Monfalcone: sentenza amianto, attesa infinita e rischio prescrizione

da Il Piccolo del 26 novembre 2014

 

A Monfalcone da oltre un anno aspettano il deposito delle motivazioni del primo grado
Il giudice Trotta: «Ci vuole ancora qualche mese». Incombe la prescrizione A PAGINA 24

Sentenza amianto, attesa infinita

Sono attese dal 15 ottobre 2013. Il magistrato però tranquillizza le parti:
«Tutti possono confidare nella giustizia». «Questa sentenza ha priorità assoluta»
 

Trotta: «Le motivazioni pronte fra qualche mese»

IMPEGNO DOVEROSO Ho il massimo rispetto per tutte le parti processuali Questo rispetto mi sta imponendo dei ritmi serrati

Intanto è in corso in tribunale di Gorizia anche il processo bis per la morte di 72 cantierini, causata dall’amianto, che vede sul banco degli imputati i vertici dell’ex Italcantieri. Con la deposizione dei due consulenti di lunedì si sono conclusi i testi indicati dalla pubblica accusa sostenuta in questo processo dai pm Vaentina Bossi e Laura Collini. Toccherà ora ai testi della parte civile e della difesa che saranno sentiti a partire dalla prossima udienza fissata per il 29 gennaio dal giudice monocratico Nicola Russo (nella foto). Il prossimo 19 maggio inizierà invece, sempre al Tribunale del capoluogo isontino la prima udienza del terzo processo per la morte da amianto riguardante 40 cantierini con imputati sempre i vertici dell’ex Italcantieri e rappresentanti delle ditte esterne.di Corrado Barbacini «La sentenza sulle vittime dell’amianto è una priorità assoluta, è un impegno che non intendo assolutamente disattendere. Sono consapevole dell’importanza della sentenza. Sarà depositata entro qualche mese ma, anche prima, se mi sarà possibile. Tutte le parti processuali possono confidare nella giustizia». Matteo Trotta, presidente del Tribunale di Trieste, parla come giudice monocratico del processo monstre di Gorizia. Un anno e un mese fa ha pronunciato la sentenza di primo grado per la morte causata dall’esposizione all’amianto di 85 operai del cantiere di Monfalcone. Da allora nessuno, nè degli avvocati difensori, nè delle parti civili, ha avuto riscontro concreto attraverso la motivazione delle decisioni del giudice Trotta. E ora più tempo passa più si avvicina il rischio della prescrizione. Anche se, dopo la sentenza di primo grado, resta sempre – a fronte dell’eventualità della prescrizione – la strada del giudice civile ma solo nell’ipotesi in cui appunto la dichiarazione di prescrizione sia intervenuta prima della pronuncia della sentenza. Il 15 ottobre 2013 il giudice Trotta aveva inflitto tredici condanne per omicidio colposo per una pena complessiva di 55 anni e 8 mesi. A Vittorio Fanfani, 93 anni, e Manlio Lippi, 90 anni, al vertice dell’Italcantieri, quelle più pesanti, 7 anni e mezzo di carcere. Seguono poi Giorgio Tupini, 90 anni, ex presidente dell’Italcantieri, 6 anni e 6 mesi. Enrico Bocchini, 90, già presidente del Cda, 6 anni e mesi. Mario Abbona, 90 anni, responsabile aziendale della sicurezza, 4 anni e mezzo. Corrado Antonini, 79 anni, ex direttore generale, 4 anni e 4 mesi. Antonio Zappi, 77 anni, vice direttore, 4 anni e 6 mesi. Aldo La Gioia, 85 anni, responsabile della produzione, 3 anni e 4 mesi. Roberto Schivi, 74 anni, direttore generale del personale, 2 anni e 8 mesi. Cesare Casini, 85 anni, vice direttore generale 2 anni e 6 mesi. Infine, due anni a Glauco Noulian, 89 anni, dirigente della sede centrale, a Italo Massenti, 84 anni, responsabile del settore acquisti e a Livio Minozzi, 67 anni, dirigente dell’ufficio personale. La posizione di La Goia sarà stralciata perchè nel frattempo è deceduto. «Priorità», ripete Trotta. Aggiunge: «Nessun diritto alla giustizia mancato». Poi sottolinea: «Per rispetto di tutte le parti processuali. Questo rispetto mi sta imponendo ritmi di lavoro serrati: devo contemperare l’impegno con l’incarico di presidente del Tribunale di Trieste. Sto facendo un lavoro immenso e molto complesso se si pensa che solo per l’elenco dei capi di imputazione sono state scritte ben 176 pagine». Rileva: «Il compito è davvero notevole. È reso ancora più difficile dalle complesse tematiche da affrontare che non sono esclusivamente giuridiche». Ma anche dalla mole degli atti processuali: oltre 20mila pagine, centinaia di faldoni. Racconta poi la storia di quella sentenza nata da undici processi paralleli. «Furono avviati – dice il giudice Trotta – dopo separati decreti emessi dal gup per plurimi omicidi colposi e lesioni colpose, reati tutti conseguiti a patologie correlate all’asbesto, aggravati dalle violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro in materia di tutela della salute e dell’integrità fisica dei lavoratori esposti alle polveri d’amianto nel cantiere di Monfalcone». Continua: «In quella circostanza era stato ritenuto che la riunione dei processi non avrebbe causato un ritardo nella loro definizione, ma che era funzionale a un’accelerazione dell’iter processuale. Questo in quanto l’istruttoria dibattimentale non aveva avuto ancora inizio in alcuni e in altri doveva essere necessariamente rinnovata. In molti processi era infatti cambiato il giudice e i difensori degli imputati non avevano acconsentito all’utilizzo delle prove assunte dal giudice precedente. Erano inoltre state considerate ragioni non certamente secondarie di economia processuale». E poi spiega: «Le aspettative dei familiari e la legittima attenzione dei mass media, e cioè in definitiva l’aspettativa di giustizia, mi hanno imposto in assenza di soluzioni alternative l’assunzione dell’onere della trattazione degli undici processi». Ripete: «Sono consapevole del rilievo del processo per le vittime e gli imputati».

