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Marzo 17th, 2017 — General, Sciopero dei migranti
MERCOLEDÌ, 03 FEBBRAIO 2010 Messaggero Veneto Pagina 4 – Attualità
«I centri immigrati sono come prigioni»
La denuncia di Medici senza frontiere: nelle 21 strutture nessun diritto
Sporcizia e sovraffollamento: 12 persone in un container di 25 metri quadrati Ci vivono il 45% di ex detenuti. La richiesta: chiudere i Cie di Trapani e Lamezia
ROMA. Passa il tempo ma i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, che accolgono clandestini e richiedenti asilo restano gli stessi: continuano a rispondere a criteri di emergenza, non garantiscono diritti e tutela sanitaria. La fotografia di Medici senza frontiere sullo stato dei 21 centri (Cie, Cara, Cda), a 5 anni dall’ultima rilevazione, non cambia la sostanza di ciò che sono: «danno servizi scadenti, mancano i beni di prima necessità. Riescono a coprire appena i bisogni di base. La sanità pubblica è assente».
Tutto ciò si traduce, in permanenze in container fatiscenti e sovraffollati (in uno di 25 metri quadri vivevano in 12 persone), assenza di spazi adeguati, servizi igienici fortemente carenti, sporcizia diffusa ed anche presenza di topi. Vivono così uomini, donne, bambini ed anche neonati. Trentacinque i giorni di permanenza media.
I Cie poi, ribadisce il rapporto presentato ieri alla stampa (le visite sono state realizzate fra dicembre 2008 e agosto 2009), «sono carceri a tutti gli effetti», in cui vive il 45% di ex detenuti ed anche vittime di tratta. La responsabilità di ciò, per Msf, è da attribuire ai gestori. Ma non solo. «Verso gli immigrati il clima è sempre più ostile – ha detto il direttore generale Kostas Moschochoritis – e lo dimostra la vicenda di Rosarno».
Chiudere i Cie di Trapani e Lamezia Terme. Sono «totalmente inadeguati, sono luoghi invivibili» e c’è anche chi ci vive per 6 mesi; in molti casi mancano le finestre alle camere. A Roma, «mancano persino beni di prima necessità come coperte, saponi, vestiti, carta igienica».
Assenza di controlli sanitari. L’assistenza sanitaria è erogata dai singoli gestori; le Asl non hanno il controllo, nè di malattie nè di eventuali epidemie (rilevata la scabbia in alcuni casi) di quanto avviene nei centri. Mancano protocolli medici comuni. È insufficiente anche l’assistenza legale e psicologica. È stato riscontrato anche un uso di psicofarmaci per «sedare» le persone. A Roma e Torino mancano i mediatori culturali, impossibile conoscere i reali bisogni sanitari.
Gente non ha nulla da fare. I ritmi nei Cie sono scanditi dai pasti e dal sonno; ciò aggrava lo stato psicologico delle persone già provata dal viaggio per arrivare in Italia.
Il 50% intervistati da almeno 5 anni in Italia. Almeno la metà degli intervistati da Msf è nel nostro Paese da non meno di 5 anni; alcuni anche 15-20 anni.
Tensioni nei centri. Msf ha più volte rilevato i segni di tensioni e rivolte, come muri anneriti. Nel Cie di Gradisca di Isonzo, ad esempio, la visita è avvenuta senza elettricità perchè due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi elettrici.
Impedita visita bari e Lampedusa. La Prefettura non ha autorizzato in questi centri l’accesso di Msf.
«Noi diversi dalla Croce Rossa». Sul ruolo della Croce Rossa che gestisce alcuni Cie, Msf – rispondendo a una domanda in conferenza stampa – ha tenuto a segnare la diversità: «Msf – ha detto Rolando Maniano, vice capo della ong in Italia – è un’ organizzazione indipendente, vive con i proventi dei donatori privati, la Cri invece è alle dirette dipendenze del governo italiano, i nostri intenti sono diversi». Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di Msf Italia, ha rilevato che nel Cara di Foggia, gestito dalla Cri, il «servizio medico è di alto livello» ma il contesto abitativo «è carente».
MV MERCOLEDÌ, 03 FEBBRAIO 2010
Pagina 4 – Attualità
Nel 2009 rivolte, aggressioni e fughe
GRADISCA. Promosso, o meglio non bocciato, a livello di struttura, ma preso a riferimento come il centro più sensibile a tensioni e rivolte.
