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Polemica a Visco: «Non cancellate quel campo di concentramento»

da il Messaggero Veneto

VISCO. L’unico campo di concentramento del regime fascista in Italia ancora intatto, a Visco rischia lo smantellamento. Lo ha denunciato lo storico Ferruccio Tassin. Al quale il Comune replica: «Lo ricorderemo magari con una lapide, non possiamo porre sotto tutela tutta l’area».

Secondo Tassin «l’attuale amministrazione comunale intende vendere la caserma “Sbaiz” costruita proprio sul campo attivo fin dagli anni Trenta e di fatto distruggerne la memoria». Il Fascismo aveva costruito al confine orientale d’Italia diversi campi di concentramento per “rieducare” i nuovi cittadini italiani della provincia di Lubiana: oltre a Visco erano stati costruiti campi a Gonars, Sdraussina, Fossalon e Castagnevizza (Gorizia), Arbe (oggi Slovenia) dove morirono di fame, sete e freddo 1.500 internati. L’u nico a dare ancora tracce di sé è appunto quello di Visco.

La caserma “Sbaiz” infatti fu costruita a partire da quel campo dei quali ancora oggi porta visibili tracce. «E tutto questo – ha spiegato Tassin – non va disperso. Abbiamo chiesto alla Soprintendenza di intervenire e di bloccare la vendita degli immobili ora passati nella disponibilità del comune».

Contro lo smantellamento del campo di concentramento di Visco recentemente si è espresso anche lo scrittore italiano di lingua slovena, Boris Pahor, il quale ha proposto che il sito divenga “monumento nazionale” a ricordo dei crimini perpetrati dal Fascismo contro gli sloveni. Pahor ha rifiutato nei giorni scorsi un’onorificenza dal Comune di Trieste proprio perché il “fascismo” non è posto nell’elenco dei persecutori della ex Jugoslavia. Lo stesso Pahor venne internato dai nazisti ricorda commenta Ferruccio Tassin che è il coordinatore della Associazione “Terre sul Confine” di Visco.

Allo storico replica l’amministrazione per bocca del vicesindaco Giuseppe Vetri. «Vogliamo tutelare quanto rimane del campo di concentramento, ma non possiamo porre a tutela tutti i 120 mila metri quadrati della caserma Sbaiz. In Italia ci sono tantissimi centri e luoghi teatro di battaglie o altro, ma non per questo si deve tutelare tutto».

 

Vetri ricorda che «quasi tutta la caserma ha i tetti in amianto e quindi rappresenta un problema di ordine pubblico e sanitario. Noi vogliamo ricordare che in questo luogo c’è stato un campo, magari con una lapide, ma non possiamo porre sotto tutela tutta l’area».

L’amministratore ha anche criticato il comportamento della Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia. «Gioca allo scaricabarile – ha spiegato Vetri – perché sul tema ha già ricevuto una risposta da Roma, ma non ci ha comunicato nulla. Anche per questo intendiamo ricorrere alla Procura della Repubblica e denunciare questa omissione di atti d’ufficio».

Gessica Mattalone

 

(05 gennaio 2010)

MUTAMENTI CLIMATICI

Mutamenti Climatici. Australia: la peggior inondazione da 120 anni

NOTAV: iniziative dei comitati della Bassa Friulana

Da Il Piccolo del 13/01/11

 