 

Tempi ritenuti troppo ristretti dai legali per gli eventuali ricorsi. La prima udienza 4 anni e mezzo fa

È la prescrizione il timore delle parti offese

Non solo le parti offese, ma anche i difensori degli imputati condannati sono in attesa delle motivazioni delle sentenza del maxi-processo. Un atto necessario per presentare ricorso alla Corte di appello. Dal giorno della deposizione, i legali hanno tempo 45 giorni per presentare il ricorso. Un termine perentorio, al contrario del giudice che, se è vero che aveva annunciato il giorno della sentenza la motivazione in 90 giorni (poi prorogata di altri 90), non ha tempi limite per consegnare la sua relazione. E per i legali, siccome è scontato che dovranno esaminare migliaia di pagine, i tempi sono davvero ristretti. Le parti civili temono poi che il protrarsi dei tempi intervenga nel secondo grado di giudizio e poi all’eventuale Cassazione la prescrizioni del reato penale (omicidio colposo) per quelle morti più lontane nel tempo. Il tempo tra l’altro è sempre stato tiranno per questa indagine sulle morti da amianto confluita poi nel primo maxi-processo. Ci sono volute 94 udienze e tre anni e mezzo per giungere alla sentenza, importante perché ha aperto la strada agli altri due procedimenti già incardinati al tribunale di Gorizia. Ma ce ne saranno altri perché gli esposti-denuncia continuano a giungere sul tavolo della Procura e si prevede che i decessi a causa dell’assunzione d’amianto continuino fino oltre il 2020: la malattia ha infatti un’incubazione lunga, che può arrivare fino a 35-40 anni e ai cantieri navali di Panzano l’amianto è stato utilizzato fino a metà degli anni Ottanta. Il maxi-processo, iniziato nell’aprile 2010, è nato dopo un’indagine lunga e laboriosa che si era incagliata nelle stanze della Procura goriziana tanto che l’allora procuratore generale Deidda, dopo le proteste dell’Associazione esposti amianto che aveva interessato pure il presidente della Repubblica Napolitano, aveva avocato a sè l’inchiesta. Un’accelerata all’indagine era stata poi data nel 2009 dal procurato capo Ajello che aveva creato un pool composta da magistrati, polizia giudiziaria e tecnici dell’Inail e dell’Ass per informatizzare la gran mole di documenti pari a migliaia di documenti raccolti in 50 faldoni.