In quanto a criticità è un ruolo di primo piano quello riconosciuto al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca d’Isonzo dal rapporto di Medici senza frontiere, che ha tenuto conto delle visite effettuate dall’organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, dal dicembre 2008 all’agosto 2009, nei 21 centri operanti sul territorio nazionale (oltre ai Cie sono finiti sotto la lente d’ingrandimento anche i Cara, centri di assistenza per richiedenti asilo, e Cda, centri di accoglienza) in tema di contrasto dell’immigrazione clandestina e di accoglienza.
Medici senza frontiere, si legge nel rapporto, «ha più volte rilevato segni di tensioni e rivolte, come muri anneriti a seguito di incendi. Nel Cie di Gradisca d’Isonzo, ad esempio, la visita (effettuata nell’aprile 2009) è avvenuta senza elettricità perchè due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi elettrici».
Situazione rimarcata anche da Rolando Magnano, vice capo missione di Msf Italia, che ha confermato come nel «Cie in provincia di Gorizia siamo entrati dopo giornate di scontri durissimi, scortati dalla polizia in assetto anti-sommossa». Una realtà di tensione permanente confermata anche dalle ripetute denunce del personale dell’ente gestore del Cie (il consorzio cooperativistico trapanese Connecting People) in merito alle aggressioni subite dagli immigrati clandestini, addirittura una decina solo negli ultimi due mesi del 2009, tra cui quella che lo scorso 19 dicembre ha obbligato al ricovero in ospedale di un operatore a causa di una costola frattura e due incrinate dalla gomitata ricevuta da un algerino.
L’ultima fuga, invece, si è registrata lo scorso 27 dicembre, qundo a far perdere le proprie tracce furono due clandestini tunisini. Nelle due strutture gradiscane, al momento a pieno regime, sono ospitati 329 immigrati. Di questi 191 nel Cie, dove la capienza sarà aumentata a 248 posti solo una volta ultimati i lavori di potenziamento dei sistemi di sicurezza (sistemi a infrarossi e il ripristino degli spuntoni in cima alle recinzioni, rimossi nel 2007), mentre il Cara ospita attualmente 106 uomini, 17 donne e 15 minori, tutti in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato.
Marco Ceci
Marzo 17th, 2017 — General, Noi
Corridoio 5: un’opera costosissima,
inutile e tecnicamente impossibile; quindi ottima.

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Marzo 17th, 2017 — General, Sondaggi e statistiche
Repubblica 5 febbraio
In particolare al Sud gli intervistati parlano della salute come diritto inviolabile e un atto di solidarietà irrinunciabile
Risalendo la penisola aumentano quelli convinti che altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate
Solo per il 13 per cento non hanno diritto all’assistenza perché non pagano le tasse
mentre il 5 per cento pensa che facciano aumentare in modo insopportabile i costi
ROMA – Otto italiani su dieci si dicono favorevoli alla sanità pubblica per gli immigrati irregolari. E’ quanto emerge da un’indagine del Censis nella quale si rileva che più dell’80 per cento degli italiani ritiene che anche gli immigrati irregolari debbano avere accesso ai servizi sanitari pubblici. A volere la sanità pubblica anche per gli irregolari è l’86,1 per cento dei residenti al Sud, il 78,7 al Centro, il 78,4 al Nord-est e il 75,7 per cento al Nord-ovest. Dello stesso parere oltre l’85 per cento dei laureati, l’83,1 dei 30-44enni e più dell’85 per cento dei residenti nelle città con 30 mila-100mila abitanti. E’ alta la quota dei favorevoli anche tra i più cagionevoli di salute e quindi più bisognosi di cure: l’83,9 per cento di chi dichiara di avere una salute pessima auspica un’offerta sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e irregolari.
Secondo il 65,2 per cento degli intervistati dal Censis, la tutela della salute sia un diritto inviolabile, quindi curare tutti è un atto di solidarietà irrinunciabile. Una scelta che prevale in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo sociale. E’ l’opinione soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno (quasi il 74 per cento) e dei laureati (quasi l’80 per cento). Risalendo la penisola diminuisce la quota di intervistati che parlano della salute come diritto irrinunciabile per tutti, mentre aumentano quelli convinti che occorre assicurare la sanità anche agli irregolari perché altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12 per cento dei residenti al Sud, il 15,4 al Nord-ovest, il 15,8 al Nord-est e oltre il 19 per cento al Centro. Questa opinione è diffusa anche tra chi dichiara di avere una salute pessima (e presumibilmente utilizza di più le strutture sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio.
