Foibe: che boomerang! Una vera fobia!

Solo lo 0,6%

degli studenti

ha scelto

quel tema.

Delle foibe

non gliene frega

un cazzo

a nessuno!

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TRIESTE: lotta contro la cementificazione

Da Il piccolo del 23/06/10

 

PREVISTE TRA I PASTINI DELLA VALLATA SETTE PALAZZINE PER UN TOTALE DI 109 APPARTAMENTI

Rio Martesin, parte il ricorso al Consiglio di Stato

Nuova azione legale del Comitato di residenti e ambientalisti contro il progetto edilizio

I cittadini di Gretta e Roiano scendono in piazza oggi alle 18 nella vallata di Rio Martesin, ultima enclave verde tra le colline di Scala Santa e di Monte Radio. Obiettivo, cercare di fermare tre progetti edilizi di grandi proporzioni che interessano la loro vallata. A guidarli il Comitato spontaneo di Rio Martesin, che riunisce comitati spontanei cittadini (Valmaura, via del Pucino, Monte Radio, Cologna/Scorcola), gli ambientalisti di Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Trieste Europea e Greenaction e i professori Livio Poldini e Livio Crosato. Il Comitato presenterà il recente ricorso al Consiglio di Stato contro il progetto di costruzione di sette palazzine (ovvero 109 appartamenti) tra i pastini della vallata. «Qui si decidono le sorti della nostra valle – afferma per il comitato organizzatore il residente Dario Ferluga – ma i triestini devono sapere che questo tentativo di salvare dalla speculazione edilizia la nostra area è un problema comune».

Quanto al ricorso, «si è reso necessario – spiega il consigliere comunale dei Verdi Alfredo Racovelli – dopo che il Tar ne ha rigettato uno precedente con motivazioni non condivisibili rispetto a quanto previsto dalle normative vigenti». Quali i contenuti del documento inviato al Consiglio di Stato? Vi si evidenzia innanzitutto come i tre progetti edilizi sarebbero il risultato del frazionamento di un’unica iniziativa. A confermarlo, la previsione di un’unica rete viaria e infrastrutturale (luce, acqua a gas) al servizio delle sette palazzine. Una scelta, secondo Racovelli, che mentre consente al privato di realizzare profitto non tutela la finanza pubblica. La carenza di accessi, viabilità e reti andrebbe a ricadere come costo pubblico su tutta la comunità.

Il ricorso sottolinea come il Comune abbia scelto di dare ai richiedenti la concessione edilizia piuttosto che esigere la redazione di un piano particolareggiato per un’area priva di costruzioni. In questo modo si sarebbe autorizzato un carico insediativo (10mila metri cubi) superiore a quanto previsto da un piano particolareggiato, carico che per le sue proporzioni sarebbe dovuto essere sottoposto a valutazione di impatto ambientale (Via) in base alla legge regionale 43/90. Oltre al singolare silenzio/assenso della Soprintendenza ai Beni ambientali – così sostengono i comitati – nei progetti non v’è traccia di riferimenti alla fascia di rispetto necessaria ai corsi d’acqua, nella fattispecie al Rio Martesin.

Maurizio Lozei

San Giorgio di Nogaro: Tepee in tal parco

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L’oceano che muore

Comunicato urgente

Contro

la devastazione

del Pianeta

No si vent le tiare, le aghe, l’ajar,…

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Il G8 ha fallito, il G20 fallirà. Il capitalismo ha iniziato il suo percorso irreversibile di decadenza

Toronto: fuoco nel fuoco

Toronto: fuoco nel fuoco

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CORRIDOIO 5/ Sono allo sbando/ Report da Trieste