Il Comitato sulla Tav: Bassa martoriata dai cantieri

BAGNARIA «Tra Ronchi e Portogruaro la Tav brucerà un milione di metri quadrati di territorio». É l’allarme lanciato ieri dal Comitato No Tav di Bagnaria Arsa, che ha annunciato una serie di assemblee pubbliche con l’obiettivo di informare i cittadini sul progetto preliminare della nuova tratta ferroviaria. Il primo incontro si terrà domani a Bagnaria, nella sala parrocchiale alle 20.30. Si proseguirà con l’appuntamento di martedì, al bar “Al Milione” di Corgnolo e venerdì 21 gennaio nella vecchia scuola elementare di Castions delle Mura. La presentazione e l’analisi da parte del Comitato è stata organizzata dopo che, il 30 dicembre scorso, i Comuni interessati hanno recepito il progetto preliminare della Tav.
«Lo stesso giorno – spiega il portavoce Giancarlo Pastorutti – è stata avviata la procedura di Valutazione di impatto ambientale, ed entro 60 giorni tutti i cittadini possono inviare osservazioni sui vari aspetti del progetto. Dalle relazioni e dalle prime analisi delle cartografie – riprende Pastorutti – risulta che l’opera è particolarmente impattante sia per il territorio di Pocenia, dove la Tav corre parallela all’autostrada A4 Venezia–Trieste, che all’interno dei comuni di Porpetto, Torviscosa e Bagnaria Arsa, che sono interessati alla cosiddetta “Variante dei Sindaci” contemplata nel protocollo Sonego del 2008».
L’aspetto più criticato riguarda la cantierizzazione tra Portogruaro e Ronchi che «oltre ad occupare quasi un milione di metri quadri di territorio, implica la movimentazione di diversi milioni di metri cubi di ghiaia e terra, con evidenti ripercussioni sul traffico non solo locale. Con umiltà e senza presunzione – continua il portavoce del Comitato – ci mettiamo al servizio della collettività, per dare un contributo di informazione su questa opera così impattante». Non manca la frecciatina al sindaco di Bagnaria, Anselmo Bertossi. La polemica tocca il problema della commissione Viabilità, che l’amministrazione comunale non ha ancora convocato, nonostante le ripetute pressioni da parte di Giancarlo Pastorutti, che ne è membro. «Proprio per questo motivo – chiosa il portavoce – ho inviato un esposto alla Prefettura di Udine e all’assessore regionale competente Andrea Gralatti. Quando il sindaco l’ha saputo, per ritorsione ci ha negato la possibilità di fare le fotocopie in Comune e di pubblicare le nostre notizie sul sito “Il Claut”, usando come pretesto il fatto che il Comitato non è riconosciuto come associazione».
Elena Placitelli

Vivaro (PN): 30 anni dalla morte di Umberto Tommasini

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PROGRAMMA

ore 9.30
proiezione video con intervista a Umberto Tommasini (1976)

ore 10.00
introduzione, saluti e intervento di Gianluigi Bettoli (Storico locale)

ore 10.30
interventi di Claudio Venza e Clara Germani (co-autori del libro su
Umberto Tommasini)

ore 11.00
interventi di amici e compagni di Umberto Tommasini e del pubblico

ore 11.30
esecuzione di alcuni pezzi del repertorio musicale anarchico

ore 12.00
deposizione di una corona presso il cimitero di Vivaro in memoria di Umberto Tommasini

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Inondazioni: tocca al Brasile

Mutamenti climatici: il Brasile peggio dell’Australia

 

 

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Commemorazione di Umberto Tommasini: io non parteciperò