Sul fronte del no si schiera meno del 20 per cento degli italiani: poco più del 24 per cento dei residenti al Nord-ovest, del 24,8 per cento delle persone con basso titolo di studio, di oltre il 24 per cento di chi vive nelle grandi città con più di 250mila abitanti. Solo per il 13 per cento degli intervistati, gli stranieri irregolari non hanno diritto alla sanità perché non pagano le tasse; per poco più del 5 per cento perché fanno aumentare in modo insopportabile i costi delle cure. Riguardo all”identikit sanitario’ della popolazione immigrata, che mediamente è più giovane e in salute di quella italiana, per il momento gli stranieri utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65 per cento la quota degli stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al Servizio sanitario nazionale) che per loro significano soprattutto Pronto soccorso (il 5,7 per cento vi si è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3 degli italiani) e ricoveri d’urgenza, piuttosto che prevenzione e visite specialistiche. Secondo il Censis, per il futuro, una maggiore integrazione degli immigrati comporterà anche livelli più alti di tutela della loro salute, in linea con gli standard degli italiani: occorre preparare quindi il Servizio sanitario nazionale in termini di risorse e di competenze.
Anche per Sergio Dompé, presidente Farmindustria, l’incremento dell’immigrazione insieme all’invecchiamento della popolazione, pongono “una sfida per un Servizio Sanitario già ai primi posti delle classifiche internazionali dell’Oms per rapporto qualità/prezzo/accessibilità. Anche per questo – dice Dompè -tagliare gli sprechi è fondamentale in tutta la spesa sanitaria, quindi non solo nella farmaceutica, che rispetta il budget assegnato, mentre le altre voci continuano a crescere molto più dell’inflazione. E’ in definitiva prioritario puntare su maggiori controlli e sull’appropriatezza della spesa per garantire l’equilibrio e la sostenibilità del sistema, anche attraverso forme di compartecipazione alla spesa da parte dei cittadini, fatte salve naturalmente le fasce più deboli”.
(05 febbraio 2010)
Marzo 17th, 2017 — General, Ultime
Messaggero Veneto VENERDÌ, 05 FEBBRAIO 2010 Pagina 13 – Cultura e spettacoli

«Samba è del Camerun e parla ai nostri microfoni: più integrazione di così»
«Attenti ai professionisti della friulanità, ma per fortuna c’è Dj Tubet»

Paolo Cantarutti (Onde Furlane): altro che localismo, il friulano è il nostro passaporto in Europa
LA NUOVA CULTURA
MINORANZE
INCHIESTA SULLA MARILENGHE-9
«Oggi è indietro chi parla la lingua maggioritaria e nega l’esistenza delle minoranze» «Qui non c’è nulla da preservare, ma un patrimonio da utilizzare in ogni ambito»

di MICHELE MELONI TESSITORI
UDINE. «Non siamo noi i provinciali, oggi il localismo è di chi parla una lingua maggioritaria che non ammette e non riconosce altro da sé, mentre quelle delle minoranze, se insegnate, garantite e parlate ci aiutano a essere piú europei». Sono trent’anni proprio in questi giorni che radio Onde Furlane diffonde nelle coscienze la convinzione che la marilenghe non è una battaglia di retroguardia, la difesa della memoria del passato, ma una lingua viva, che si reinventa e resta radicata nel tessuto sociale «al punto che è tornata a essere la voce della protesta anche nei cortei dei lavoratori precari o a rischio come durante la vertenza della Safilo». A sottolinearlo è il presidente della coop che gestisce l’emittente, Paolo Cantarutti, che entra nel dibattito sul destino della marilenghe con la convinzione che «non c’è niente da preservare, ma un patrimonio da vivere, far crescere e utilizzare in ogni ambito. Malcom X direbbe: con ogni mezzo necessario». Come ci spiega in questa intervista.
Sul destino del friulano si esagera o si sottovaluta il problema?
«La questione è male impostata nel senso che il tema non è quello di salvare il friulano neanche fosse un malato terminale e molti mi sono sembrati seduti a un capezzale tranne che Dj Tubet che ha detto parole vive. Il problema è che si devono garantire le condizioni di vita e di sviluppo in tutti gli ambiti della società, che il friulano non ha avuto. Io penso che ci sia ancora la possibilità di intervenire, a patto che si manifesti una volontà politica».
Ma un peggioramento c’è stato.
«A Onde Furlane conosciamo bene l’humus della lingua, la sua presenza nella società e posso dire che, nonostante le grida di allarme, finora il friulano si è costantemente reinventato nella cultura, ma anche negli ambiti sociali. Quando i lavoratori davanti alle fabbriche a rischio di chiusura tirano fuori la bandiera friulana e scrivono in marilenghe le ragioni della loro protesta vuol dire che la lingua è viva. Poi è chiaro che il dato generale è che sta calando, come tutte le lingue minoritarie, ma direi anche qualcuna maggioritaria. Però questo è un problema che dipende dal potere, il riflesso della dominazione da parte delle politiche che vogliono far sparire le voci differenti».
