estensione ingiustificata della pena già scontata. «La presenza di ex detenuti nei Cie – prosegue il rapporto -, oltre ad essere irragionevole rispetto alle finalità per cui è stato istituito il sistema di detenzione amministrativa, rischia di generare ripercussioni negative in termini di condizioni di vita e di modalità di erogazione dei servizi a danno di tutti gli altri trattenuti, soprattutto di quelli appartenenti a categorie vulnerabili».
Questi ultimi sono coloro che non hanno compiuto alcun reato e, non avendo permesso di soggiorno, vengono trattenuti in vista dell’espulsione: i clandestini. Il percorso con cui finiscono nel Cie è rocambolesco: dopo essere stato fermato dalle forze dell’ordine, l’immigrato riceve l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale dalla questura. A quel punto viene portato davanti a un giudice di pace e gli viene affidato un difensore d’ufficio. Il giudice ne decreta infine il trattenimento nel Cie (fino a 180 giorni) ai fini dell’espulsione.
Il procedimento è macchinoso perché mima le dinamiche di un vero processo, come spiega Francesco Cecotti di Asgi – Ics (associazione studi giuridici sull’immigrazione): «Tutto questo iter procedimentale è necessario perché il provvedimento questorile è un mero atto amministrativo il quale, da solo, non può consentire il trattenimento fino a 180 giorni di un soggetto che non ha compiuto alcun reato. Perciò si tiene udienza presso il giudice di pace. La presenza di un difensore è necessaria perché deve essere rispettato il diritto di difesa dello straniero la cui libertà personale verrà limitata. A quel punto il giudice di pace, verificati tutta una serie di presupposti, emette un decreto motivato nelle successive quarantotto ore». È così che per l’immigrato si aprono le porte del Cie. «In quei centri si trovano anche persone con esperienze traumatiche di detenzione carceraria all’estero, persone con problemi psichiatrici – conclude Cecotti -, insomma, c’è di tutto». (g.tom.)
Marzo 17th, 2017 — Concerti/Varie, General
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Le stragi nelle cisterne:
35 morti in 4 anni

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Marzo 17th, 2017 — General, Studenti
Marzo 17th, 2017 — CIE = Lager, General
Da Il piccolo del 11/09/10
I vicini: «Sentiamo le loro urla»
di GIOVANNI TOMASIN GRADISCA Vivere a poche centinaia di metri da un Cie significa dover fare i conti situazioni fuori dalla norma: le grida di protesta che provengono dal centro durante le rivolte, il dispiegamento delle forze dell’ordine in caso di evasioni e molto altro. I VICINI. «Non è certo un bel vivere», spiega un’anziana signora. La sua casa dista poche centinaia di metri dal Cie, e a separarla dal muro di cinta c’è soltanto qualche campo e dei cespugli. «Una volta qui era una zona tranquilla – ricorda -, ora quando scappa qualcuno abbiamo le volanti della polizia e dei carabinieri che corrono a tutto gas sotto casa». La signora non ha mai avuto problemi con gli immigrati che sempre più spesso riescono a tagliare la corda: «Assolutamente no – dice -, però comunque non viviamo tranquilli». Qualche fastidio ce l’ha invece Matteo Trevisan: la sua famiglia coltiva un pescheto che sta esattamente alle spalle del Cie. «L’anno scorso è arrivato un gruppo di immigrati, quelli che hanno il permesso di uscire – ovvero gli ospiti del Cara, il centro per richiedenti asilo interno alla struttura – e con i sacchi si sono portati via chili e chili di pesche». Un avvenimento soltanto apparentemente insignificante: «Se è per una pesca va bene – dice Trevisan – ma quando si iniza a portar via dei sacchi pieni diventa un problema. Quello è il nostro lavoro». L’episodio si è ripetuto anche in seguito, anche se in proporzioni minori: «Vengono, magari in tre o quattro, e quando mi avvicino scappano – spiega -. Siamo andati a parlare al centro ma non abbiamo mai ottenuto niente, ci promettono volanti che non arrivano mai». Nel vicinato del Cie sono nate poi le classiche dicerie su quello che avviene all’interno del centro: «Sembra che per fuggire si facciano scala l’uno con l’altro fino a saltare la recinzione – dice un signore – e poi scappano verso Sagrado per prendere il treno. Ma nel mio giardino non sono mai passati. Quando ci sono le rivolte, però, li sentiamo eccome». IL CARA. Oltre ai vicini, c’è anche un altro gruppo di persone che può testimoniare in parte di quello