Umberto Tommasini non solo l’ho conosciuto, ma sono anche uno dei pochi rimasti a poter dire di aver condiviso con lui la miltanza anarchica (dal 1975 al 1979 circa). Umberto sarà pure anagraficamente nato a Trieste (da famiglia proletaria emigrata dal paese friulano di Vivaro), ma era friulano e non triestino. La questione può sembrare insignificante ed artificiosa, se si rileva che Umberto era anarchico, rivoluzionario ed internazionalista, ma diventa importante nel momento in cui, in particolare, si è scelto di dare al libro su di lui una caratterizzazione geo-politica che non era certo obbligatoria. Nessuno scandalo, per carità, che il libro sia stato scritto in triestino, la scelta è stata corretta, anzi questa sì inevitabile, in quanto riflesso di una realtà oggettiva. Il libro infatti è una testimonianza di storia orale ed Umberto, con le compagne ed i compagni di lotta, a Trieste, parlava triestino.  Altrettanto ovviamente si deve rilevare che a Trieste si parla prevalentememte triestino mica italiano, questo è semplicememte un dato di fatto. Viceversa, per controesempio e per stimolo alla riflessione, si deve rilevare che ad Udine invece si parla prevalentemente italiano mica friulano; anche questo è semplicemente un dato di fatto. Tralasciate per ora le questioni linguistiche, che,  per loro natura intrinseca, sono molto complesse e richiedono un’analisi approfondita che non si può svolgere in questa sede, veniamo alle motivazioni attuali che mi rendono impossibile partecipare ad una  commemorazione sia pure prevista a Vivaro, dove, non casualmente, Umberto è stato sepolto nel 1980. Già molti anni fa (1983)  mi sono (ci siamo) trovati a contestare la commemorazione di Giovanni Casali per il quale era stata deposta una lapide nell’atrio del Municipio di Prato Carnico. Ci si era chiesti, che senso ha che un anarchico venga commemorato in forma, anche solo parzialmente, istituzionalizzata? Non si tratta solo di una contraddizione, ma di un vero e proprio snaturamento della realtà delle cose. Più in generale ci si deve chiedere: chi si fa garante della continuazione del trattamento coerente delle spoglie e della memoria degli anarchici dopo la loro morte? Sarà senz’altro capitato anche in altre parti, ma è drammaticamente capitato anche a noi, dover scontrarci violentemente con la famiglia di un giovane compagno, Maurizio Faidutti di Mortegliano,  morto in circostanze accidentali, del quale i genitori hanno inteso, violando l’identità del figlio, celebrare il funerale in chiesa. (E quando muoio io …). Così, vuoi per ragioni famigliari, vuoi per ragioni storico-culturali, vuoi perchè comunque è un riconoscimento, … in fin dei conti va spesso a finire che, ciò che non è stato possibile in vita, diventa invece possibile dopo la morte, vale a dire una qualche forma di recupero e snaturamento dell’identità e della storia di un anarchico. In realtà molti  anarchici ci pensano già da soli a snaturare in vita il patrimonio di idee che in qualche modo hanno avuto l’occasione di acquisire, ma almeno quelli che hanno sviluppato fino in fondo il patrimonio ideale, politico e culturale dell’anarchismo,  è giusto che siano trattati in maniera coerente con la loro identità professata.  Quindi, nella fattispecie,  mi chiedo, per esempio: cosa c’entra GianLuigi Bettoli, notoriamente marxista,  con Umberto Tommasini e l’anarchismo? E poi, perchè ancora una volta “regalare” il nostro patrimonio a intellettuali, associazioni ed infine istituzioni, che con noi non c’entrano nulla? La commemorazione di un anarchico deve essere trattata come un capitolo dell’anarchismo e non come un evento da proporre nel baillame della rappresentazione culturale, magari con l’obiettivo, anche legittimo, di dargli maggiore respiro. Non vedo la necessità di trovare collaborazioni esterne per situazioni di questo genere. Personalmente avevo anche sollevato l’idea che la memoria di Umberto fosse collegata alla vicenda degli OGM, (vicenda che ha reso il Paese di  Vivaro noto in ambito internazionale) e quindi ad un fronte di lotta territorialmente radicato e politicamente qualificante, ma il messaggio non è stato colto e si è proceduto ad una commemorazione rituale, non condivisa,  e, per quanto mi riguarda, non accettabile.