Quali sono i rischi reali?
«Il friulano subisce un tentativo di minorizzazione. Questione da non sottovalutare a cui bisogna rispondere facendo leva sulle garanzie previste dalla Costituzione e battendo sul fatto che la sua esistenza corrisponde a un’esigenza molto variegata di giustizia, di diritti, di democrazia, ma anche alla necessità di tutelare una ricchezza culturale che può tradursi in opportunità economica, come hanno fatto in Catalogna, in Galles, in Scozia».
Su chi fare affidamento?
«Detto che qui non c’è niente da preservare, ma c’è un patrimonio da vivere e far crescere in ogni ambito, la scuola è senz’altro importante. Ma direi che ogni soggetto dovrebbe fare la sua parte, magari in un gioco di squadra coordinato. Noi come radio facciamo la nostra, anche di piú rispetto alle scarse risorse finanziarie ricevute. Produciamo cultura e informazione in friulano usando la lingua e promuovendola anche con una produzione discografica e documentaria. Possiamo dire che con noi il friulano è cresciuto: una lingua non accademica, viva, libera, che parla al mondo. Perché la marilenghe si salva solo se acquista le nuove capacità di comunicare oggi necessarie. La scuola è importante, ma se poi i ragazzi non trovano il friulano sul web è tutto inutile. Gli interventi devono procedere di pari passo: a scuola come negli uffici pubblici, in tutte le modalità di comunicazione. Per questo non capisco chi difende l’immagine della lingua della memoria, del cuore, della civiltà contadina: forse che le altre parlate europee non hanno dietro di sé un passato di civiltà rurale? Possibile che solo il friulano non debba sopravvivere alla fine di quella stagione?».
La scuola e chi altri?
«Un tempo c’era la famiglia, ma anche da noi vive una stagione difficile e poi quanto stanno in casa i bambini? Credo che un soggetto importante oggi siano i media, da affiancare alla scuola per quanto riguarda la produzione culturale e l’uso sociale della lingua».
La scuola, dunque.
«Ma servirebbero scelte importanti in una regione in cui oltre al friulano si dovrebbe insegnare bene lo sloveno e il tedesco, in un’ottica di educazione plurilingue che contribuirebbe a formare una cittadinanza europea consapevole. Perché il localismo, oggi, parla una lingua sola che è quella maggioritaria, e non riconosce altro da sé, mentre le lingue minoritarie sono il nostro vero passaporto europeo».
Eppure le legge di tutela è una conquista acquisita.
«Sono passati quattordici anni. Non in vano, perché la legge è servita a far cambiare la percezione della lingua. Oggi il friulano lo si parlerà anche meno, ma con piú consapevolezza».
La politica dunque ha lavorato?
«Ma per affermare l’autonomia non ha mai fatto veramente leva sulle specificità culturali e linguistiche. Cosí si sono perse tante opportunità. Oggi ho l’impressione che la classe politica guardi al problema come da fuori, aspettando gli ordini, e non si accorge che il friulano è piú che mai vivo nella società reale».
A sentire il neurolinguista Franco Fabbro è mancata anche la cultura?

«Non ci sono state le grandi opere per una questione di alfabetizzazione, e cosí torniamo al punto di partenza: la scuola. Se non si insegna una lingua, se non c’è un pubblico che sa leggere e scrivere… E poi c’è una questione di politiche culturali: prendiamo l’esempio dell’iniziativa Sipari furlan che finalmente aprirà il Giovanni da Udine al teatro in friulano, sulla quale i professionisti della cultura hanno messo cappello. Ognuno dà il suo apporto e ne esce una serie di conferenze sulla storia del teatro in Friuli, qualche lettura scenica. Mi chiedo: perché non puntare su una grande produzione? Ci sono attori bravissimi che sanno bene la marilenghe, ci sono opere e testi, alcuni anche abbastanza visionari, che possono alimentare nuove produzioni di avanguardia».
Le grandi opere non mancano?
«Ci sono testi bellissimi di Candoni, di Negro, di Domenico Zannier… Al Nuovo c’è pure stato quel magnifico regista lituano Nekrosius che fa spettacoli con una lingua che ha meno parlanti della nostra, ma una capacità di comunicazione universale. Eppure da noi operazioni cosí non si tentano e personaggi come Dj Tubet, che sono fenomenali, non li chiamano».
Nel ruolo di avanguardia dei mass media ci dovrebbe essere anche radio Onde Furlane?