che succede nel Cie. Sono proprio gli ospiti del Cara: al contrario degli immigrati trattenuti nel Cie, i richiedenti asilo sono liberi di uscire dalle mura del centro. Chi vive a Gradisca li conosce bene: ragazzi dai tratti medio orientali o africani, vestiti in modo povero ma decoroso. Qualcuno porta al collo una kefiah . È facile, se si passa da quelle parti, scambiare quattro chiacchere con loro sullo ”scomodo vicino”, il Cie. Incontriamo un giovane iraqeno, un po’ provato dal recente ramadan . Come lui in tanti scappano da guerre più o meno conosciute in Iraq o nel Kurdistan turco. Alcuni fanno domanda d’asilo e entrano nei Cara, tanti finiscono nei Cie: «Nel Cie c’è confusione – ci racconta nel suo italiano stentato – e vediamo sempre tanta polizia»
“I Cie sono Lager”
di LUIGI MURCIANO GRADISCA «I Cie sono lager». È la condanna che il vescovo di Rovigo Lucio Soravito de Franceschi ha pronunciato dopo la sua visita al centro di Gradisca. Parole che hanno suscitato la contrarietà del presidente del Veneto Luca Zaia. Il vescovo ha voluto vedere in prima persona un Cie dopo che il governo ha manifestato l’intenzione di aprire una struttura analoga nel Polesine. Il presule non ha dubbi: «L’esistenza dei Cie è inaccettabile – ha detto -, soprattutto per un popolo di emigranti come il nostro. Dobbiamo aiutare gli stranieri a inserirsi, integrandoli, non rinchiudendoli». Immediata la reazione del successore di Giancarlo Galan, il governatore Luca Zaia: «In linea di principio posso capire le preoccupazioni della Chiesa, però c’è una legge italiana che prevede queste strutture e va applicata – ha detto Zaia -. Riguarda persone per diversi motivi raggiunte da decreto di espulsione, che nulla hanno a che fare con le politiche di integrazione, per le quali il Veneto è al primo posto a livello internazionale. Il 5% del pil regionale è frutto del lavoro degli immigrati per bene, da non confondere con quelli che pensano di poter venire qui senza documenti e vivere di espedienti. Quando si parla di accoglienza e solidarietà bisogna stare attenti a non confondere chi realmente approda in Italia perchè in fuga da guerra e fame con chi invece non scappa affatto da morte sicura. Mi riferisco soprattutto ad albanesi, marocchini e tunisini: stando ai dati diffusi dalle forze dell’ordine, sono le etnìe che delinquono di più e che riempiono i Cie. Non dimentichiamo poi — ha aggiunto Zaia — che il 70% della popolazione carceraria è costituita da extracomunitari. Sono gli stessi migranti onesti a chiederci rigore e sicurezza. Come vanno puniti gli italiani che non rispettano la legge, allo stesso modo si devono identificare, attraverso i Cie, e rimandare a casa loro gli stranieri che la violano. Devono capire che per stare in Italia bisogna avere le carte in regola, come nei loro Paesi, noi non siamo certo i più tonti». La struttura veneta, ormai è molto probabile, dovrebbe sorgere a Zelo, nel Polesine dopo che inizialmente era stata prospettata una collocazione nel Trevigiano. La decisione del governo ha reso nuovamente attuale la situazione del 2005, quando – con una mossa disperata – l’allora governatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy tentò di convincere il collega Galan ad accettare sul proprio territorio la struttura per immigrati prevista (e poi realizzata) a Gradisca. Sfruttando magari il piglio autoritario di sindaci alla Gentilini. Non se ne fece nulla. Ora, cinque anni dopo, anche il Veneto scopre i Cie. E ieri proprio a Treviso un cittadino dell’Honduras fuggito il 15 agosto scorso dal Cie di Gradisca è stato bloccato dalla polizia al Pronto soccorso dell’ospedale «Cà Foncello», dove si era recato per una medicazione. L’uomo, che durante l’evasione si era ferito ad un braccio, aveva fatto ricorso quello stesso giorno alle cure dei medici dell’ospedale di Gorizia, i quali avevano avvertito la Questura. All’arrivo degli agenti, però, lo straniero era già scappato. Per l’immigrato è scattato il decreto di espulsione ed è stato quindi accompagnato alla frontiera. La settimana scorsa la Prefettura di Gorizia ha autorizzato lavori straordinari di ristrutturazione all’interno del centro, dopo le rivolte e le fughe degli ultimi mesi: gli interventi riguarderanno la recinzione esterna e la dotazione di nuovi sistemi tecnologici e di videosorveglianza che dovranno garantire a forze dell’ordine e operatori un maggiore controllo del centro.