Paolo De Toni – Cespuglio – 14 gennaio 2011

NO TAV/ Sono incastrati! Lubiana dice No al tracciato alto

Il Piccolo

DOMENICA, 28 FEBBRAIO 2010 Pagina 6 – Attualità

Alta velocità, la linea per Divaccia riparte da zero Ma ora manca il collegamento col Porto di Trieste

di MAURO MANZIN

TRIESTE Corridoio 5, o meglio, la tratta Trieste-Divaccia? Si ricomincia da zero. A Lubiana si sono incontrati il viceministro alle Infrastrutture, Roberto Castelli con il sottosegretario ai Trasporti sloveno, Igor Jakomin. Sul tavolo le planimetrie del progetto della Trieste-Divacia per l’appunto. L’Italia ha presentato però il progetto di un nuovo tracciato che corre a Sud di quello originario che forma una sorta di toboga ai limiti della Val Rosandra per innestarsi all’altezza di Crni Kal con la linea Capodistria-Divaccia. Un progetto, quello predisposto dalla parte italiana, che unirebbe direttamente Trieste a Capodistria con una bretella che incanalerebbe il traffico ferroviario in direzione Divaccia. Progetto però che ha incontrato subito una netta opposizione della Slovenia. Il sottosegretario Jakomin ha fatto notare che il nuovo tracciato meridionale comporterebbe per la Slovenia un cambiamento del piano urbanistico già approvato e che prevede l’innesto dell’Alta velocità all’altezza di Crni Kal.
E siccome la realizzazione di un nuovo piano urbanistico per la legge slovena determinerebbe la perdita di almeno ulteriori tre anni questo comprometterebbe per Lubiana l’apertura dei cantieri, prevista per la seconda metà dell’anno in corso, del raddoppio della tratta strategica Capodistria-Divaccia. E metterebbe altresì in pericolo i finanziamenti provenienti per l’opera dal Patto di coesione con l’Unione europea. Il viceministro Castelli, da parte sua, ha preso atto delle argomentazioni slovene ribadendo però che il progetto che sfiora la Val Rosandra resta inaccettabile per la parte italiana in quanto ha ricevuto parere negativo dal ministero dell’Ambiente e andrebbe a intaccare il sottosuolo del Carso in   un’area protetta. I due interlocutori hanno quindi deciso di riprendere in mano la cosiddetta soluzione Nord, quella che passa per Opicina per poi collegarsi a Divaccia. A questo proposito sono già stati calendarizzati una serie di incontri tra i tecnici dei due Paesi per rendere fattibile questa soluzione.
«Le strutture ministeriali e quelle della Regione – precisa l’assessore regionale ai Trasporti, Riccardo Riccardi – si incontreranno a breve e hanno già in programma una serie di riunioni per esaminare la nuova ipotesi». Uno dei temi diventa ora il collegamento con la nuova traccia a Nord con il porto di Trieste. «Questa ipotesi è la prima che noi abbiamo ”sponsorizzato” ma non garantiva – prosegue – alcuni paramentri comunitari sull’alta velocità e ora saranno esaminate ulteriori varianti e, a quel punto, quando si verificheranno le condizioni per una sostenibilità a Nord è evidente che a seguito di quello bisognerà capire come collegare il porto di Trieste, perché per noi è l’elemento determinante». Insomma lo scalo triestino rimane ancora tra color che son sospesi.

 

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Notizia tratta dal sito ClubRadio

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TAV: TRIESTE-DIVACCIA; LUBIANA, STOP A TRACCIATO ALTO

La Slovenia non considera percorribile l’ipotesi del tracciato ‘alto’, che non tocchi la città di Trieste, per il collegamento ferroviario tra il capoluogo giuliano e Divaccia, che fa parte del Corridoio 5. La posizione è emersa ieri a Lubiana – secondo quanto si è appreso in serata – dove i viceministri ai Trasporti Roberto Castelli e Igor Jakomin si sono incontrati in modo informale. Nelle scorse settimane l’Italia aveva formalizzato la proposta di un nuovo tracciato ‘alto’, che riprende in sostanza il percorso della rete ferroviaria esistente sull’asse Ronchi dei Legionari-Aurisina-Opicina-Divaccia e andrebbe a sostituire il tracciato su cui è già stato raggiunto l’accordo in passato. La parte slovena, però, non si è detta disposta a modificare il tracciato concordato, che in Italia è considerato troppo impattante sia dalla Regione Friuli Venezia Giulia che dal Comune di Trieste, oltre che dagli ambientalisti.