Questo pomeriggio a Trieste nella sala Tessitori in Piazza Oberdan si è svolta la presentazione del libro “Corridoio 5, Storia, Problemi e prospettive”, Atti di un Convegno dell’ Istituto Gramsci del 23-24 febbraio 2007. Alla fine del libro c’è anche un intervento dei Comitati No Tav della Bassa Friulana del quale pubblichiamo copia qui sotto. Presenti fra l’altro Debora Serracchiani e L’assessore Regionale Riccardi. La sostanza è che questi qua sono allo sbando. Della nuova tratta che sostituisce la Trieste Divaccia nessuno, in realtà, sa ancora nulla, nel senso che, nessuno ha avuto gli elaborati, ma è evidente che è un’improvvisazione per non perdere i 50 milioni della progettazione dati dall’ Europa. Il nodo più grosso però è la tratta veneta. Se entro la fine dell’anno non ci sarà un progetto preliminare completo semplicemente ne consegue che il Corridoio 5 è defunto! Lo ha detto la Serracchiani membro della commissione europea trasporti. Accanto a questo va rilevato che perfino il Direttore del Piccolo, Paolo Possamai, (moderatore al dibattito),  si è posto il problema: ma se nelle gallerie carsiche trovate una grotta che cosa fate? Boh? Da segnalare fra i peggiori in campo certamente l’ex parlamentare europeo Rossetti, un vecchio trombone che parlava a sproposito e si contraddiceva di continuo. Legambiente ha distribuito un volantino nettamente contrario al nuovo progetto ed anche il WWF sembrerebbe contrario (Predonzan era fra i relatori), ma non è stato per niente convincente.

Da parte nostra abbiamo rilevato che aspettiamo pazientemente i sei mesi che mancano, ma siamo fiduciosi che poi faremo festa, oppure continueremo a lottare

 

Vedremo la cronaca del Piccolo domani

 

Il nostro intervento inserito sul libro dell’Istituto Gransci

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CORRIDOIO 5: rassegna stampa del Piccolo

Da Il Piccolo

MARTEDÌ, 29 GIUGNO 2010

MA SULLA TRATTA TRANSFRONTALIERA IL TRACCIATO E’ ANCORA TUTTO DA DECIDERE

Riccardi: Corridoio 5 progettato entro dicembre altrimenti addio ai finanziamenti europei

 

TRIESTE Entro fine anno la progettazione preliminare del Corridoio 5 deve essere completata, pena la perdita dei finanziamenti europei. Lo ha ricordato ieri l’assessore alle infrastrutture, Riccardo Riccardi, nel corso del dibattito tenutosi nella sala Tessitori di piazza Oberdan a Trieste, in occasione della presentazione del libro ”Corridoio 5 – Storia, problemi e prospettive” curato da Romano Vecchiet. Nel corso del dibattito, moderato dal direttore de ”Il Piccolo” Paolo Possamai, Riccardi ha sottolineato come ci siano ancora dei nodi da sciogliere, primo su tutti l’allacciamento della tratta del Friuli Venezia Giulia con quella del Veneto.

«Esiste un problema sul punto di intersezione fra i due tracciati – ha affermato l’assessore – visto che il Veneto porta avanti il tracciato lungo la costa mentre noi abbiamo preferito l’affiancamento all’autostrada». Riccardi non ha nascosto le perplessità sulla scelta veneta «ma non posso entrare nelle lo decisioni. Di sicuro c’è che entro il 31 dicembre di quest’anno Italfer deve presentare al Governo un progetto preliminare, altrimenti il rischio è di perdere i finanziamenti comunitari». Tra oggi e domani Riccardi incontrerà i sindaci della Basa Friulana per definire alcuni dettagli della tratta regionale del Corridoio ferroviario. «C’è una sostanziale condivisione del territorio» ha assicurato l’assessore che non ha mancato di riconoscere il lavoro svolto dal predecessore, Lodovico Sonego.