Dal Messaggero Veneto del 12/09/10
Cie, migliorie alle misure di sicurezza
GRADISCA. La Prefettura di Gorizia ha autorizzato lavori straordinari di ristrutturazione all’interno del Cie (Centro identificazione ed espulsione) di via Udine. Il provvedimento è stato deciso in seguito ai disordini e alle fughe d’immigrati dello scorso mese di agosto. La notizia è trapelata ieri da fonti della stessa Prefettura. Un intervento distinto da quello autorizzato subito dopo la doppia rivolta di ferragosto e destinato al ripristino d’inferriate, porte e finestre antisfondamento, risultate pesantemente danneggiate nel corso dei disordini. Il nuovo provvedimento della Prefettura goriziana, infatti, riguarda l’adeguamento dei sistemi di sicurezza passivi: in particolare, il ripristino del sistema di telecamere a circuito chiuso, del sistema anti-intrusione a infrarossi e il riposizionamento di alcune sezioni delle recinzioni rimosse nel 2007. Saranno ripristinati, in sostanza, le inferriate in origine sistemate a protezione delle camerate e, soprattutto, i cosiddetti offendicula, le sezioni ricurve normalmente poste in cima alle recinzioni. Interventi a più riprese invocati dai sindacati di Polizia e indicati come un passaggio necessario per ristabilire un grado di sicurezza accettabile nella struttura, tanto che l’iter dei lavori era stato avviato già nel 2008. Sindacati che sono tornati a prendere la parola ieri, quando è stata la segreteria provinciale di Gorizia del Sap a replicare come sia «un errore affermare che c’è conflitto tra operatori delle forze di Polizia e dipendenti dell’ente gestore del Cie di Gradisca. Se ci sono state responsabilità, che la Prefettura ha individuato su segnalazione del questore, non gestendo il rapporto di lavoro ma la sicurezza della struttura ha legittimamente ritenuto di vietare l’accesso a determinati operatori di Connecting people (il consorzio cooperativistico trapanese che gestisce il Cie di via Udine, ndr)». Sui lavori annunciati dalla Prefettura, invece, il Sap precisa: «Restano i pregiudizi per la sicurezza di tutti, causati dal mancato ripristino delle celle di parcellizzazione annunciato dalla Prefettura dal dicembre 2008. Va poi reso irraggiungibile il tetto». Ieri, intanto, uno degli immigrati clandestini fuggiti a ferragosto è stato bloccato dalla Polizia a Treviso, nel pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello in cui s’era recato per una medicazione. L’uomo, che durante l’evasione si era ferito a un braccio, aveva fatto ricorso quello stesso giorno alle cure dei medici dell’ospedale di Gorizia, i quali avevano avvertito la Questura. Ma all’arrivo degli agenti lo straniero era già scappato. Sempre ieri è stato scarcerato, con ordinanza del Tribunale di Trieste, il marocchino arrestato per aggressione, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Marco Ceci