ENERGIA/ Ai Triestini non piace mica tanto il rigassificatore

Il Piccolo 27 febbraio

Il rigassificatore divide la città
Ecco i risultati del sondaggio

rigassificatore, Swg, Stefania Prestigiacomo

In molti considerano il progetto di Gas Natural un’ipotetica fonte di rischio per la città ma, al contempo, contestano l’ennesimo rifiuto di un insediamento industriale. Altri, invece, si dicono favorevoli ad un referendum consultivo sulla realizzazione del rigassificatore. Sono queste, in linea generale, le opinioni espresse dai triestini (1400 intervistati) nel sondaggio Swg che ha fatto registrare un sostanziale pareggio per quanto riguarda il gradimento o meno dell’impianto

Preoccupati per l’ambiente, decisi allo sviluppo Il rigassificatore spacca i triestini a metà

In molti considerano il progetto di Gas Natural un’ipotetica fonte di rischio per la città ma, al contempo, contestano l’ennesimo rifiuto di un insediamento industriale. Altri, invece, si dicono favorevoli ad un referendum consultivo sulla realizzazione del rigassificatore. Sono queste, in linea generale, le opinioni espresse dai triestini nel sondaggio Swg che ha fatto registrare un sostanziale pareggio per quanto riguarda il gradimento o meno dell’impianto

di Furio Baldassi

TRIESTE. Temono che il rigassificatore possa rappresentare una fonte di rischio per la nostra area ma allo stesso tempo contestano l’ennesimo rifiuto di un insediamento industriale. Vorrebbero un referendum consultivo sulla sua realizzazione ma si dicono ben consci che col nuovo impianto probabilmente si potrebbe avere qualche ritocchino in basso sul costo dell’energia. Sono i triestini fotografati dalla Swg, che nel sondaggio realizzato con il Piccolo mandano a referto un sostanziale pareggio per quanto riguarda il gradimento o meno dell’i mpianto.


SONDAGGIO SWG-PICCOLO
I risultati

«È importante osservare – annota Maurizio Pessato, amministratore delegato della società di indagini demoscopiche – come il dato sia stato oggetto di una sostanziale mutazione tra il 2007, data del primo sondaggio, e il 2010. C’è molta più considerazione, ad esempio, per il fattore rischio e maggiore preoccupazione per il fattore ambientale, legate però a una netta presa di posizione in favore del risparmio energetico e delle ricadute occupazionali che l’impianto di Gas Natural potrebbe apportare».

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, allora? Quasi, se si considera l’estremo equilibrio che il ”panel” di 1400 intervistati via web ha saputo raggiungere. Negli ultimi tre anni, per rifarsi a quanto detto da Pessato, certe opinioni sono decisamente cambiate, talvolta in maniera radicale. Per quanto concerne i problemi legati al rigassificatore, è passata dal 59 al 65 per cento la percentuale di persone che temono l’impatto delle acque fredde sull’ambiente marino e dal 53 al 58 per cento quella di chi si inquieta per il possibile impatto del cloro sulla catena alimentare.

Contestualmente, però, è scesa dal 44 al 38 per cento la percentuale di chi prefigura possibili limitazioni alla pesca e dal 60 al 49 quella di chi intravede un impatto negativo sul paesaggio. A incidenti, esplosioni e alla possibilità di attacchi terroristici crede infine appena il 2 per cento degli interpellati. Rimane sempre in maggioranza, inoltre, la percentuale di chi vede dietro all’impianto la possibilità di avere energia a un prezzo più favorevole. Erano, è vero, il 69 per cento nel 2007 ma anche nell’a nno in corso costituiscono comunque un non trascurabile 54 per cento. Meno entusiasmo, invece, per il possibile aumento dell’o ccupazione, cui crede ancora il 49 per cento, perdendo ben cinque punti rispetto al 2007.