«Trent’anni di attività non sono pochi: è cambiato tutto, è cambiato il Friuli, il suo contesto sociale, naturale. Abbiamo raccontato questa trasformazione, questa mutazione, e l’abbiamo fatto in friulano, che è il motivo per cui siamo nati. Un friulano non folcloristico, non legato alla memoria, al cuore; un friulano vero, che fa i conti con la realtà. E l’abbiamo raccontato non isolandolo dal mondo, perché oggi non si può piú parlare in friulano soltanto del Friuli. Tale attività è stata fatta molto spesso aprendo nuove strade, dimostrando le possibilità di una lingua che molti volevano o credevano sull’orlo dell’estinzione, puntando soprattutto sui giovani. Il valore di tale realtà, come laboratorio di idee e progetti, è impossibile da quantificare, ma certamente non ha goduto del sostegno pubblico necessario se pensiamo che si tratta di una funzione sociale che in altre realtà europee è svolta dallo Stato, dai Governi regionali e dalla emittenza pubblica».
C’è infatti il fenomeno crescente dell’immigrazione?
«La nostra radio è stata, in questo senso, il luogo di incontro di tantissime realtà. Proprio perché voce di una minoranza, ha dato spazio ai nuovi arrivati. L’abbiamo fatto con modalità inedite, creando una redazione multetnica, cioè facendo degli immigrati i protagonisti».
L’integrazione è riuscita?
«Ha dato risultati sorprendenti. In questo momento una delle redattrici del giornale radio in friulano è Isabelle Grattoni, una giovane originaria di Haiti. E uno dei programmi piú divertenti e seguiti è Friûl piturât di neri condotto da Daniel Samba, del Camerun. Parla perfettamente in friulano e ne conosce anche le differenze per aree. Sono programmi che definiscono un nuovo modo di integrare basato sulla volontà di accogliere dentro di sé le culture non locali. Questi giovani immigrati arrivano alla radio per comunicare e finiscono con l’usare il nostro mezzo espressivo: piú integrazione di cosí. La nostra convinzione è che gli immigrati ci aiuteranno a essere piú friulani e quindi piú aperti al mondo. Peccato che la Provincia abbia deciso diversamente interrompendo l’esperienza pluriennale di programmi come Tam Tam e Passepartout».
Marzo 17th, 2017 — General, Notizie flash
Onde furlane e a fat trent’ains
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Messaggero Veneto VENERDÌ, 05 FEBBRAIO 2010
Da trent’anni l’osservatorio dell’autonomia
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Marzo 17th, 2017 — General, Loro
Corriere 6 febbraio 2010
MILANO

13:34 CRONACA Trecento famiglie di Greco in rivolta contro il deposito A. Galli
La mappa
«Ogni notte i decibel quasi come a un concerto rock». Controlli dell’Arpa sui rumori
Greco, motori dei treni sempre accesi
I residenti: non riusciamo a dormire
Sotto accusa i «Frecciarossa» in sosta nel deposito della Martesana per manutenzione. La rivolta di 300 famiglie
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| Frecciarossa parcheggiati in deposito (Fotogramma) |
– I loro papà non la prenderebbero a male, anzi capirebbero, e forse finirebbero per sostenere la protesta. I limiti consentiti di decibel vengono sempre superati, specie di notte, con il rumore che quasi s’avvicina a quello di un concerto; Rfi (Rete ferroviaria italiana) sostiene che è un problema di Trenitalia; Trenitalia dice che trattasi di «esigenza di servizio». Ma Rfi e Trenitalia non spiegano perché tutti questi Frecciarossa ed Eurostar in sosta nel deposito della Martesana per la pulizia e la manutenzione, e in attesa di entrare in Centrale per caricare i passeggeri, non vengono mai spenti. Stanno fermi quattro ore? Non li spengono. Rimangono parcheggiati per otto ore? Non li spengono.MILANO
Il vicino (una manciata di metri dai binari) condominio di via Prospero Finzi 38 è l’avamposto dell’insonnia. In sottofondo c’è un costante, pesante, monocorde rumore provocato dalle ventole dei treni accesi. La palazzina nacque nel ’39 (in cantina ci sono ancora rifugi antiaerei, un tunnel portava al giardino) e presero subito casa i ferrovieri. Adesso, ci vivono i figli dei ferrovieri. E i figli lottano contro le ferrovie. Come i fratelli Gregoricchio. Conoscono storie e dettagli di motrici e vagoni. Eppure non riescono a venirne a capo. Perché non spengono i treni? Da dieci anni, i fratelli inviano documentate richieste di chiarimenti a Comune, Regione, difensori civici, Rfi, Trenitalia, Grandi Stazioni, e poi all’Arpa, che, è la novità di queste ore, si è decisa a posizionare su un terrazzino un fonometro, lasciarlo dieci giorni, acquisire i risultati. Più avanti vedremo; partirà un’inchiesta? Intanto i risultati sentenziano (manca l’ufficialità): a fronte di un limite disposto dal Comune di 65 decibel diurni e 55 notturni, i decibel oscillano a ridosso dei 70. C’è via Finzi con le sue trenta famiglie. E ci sono altre 270 famiglie sparse per le vie Breda, Isocrate e Rucellai altrettanto afflitte dall’insonnia. Il rumore arriva fin lì