Situazione diversa per la tratta transfrontaliera dove il forte dissenso creato dal tracciato che attraversava la Val Rosandra. Da qui la scelta di optare per il tracciato ”alto” che però ancora deve essere puntualmente definito sul piano tecnico così come va ancora valutata la connessione con il porto di Trieste. «Un tracciato definitivo ancora non c’è” ha sottolineato anche l’eurodeputata del Pd, Debora Serracchiani che a sua volta ha ricordato come anche per il coordinatore del progetto, l’olandese Brinkhorst, il nodo vero è quello dell’allacciamento con il Veneto. Secondo Serracchiani «l’Italia rischia di essere tagliata fuori sul piano infrastrutturale per problemi interni, e la questione Friuli Venezia Giulia – Veneto ne è un esempio, e per difficoltà a influire sulle scelte comunitarie».

Oltre ai nodi politici e tecnici, rimane ancora insoluta la questione delle risorse visto che lo stesso Riccardi ha ammesso che al momento «non si sa chi pagherà l’investimento la cui strategicità, comunque, è sotto gli occhi di tutti». Gli ambientalisti, rappresentati nel dibattito da Dario Predonzan (Wwf), ritengono che non siano necessari grossi interventi ma basterebbe potenziare le linee esistenti realizzando nuovi binari solo per eliminare i ”colli di bottiglia” nella Cervignano – Udine e nella S. Polo – Bivio di Aurisina. Interventi che Riccardi ritiene necessari e che potrebbero essere concretizzati rispettivamente ”con qualche decina di milioni e con 200 milioni” ma solo per affrontare il periodo in cui le infrastrutture de Corridoio 5 saranno realizzate. «Con questi interventi – ha assicurato l’assessore – si potrebbe aumentare di 5-7 volte la movimentazione di container dal porto di Trieste».

 

SGONICO. CONSIGLIO COMUNALE

«La giunta vigili sul progetto per il Corridoio 5»

SGONICO «Vigilare attentamente sulla progettazione del Corridoio 5». E’ questa la raccomandazione fatta alla giunta Sardoc, durante l’ultima seduta del consiglio comunale di Sgonico, da parte del capogruppo della Slovenska skupnost Dimitri Žbogar. L’esponente dell’opposizione ha ricordato le ultime evoluzioni del progetto della Tav. il cui percorso potrebbe interessare anche il territorio di Sgonico: «Auspico che la giunta faccia attenzione e vigili su tutti i progetti con grandi infrastrutture che potrebbero interessare i siti posti nel nostro comune, in particolare per quanto riguarda la Tav».

Preoccupazione aL riguardo è stata espressa anche dal vicesindaco Rado Milic: «E’ da anni che si parla di questo progetto ma i comuni interessati come il nostro continuano a non essere interpellati e informati». Milic ha evidenziato come «le ultime notizie apprese dalla stampa sul possibile tunnel non rassicurano di certo, anche perché ci chiediamo come si può pensare di perforare il Carso in prossimità della Grotta Gigante».

Il vicesindaco di Sgonico ha annunciato che a breve la giunta chiederà un incontro all’assessore regionale alle Infrastrutture Riccardo Riccardi, per avere delucidazioni in merito agli ultimi progetti sull’Alta velocità.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con riserva, il capogruppo del Pdl-Udc, Denis Zigante: «Sono sicuramente d’accordo con il consigliere Žbogar affinché il sindaco Sardoc vigili come chiesto pubblicamente in consiglio comunale, perché ritengo che l’amministrazione debba farsi coinvolgere su un tema così importante senza che questo arrivi sopra le nostre teste senza un controllo».

Allo stesso tempo però Zigante ha esplicitamente messo in chiaro di «non auspicare la creazione dei presupposti di una nuova Val di Susa, ossia di evitare uno scontro frontale senza avere prima spiegazioni e cautele sull’impatto controllato del progetto della Tav, perché il progresso deve avere la precedenza e non può essere ostacolato senza un valida ragione». (r.t.)