Sono passati inoltre dal 10 al 29 per cento gli scettici, quelli cioè che non credono che il rigassificatore possa avere alcuna ricaduta per la città. Quasi schizofreniche appaiono inoltre le opinioni, diciamo così, in libertà. Gli interpellati, dunque, convengono che i rigassificatori presentano un elevato potenziale di rischio per la popolazione (52 per cento) ma anche che Trieste non può permettersi di rifiutare un ulteriore progetto industriale (51 per cento).

Hanno ben presente (49 per cento) il risparmio energetico possibile e se la prendono anche con gli ambientalisti, «che tendono sempre a esagerare le conseguenze di qualsiasi insediamento industriale o energetico (56 per cento) e con i tecnici delle grandi società, «che tendono sempre a minimizzare i rischi degli impianti produttivi ed energetici» (70 per cento). Uno a uno e palla al centro, insomma, in attesa che si decida se e come consultare la popolazione in maniera più accurata.

(27 febbraio 2010)

MUTAMENTI CLIMATICI/ Devastazioni e morti in Francia

Repubblica 28 febbraio

La perturbazione ha colpito in particolare e le zone centrali. Venti a 100 km all’ora e inondazioni. Tra le vittime un bambino. Bloccata la stazione di Bordeau

Venti fino a 150 chilometri orari e inondazioni hanno provocato il disastro
in Bretagna e nella parte centrale del Paese.

Maltempo, in Francia 16 morti per la violenta tempesta Xynthia  

Una strada distrutta a causa dell’inondazione nella Francia occidentale

ROMA – E’ di almeno 16 morti il bilancio delle vittime dal maltempo in Francia, in particolare della violenta tempesta Xynthia che da ieri ha colpito il Paese, in particolare Normandia e Bretagna. Tra le vittime anche un bambino di 10 anni. Lo riferiscono le versioni online dei quodidiani francesi. Un milione di famiglie sono prive di energia elettrica. Ritardi fino a due ore per i treni; inattiva la stazione di Bordeaux. Annullati finora 70 voli da Air France nell’aeroporto parigino di Roissy. A provocare i danni peggiori, il vento, che soffia fino a 150 chilometri l’ora, e le inondazioni sulle coste. Si preannuncia un disastro peggiore di quello avvenuto nel 1999, quando morirono 92 persone a causa della tempesta e delle inondazioni.

La profonda depressione sub-tropicale è partita sabato da Madeira, in Portogallo, puntando verso il Nord; in serata è entrata nel Golfo di Biscaglia, passando poi in Bretagna da dove partirà lentamente verso il Mare del Nord. Battezzata Xynthia, la tempesta ha raffiche di vento tra i 130 e i 150 chilometri orari, ma raffiche più violente (fino a 150 km/h) sono state registrate nell’estuario della Loira, nella Gironda e sui Pirenei. Le autorità hanno raccomandato estrema cautela a chi vuole mettersi in viaggio. In Vandea, una delle zone più colpite, molte persone si sono arrampicate sui tetti per sfuggire alla furia dell’acqua. In Bretagna sono state evacuate una dozzina di case, allontanati anche i pazienti di una casa di cura vicino Guingamp.

(28 febbraio 2010)

 

Corriere

MALTEMPO

Uragano in Francia, danni e vittime

Tempesta sulla Francia, vittime
e danni – Foto

19:14 ESTERI «Xynthia» flagella la costa occidentale: inondazioni, blackout e 45 morti

Video

1° MARZO/ Udine: egemonizzato dal centrosinistra

Messaggero Veneto DOMENICA, 28 FEBBRAIO 2010 Pagina 5 – Udine

«Con la crisi gli extracomunitari perdono lavoro e possibilità di rimanere in Italia»

Gli immigrati scioperano: «Ci discriminate»

Domani la prima agitazione dei lavoratori stranieri. In provincia sono 40 mila

ABDOU FAYE (CGIL)