Di rumore è esperto Stefano Frosini; insegna al Politecnico, è stato sul posto, ha constatato. Perché non spengono Frecciarossa ed Eurostar? «Mai capito». Frosini dice che si potrebbe mettere un silenziatore in coincidenza delle ventole, sui treni, oppure si potrebbe allestire un padiglione attorno ai binari dove i convogli sostano, nella speranza di attutire il fracasso
Come in tutti i misteri, si aggirano delle leggende. Nel nostro caso, ce n’è soprattutto una: Frecciarossa ed Eurostar (in contemporanea, ce ne possono essere parcheggiati anche venti, trenta) non vengono spenti perché sarebbe difficile farli ripartire. Possibile? Alcuni addetti, che pretendono l’anonimato, dicono: «La procedura per riavviare i treni richiede almeno mezz’ora. Bisogna percorrere il convoglio dall’inizio alla fine, e un Frecciarossa è lungo 350 metri. In più si devono verificare software e comandi di guida. Se io azienda tolgo queste operazioni, si capisce, risparmio lavoro al personale, cioè taglio i costi». C’è dell’altro: «Un eccesso di preoccupazione. Mettiamo che, davvero, i treni iniziassero a non ripartire… Che buriana uscirebbe? Meglio lasciarli accesi. Danno più tranquillità».
Un manager di Trenitalia, è capitato, ha chiesto ai residenti di via Finzi il motivo per cui sono finiti ad abitare in questo posto, manco il rumore fosse colpa loro. Gli abitanti hanno ricordato che una volta c’erano campi, i binari erano pochi e posizionati in fondo, dove oggi sorgono i vecchi depositi. Gli attuali depositi sono due, o meglio uno. In quell’altro, i Frecciarossa non ci stanno, non ci entrano tutti, sono troppo lunghi.
Andrea Galli
06 febbraio 2010
Marzo 17th, 2017 — Elettrodotti, General
Elettrodotto PITTINI-FANTONI (BURGO ?): Würmlach-Somplago
Messaggero Veneto SABATO, 06 FEBBRAIO 2010 Pagina 16 – Udine
Tolmezzo. Inviate le osservazioni allo Studio di impatto ambientale. Il tracciato transfrontaliero non può essere individuato dalle imprese private
Elettrodotto aereo, Legambiente dice no
Gli ambientalisti definiscono «devastante» l’impatto della linea Somplago-Würmlach
TOLMEZZO. Per il progetto di elettrodotto aereo Somplago-Würmlach, proposto dalle Industrie Pittini e Fantoni, sta per arrivare l’ora della verifica di compatibilità ambientale. È quanto sostengono gli ambientalisti di Legambiente in una nota. «Nonostante il presidente della Giunta regionale, Renzo Tondo, abbia recentemente dichiarato di auspicare ancora un accordo con la Burgo (che aveva, a sua volta, proposto un elettrodotto interrato lungo la valle del But), per giungere ad un’unica soluzione, l’iter autorizzativo va, infatti, avanti» si legge nel documento.
«La Società Alpe Adria Energia (costituita allo scopo dagli industriali Pittini e Fantoni e partecipata anche da Verbund Italia), dopo aver presentato lo studio di impatto ambientale per ottenere l’autorizzazione alla realizzazione dell’opera, ha depositato nello scorso novembre anche le “integrazioni”, che erano state richieste il 16 luglio 2009 dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia – continuano gli ambientalisti. In queste settimane, le amministrazioni comunali interessate dal progetto e numerosi cittadini hanno presentato le loro “osservazioni” su questo documento e il tutto è stato trasmesso a Roma per un ultimo esame. Tra le associazioni che hanno sollevato riserve e critiche c’è anche Legambiente che, in una ventina di pagine, ha riassunto errori, contraddizioni e carenze riscontrate nel Sia. (Studio di Impatto Ambientale) e nella Valutazione d’Incidenza.
Dopo aver contestato l’impostazione generale del documento e aver inserito l’opera nel quadro del dibattito regionale, orientato verso il contenimento delle nuove linee elettriche dall’estero e favorevole al loro interramento, l’associazione ambientalista ha sottolineato l’esigenza di non lasciare a delle imprese private (spinte alla ricerca del percorso più breve e diretto) l’individuazione di un tracciato di carattere transfrontaliero che interessa una Z.P.S. (la Zona di Protezione Speciale “Alpi Carniche”) e aree di grande valore paesaggistico».