TRIESTE: occupato il comune dai residenti a Servola contro la Ferriera

Da Il Piccolo

MERCOLEDÌ, 30 GIUGNO 2010

 

IL CIRCOLO CONTRO LA FERRIERA

Protesta del Miani: «Abbiamo vinto»

Finita dopo 24 ore l’occupazione dell’aula municipale

«Noi abbiamo vinto, il sindaco Roberto Dipiazza ha perso». È stata questa la frase pronunciata ieri sera da Maurizio Fogar, fondatore e portavoce del Miani, circolo da tempo in prima fila nella battaglia per l’immediata chiusura della Ferriera di Servola, all’uscita dal Municipio dopo una notte e un’intera giornata di occupazione della saletta adiacente l’aula del consiglio comunale. Assieme a Fogar una dozzina di persone, anch’esse protagoniste della movimentata azione di protesta. Ad accogliere gli occupanti, in piazza Unità, c’erano un centinaio di sostenitori del Miani che da tempo protestano contro le emissioni prodotte dallo stabilimento servolano, muniti di vuvuzelas e cra-cra, schierati attorno a una decina di striscioni, il più vistoso dei quali, sistemato proprio sotto le finestre del Consiglio comunale, recava un’evidente scritta “vergogna”.

Fogar ha spiegato così la sua sensazione di vittoria: «È evidente che quando un Comune è costretto a utilizzare i metodi dei quali siamo stati vittime – ha detto il portavoce del Miani – sono i cittadini a vincere e la classe politica che governa a perdere». Fogar ha raccontato ai presenti di «un tenente dei vigili urbani che dopo la notte da noi trascorsa nella saletta, nella vana speranza di poter incontrare i capigruppo del Consiglio come ci era stato promesso dal presidente Sergio Pacor, ci ha annunciato che nessuno sarebbe potuto uscire né entrare e che non ci sarebbero state deroghe per poter soddisfare le esigenze personali. Più tardi – ha aggiunto – sono state sigillate le porte e un gruppo di vigili urbani ha sequestrato i sacchi neri in dotazione nell’aula del Consiglio, probabilmente per impedirci di utilizzarli come improvvisati wc».

Ieri, nella tarda mattinata, Fogar ha sostenuto di non avere potuto svolgere l’annunciata conferenza stampa «perché ai giornalisti è stato vietato di salire». Questi fatti, «uniti all’impossibilità di poter accedere agli ordini scritti impartiti ai vigili, come sarebbe nei nostri diritti – ha continuato Fogar – ci hanno fatto capire di essere al cospetto di un Comune retto come se fosse una qualsiasi repubblica sudamericana di triste memoria. Per questo – ha concluso – considero la nostra azione una grande vittoria, ancor più importante perché ravvicinata rispetto alla prossima scadenza elettorale amministrativa».

«Questo è il peggiore modo di accogliere le pacifiche istanze dei triestini», ha detto Paolo Menis, del gruppo Beppe Grillo, commentando l’ordinanza che impediva «agli occupanti di uscire dalla sala anche solo per recarsi ai servizi» – e «per affrontare uno dei disastri più gravi per la città, l’inquinamento prodotto dalla Ferriera».

Ugo Salvini

OMICIDIO RASMAN: confermate le condanne ai poliziotti

Il Piccolo

 

GIOVEDÌ, 01 LUGLIO 2010

SEI MESI A TESTA COME IN PRIMO GRADO PER OMICIDIO COLPOSO

LA STORIA

I poliziotti erano intervenuti perché il disabile lanciava alcuni petardi dal terrazzo

Avevano tenuto premuto a terra il giovane provocandone l’asfissia

Caso Rasman, pene confermate per i 3 agenti

di CLAUDIO ERNÈ

 

Hanno sbagliato e la loro azione ha provocato la morte di Riccardo Rasman.