LA PROTESTA

Manifestazione con operai, commessi, badanti, commercianti e imprenditori Appuntamento in piazza San Giacomo. Musica e interventi. Parlerà anche Honsell

di CRISTIAN RIGO

Operai e commessi. Impiegati e badanti. Ma anche commercianti e imprenditori. Tutti stranieri e tutti «stanchi di essere discriminati». Al punto da aver organizzato per domani il primo sciopero degli immigrati. Un’iniziativa che punta a coinvolgere anche gli «italiani stanchi del razzismo» e a dimostrare che «senza il contributo dei lavoratori stranieri la società friulana non funzionerebbe più». Anche perché gli immigrati lavoratori nella sola provincia di Udine sono circa 40 mila.
Per manifestare tutto il loro disagio, gli stranieri hanno scelto la cornice di piazza San Giacomo dove dalle 17.30 alle 21 circa si alterneranno sul palco diversi musicisti friulani tra i quali anche Red Storm Sound, dj Tubet, dj Ng, Urban Lifestyle, Mad Volcano, Dek Ill Ceesa e dj Brain Burger. E accanto alla musica sono previsti alcuni interventi compreso quello del sindaco Furio Honsell. Alle 18, in contemporanea con altre piazze d’Italia, saranno lanciate centinaia di palloncini. La “rivoluzione in giallo” (dal colore ufficiale della giornata scelto per la sua “neutralità” politica e come simbolo del cambiamento) si ispira al movimento francese “La journée sans immigrés: 24h sans nou” ed è promossa dal comitato “Primo marzo 2010 contro il razzismo” che su Facebook ha già raccolto 50 mila adesioni, comprese quelle di tante organizzazioni tra le quali anche Amnesty, Arci, Acli, Legambiente, Emergency, Amref, Cobas, Fiom. Allo sciopero aderiscono pure il Partito democratico, il Prc, Sinistra, ecologia e libertà e i Socialisti.
Tra gli organizzatori della manifestazione di domani, curata da Alessandro Oria e Hosam Aziz del Pd, c’è la Cgil che ha rinnovato la richiesta condivisa da tutti i sindacati di adottare delle specifiche misure anti-crisi sul fronte dell’immigrazione. «Perché gli extracomunitari – spiega Abdou Faye, responsabile dell’immigrazione della Cgil di Udine – rischiano di essere due volte vittime del difficile momento del mercato. Da un lato perché sono tra i primi a perdere il posto e dall’altro perché oltre al lavoro possono perdere il diritto a rimanere in Italia. Anche se si tratta di persone che si trovano qui da anni e che per anni hanno lavorato pagando regolarmente le tasse, c’è infatti il pericolo concreto di vedersi negata la possibilità di restare nel nostro Paese. A chi resta senza lavoro – spiega Faye – la legge consente di rinnovare il permesso di soggiorno per soli sei mesi. E oggi, con la maggior parte delle aziende costrette a fare ricorso alla cassa integrazione se non addirittura a chiudere, trovare un’occupazione stabile in sei mesi, non è un’impresa facile». Per questo motivo la Cgil ha chiesto di prevedere, nelle misure anti-crisi, anche la sospensione per due anni della legge Bossi Fini.
Lungo, a parere di Faye, l’elenco delle «discriminazioni» subìte dagli stranieri in Fvg. «Per accedere alle case popolari dell’Ater – ricorda – servono 10 anni di residenza in Italia di cui almeno 5 in reginoe e lo stesso vale per il bonus bebé. Per la carta famiglia ne servono 8 in Italia e 1 in regione. Il fondo povertà è riservato ai cittadini dell’Ue residenti in Fvg da almeno 36 mesi: gli extracomunitari sono comunque esclusi. E gli esempi potrebbero continuare». Ecco perché Faye parla di «un’esasperazione crescente degli stranieri che si sentono penalizzati e presi di mira». Tanto da aver deciso di scendere in piazza.