«Un altro aspetto che viene fatto notare è la modifica apportata al progetto originale, con la riduzione e l’innalzamento dei sostegni (l’altezza “media” passerà da 24 a 34 metri, ma in molti punti si supereranno i 45 metri o si arriverà a 61!). Se ci sarà in questo modo – come sostengono i proponenti – un vantaggio sul piano paesaggistico, con il contenimento del taglio dei boschi al di sotto dei conduttori, questo sarà bilanciato – dice Legambiente – dalla maggiore visibilità dei tralicci.
Il punto, però, in cui le “integrazioni” mostrano il loro lato più debole è quello dei “foto-inserimenti”, passaggio ritenuto indispensabile dalla commissione tecnica di V.I.A. per simulare l’impatto che l’opera avrà una volta realizzata. Nonostante fosse stato richiesto alla società Alpe Adria Energia un approfondimento, con la predisposizione di ulteriore immagini, le fotografie sono state addirittura dimezzate e la stessa cosa è avvenuta per i “foto-inserimenti”. Sono state trascurate, così, molte vedute che avrebbero mostrato dei tralicci in primo piano, fornendo un’impressione troppo negativa dell’elettrodotto». Ma le perplessità di Legambiente non si fermano qui. «Vengono contestati: la mancata scelta di alcuni “punti di vista” significativi (come quello dalla statale 52, nei pressi dello svincolo di Caneva, in direzione del Monte Amariana o quello dalla statale 52 bis, in località Moscardo, in direzione della Foresta di Pramosio), l’utilizzo di obiettivi grand’angolari nelle panoramiche (con l’effetto di rimpicciolire ed allontanare l’elettrodotto) e alcuni “stratagemmi” fotografici.
È il caso, ad esempio, della Pieve di San Pietro di Carnia, che viene inquadrata dal basso per dimostrare che sui boschi sullo sfondo non si noterebbe la nuova linea elettrica, mentre ci si dimentica di mostrare il pesante effetto sul panorama che si presenterebbe a chi sale sul Colle di San Pietro – e sono migliaia i fedeli e turisti che lo fanno solo in occasione del “Bacio delle Croci”, la cerimonia che si celebra ogni anno nella ricorrenza dell’Ascensione – in direzione di Forca Navantes e del Monte Dauda.
C’è da rilevare a questo proposito, che, mentre alcune Amministrazioni hanno organizzato degli incontri pubblici per presentare il progetto ai cittadini e permettere a chi fosse interessato di presentare osservazioni od opposizioni, il Comune di Tolmezzo, in particolare, si è distinto per il suo silenzio e la sua inerzia. Eppure l’elettrodotto andrebbe ad attraversare una delle parti più belle del suo territorio, frequentata in ogni stagione da appassionati di mountain bike o cercatori di erbe spontanee e di funghi. Un traliccio dovrebbe essere installato a breve distanza dal biotopo della Torbiera di Curiedi e un altro nelle vicinanze di un agriturismo da poco inaugurato».
Messaggero Veneto SABATO, 06 FEBBRAIO 2010 Pagina 16 – Udine
La posizione della Lega
Picco: anche in Carnia l’impianto sia interrato
TOLMEZZO. Esprime “grande soddisfazione” per le parole spese dal presidente Renzo Tondo sull’elettrodotto Udine Ovest- Redipuglia. E chiede che «si applichi il medesimo principio anche per l’elettrodotto Pittini – Fantoni e Burgo in Carnia».
Enore Picco, consigliere regionale della Lega Nord sottolinea la «grande sensibilità dimostrata da Tondo nel sostenere il progetto di interramento, laddove possibile, dell’elettrodotto Udine – Redipuglia. Tondo ha coniugato la responsabilità politica di non bloccare un procedimento già avviato alla capacità di tutelare il territorio. Ha chiarito che la formula dell’interramento deve essere perseguita come principio cardine, e ha indicato nell’affiancamento dell’opera a strutture esistenti (autostrada A4, per esempio) l’alternativa più logica. Sono perfettamente concorde con lui. E adesso aspetto che il governatore batta un colpo anche sul fronte della Carnia, la sua Carnia». Picco sostiene infatti che:«La nostra montagna deve essere tutelata. L’ambiente è la nostra risorsa più preziosa. Un elettrodotto aereo in montagna sancirebbe la fine del territorio e della sua popolazione. Sollecito il presidente Tondo a intervenire in prima persona per arrestare l’operato di qualche amministratore mediocre, che pensa di risolvere i problemi del territorio con misere compensazioni».