da Il Piccolo del 27 novembre 2014

«Quella del giudice Trotta sembra una dichiarazione d’impotenza». Casson: «Più di un anno? Mi sembra un po’ troppo…»

Maran: «Questa è giustizia negata»

L’ESPONENTE DI SCELTA CIVICA Chi altri doveva organizzare il lavoro? Contro la disorganizzazione non c’è legge che tenga
di Laura Borsani A oltre un anno dalla sentenza del primo maxi-processo amianto, pronunciata il 15 ottobre 2013, si dovrà dunque ancora attendere «qualche mese» prima di veder depositate le motivazioni. Si andrà al prossimo anno. Le parole del presidente del Tribunale di Trieste, Matteo Trotta, se volevano rassicurare hanno invece suscitato l’effetto opposto. Parole lette come «un’ammissione di impotenza». Ritardi ritenuti “angoscianti” e “stupefacenti”. L’ex magistrato e attuale senatore del Pd, Felice Casson, ha osservato, pur evidenziando la necessità di “vedere le carte processuali” per essere in grado di esprimere un parere compiuto sul “caso monfalconese”: «Più di un anno, mi sembra un po’ troppo». Ma il senatore di “Scelta civica”, Alessandro Maran, va ben oltre: «Trovo stupefacente – ha esordito – che dopo più di un anno dalla pronuncia della sentenza non sia stata ancora depositata la motivazione. Non c’è dubbio che, come sottolinea il giudice, il compito sia “notevole”, ma quella del presidente del Tribunale di Trieste sembra un’ammissione di impotenza. Chi altri deve redigere e depositare le motivazioni? Chi altri deve organizzare il lavoro? Contro la disorganizzazione non c’è legge che tenga». Maran ha aggiunto: «Prendo atto che per il giudice la sentenza sulle vittime dell’amianto è una priorità assoluta. Sulla questione, tuttavia, interpellerò il Ministro della Giustizia. Una giustizia troppo ritardata è una giustizia negata». Parlare ancora di attesa, sotto l’incedere dei tempi di prescrizione, non può rassicurare. Un processo emblematico e significativo, per il quale sono stati sanciti il reato di omicidio colposo e le relative responsabilità, consegna un quadro che già di per sè s’allontana dall’esigenza di poter avere una giustizia compiuta. L’avvocato Riccardo Cattarini, difensore di due degli imputati al maxi-processo usciti assolti, responsabile regionale giustizia per il Pd, ha definito «angosciante» la prospettiva di altri mesi di attesa circa le motivazioni alla sentenza. Il legale chiama in causa anche il sistema gestionale della giustizia: «È mancato un sostegno complessivo, di tutti ma in particolare dell’amministrazione della giustizia perchè i grandi e indubbiamente riconosciuti sforzi prodotti dalla magistratura fossero portati definitivamente a compimento». Cattarini quindi ha argomentato: «Se da un lato bisogna riconoscere al giudice Trotta, e ancor prima a due bravi sostituti procuratori, Leghissa e Bossi, e a tutti i loro collaboratori, di avere avuto una forza e un’energia incredibili e che senza di loro il maxi-processo non si sarebbe mai celebrato, è davvero angosciante apprendere che si dovrà ancora aspettare. Avevo già definito questo processo storico per il nostro territorio, e ne sono ancora oggi pienamente convinto. Tuttavia, c’è stato un problema che attiene alla gestione della giustizia e questo giustifica i ritardi: Trotta, assieme alla celebrazione del processo, ha dovuto occuparsi di tutte le attività che gli spettavano come presidente del Tribunale di Gorizia, le difficoltà del quale sono a tutti note. Così il processo s’è trascinato qualche volta stancamente, con 3, massimo 4 udienze al mese, mentre ne sarebbero state necessarie almeno una quindicina, quasi tutti i giorni, al massimo a giorni alterni. Ora lo stesso magistrato, proprio nel momento in cui aveva iniziato a stendere la motivazione, è stato nominato a presidente del Tribunale di Trieste: carica evidentemente importante, ma che gli porta via un sacco di tempo in questioni organizzative e che non hanno nulla a che fare con la stesura delle motivazioni alla sentenza per il processo di Gorizia, e il rischio-prescrizione inevitabilmente cresce».