La Corte d’appello ha confermato ieri la responsabilità di Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biase nel decesso del giovane handicappato stroncato da un collasso cardiocircolatorio nel suo monolocale di via Grego. I giudici hanno ribadito al termine di una camera di consiglio protrattasi per un paio d’ore, la condanna a sei mesi di carcere con la condizionale inflitta ai tre agenti di polizia dal giudice di primo grado. E’ stata ribadita anche l’assoluzione, com’era accaduto nel gennaio del 2009, del quarto agente di polizia che era entrato di slancio nel monolocale di via Grego. Si chiama Francesca Gatti e Giovanni Di Lullo, legale della famiglia Rasman, riteneva dovesse almeno versare una quota del risarcimento. La Corte d’appello ha detto «no» esattamente a questa richiesta, come ha detto «no» al proscioglimento degli altri tre agenti sostenuto dal loro difensore, l’avvocato Paolo Pacileo. «E’ inevitabile il ricorso in Cassazione» ha confermato l’avvocato che anche ieri ha affermato che i poliziotti – imputati di omicidio colposo hanno agito rispettando i manuali di intervento e quanto è stato loro insegnato durante l’addestramento. Secondo il difensore si è trattato di una terribile disgrazia, del tutto imprevedibile.

Era il 27 ottobre 2006 e i quattro agenti assieme a due pompieri erano entrati di slancio nell’alloggio dopo aver tentato invano per una ventina di minuti di farsi aprire la porta. Dal terrazzo del monolocale di Riccardo Rasman, secondo l’allarmata indicazione dei vicini, erano stati lanciati pericolosamente in strada alcuni petardi. Da qui la richiesta di intervento, l’arrivo di due pattuglie della volante e dei vigili del fuoco.

«Per più di 20 minuti ho cercato di farmi aprire la porta. Ho parlato con Riccardo Rasman, ho trattato con lui» ha spiegato ieri in una pausa del processo Mauro Miraz. Era il capopattuglia e non ha disertato nemmeno un’udienza. Nè in primo grado, nè in appello. E’ stato guardato di sottecchi, ha sopportato atteggiamenti tutt’altro che amichevoli e frasi sibilate tra i denti il cui significato anche se poco percepibile, era chiarissimo.

«La porta dell’alloggio è stata aperta dai pompieri. Io sono entrato per primo con le mani alzate. Mi seguiva Francesca Gatti, una ragazza piccolina. Se avessimo voluto fare una irruzione vera e propria, non l’avrei mai schierata in quel ruolo quasi di punta. In precedenza Riccardo Rasman aveva profferito astruse minacce di morte. Speravo si fosse calmato. Invece si è avventato contro di noi con grande violenza e ne è scaturita una mischia a cui hanno partecipato anche due pompieri. Siamo riusciti a fatica ad ammanettarlo con i polsi dietro la schiena, mentre i vigili del fuoco gli hanno bloccato le caviglie con del filo di ferro».

Fin qui il racconto del capopattuglia che il giudice di primo grado ha ritenuto del tutto legittimo. Il tragico errore viene compiuto dai tre agenti quando Riccardo Rasman è già disteso a terra bloccata dalle manette e dal filo di ferro. «Si deve contestare ai poliziotti – si legge nella sentenza di primo grado -il comportamento tenuto quando Rasman era stato messo nelle condizioni di non nuocere. La colpa dei tre consiste nell’aver protratto la contenzione al suolo, esercitando per tanto tempo una pressione che si è rivelata fatale. Questo comportamento non è imposto e tantomeno previsto da alcuna norma, regolamento o manuale di addestramento delle forze di polizia. Ciò che è accaduto è inutile e ingiustificato».

Nella sentenza di primo grado il giudice Enzo Truncellito aveva scritto anche che «di fronte a un giovane che aveva compiuto uno sforzo enorme lottando come un leone e che dimostrava di essere in fortissimo debito di ossigeno, respirando con affanno, una qualunque persona – e per maggiore ragione dei poliziotti – doveva prevedere che tenere premuto il corpo a terra per diversi minuti, avrebbe significato comprometterne la respirazione e la vita».