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Elettrodotto TERNA: Ronchi dei Legionari Sud – Udine Ovest
MV SABATO, 06 FEBBRAIO 2010 Pagina 8 – Udine
Tesolat: merito dei Comuni il passo indietro di Tondo
PAVIA DI UDINE. Dopo il dibattito che si è sviluppato in Consiglio regionale sull’elettrodotto Redipuglia-Udine ovest, il consigliere Udc Alessandro Tesolat plaude alla posizione assunta dal presidente Tondo che, testualmente, ha affermato: «la giunta farà il possibile perché la soluzione principale sia quella interrata».
«Si tratta – osserva Tesolat – di un apprezzabile passo indietro rispetto alle dichiarazioni rilasciate soltanto due giorni fa dall’assessore competente e dal partito di maggioranza relativa. Un impegno da parte del presidente che è arrivato principalmente grazie alla mobilitazione dei cittadini, dei Comuni, del Comitato e, in seno al Consiglio, di Udc e Lega Nord. Ora però la situazione va costantemente monitorata per tenere alto il livello di interesse e di coinvolgimento su un argomento che è tutt’altro che concluso, ma che ha fatto registrare un’importante presa di posizione di Tondo».
«Va stigmatizzata la posizione del Pd – conclude Tesolat -, che è stato complice o silente fino a oggi e che con la sua mozione ha cercato il colpo di teatro, incurante dell’esito e sostanzialmente trascurando gli interessi del territorio. Un’occasione mancata, perché su un argomento così importante sarebbe stato necessario il coinvolgimento unitario di tutte le forze politiche».
MV SABATO, 06 FEBBRAIO 2010
Pagina 8 – Udine
E il comitato che vuole l’interramento delle linee elettriche ha in programma per lunedì e venerdì altre manifestazioni di protesta
Elettrodotto, Terna prevede 117 tralicci ma si impegna a demolirne altri 1.200
di CRISTIAN RIGO
I comitati non si fidano delle promesse? Terna è pronta a mettere nero su bianco l’impegno a demolire oltre 100 chilometri di linee aeree esistenti per un totale di circa 1.200 tralicci tra le province di Udine e Gorizia. Al posto di questi 1.200 pali distribuiti in 30 comuni diversi, con l’elettrodotto aereo Redipuglia – Udine ovest ne sarebbero realizzati 117 in 13 comuni.
Ecco perché secondo la società che gestisce la rete elettrica il progetto attualmente al vaglio del Ministero oltre a mettere in sicurezza la linea elettrica consentirà anche di ridurre l’impatto ambientale.
Nel corso del convegno organizzato a Verona per inaugurare le prime demolizioni della linea elettrica di Bussolengo, il direttore operativo di Terna, Gianni Armani ha anche ricordato che nel corso dell’analisi che ha portato all’individuazione del percorso del nuovo elettrodotto era stata valutata anche l’ipotesi di affiancare la linea al tratto autostradale per limitare l’impatto, ma che alla fine, tenendo conto del quadro complessivo, i 40 chilometri di elettrodotto individuati sono quelli «più efficienti e meno impattanti anche per l’ambiente, basti pensare – ha precisato – che il 97% del percorso insiste su aree agricole». Una percentuale che nell’ipotesi di afficamento della linea all’autostrada era più bassa. «Ma per quanto ci riguarda – ha sottolineato Armani – siamo sempre stati disponibili a valutare qualsiasi percorso, purché aereo».
L’elettrodotto interrato infatti secondo Terna, oltre a costare di più (da 100 milioni di spesa complessiva a circa 500) non garantirebbe gli stessi standard di sicurezza, non risolverebbe il rischio di black-out e sarebbe pure più «invasivo» dal punto di vista ambientale.
Ma il Comitato per la vita del Friuli rurale insiste. E nemmeno a fronte dell’impegno di Terna sul fronte delle demolizioni e di quello del presidente della Regione, Renzo Tondo (che si è detto intenzionato a fare il possibile per interrare l’opera ovunque sarà possibile farlo) intende interrompere la protesta.
Lunedì è infatti in programma un incontro con la popolazione di San Vito al Torre e venerdì con quella di Basiliano.
«Vogliamo spiegare ai cittadini la verità», dice il coordinatore Aldevis Tibaldi. Il comitato che lotta per l’interramento di tutta la linea dell’elettrodotto chiamerà a raccolta anche «tutti i sindaci e gli amministratori interessati al problema per organizzare un gruppo operativo ristretto». La mobilitazione insomma continua.
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