da Il Piccolo del 28 novembre 2014
 
SCANDALO AMIANTO

«A Monfalcone prescrizione rischio vero»

Duro documento di Bruno Pesce, coordinatore dei famigliari delle vittime di Casale: «Reale rischio di decadenza del reato». BORSANI A PAGINA 22
 
Duro commento di Bruno Pesce, coordinatore dei familiari delle vittime di Casale: «Reale rischio di estinzione del reato»

«Per Monfalcone la giustizia si è bloccata»

di Laura Borsani Oltre un anno di attesa delle motivazioni alla sentenza del maxi-processo amianto, pronunciata il 15 ottobre 2013, è il segno tangibile che la giustizia si è bloccata. Lo sostiene, non senza sorpresa e manifestando «piena solidarietà a tutti i congiunti delle vittime di Monfalcone e del suo territorio», il coordinatore dell’Associazione famigliari e vittime amianto di Casale Monferrato e Cavagnolo, Bruno Pesce. Dalla comunità ancora scossa dalla sentenza di Cassazione che ha azzerato il processo Eternit in virtù della prescrizione del reato di disastro ambientale doloso, non sono giunte solo manifestazioni di vicinanza al Monfalconese. Le parole sono forti e chiare: «Di fronte al caso di Monfalcone – osserva Pesce -, si prende atto che la giustizia si è bloccata. Questa situazione può creare, se non lo ha già fatto, il rischio che a danno di una parte sempre maggiore delle vittime e delle parti civili sopraggiungano le prescrizioni del reato». Romana Blasotti Pavesi, nata a Gorizia, dalla sua “trincea giudiziaria” piemontese ha osservato: «Sono molto arrabbiata. Nonostante i miei 85 anni, non voglio perdere la speranza che si giunga non solo a condannare i responsabili delle vittime dell’amianto, ma anche tutti coloro che si sono arricchiti sulla pelle dei lavoratori deceduti». Pesce esprime un concetto di fondo: «Prolungare in tempi incredibilmente lunghi la conclusione di un processo che riconosca il diritto di giustizia e il danno subito dalle vittime, significa premiare chi commette il reato. Questi ritardi della giustizia rappresentano un regalo di impunità per i responsabili riconosciuti colpevoli, mentre non c’è una minima garanzia di salvaguardia per le vittime di questo reato. La sentenza di Cassazione per il processo Eternit – aggiunge Pesce – ha privilegiato il garantismo assoluto a chi ha commesso il danno. Così viene presa a calci la giustizia per le vittime. È indegno per un Paese che voglia anche solo assomigliare ad essere civile». Pesce conclude: «Dal giorno della sentenza di Cassazione, abbiamo avuto altre quattro vittime per mesotelioma. Se dunque il disastro ambientale è ancora in corso, e lo sarà anche nei prossimi anni, come si può dichiararlo prescritto?».