 

«Amianto? I sindacati sapevano»

Il Piccolo — 30 giugno 2010   pagina 06   sezione: GORIZIA

«Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto»: Guido Clemente, fino al 1997 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto, ha spiegato ieri al maxi-processo in corso di svolgimento al Tribunale di Gorizia come gli operai lavoravano alla costruzione delle navi nel cantiere di Panzano, gli accorgimenti di sicurezza che venivano adottati e al fatto che nessuno li aveva informati sui pericolo che correvano venendo a contatto con l’amianto. «Tra noi operai si era cominciato a parlare della presenza dell’amianto a metà degli anni Settanta – ha detto Clemente, originario di San Pier d’Isonzo, ma residente a Villesse -, ma nessuno ci aveva informato sui rischi che correvamo. L’ho saputo solo al momento che mi è stato chiesto di andare in pensione, nel 1997. Se lo avessi saputo prima avrei senza dubbio cambiato lavoro. Ho visto diversi miei colleghi ed amici morire per colpa dell’amianto». Clemente ha lavorato sulle navi come carpentiere anche se durante la trentennale presenza nei cantieri ha svolto anche altre mansioni ed ha lavorato pure, per un breve periodo, ai cantieri di Palermo. Ha spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi, anche se spesso gli operai, in particolare quelli che lavoravano in spazi angusti, spesso se li toglievano. In quegli anni vennero anche sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci. C’era un servizio di sicurezza: tre persone giravano nel cantiere per effettuare dei controlli, ma è emerso che al di là di qualche rimbrotto non veniva elevata alcuna sanzione nei confronti di coloro che non utilizzavano le mascherine, i caschi o gli occhiali appositi per evitare di venir colpiti dalle schegge e altri oggetti. Il maxi-processo all’amianto, presieduto dal giudice monocratico Matteo Trotta, riprenderà domani con un’altra udienza in cui saranno sentiti altri ex dipendenti della Fincantieri.

FRANCO FEMIA


Un teste: per i meccanici mascherina non obbligatoria

Al maxi-processo per l’amianto, che si celebra al tribunale di Gorizia, continuano a sfilare dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli ex dipendenti dei cantieri di Monfalcone. Sono chiamati a testimoniare sulle condizioni di lavoro all’ex Italcantieri negli anni che vanno dal 1960 al 1990. Ieri in agenda c’erano sette testi, ma uno di questi, Lucio Deotto, nel frattempo è morto per una malattia professionale anche se non direttamente collegata all’esposizione all’amianto. Una delle deposizioni più lunghe è stata quella di Renzo Tripodi, meccanico, dipendente dell’Italcantieri fino al 1980. Il teste, rispondendo a una lunga serie di domande fatta dal pubblico ministero Luigi Leghissa, parti civili e difesa, ha ricostruito le varie mansioni svolte dagli operai a bordo nave. In particolare il testimone ha descritto lo stato ambientale in cui operavano le maestranze sotto il profilo della salubrità. È emerso quanto dichiarato anche da altri testimoni nelle precedenti udienze e cioè che nel cantiere c’era carenza nelle misure di sicurezza in particolare negli anni Sessanta. Tripodi ha ricordato come ai meccanici l’azienda non imponeva l’uso della mascherina. Non sono mancati vivace battibecchi tra difensori degli imputati e parti civili sulle varie domande che venivano poste. Come è noto 41 sono gli imputati tra ex dirigenti dell’Italcantieri, responsabili di ditte subappaltanti e responsabili della sicurezza, che devono rispondere di omicidio colposo per la morte di 85 dipendenti dei cantieri dovuta ad asbestosi, la malattia legata all’esposizione all’amianto. Prima della pausa feriale sono in agenda ancora due udienze, il 12 e il 20 luglio nelle quali saranno sentiti altri dipendenti dei cantieri di Panzano. In tutto sono stati citati tra pm e difesa 400 testimoni. (fra. fem.)